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venerdì 11 settembre 2026

Emma Bonino

Fabio Martini
Addio a Emma Bonino, una vita radicale. Le battaglie, l'Europa, il faro dei diritti

La Stampa, 11 settembre 2026 

TORINO. Nel corso dei suoi 77 anni di vita è stata l’artefice di eventi spartiacque, mai accaduti prima di lei. Certo, Emma Bonino è stata protagonista di battaglie collettive diventate proverbiali – a cominciare da quella per l’aborto - e tuttavia il suo spirito battagliero aveva finito per portarla su trincee disertate dagli altri, mai sperimentate prima. Mai una donna impegnata in politica era finita in carcere così tante volte per disobbedienza civile. Mai due laici anti-clericali, come Emma Bonino e Marco Pannella erano riusciti a farsi rispettare e ricevere da Papi così diversi, fino al punto che un anno fa Francesco era andato a trovare a casa la leader radicale appena uscita dall’ospedale e in quella occasione le disse: «Su diversi temi non siamo d’accordo ma su altri sì e però io sono vecchio e sto per morire e tu che sei giovane, sbrigati a guarire e a portare avanti le nostre idee». E sul piano istituzionale era stata la prima (e ultima) esponente radicale a diventare ministra e d’altra parte mai il simbolo del partito di Pannella aveva raggiunto un risultato così alto come quando aveva preso il nome di Lista Bonino: l’8.5% alle Europee 1999.

Due volte ministra, più volte parlamentare italiana ed europea, vicepresidente del Senato , Commissaria europea, per Bonino tante battaglie condotte sempre con uno stile diverso da quello dominante in questa fase politica: le parole di Emma Bonino erano sempre asciutte, prive di retorica o di autocommiserazione. Mesi fa, quando era tornata dopo un periodo di terapia intensiva nella sua casa romana di Campo dei Fiori, a chi le aveva chiesto, «Emma, come stai?», lei aveva risposto senza un grammo di enfasi: «Come una che esce dall’ospedale dopo dieci giorni».

La piazza e le lotte

Aveva sempre mantenuto lo spirito della terra nella quale era nata, a Bra il 3 marzo del 1948, e dove era cresciuta: in una cascina agricola in provincia di Cuneo, con un padre contadino «che parlava solo in dialetto» e una madre casalinga «che non parlava mai». Seconda di tre figli, a piedi nella neve per arrivare a scuola, l’università a Milano, Facoltà di Lingue alla Bocconi. Ha raccontato lei: «Prima di incontrare i Radicali ero una contadinotta cicciottella. Ma non male…». Nel 1975, assieme alla prima tessera radicale, anche il primo arresto provocato da un’autodenuncia: assieme a Gianfranco Spadaccia e Adele Faccio dichiara di aver praticato aborti. Anni dopo sarà arrestata anche negli Usa e in Afghanistan, sempre dopo episodi di disobbedienza civile che per i Radicali sono sempre consistiti nel provocare una reazione dura delle autorità, nell’essere pronti a pagare di persona, perché l’obiettivo è provocare uno scandalo pubblico. Una tecnica opposta, per dirne una, a quella della Flotilla.

L’impegno internazionale e i diritti umani

E non era mai accaduto, sulla scena politica italiana, che i protagonisti di un’aspra battaglia politica, anni dopo chiedessero scusa per il loro comportamento. Nel 1978 i Radicali erano stati in primissima linea nella campagna che portò alle dimissioni del Presidente della Repubblica Giovanni Leone, ma 22 anni dopo, quando era diventato chiara la pretestuosità delle accuse, in occasione del novantesimo compleanno dell’ex Capo dello Stato, Pannella e Bonino gli scrissero una lettera pubblica di scuse: «Le siamo grati per la grande e unica dignità dimostrata dopo le sue dimissioni».

Una vita privata riservata

Hanno lasciato un segno permanente le battaglie di Bonino per il diritto internazionale: è stata ideatrice e promotrice della Corte penale internazionale, delegata all’Onu per la moratoria sulla pena di morte, fondatrice dell'organizzazione internazionale “Non c’è pace senza giustizia” per l'abolizione delle mutilazioni genitali femminili.

Battaglie condivise sempre con Marco Pannella: i due si stimarono a lungo, anche se negli ultimi anni di vita il proverbiale egocentrismo del leader radicale lo portò ad attribuirsi i successi e gli incarichi politici di Bonino. Fu l’occasione nella quale lei non si tenne: «Ma sei scemo?»

Sulla propria vita personale Bonino aveva mantenuto sempre riservatezza, rivelò soltanto che negli anni Settanta aveva avuto in affidamento due bambine, Aurora e Rugiada e di lei erano note due relazioni sentimentali con altrettanti militanti radicali. Nel 2015 l’annuncio, da Radio radicale, di un tumore al polmone, la guarigione e poi il graduale decadimento. Negli ultimi anni non aveva rinunciato al rito della sigaretta. E a chi le chiedeva perché, lei rispondeva: «Come diceva mio papà: io voglio morire malata, non voglio morire sana».

mercoledì 9 settembre 2026

Come è cambiato il mondo


Daron Acemoglu
Un errore la demonizzazione dell'AfD: aveva già il voto di milioni di tedeschi 

La Stampa, 9 settembre 2026

Pubblichiamo un estratto del libro Cosa è successo alla democrazia liberale? di Daron Acemoglu, premio Nobel 2024 per l’economia, edito in Italia da Rizzoli.

Al termine della Seconda guerra mondiale, gli uomini e le donne del proletariato britannico votarono contro Winston Churchill, malgrado la sua leggendaria leadership durante i giorni più bui del conflitto. Al suo posto, installarono un governo laburista che prometteva di mettere in pratica i principi sostenuti in tempo di guerra dal Beveridge Report, firmato dall’economista liberale William Beveridge.

Il rapporto raccomandava uno Stato sociale che rendesse l’economia più equa, le unioni sindacali più forti, i servizi pubblici più ampiamente accessibili e la vita della gente meno precaria con l’assicurazione sanitaria nazionale e la previdenza sociale. In tutta Europa, furono eletti governi fautori di proposte analoghe.

Negli anni Duemila, la situazione era ormai cambiata. Molti elettori erano convinti che la democrazia liberale si fosse rimangiata le sue promesse fondamentali. La crescita economica dopo la metà degli anni Settanta non sembrava affatto come quella degli anni Cinquanta o Sessanta. Le crisi energetiche del 1973 e del 1979 avevano causato brusche contrazioni economiche e una debilitante stagflazione (elevata inflazione e disoccupazione).

La decelerazione economica fu temporanea e la produttività riprese a crescere negli anni Ottanta. Cosa che i salari non fecero. I salari statunitensi mediani al netto dell’inflazione, che erano cresciuti di oltre il 2,5% all’anno tra il 1948 e il 1973, erano in fase di stallo. Dal 1980 in poi, la crescita dei salari annua era appena dello 0,45 per cento. Perfino i salari medi, trainati da quelli più alti, non se la passavano meglio dei mediani.

I salari medi e mediani raccontano solo una parte della storia. Gli operai e coloro che non possedevano un diploma universitario vedevano calare i propri stipendi, mentre professionisti, manager e impiegati in ambito tecnico continuavano a godere di una rapida crescita. Il più ricco 1% di famiglie statunitensi ha visto passare la propria quota di prodotto nazionale da circa il 10% nel 1980 a uno sbalorditivo 19% nel 2019. La loro quota di patrimonio totale del Paese era perfino più estrema: circa il 35 per cento. (...)

Gli americani non hanno, forse, capito immediatamente in che modo l’economia e le regole di condivisione al suo interno fossero cambiate. Ma adesso ne hanno piena consapevolezza. Una recente indagine del Pew Research Center rivela dati allarmanti: quasi tre americani su quattro pensano che i ragazzi di oggi staranno economicamente peggio di quelli della loro generazione. (...)

Molti americani hanno, pertanto, finito per avere l’impressione che la loro voce non contasse e che fossero in effetti ridotti al silenzio. In parte è stato per via di falsità e propaganda diffuse dai social e dai programmi radiofonici, ma c’è anche un fondo di verità. Prendiamo la questione dell’immigrazione. Nel corso degli ultimi decenni, circa metà della popolazione statunitense ha espresso preoccupazione per l’immigrazione, soprattutto quella clandestina (anche se queste preoccupazioni erano a volte molto amplificate da false informazioni e, in generale, gli americani convengono che una certa quota di immigrazione faccia bene al Paese).

All’incirca il 50% di americani bianchi è dell’idea che ci siano troppi immigrati provenienti da almeno una delle principali regioni del mondo e circa il 54% ritiene che l’immigrazione andrebbe ridotta. I politici mainstream non hanno prestato grande attenzione a tali preoccupazioni per gran parte di questo periodo. Queste percezioni si sono intensificate con l’evidente ascesa della politica identitaria e dei dibattiti sul razzismo e sulle questioni di genere nei programmi scolastici.

È difficile identificare l’esatto fattore scatenante. Possibile che siano stati i genitori bianchi e borghesi ad aver dato un’occhiata ai programmi scolastici mentre i loro figli seguivano le lezioni da casa durante il Covid. Potrebbero essere stati i dibattiti sul razzismo sistemico in seguito all’assassinio di George Floyd, che molti genitori bianchi hanno preso come una personale accusa di razzismo. Può essere stato per via di tutti i discorsi sulla «teoria critica della razza» e dei «bagni transgender», così tanto amplificati dagli influencer e dagli attivisti politici di destra. In ogni caso, l’effetto generale è stato inequivocabile: molti americani ritenevano che scuole, pubblica amministrazione, politici e attivisti stessero promuovendo programmi culturali a cui loro erano contrari.

La percezione della perdita della voce dell’elettorato era presente anche in Europa, soprattutto in relazione a questioni riguardanti la cultura e l’immigrazione. Durante le elezioni federali del 2025, il partito AfD (Alternative für Deutschland, cioè Alternativa per la Germania), violentemente anti-immigrazione, ha ottenuto quasi il 50% dei voti in parti dell’ex Germania dell’Est, ma altri partiti hanno convenuto che non sarebbero entrati in coalizione con l’AfD e i media mainstream hanno criticato con decisione il partito, la sua ideologia e i suoi sostenitori.

Nel 2024, il resto dei parlamentari tedeschi aveva perfino deciso di vietare ai deputati dell’AfD di far parte della squadra amatoriale di calcio del Parlamento. Pur avendo avuto una qualche efficacia nel rallentare l’ascesa di questo movimento ribelle e nel difendere le libertà fondamentali degli immigrati e delle minoranze etniche in Germania, queste strategie hanno anche fatto sì che milioni di tedeschi sentissero zittita la loro voce democratica. Dinamiche analoghe hanno avuto luogo in diversi altri Paesi europei.

La conclusione è stata che per tanti elettori in Occidente la democrazia non ha mantenuto fede alle sue promesse. Questo non significa che sistemi alternativi avrebbero fatto meglio. È ormai dimostrato che la democrazia è molto più reattiva alla voce dei cittadini rispetto ad altri regimi. In genere, gestisce meglio l’instabilità e offre sanità e istruzione migliori. Studi recenti attestano che le democrazie hanno, inoltre, più probabilità di condurre a una crescita economica più rapida rispetto alle alternative.

Ci sono importanti ragioni tecnologiche e sociali per lo scarso rendimento delle democrazie nell’era postindustriale. Ma è una magra consolazione quando la ragion d’essere della democrazia, ovvero la sua promessa di migliori condizioni economiche, di vita e politiche per le masse, annaspa.

sabato 29 agosto 2026

Il destino di Report


Eugenio Fatigante
L'ultimo editto, i deliri di onnipotenza e la normalizzazione Rai: ecco il caso Ranucci

Avvenire, 29 agosto 2026

Editto doveva essere ed editto è stato. È un mestiere difficile il giornalismo d’inchiesta. Ancor di più nella Rai eternamente lottizzata, dove si realizza quello che senza dubbio è sempre stato un obiettivo del centrodestra. La vicenda davvero straordinaria dell’attentato a Ranucci e della sua amicizia con il faccendiere Lavitola (alla destra legato storicamente) ha vissuto una puntata-chiave. Si voleva “normalizzare” una trasmissione scomoda, troppo, per i suoi contenuti spesso orientati a colpire ambienti vicini ai partiti di maggioranza.

La politica, una certa politica, è riuscita a chiudere “Report”, come aveva fatto prima per “Striscia la notizia” su Mediaset. È una pagina decisamente triste per l’informazione e, in genere, per la democrazia in Italia. L’ingerenza dei partiti nella gestione non è certo una garanzia di informazione neutrale, già di per sé difficile da raggiungere. E di ingerenze il caso Lavitola/Ranucci/ Report è pieno zeppo. Ciò premesso, va però anche detto che a rendere la difesa di questo diritto (all’informazione) più ostica, è però in questo caso anche l’intreccio di piccolezze umane che hanno segnato l’intero dipanarsi della vicenda. Non l’ha aiutata per primo la condotta di Sigfrido Ranucci che, pur vittima, aveva visto comunque smarrirsi l’autorevolezza di cui godeva, come segnalato su queste colonne sin dall’inizio. Nella nuova stagione alle porte non si sarebbe assistito alla sua conduzione con lo stesso spirito di prima.
Una condotta sfociata poi nel delirio di onnipotenza degli ultimi giorni (fra accostamenti a Falcone, Borsellino e Moro e frasi tipo «andrei a cena anche con Riina»), che ha reso impervia la tutela del conduttore anche da quella sinistra che l’aveva eretto a suo paladino (sempre meno sono state infatti le voci levatesi). Fino al veleno con cui ieri ha attaccato quelli che sono i due colleghi designati al suo posto, degni della massima stima. L’unico modo per continuare a fare giornalismo d’inchiesta in Rai passa ora - lo si voglia o no - per il compattarsi di una redazione che, invece, si è sbriciolata sotto i colpi di maglio della maggioranza. È legittimo comprendere le legittime aspirazioni personali cassate, però le spaccature interne sono solo un ultimo regalo a quel centrodestra che vorrebbe avere il monopolio di tutto.

domenica 21 giugno 2026

I matrimoni forzati

Adil Mauro
Le ragazzine non si sposano, il fenomeno dei matrimoni forzati in Italia prospera nell'ignoranza

La Stampa, 21 giugno 2026

Una domenica di primavera, lungo i canali del porto di Ravenna, tre ragazze si raccontano. Una è di origine afghana, una marocchina, una del Bangladesh. Si sono conosciute da poco e parlano delle loro famiglie e delle violenze che hanno subìto. Una ha denunciato i genitori per violenza religiosa domestica. Un’altra è incinta del suo compagno – non dell’uomo a cui era stata data in moglie – ed è riuscita a sottrarsi a quel matrimonio imposto. La terza sta ancora percorrendo la sua strada. A seguirle, da anni, un’avvocata e le operatrici di un’associazione del territorio. La ragazza incinta, a chi la segue, ha fatto una domanda: «Secondo te, quando verrà il momento di partorire, potrà esserci la mia mamma?». Non è una domanda sentimentale. È la domanda di chi ha scelto la libertà sapendo che ha un prezzo, e che quel prezzo è spesso la famiglia.

Storie come queste emergono raramente. Nel mondo, secondo il rapporto The State of World Population 2023, sono circa 650 milioni le donne che hanno subìto un matrimonio forzato o precoce. In Italia non sappiamo quante siano. I dati mancano, sono frammentati, o semplicemente non vengono raccolti. E questa lacuna non è un caso.

Alessandra Capobianchi, ricercatrice dell’Istat per la Struttura Violenza, Sicurezza e Statistiche giudiziarie, ha presentato di recente a un convegno a Brescia una mappa delle fonti disponibili. È una mappa che fotografa, più che i dati, i buchi nei dati. I confini tra consenso e coercizione non sono sempre nitidi. Le definizioni cambiano a seconda della fonte. I dati sono frammentati tra soggetti istituzionali diversi. Il sommerso, per definizione, non emerge.

La Convenzione di Istanbul, che l’Italia ha ratificato nel 2013, distingue il matrimonio forzato, dove manca il consenso libero e informato, dal matrimonio precoce, dove almeno una delle parti ha meno di diciott’anni, e da quello combinato, organizzato dalla famiglia ma teoricamente consensuale. Le tre categorie si sovrappongono. Quando si confrontano i dati tra fonti diverse, o tra Paesi diversi, spesso si parla di cose diverse con lo stesso nome. «Il fenomeno rimane sottostimato, i dati sono disaggregati e il matrimonio forzato non è incluso nel piano d’azione nazionale antiviolenza. Il sommerso è immenso», riassume Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea. Non esistono, aggiunge, dati ufficiali che isolino il fenomeno senza limiti d’età: la maggior parte delle convenzioni internazionali si concentra sulla protezione dei minori. Ma il matrimonio forzato colpisce anche le donne adulte.

Quello che i numeri disponibili ci dicono è comunque eloquente. Nel 2024, secondo l’indagine Istat sull’utenza dei centri antiviolenza, sono state 375 le donne in un percorso di uscita dalla violenza che avevano subìto un matrimonio forzato o precoce: l’1% del totale, l’85% cittadine straniere. Il sistema SIRIT, quello sulla tratta, ne ha registrati 32. La polizia, nel suo primo report sul reato introdotto nel 2019 dal Codice Rosso – che ha introdotto il reato specifico di costrizione o induzione al matrimonio, rafforzando la rilevazione dei cosiddetti reati spia – ha rilevato 24 casi tra agosto 2019 e maggio 2021, un terzo dei quali a danno di minorenni, ammettendo che la fotografia è sottodimensionata. L’Università Cattolica ha stimato almeno 150 casi accertati all’anno.

Il problema non è solo italiano. La grande indagine europea sulla violenza di genere (EU-GBV), pubblicata nel novembre 2024 e coordinata da Eurostat, FRA ed EIGE, copre 26 Paesi dell’Unione ma non contiene una sola domanda diretta sul matrimonio forzato. Al loro posto, indicatori indiretti. Stime, non misure.

Il sistema di monitoraggio più strutturato è quello del Regno Unito, dove la Forced Marriage Unit pubblica statistiche annuali dal 2005: nel 2024 ha gestito 812 contatti, di cui 229 con supporto attivo. Vent’anni di serie storica. Nel maggio 2024, con la Direttiva europea 2024/1385, il matrimonio forzato è stato finalmente criminalizzato a livello UE. Gli Stati membri hanno tempo fino a giugno 2027 per recepirla. È un passo. Ma una direttiva non produce automaticamente dati, né sistemi di raccolta.

Nel 2025 l’Istat ha avviato una nuova indagine sulla sicurezza delle donne – circa 17. 500 italiane intervistate tra marzo e agosto – che per la prima volta contiene domande dirette sui matrimoni combinati e forzati. I risultati complessivi, che includeranno anche le donne straniere, sono attesi nel 2026. Intanto il fenomeno si concentra al Nord, Emilia-Romagna e Lombardia in testa, ed è quasi assente al Sud. Ma quella distribuzione riflette anche la densità della rete di servizi: dove non ci sono centri antiviolenza attrezzati, i casi non spariscono, semplicemente non vengono rilevati.

mercoledì 20 maggio 2026

La clausura


 “Le chiavi del chiostro. Donne tra confinamento e libertà”, di Aude Loriaud, pubblicato da Armand Colin, 416 p., €23,90
Le Monde, 18 maggio 2026

Un monaco può vivere in clausura. Può anche scegliere di non farlo. Una suora, invece, lo fa sempre: è proprio ciò che la definisce. Questa era la regola che prevalse fino alla Rivoluzione. Imponendola dal Concilio di Trento nel 1563, formalizzò un'antica pratica, basata, come sottolinea Aude Loriaud, "su rappresentazioni denigratorie della natura femminile " e su un desiderio di controllo e correzione che, come dimostra la storica, aveva strutturato per oltre due secoli la società francese, dove le comunità religiose "costituivano i principali luoghi di reclusione per le donne " .

Mogli adultere o accusate di adulterio, donne che si prendono "libertà di condotta" o rifiutano matrimoni combinati, giovani ragazze mandate in convento per motivi familiari: questi sono solo alcuni dei personaggi che popolano le pagine di questa ricca inchiesta, densa di materiale d'archivio spesso straziante. Ma non è solo straziante; attraverso la sua meticolosa analisi, Aude Loriaud riesce ad avvicinarsi alla realtà delle monache, alla loro capacità di agire – una libertà inaspettata, forgiata attraverso una costante negoziazione per trasformare il chiostro in uno spazio di sovranità, libero dalla morsa degli uomini. Dal libro emerge un quadro più ambivalente di quanto si potesse immaginare, che non si limita ad approfondire la nostra comprensione: ci sorprende e ci costringe a riscriverla.

martedì 19 maggio 2026

Prigioniero in Algeria

Fabrizio Floris
Boualem Sansal e la sua detenzione

il manifesto, 18 maggio 2026

Al Salone Internazionale del Libro di Torino, l’incontro con Boualem Sansal non è stato semplicemente la presentazione di un libro o il racconto di una vicenda giudiziaria, ma il tentativo di trasformare un’esperienza carceraria in una riflessione radicale sulla libertà, sul potere e sul rapporto tra ideologia e paura. Sansal, 80 anni, tra le voci più note e controverse della letteratura franco-algerina, ha raccontato davanti al pubblico torinese il suo arresto del 16 novembre 2024 in Algeria. Un racconto duro, quasi asciutto nella forma, ma carico di dettagli che restituiscono il senso di un sistema repressivo che — secondo lo scrittore — non colpisce solo il dissenso politico, ma tenta di spezzare simbolicamente l’individuo. «Cinque anni di carcere in Algeria significano morire», ha detto. Poi ha ricostruito quei primi giorni: il sequestro, il cappuccio sulla testa, il trasferimento in un luogo sconosciuto, sei giorni senza cibo, acqua o spiegazioni. Solo al settimo giorno, ha raccontato, sarebbe comparso davanti a un giudice che in pochi minuti gli avrebbe comunicato l’accusa di terrorismo.

LA SUA TESTIMONIANZA si inserisce in un contesto internazionale che da mesi mobilita intellettuali, editori e governi europei per chiedere chiarimenti sulla sua detenzione e sulla libertà di espressione in Algeria. Secondo quanto riferito dal suo avvocato François Zimeray la detenzione di Sansal sarebbe stata accompagnata da gravi limitazioni procedurali e da forti pressioni politiche. Eppure, il passaggio più sorprendente del racconto riguarda proprio il carcere. «L’80% dei detenuti erano islamisti», ha spiegato. Era convinto di trovarsi di fronte a nemici irriducibili: per anni, infatti, aveva denunciato il fondamentalismo islamico come forma di totalitarismo contemporaneo. E invece, ha raccontato, proprio quei detenuti avrebbero iniziato a proteggerlo, a condividere il cibo, a portargli vestiti. «Dicevano: ‘la leggenda sta arrivando’». Da quell’espressione nasce il titolo del nuovo libro, La Légende, annunciato in uscita il 2 giugno presso Grasset. Il libro viene presentato dall’autore come una sorta di dossier politico e morale. Sansal lo ha paragonato esplicitamente a Arcipelago Gulag, evocando non tanto un parallelismo storico diretto quanto la volontà di testimoniare un sistema di paura e silenzio.

HA DICHIARATO di stare preparando anche un dossier contro il presidente algerino, sostenendo di voler portare il caso davanti a una corte internazionale. Nel suo intervento è emerso anche un forte dissenso verso una parte della sinistra francese, accusata di relativizzare o minimizzare la repressione algerina. Sansal ha parlato apertamente di una campagna ostile nei suoi confronti, citando in particolare La France Insoumise.

SANSAL NEL SUO INTERVENTO si è soffermato anche sulla trasformazione delle società contemporanee. Ha parlato delle «guerre economiche» come delle guerre più pericolose del presente e del potere crescente dei tecnocrati: «leggono soltanto statistiche e dati, non guardano più le persone». Una riflessione che richiama alcune delle sue opere più recenti e che entra in risonanza con il dibattito globale sull’automazione delle decisioni pubbliche, sul governo algoritmico e sulla crisi della rappresentanza. Colpisce il contrasto tra la radicalità delle sue accuse e il tono quasi disincantato con cui vengono pronunciate. Sansal non appare come un dissidente romantico, ma uno scrittore che considera inevitabile il conflitto con il potere e deve difendere un principio considerato non negoziabile: «la libertà e la libertà d’espressione non sono qualcosa che si possa trattare». Da qui la sua vicenda personale: lo scrittore trasformato in simbolo, poi in bersaglio e infine in «leggenda». In un tempo in cui molte repressioni diventano rapidamente materia di polarizzazione geopolitica o ideologica, Sansal ha cercato di riportare il discorso a un livello più essenziale: cosa significhi davvero perdere la libertà, e quanto fragile possa diventare la possibilità stessa di parlare, scrivere e dissentire.


giovedì 30 aprile 2026

Soli contro tutti

Gad Lerner
L'ideologia del "soli contro tutti" che alimenta il fanatismo

Il manifesto, 30 aprile 2026

L’ebreo fascista che il 25 aprile 2026 va a sparare sul raduno antifascista dell’Anpi, sentendosi con ciò guerriero d’Israele… non avrei mai immaginato che si arrivasse fino a dover provare questa vergogna, fino a un tale capovolgimento della storia. Ne proviamo una tristezza infinita.

Nel nostro immaginario ci sta che a Milano dei caporioni della destra al potere giustifichino un pestaggio squadristico perché strappare un manifesto commemorativo dell’orribile uccisione di Sergio Ramelli, proprio il giorno dell’anniversario, vorrebbe dire andarsela a cercare.

Ma non ci sta l’ebreo che prende la mira e spara sugli antifascisti. Perché noi serbiamo memoria dei martiri ebrei antifascisti della prima ora, da Carlo e Nello Rosselli a Leone Ginzburg, da Emanuele Artom a Eugenio Curiel.

E di protagonisti della Liberazione come Leo Valiani, Vittorio Foa, Umberto Terracini, Enzo ed Emilio Sereni (fratelli divisi sul sionismo ma uniti contro la marea nera che infestava l’Italia). E collochiamo nella giusta dimensione, dopo di loro, l’apporto – benvenuto e da onorarsi – della Brigata Ebraica sbarcata in Puglia solo nel marzo del 1945. Riesumata dall’Ucei (l’Unione delle comunità ebraiche italiane) a più di sessant’anni da quegli eventi, allo scopo di fomentare un separatismo ebraico nelle celebrazioni del 25 aprile che solidarizzavano con i palestinesi dei territori occupati da Israele.

L’importazione della guerra mediorientale nel dibattito pubblico italiano è stata una scelta scellerata, ha sparso sale sulle ferite. Ha propagato nelle Comunità ebraiche una sindrome di accerchiamento che neppure i rapporti privilegiati col governo di destra hanno potuto circoscrivere. È in questo ambito che da tempo denunciamo una degenerazione squadristica di elementi che – in nome di una supposta «autodifesa» – minacciano e aggrediscono nelle scuole e per strada chi individuano come nemico di Israele.

È l’ideologia sparsa a piene mani dalla destra israeliana del «soli contro tutti», di un «antisemitismo eterno» che prescinderebbe dai crimini perpetrati da Israele – e dunque lo assume a modello di brutalità necessaria.

Leader irresponsabili hanno sospinto al fanatismo questi giovani. E di fronte ai numerosi episodi di violenza che li ha visti protagonisti a Roma è stata calata una coltre di omertà, purtroppo anche da parte delle forze dell’ordine. Si sono sentiti benvoluti all’interno delle Comunità, anche se la maggior parte degli ebrei italiani rifiuta il loro estremismo, e trattati con indulgenza da chi avrebbe dovuto vigilare.

Anche noi ebrei dissidenti dai vertici comunitari che hanno voluto trasformarsi in portavoce acritici delle guerre d’Israele, anche noi veniamo fatti oggetto di minacce, non solo verbali. Dopo la pubblicazione del nostro appello «No alla pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania», con stupore ho ricevuto dal Viminale l’avvertimento che visto il clima avrei avuto bisogno di protezione. Ho rifiutato. Dopo tante minacce ricevute da fascisti e da qualche leghista, figuriamoci se mi facevo intimidire da costoro.

Riporto testualmente il messaggio WhatsApp pervenutomi martedì notte, poche ore prima dell’arresto di Eitan Bondì: «Gad, ma ti pagano o fai uso di droga? Nella Brigata Ebraica vi erano degli arabi? Ma ti sei bevuto il cervello? Stai istigando all’odio contro gli ebrei con revisionismo della storia. I palestinesi erano alleati di Hitler». Evito di scrivere il nome di chi me lo ha inviato, tanto aggressivo quanto ignorante. Due anni prima che la Brigata Ebraica fosse costituita nel 1944 in Nordafrica, il Palestine Regiment in cui erano arruolati insieme arabi ed ebrei del mandato britannico aveva combattuto in Nordafrica contro le armate nazifasciste.

La storia è più complicata delle sue manipolazioni. Così, il fatto che un Gran Muftì di Gerusalemme fosse antisemita filonazista non può certo giustificare, di fronte al mondo indignato per la persecuzione che subiscono, un’equazione fra i palestinesi e i nazisti.

Non stupisce, purtroppo, che l’odio antiebraico si rigeneri e trovi alimento dalla fascistizzazione in corso di Israele. Anche le isolate, oscene urla sul genere «saponette mancate» che hanno insozzato il 25 aprile milanese rendono urgente un esame di coscienza di chi finora ha scelto di starsene chiuso nella propria appartenenza. Provare vergogna può essere salutare, ci ricorda Carlo Ginzburg. Di fronte agli spari di Roma speriamo che in molti aprano gli occhi.

martedì 31 marzo 2026

Democrazie sotto attacco, Italia compresa

Jon Henley
Cinque governi dell'Ue sono stati accusati di smantellare "sistematicamente" lo Stato di diritto
The Guardian, 30 marzo 2026

 Secondo quanto avvertito dalla principale organizzazione europea per le libertà civili, i governi di cinque Stati membri dell'UE stanno erodendo "in modo sistematico e intenzionale" lo stato di diritto, mentre gli standard democratici si stanno deteriorando in altri sei, comprese democrazie storicamente solide.

Basandosi su prove fornite da oltre 40 ONG in 22 paesi, l'Unione per le libertà civili in Europa (Liberties) ha descritto i governi di Bulgaria , Croazia, Ungheria, Italia e Slovacchia come "smantellatori" che stavano attivamente indebolendo lo stato di diritto.

Il rapporto del gruppo per il 2026 , pubblicato lunedì, afferma che lo stato di diritto ha subito una regressione in tutti i settori – giustizia, lotta alla corruzione, libertà di stampa e meccanismi di controllo e bilanciamento della società civile – in Slovacchia sotto il governo populista, autoritario e filo-russo di Robert Fico.

Il quadro era altrettanto desolante in Bulgaria, mentre l'Ungheria , dove i 16 anni di potere di Viktor Orbán potrebbero concludersi dopo le elezioni del 12 aprile, "rimane in una categoria a sé stante, continuando a perseguire leggi e politiche sempre più regressive senza alcun segno di cambiamento".

In altri contesti, Liberties ha identificato Belgio, Danimarca, Francia, Germania e Svezia, tutti paesi con solide tradizioni democratiche, come paesi "in declino": luoghi in cui lo stato di diritto è in declino in alcune aree, senza che tale erosione faccia parte di una strategia politica complessiva.

Secondo il rapporto di 800 pagine, la Repubblica Ceca, l'Estonia, la Grecia, l'Irlanda, la Lituania, i Paesi Bassi, la Romania e la Spagna sono state classificate come "paesi stagnanti", ovvero paesi in cui le condizioni dello stato di diritto non mostravano né miglioramenti né peggioramenti.

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán interviene durante una manifestazione elettorale a Győr il 27 marzo. Fotografia: Bernadett Szabó/Reuters

Anche la Polonia rientra in questa categoria: il primo ministro, Donald Tusk, sta cercando di ripristinare elementi chiave dello stato di diritto, come l'indipendenza della magistratura, smantellati dal precedente governo di Diritto e Giustizia (PiS), ma è ostacolato dal veto presidenziale.

Secondo Liberties, i limitati progressi compiuti finora dalla Polonia "dimostrano quanto possa essere difficile e fragile ripristinare un'indipendenza istituzionale compromessa". Solo la Lettonia si è meritata lo status di "paese che si impegna a fondo", con un governo che sta attivamente migliorando gli standard dello stato di diritto.

Il rapporto afferma inoltre che i meccanismi dell'UE per affrontare l'erosione dello stato di diritto sono in gran parte inefficaci, e che la maggior parte degli Stati membri non riesce a tradurre le linee guida in azioni concrete, nonostante diversi anni di raccomandazioni da parte della Commissione europea.

È emerso che il 93% di tutte le raccomandazioni contenute nella relazione sullo stato di diritto del 2025, redatta dalla stessa Commissione europea, erano ripetute rispetto agli anni precedenti, molte delle quali senza alcuna modifica nella formulazione, mentre il numero di nuove raccomandazioni si era dimezzato rispetto al 2024.

Delle 100 raccomandazioni della commissione valutate da Liberties, 61 non hanno mostrato alcun progresso, mentre altre 13 erano in peggioramento. "Il rapporto della commissione aveva lo scopo di stimolare azioni concrete", ha affermato Ilina Neshikj, direttrice esecutiva di Liberties.

Ma dopo sette edizioni annuali, i risultati di Liberties evidenziano “non solo una regressione, ma anche sforzi continui e deliberati per minare lo stato di diritto. Ripetere le raccomandazioni senza un seguito significativo non invertirà questa tendenza”, ha affermato.

Il rapporto ha inoltre criticato le istituzioni dell'UE in generale, affermando che nel 2025 non solo avevano "rispecchiato molti dei problemi riscontrati negli Stati membri", ma non erano riuscite ad applicare e difendere in modo coerente i diritti fondamentali.

domenica 22 marzo 2026

La storia



 I

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.

II

La storia non somministra carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi. Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli. C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.


Eugenio Montale

La storia, in Satura, Mondadori, 1971


Il presente non è tutto
Nei tempi bui in cui tutto sembra procedere nel rumore cadenzato e stridulo dei cingolati del , la poesia appare come libertà, breccia nella plumbea cappa dei nostri giorni senza speranza e senza prospettiva. Montale nella poesia La Storia ci induce a riflettere sull’andamento della storia per poter riprendere il cammino che pare già segnato, ma in realtà è un campo di possibilità che si snoda davanti a noi. Il capitalismo ha in odio la storia, poiché essa testimonia che ogni potere è nel tempo, vorrebbe dissolverla in modo che si pensasse che il presente ha in sé la pienezza senza trascendenza, che oltre il tempo presente con la sua visione unidirezionale non vi è nulla. Il capitale nella sua fase apicale ha divorato anche il nulla, non ammette antitesi di nessun genere, si presenta come l’essere univoco parmenideo, deve eliminare ogni orizzonte temporale per erigere prigioni globali. Montale ci rammenta che la storia non è prevedibile, è attività creatrice, ha improvvise deviazioni, nessuno la possiede, ma appartiene a tutti, e dunque con l’aiuto delle circostanze l’impossibile può diventare reale. La storia ideale costruisce eroi ed ipostasi quali artefici della storia, ma la verità è che la storia è il frutto di una pluralità di soggetti che muoiono anonimi, eppure partecipano vivamente al suo procedere, sono il sale della vita che crea nuove possibilità. La loro gioia è nella partecipazione silenziosa che non verrà segnalata da nessuno storico. Ciò malgrado, dietro i rumori dei grandi vi è la storia dei piccoli, dei resistenti, che con la loro piccola vita possono deviare il corso fatale della stessa. Coloro che vogliono ridurre la storia ad un teorema con definizioni e corollari predeterminati hanno già perso, perché si pongono fuori del cammino della storia vivente:

 

La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.

 

Piani di passaggio


La storia ci sembra, ora, in questi decenni omogenea: un piano liscio su cui scorrono merci e chiacchiere. L’impero del valore di scambio sembra non lasciare scampo, assimila ogni differenza, espelle dal suo grembo maligno ogni alterità. L’omogeneità si ripiega su se stessa, non lascia varchi, brecce da cui ri-dialetizzare il presente. Montale ci invoca a guardare fortemente la storia e a cogliere sul piano liscio improvvise “buche” che consentono il passaggio verso nuovi mondi. Il piano grigio e compatto della globalizzazione, apparentemente invincibile, è puntellato di resistenti che non si lasciano divorare dalla chiacchera, ma conservano la loro umanità, la loro razionalità critica che trasforma il presente in attività divergente. La storia non è conclusa, il potere vive l’illusione del controllo totale, si bea della sua tracotanza, ma la vita con le sue buche gli sfugge. Le buche possono trasformarsi in voragini tali da deviare il corso degli eventi, da mutare la geografia dei significati che il potere vorrebbe eternizzare:

 

La storia non è poi
la devastante ruspa che si dice.
Lascia sottopassaggi, cripte, buche
e nascondigli.

 

Fuori dalle reti


Per poter comprendere la storia, se mai questo sia possibile, dobbiamo guardare fuori la rete che ci rassicura, distribuisce i ruoli, tira una linea tra vincitori e vinti. La storia vera e viva è fuori della rete. Solo chi è fuori della rete può comprendere la verità della storia. Chi è tagliato fuori dalla storia, svela le illusioni di coloro che sono nella rete, chi sfugge alla rete per volontà o per un caso trova un varco, è l’attore di un nuovo inizio. Gli infelici che sono “fuori” non sono da compiangere, perché in loro riposa la possibilità di un nuovo percorso, perché dal loro “fuori” vedono la verità della rete con i suoi disincanti. Il loro sguardo penetra nella notte oscura per incontrare l’inizio di un nuovo giorno, la tragedia si sposa con la speranza:

 

C’è chi sopravvive.
La storia è anche benevola: distrugge
quanto più può: se esagerasse, certo
sarebbe meglio, ma la storia è a corto
di notizie, non compie tutte le sue vendette.
La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono
più liberi di lui.

 

Non dobbiamo temere di essere degli invisibili, dei pesci piccoli che nuotano alla periferia della rete, coloro che non sono nella rete non appaiono, ma sono la sostanza del mondo, e la storia vive delle loro inconfessabili libertà. La teoria del caos (James Yorks) ci insegna che un battito d’ali può causare effetti che non possiamo prevedere. Dobbiamo continuare a battere le nostre ali. I nostri pensieri, il nostro impegno sono le ali della storia. La storia viva è indecifrabile, insondabile e non si ripete mai in modo eguale, pertanto anche nella disperazione può fiorire la speranza, perché la storia è molto più di ciò che appare, leggiamo e viviamo. La storia incombe, se ci arrestiamo davanti alla sua grandezza, ma se entriamo in essa e ci doniamo senza la presunzione del risultato tutto può ancora essere ed esserci. Non dobbiamo allevare barbari dal calcolo facile e dal cuore lento, ma guerrieri gentili dalle cui parole può rifiorire un mondo.

Salvatore Bravo
blog.petiteplaisance.it
21 marzo 2021