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domenica 13 settembre 2026

Torino eversiva

Giuseppe Legato
Musti: "A Torino c'è chi flirta con gli antagonisti. Una parte della borghesia tollera i violenti"
La Stampa, 13 settembre 2026

Due anni fa, oggi, si insediava da procuratore generale di Piemonte e Valle d’Aosta. Dopo Lanusei, Trieste, Modena, Bologna, Gela, è arrivata nel più grande distretto giudiziario d’Italia, Torino. La definì così: “Capitale dell’eversione di piazza”. Valutazione che col senno di poi, dopo le guerriglie della Valsusa e le martellate al poliziotto negli scontri dopo lo sgombero dell’ex centro sociale Askatasuna, conferma. Nell’anniversario del suo ingresso Lucia Musti parla di molto altro. Di riforme, di rapporti tra magistratura e politica, di referendum sulla giustizia. E ancora di intercettazioni e mafie. Di aree grigie e borghesie compiacenti.

Procuratore, avrà letto il duro attacco del presidente dell’Anm all’esecutivo che interviene sulle pronunce dei giudici. Condivide?
«Le parole di Tango sintetizzano il pensiero degli iscritti. È in parte fisiologico che provvedimenti aventi ad oggetto materie delicate, ma anche mediaticamente esposte, possano determinare il focus o del ministro o del procuratore generale della Cassazione. E di questo noi magistrati ne siamo assolutamente a conoscenza».

Vale anche se la premier interviene sul caso dell’uomo accusato di violenza sessuale su una tredicenne scarcerato dal gip a Torino?
«A mio avviso si deve mettere nel conto che il capo di un governo possa assumere una posizione critica. Ed infatti l’Anm prende posizione. Questa vicenda tanto drammatica quanto complessa, comprova che pm e giudice svolgono ciascuno la propria funzione, in maniera autonoma e indipendente».

Il clima toghe-governo resta teso. Cosa è cambiato dai tempi di Berlusconi?
«Sostanzialmente è lo stesso copione che si ripete e temo si ripeterà e questo a prescindere, in linea di massima, dai governi: non mi è mai piaciuto pensare a un “partito dei giudici” nel senso che non mi piace una magistratura che veda sempre un partito dalla sua parte; il consenso governativo non ci appartiene e, parlando della funzione del pm, non siamo elettivi, ma tutti vincitori di concorso».

Cos’ha votato al referendum?
«Convintamente no».

Ma non si è iscritta al comitato come tanti magistrati.
«Ho ritenuto – forse sbagliando – che il mio ruolo istituzionale di Procuratore generale che ha rapporti fisiologici e continui con il Ministero e il Cms non consentisse un impegno sul campo».

Davvero volevano assoggettare i pm al governo?
«Fortunatamente non lo sapremo mai».

Su cosa non era d’accordo con il testo della riforma.
«Semplificando, ho ritenuto che si trattasse di un attacco strumentale per colpire la magistratura come baluardo dei diritti dei cittadini nel rispetto della Costituzione».

Due anni a Torino. Cosa ha trovato finora?
«Un ufficio giudiziario che, come nei miei auspici, è diventato una famiglia allargata. Cerchiamo di dare l’impressione di un ufficio solido e trasparente portandolo anche nei luoghi di confronto e di alta formazione per offrire il nostro contributo».

All’inaugurazione dell’anno giudiziario 2025 definì Torino “capitale dell’eversione di piazza”. Vale ancora o vale più di prima?
«Ho dovuto privilegiare la sintesi perché in quel contesto avevo poco tempo. Ma non credo di aver detto nulla che non fosse noto».

È stata la prima a dirlo con questo vigore.
«Ma non è che i miei predecessori fossero stati molto lontani dal mio pensiero. Ricordo il procuratore Gian Carlo Caselli e il Pg Francesco Saluzzo. Anche in privato hanno condiviso con me questa analisi».

Non è cambiato niente?
«Per me Torino, sotto il profilo dei disordini di piazza, sta andando avanti con la stessa velocità e gli stessi contenuti. Lo sa bene anche La Stampa che ha subito un attacco vergognoso».

Chi è la borghesia che “flirta” con la galassia antagonista?
«Spiace ripetermi ma esiste una benevola tolleranza da parte di una certa upperclass con una lettura compiacente di condotte, che altro non sono che gravi reati. Un’area area grigia di matrice colta e borghese, che dovrebbe per contro svolgere un’illuminata azione di deterrenza».

E invece?
«Minimizzano, non stigmatizzano. Ma quando si devasta una città non si può parlare di ragazzi che sbagliano».

Cosa servirebbe?
«Una presa di posizione franca e netta sul punto. Mi ha fatto piacere però che da quelle mie parole sia nato un dibattito anche – ad esempio – tra i docenti dell’università, la parte più rappresentativa della cultura di Torino».

Anche le mafie si avvantaggiano della borghesia?
«Si può dire che in generale i fenomeni criminali complessi hanno bisogno di una parte di società che chiamerei “non civile”. Una nuova mentalità va così a sposarsi con quell’area grigia e crea un nuovo prodotto di cultura criminale».

Ecco: il governo vuole limitare le intercettazioni. Ma se per trovare la mafia bisogna partire dai reati spia come se ne esce?
«Bisogna mantenere sempre l’asticella alta perché le mafie non macchiano più l’asfalto. Alla loro raffinatezza criminale deve seguire una pari raffinatezza investigativa in grado di contrastarla e le intercettazioni sono indispensabili».

lunedì 6 luglio 2026

La violenza domestica in tribunale

Una sentenza contro l’Italia sulla violenza domestica

Per la Corte europea dei diritti dell'uomo le autorità italiane hanno gestito male su più fronti le accuse di una donna al compagno
Il Post, 5 luglio 2026

La Corte europea per i diritti dell’uomo (CEDU) ha stabilito che le autorità italiane non hanno gestito in maniera adeguata le denunce di violenza domestica e sessuale da parte di una donna contro il suo ex compagno, e che l’Italia dovrà quindi risarcire lei e i suoi due figli per un totale di 60mila euro. Per i giudici della corte, che è uno dei principali tribunali internazionali, l’Italia ha violato gli articoli 3 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il primo punisce i trattamenti inumani e degradanti, mentre il secondo è volto a tutelare il diritto al rispetto della vita privata e familiare. 

La sentenza è stata depositata il 2 luglio e in questi giorni se n’è parlato anche per le motivazioni con cui la pubblico ministero incaricata del caso ne aveva chiesto l’archiviazione, con commenti che i giudici della corte hanno ritenuto sessisti e stereotipati.

Il caso riguarda Audrey Carmen Manuela Ubeda, una 43enne francese che vive da tempo in Italia, e i suoi due figli minorenni, nati nel 2011 e nel 2014. Nell’aprile del 2021 Ubeda aveva denunciato alla polizia il loro padre e suo ex compagno, un cittadino italiano identificato con le iniziali G.P., con cui avevano vissuto fino a poco prima. Ubeda aveva detto che, durante la loro relazione, G.P. si comportava in maniera violenta sia con lei che con i figli, sia fisicamente che psicologicamente.

Il mese successivo lei e i figli vennero spostati in una casa rifugio, dove poi rimasero per tre anni. G.P. invece non fu soggetto a misure restrittive.

Nel novembre del 2021 una pubblico ministero fece richiesta di archiviare le accuse contro l’uomo, definendo un episodio denunciato da Ubeda, in cui lui le avrebbe puntato un coltello alla gola, «uno scherzo di cattivo gusto». Ubeda aveva anche accusato l’ex compagno di averla costretta a fare sesso senza il suo consenso, ma sempre secondo la pubblico ministero era difficile dimostrarlo: in base ai documenti della CEDU, aveva definito «normale» che gli uomini debbano superare «un livello minimo di resistenza» per fare sesso, quando le loro compagne sono stanche per le incombenze quotidiane.

Nel febbraio del 2024 G.P. fu infine rinviato a giudizio, ma stando a quanto comunicato dalla CEDU la prima udienza non si tenne mai. Nel frattempo Ubeda aveva anche chiesto l’affidamento esclusivo dei figli al tribunale dei minori: la responsabilità genitoriale fu tolta a G.P. solo nel maggio di quell’anno, tre anni dopo la richiesta.

Secondo la CEDU, l’operato delle autorità italiane non ha rispettato i criteri fissati dalla Convenzione per diversi motivi. Non hanno avviato indagini tempestive e approfondite, come richiesto dal trattato, e avendo fatto restare la donna e i figli per tre anni in una struttura hanno violato l’obbligo di adottare misure proporzionate alle circostanze, e quello di valutare su base periodica l’adeguatezza e la proporzionalità delle misure stesse. Anche il tribunale dei minori avrebbe impiegato troppo tempo per decidere sulla responsabilità genitoriale; i commenti pronunciati dalla pubblico ministero, inoltre, hanno contribuito a un’ulteriore forma di vittimizzazione contro Ubeda.

La Corte ha quindi stabilito che l’Italia debba risarcire con 15mila euro ciascuno Ubeda e i suoi figli per i danni subiti, e con altri 15mila per le spese legali. La sentenza sarà impugnabile per tre mesi: se non ci sarà un ricorso, passato questo periodo diventerà definitiva.

venerdì 8 maggio 2026

Il soliloquio colpevole

Ruggiero Corcella
"Parlare da soli è un modo per gestire ansia e stress"

Corriere della Sera, 8 maggio 2026

L’audio attribuito ad Andrea Sempio è stato interpretato dagli investigatori come un elemento potenzialmente significativo. Ma che cosa accade davvero nella mente di una persona quando verbalizza pensieri, ricordi o ipotesi senza interlocutori? E soprattutto: un soliloquio può essere considerato una confessione? Lo abbiamo chiesto a Giancarlo Cerveri, psichiatra e vicepresidente della Società italiana di psichiatria.

Parlare da soli in auto o in un luogo percepito come «sicuro» è davvero così comune?

«Il dialogo interiore o “inner speech” è una specie di voce interiore che abbiamo nella nostra testa, un’esperienza soggettiva di verbalizzazione silenziosa dei pensieri che spesso ci serve come dialogo con noi stessi. Non è un’allucinazione. Si ha la percezione che il contenuto provenga dal nostro cervello, in alcuni casi viene percepito solo come pensiero, in altri viene percepito con la qualità della voce. È conosciuto come una sorta di “pensiero in parole” che funziona per la pianificazione, per la regolazione e la memoria. Un’esperienza che, secondo diverse ricerche, coinvolge con una certa frequenza circa un terzo della popolazione. Non è però un’esperienza uguale per tutti. Per molti è frequente, per altri è sconosciuto. Per qualcuno, sotto stress, diventa molto più intenso fino a costruirsi in forma dialogica».
Che differenza c'è, da un punto di vista psichiatrico, tra un "dialogo interiore esternalizzato" e un vero cedimento psicologico emoyivo?

«Il dialogo interiore non è un disturbo psichiatrico, non è un fenomeno allucinatorio in cui il soggetto perde di vista la capacità di comprendere cosa sta accadendo nella sua esistenza non rendendosi più capace di distinguere la realtà dai propri pensieri. Pur avendo un comportamento che i più giudicherebbero folle, viene mantenuta una adeguata adesione al principio di realtà. Alla valutazione psichiatrica appare molto semplice distinguere il fenomeno del dialogo interiore da fenomeni allucinatori in cui il soggetto risponde a stimoli uditivi percepiti come reali ma inesistenti, espressione di condizioni psichiatriche più complesse spesso gravi forme patologiche».

Quando un individuo coinvolto in un’indagine parla da solo di un delitto o di dettagli collegati al caso, quel comportamento può essere interpretato automaticamente come una confessione?

«Assolutamente no, il dialogo interiore è frutto di un tentativo di gestire la tensione, l’ansia, in un pensiero libero nel suo fluire che non necessariamente mantiene le caratteristiche di aderenza ai fatti realmente accaduti. Molto spesso si sovrappongono ricordi, fantasie, ipotesi, sensi di colpa e paure irrazionali. È un momento di rilettura di tutti i contenuti del nostro pensiero nel tentativo di ricostruire un ordine».

martedì 24 marzo 2026

Scampato pericolo

Pieter Bruegel il Vecchio, Paesaggio con la caduta di Icaro, 1560, Bruxelles, Musées royaux 

Andrea Fabozzi
Una sconfitta, non ancora una vittoria
il manifesto, 24 marzo 2026

Una sconfitta netta della destra al governo che è soprattutto un enorme pericolo scampato ma che non è ancora un segnale di vittoria per chi sta all’opposizione. Meloni ha costruito la sua disgrazia da sé, confermando di essere una leader politica sopravvalutata: se brilla è perché sono opachi alleati e avversari. Nulla le imponeva di portar avanti questa strampalata riforma della magistratura né di andare al referendum adesso, a campagna per le politiche sostanzialmente già aperta. Non è la prima che si fa prendere dall’ebrezza di potere e avrebbe dovuto imparare dal passato.

Innanzitutto dal referendum costituzionale del 2016, quello voluto da Renzi: il risultato di ieri molto gli assomiglia. Anche allora si diceva che un’affluenza alta avrebbe avvantaggiato i favorevoli alla riforma: fu alta in effetti ma perché a gonfiarla fu allora come oggi la voglia di dire no all’eccesso di potere. C’era, c’è ancora e resiste, radicata nelle convinzioni di una maggioranza di elettori italiani, una sorta di prudenza, di diffidenza verso chi si propone di strafare ed è una forma di reazione sana, interprete del principio costituzionale della separazione dei poteri. Tutti hanno capito che il referendum verteva in fondo su queste pulsioni autoritarie e sono gli anticorpi democratici a essersi attivati. È per questo che la vittoria del no è soprattutto un grande pericolo scampato.

Avremmo avuto un assetto della magistratura peggiore, con meno spazio per le garanzie, i magistrati dell’accusa sarebbero finiti nell’orbita del potere esecutivo. Eppure quello che ci ritroviamo intatto non è certo un sistema giudiziario del quale essere soddisfatti. La giustizia italiana è una casa assai malridotta (le carceri un’ignobile cantina degli orrori), l’abbiamo salvata dall’incendio ma va sistemata immediatamente senza darla vinta a chi, soddisfatto dell’esito referendario, torna a sostenere che nelle procure e nei tribunali italiani c’è tutto il bene mentre tutto il male sta altrove.

Non è così e lo prova il fatto che la vittoria del no si accompagna a un giudizio dei cittadini che resta severo nei confronti della magistratura. Il che dimostra quanto è grande la sconfitta di Meloni: bisognava proprio impegnarsi molto per perdere un referendum del genere. Per fortuna Nordio, Delmastro e la premier stessa si sono impegnati assai.

Il risultato non lascia dubbi: per il governo non è una sconfitta risicata, un testa a testa come una prima linea difensiva della destra ha provato a sostenere ieri nelle trasmissioni tv. Due milioni di elettori in più per il no sono un voto di opinione generale che ha riguardato nord e sud e ha bocciato tanto la riforma quanto la campagna elettorale del governo, forse la seconda più della prima. Il sì non è risultato vincente in nessuna delle prime dieci città italiane e solo in due delle prime 30 per popolazione; addirittura in tutte le città italiane grandi e medie (che hanno cioè più di 50mila abitanti, sono 138), il no ha perso appena in 14 casi e vinto in 124.

Tutto questo, ad alzare un po’ lo sguardo, è anche una conferma: la destra di Meloni non ha la maggioranza nel Paese. Non l’aveva quattro anni fa, quando furono solo le divisioni di chi le si opponeva a consentirle la vittoria, non ce l’ha adesso dopo la prova di governo e malgrado diversi partiti che allora le erano contrari (Renzi, Calenda, +Europa) stavolta sostenessero il sì.

Gli elettori e soprattutto gli elettori giovani (malgrado l’imbroglio contro i fuorisede) hanno capito benissimo che si trattava di un passaggio che non poteva essere disertato proprio perché metteva in discussione le loro libertà costituzionali e la questione del potere non (solo) l’amministrazione della giustizia. Il che consegna una grande responsabilità all’opposizione: la sconfitta degli avversari non è un alloro di cui possono spensieratamente fregiarsi.

Non dimentichiamo la timidezza con cui hanno voluto affrontare la campagna elettorale e ricordiamo invece come l’iniziativa di raccogliere le firme senza le quali avremmo votato già un mese fa (prima degli sguaiati appelli di Meloni, prima di Delmastro e Bartolozzi) sia stata di un gruppo di cittadini e non dei partiti del centrosinistra né del sindacato.

Va bene festeggiare un giorno – forse non proprio quello giusto per mettersi a discutere di primarie – ma non è affatto detto che questa mobilitazione contro la destra sia scontata e ripetibile. I cittadini hanno avvertito la minaccia e sono andati a votare sapendo di poterla allontanare con il voto. Ci saranno ancora quando si tratterà di manifestare in piazza lo stesso no alla deriva antidemocratica, a partire ne siamo certi da sabato prossimo a Roma. Ma hanno bisogno ancora di molte prove per fidarsi di chi dovrebbe rappresentare in parlamento e magari al governo questa radicalità costituzionale. Non è scontato che le avranno. Però adesso sì, ci sì può provare.


lunedì 16 febbraio 2026

Le divisioni politiche sul referendum

 


I primi giorni di vera polemica nella campagna per il referendum sulla giustizia
Il Post, 15 febbraio 2026

Domenica un’intervista del ministro della Giustizia Carlo Nordio ha innescato la prima vera polemica della campagna elettorale per il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo.

Dopo settimane un po’ sonnacchiose, la campagna aveva iniziato a entrare più nel vivo gli scorsi giorni per alcune dichiarazioni molto contestate del noto procuratore di Napoli Nicola Gratteri, sostenitore del “No” che si è fatto notare per aver detto che voteranno a favore della riforma «gli indagati, gli imputati, e la massoneria deviata». La dichiarazione è stata ripresa talvolta in modo distorto, facendo intendere che Gratteri avesse detto che chi voterà “Sì” è di fatto un mafioso.

Parte proprio da questo l’intervista al quotidiano Il NordEst di Nordio, che da promotore della riforma è ovviamente schierato per il “Sì”. Dopo qualche critica puntuale a Gratteri e alla sua professionalità, Nordio ha ribaltato del tutto il discorso intorno alla riforma e alla mafia, sostenendo che la riforma correggerebbe proprio alcune storture di quello che ha definito un «meccanismo “para-mafioso”» nella magistratura. L’espressione ha attirato enormi critiche da parte dei partiti di opposizione e dell’Associazione Nazionale Magistrati, l’organo associativo di categoria.

Nordio si riferiva al funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM, l’organismo di autogoverno della magistratura che decide sulle nomine, le carriere e le sanzioni dei magistrati), che la riforma propone di modificare.

Al momento il CSM è composto da 33 membri: 3 sono di diritto, cioè il presidente della Repubblica (che ne è il capo), il primo presidente e il procuratore generale della Corte di Cassazione. Poi ci sono 30 membri eletti. Di questi 20 sono “togati”, cioè sono eletti dalla magistratura stessa, e 10 sono “laici”, quindi non appartenenti alla magistratura ed eletti dal parlamento in seduta comune. La riforma prevede che questi 30 membri del CSM non siano più eletti, ma nominati per sorteggio (prevede anche la creazione di due CSM, uno per i pubblici ministeri e uno per i giudici: ma di questo parliamo qui).

Il governo ritiene che il sorteggio sia il metodo più semplice ed efficace per evitare le logiche delle correnti che stanno alla base del meccanismo di elezione attuale, e che da anni sono degenerate in pratiche clientelari e corporative, a volte illecite.

Nella magistratura ci sono infatti varie associazioni a cui i magistrati aderiscono per affinità di idee: una logica che dovrebbe favorire il confronto e il pluralismo, ma che di fatto si traduce da tempo in una “politicizzazione” di giudici e pm, divisi in correnti che rispondono grosso modo a partiti o aree politiche di riferimento: Area di centrosinistra, Autonomia e Indipendenza più vicina al Movimento 5 Stelle, Unicost di centro, Magistratura Indipendente di centrodestra. Spesso le nomine, più che sulla base del merito, vengono fatte sulla base di ripartizioni tra correnti: un certo numero a una, un certo numero all’altra, e così via.

Nella sua intervista invece Nordio ha detto che «il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”», che ha definito anche «mercato delle vacche» e «verminaio correntizio».

È vero che il sorteggio aggirerebbe queste logiche, toglierebbe potere negoziale e politico ai leader delle varie correnti, e quindi disincentiverebbe le pratiche clientelari. Al tempo stesso però annullerebbe qualsiasi principio meritocratico: verrebbero promossi nelle posizioni più alte della magistratura non i magistrati con una carriera più prestigiosa o con titoli più solidi, ma i più fortunati. In più, secondo Gratteri e altri contrari alla riforma, il metodo diverso con cui verrebbero sorteggiati i membri “togati” e quelli “laici” creerebbe uno squilibrio tra le due componenti.

L’ANM ha detto che Nordio (che peraltro è un ex magistrato) «ha deciso di avvelenare i pozzi» e che paragonare il funzionamento del CSM ai comportamenti della criminalità organizzata offende «la memoria di chi ha perso la vita per lottare contro la mafia nel corso della storia d’Italia».

Ci sono state molte critiche anche dai partiti di opposizione. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein ha definito le parole di Nordio «gravissime» e ha chiesto al ministro di scusarsi coi magistrati. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha detto che Nordio «getta fango sulle istituzioni».

Nel pomeriggio Nordio ha risposto alle polemiche con una nota in cui sostiene che l’accostamento al metodo mafioso in realtà sarebbe una citazione di Nino Di Matteo, un noto magistrato siciliano che lavora soprattutto nella lotta alla mafia ed è per questo da anni sotto scorta (ed è stato peraltro membro del CSM). Nordio ha detto che fu proprio Di Matteo a parlare di «mentalità e metodo mafioso. Altri esponenti del “partito del No” si sono espressi, a suo tempo, in modo anche più brutale. Ne faremo un elenco e lo pubblicheremo».

Quella di citare dichiarazioni di magistrati e politici molto noti e apprezzati dall’opinione pubblica è peraltro diventata ormai un’abitudine di questa campagna elettorale, anche se in realtà spesso chi cita finisce non solo per dare letture fuorvianti ma anche per prendere dichiarazioni false e non verificate che girano in rete. È successo per esempio a Gratteri, che durante un’intervista a DiMartedì, su La7, lesse delle dichiarazioni che avrebbe fatto in un’intervista Giovanni Falcone, il magistrato palermitano ucciso dalla mafia nel 1992. L’intervista non esisteva e Gratteri dovette scusarsi.

lunedì 2 febbraio 2026

L'uso politico degli incidenti

Simone Alliva
Askatasuna, gli utili delinquenti. Governo all'assalto dei giudici (e dei diritti)

Domani, 2 febbraio 2026

«Le Br». «I comunisti». «Gli squadristi rossi». «L’Antistato». Con una Torino ancora impregnata dell’acre odore dei lacrimogeni, il governo Meloni abbandona ogni prudenza e imputa all’opposizione la guerriglia urbana scoppiata dopo la manifestazione pacifica contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Di fronte alle immagini vergognose del poliziotto accerchiato e picchiato con spranghe e martelli, e oltre cento agenti feriti, il governo evoca gli anni di piombo.

Tamburo battente

Parte in mattinata il ministro della Difesa, Guido Crosetto: «Devono essere combattuti come sono state combattute le Brigate Rosse e non essere trattati come “compagni che sbagliano”». Ma è la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a spostare ancora più in là il fronte, puntando sulla magistratura: «Se i poliziotti avessero reagito agli aggressori sarebbero già iscritti nel registro degli indagati», scrive sui social dopo aver visitato a sorpresa alle Molinette due agenti feriti durante gli scontri. «Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni».

A tamburo battente seguono i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini. «Mai più quello che abbiamo visto negli anni 70 e 80. Tutte le forze politiche isolino i violenti ed approvino il pacchetto sicurezza», scrive su X Tajani. E Salvini ci mette il carico: «Speriamo che gli arrestati non trovino un giudice buonista pronto a rimetterli in libertà». Per poi chiedere: «Subito il nuovo pacchetto sicurezza che prevede più tutele alle forze dell'ordine, e soprattutto l'obbligo di una cauzione per chi scende in piazza come proposto dalla Lega».

Dopo il tentativo fallito a settembre la proposta riaffiora: far pagare in anticipo chi organizza le manifestazioni. La Cgil non che reagire con durezza: è una proposta impropria e incostituzionale. «Che si fa? A chi non ha le possibilità economiche si toglie il diritto di manifestare?», commenta Lara Ghiglione, segretaria confederale. L’articolo 17 non ammette cauzioni: la libertà di riunione non si paga. Una proposta che aveva ricevuto forti dubbi anche da Forza Italia: «Di difficile attuazione. Bisognerebbe dimostrare che i violenti sono gli organizzatori. Oggettivamente non è quasi mai così», commentava mesi fa il portavoce nazionale azzurro Raffaele Nevi.

Una posizione che, fanno sapere gli azzurri, non cambia. Si anticipa così un altro fronte aperto con il Carroccio che chiede per bocca del sottosegretario all'Interno, Nicola Molteni. «Rapida approvazione di tutte le proposte avanzate dalla Lega».

Intanto l'ordine di scuderia di Palazzo Chigi è chiaro: spingere sul pacchetto sicurezza e colpire l’opposizione. Poco importa che la condanna alle violenze sia stata bipartisan e netta, dalla segretaria del Pd, Elly Schlein («violenza inaccettabile»), al leader del M5s, Giuseppe Conte. Schlein entra nel mirino del deputato di Fratelli d'Italia Federico Mollicone: «I violenti sono comunisti che vi votano e che voi tutelate».

«Affermazione da missino incallito», risponde il dem Dario Parrini. Punta invece alla giunta di Torino, guidata dal dem Stefano Lo Russo, Forza Italia. In una nota il ministro per la Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, chiede al sindaco non solo di prendere le distanze ma di mettere alla porta Avs: «Fuori l'assessore, fuori Avs dalla maggioranza».

Più preciso il senatore azzurro Roberto Rosso: «C'è un assessore che si chiama Rosatelli deve rimuoverlo immediatamente, Avs non può stare al governo del Comune». E proprio nei confronti di Jacopo Rosatelli, che Fratelli d'Italia presenterà al Comune la mozione di sfiducia.

Solidarietà agli agenti

Sugli agenti feriti non si fermano gesti di solidarietà. Mentre una delegazione del Pd si reca all’ospedale per una visita agli agenti, il capo della polizia Vittorio Pisani fa recapitare loro una lettera: «Grazie, il vostro impegno è garanzia di sicurezza e democrazia». Al momento sono tre gli arresti e ventiquattro i denunciati. Tra gli arrestati anche un ventiduenne, proveniente dalla provincia di Grosseto, individuato grazie ai filmati.

Intanto è annunciata da Meloni per oggi la riunione di maggioranza «per valutare le nuove norme del decreto sicurezza» che dovrebbero arrivare in Cdm già mercoledì. Molti i nodi da sciogliere. Quasi certa l’approvazione di uno scudo penale per gli agenti, nonostante diversi giuristi abbiano fatto notare che verrebbe così meno il diritto di difesa, sottolineando anche un difetto di incostituzionalità: se la legge è uguale per tutti, risulta difficile approvare una scriminante che valga solo per le forze dell'ordine.

In bilico il fermo di polizia preventivo di dodici ore che aveva già incontrato resistenze nella trattativa per lo sblocco del pacchetto sicurezza, prima che fosse proposto al Quirinale. Sulla guerriglia «organizzata», così definita da Arianna Meloni, restano in sospeso i dubbi sollevati dal segretario di Più Europa, Riccardo Magi: «Ci si interroga su come l'irrompere di questo “esercito nero” di antagonisti violenti provenienti da tutt'Europa fosse atteso da tutti e sia puntualmente avvenuto. È evidente che il ministro Piantedosi, tanto bravo a fare propaganda securitaria e a introdurre nuovi reati, lo sia stato molto meno nell’opera di prevenzione». Il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, ha già chiesto al governo una informativa sui fatti di Torino, prevista, probabilmente, martedì.

mercoledì 5 novembre 2025

La giustizia diseguale


Alessandra Algostino
Un giudice che rassicuri il potere

il manifesto, 5 novembre 2025

Leggi tiranniche già esistono, dalle norme che violano diritti in chiave razzista (esternalizzazione delle frontiere e demolizione del diritto di asilo) al diritto penale del nemico (dissenzienti, poveri e migranti) e altre ancora sono allo studio (per tutte, leggi che con il pretesto della lotta all’antisemitismo pretendono di disciplinare scuola e università). Ma al governo non basta: occorre assicurarsi anche un’esecuzione tirannica.

La riforma della giustizia mira a un giudice che garantisca la sicurezza del potere invece della sicurezza dal potere? Muoviamo dai fondamentali: la magistratura è un potere dello Stato, se pur connotato dall’essere diffuso, ed è anche un limite al potere. È un potere, ma insieme un contro-potere: lo è in quanto parte della separazione dei poteri e del loro equilibrio; lo è in quanto deputato a salvaguardare l’argine dei diritti dall’arbitrio, pubblico e privato; lo è in quanto controlla e presidia i confini del diritto.

Fondamentale, dunque, è la sua indipendenza, perché sia garante dei diritti e non oppressore. La revisione costituzionale, che, per inciso, ha seguito un iter dominato dal governo all’insegna del «credere, obbedire, approvare», mina l’indipendenza.

In primo luogo, ad indebolire la magistratura è la frammentazione degli organi e delle competenze attraverso lo sdoppiamento del Csm e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. In secondo luogo, non è fanta-Costituzione preconizzare che un pubblico ministero separato sia attratto nella sfera di influenza dell’esecutivo: separare per asservire (dato storico e comparato depongono in tal senso). In terzo luogo, il sorteggio secco, per scegliere i membri togati dei Csm, da un lato, esprime sfiducia e svilisce ciascun giudice ritenuto fungibile rispetto ad un altro, in uno con la denigrazione mediatica che da anni accompagna la giustizia; dall’altro lato, toglie voce alla varietà e complessità delle interpretazioni, depriva la ricchezza di visioni che attraversano la magistratura e la riflessione che scaturisce dal confronto, intaccando la rappresentatività. Quanto al sorteggio dei membri laici, mediato (sono estratti da una lista eletta dal parlamento), la mancata previsione di maggioranze qualificate li rende disponibili al continuum maggioranza-governo.

Infine, quanto all’Alta Corte, da segnalare è come il sorteggio per i membri togati sia ristretto su base gerarchica, connotando in senso verticistico la Corte, veicolando un potere piramidale in luogo di diffuso: ad essere intaccata, direttamente, è l’indipendenza interna, del singolo giudice nel corpo giudiziario, e, indirettamente, l’indipendenza tout court, aprendo ad influenze esterne sui giudici attraverso i vertici.

È una revisione non della Costituzione, ma contro la Costituzione, i suoi principi, la democrazia che essa disegna. È un tassello nella costruzione di un potere libero da catene, in primis quelle della Costituzione. E questo, nel contesto di una democrazia segnata dalla verticalizzazione del potere, attraversata da una militarizzazione crescente, come pulsione alla guerra e arruolamento nella logica amico/nemico; una democrazia svuotata da una rappresentanza asfittica e marginalizzata e sterilizzata da provvedimenti che reprimono il dissenso, dove l’«effettiva partecipazione» è sostituita dal principio di autorità.

Il diritto penale dell’amico veicola l’immagine dello Stato come ordine pubblico, dell’obbedienza dei sudditi, privilegiando le forze di polizia rispetto ad altre funzioni dello Stato (istruzione, sanità), la riforma della giustizia apre a un rapporto privilegiato fra il pubblico ministero e la polizia: indebolisce il giudice come contropotere e rafforza il giudice come oppressore. La figura del giudice oppressore è coerente con la metamorfosi della sicurezza sociale e dei diritti in sicurezza come ordine pubblico e con la sostituzione dell’orizzonte aperto del conflitto e della trasformazione con la repressione.

La giustizia diseguale o di segno autoritario, al servizio del potere, esiste anche oggi, ma rappresenta uno sviamento rispetto alla Costituzione e il giudice ha i presidi costituzionali necessari per muoversi nel solco della Carta fondamentale e della sua attuazione: se la sua indipendenza sarà minata saranno normalizzate distorsioni repressive e giustizia di classe.

Se la revisione passerà il vaglio del referendum, le vocazioni autoritarie e le mire egemoniche di un capitalismo senza freni avranno nuovi strumenti; sarà un ulteriore passo nello stravolgimento della Costituzione e nella costruzione del neoliberismo autoritario: un giudice pronto a perseguire i deboli e difendere i forti, a praticare una giustizia diseguale e a reprimere il dissenso.

Opporsi – il referendum è oppositivo, non confermativo – è un modo per agire contro la sicurezza del potere e per la sicurezza dal potere.

sabato 1 novembre 2025

Il Ponte sullo Stretto

Serena Sileoni
Perché sul Ponte sullo Stretto conviene ascoltare i giudici

La Stampa, 1 novembre 2025

La decisione della Corte dei conti sul Ponte di Messina è cronaca di un diniego annunciato. Un mese fa, la Corte aveva trasmesso al governo il suo parere sulla delibera Cipess contestata, nel quale individuava una serie di incongruenze e lacune di tipo procedurale e sostanziale, alcune molto serie, che non possono non aver messo il Governo in allerta. È in quel momento che, almeno a Palazzo Chigi e al Mit, il piano tecnico e quello politico si sono sovrapposti, impedendo ora anche solo una ricostruzione pacata della vicenda.

A costo di pedanteria, per capirla bisogna invece andare oltre lo scontro tra magistratura e politica, utile solo a titillare tifoserie già in curva. A luglio, la ormai famosa delibera approvava il progetto definitivo del Ponte. Si può dire, per intendersi, che sia stata la posa della prima pietra nel procedimento di costruzione dell’infrastruttura. In quanto atto di governo, è stata trasmessa prima della pubblicazione alla Corte dei conti, perché svolgesse il controllo preventivo di legittimità.

I principali atti di governo sono infatti sottoposti a questo controllo, col quale si verifica che non violino le leggi su cui si basano. Per questo si esercita sugli atti dell’esecutivo e non su quelli parlamentari. È del tutto pretestuoso e serve solo a fare confusione accusare quindi i magistrati contabili, come ha fatto Fratelli d’Italia, di aver usato due pesi e due misure col Ponte e il Superbonus, poiché questo venne approvato – ahinoi – con legge.

Alla fine di settembre, i magistrati contabili hanno formulato una serie consistente di osservazioni relative a incongruenze, carenze istruttorie tecniche e difformità del procedimento rispetto agli obblighi di legge. Tra queste, vi erano rilievi non rimediabili che evidenziavano forzature non superabili, a partire dalla verifica dei costi che avrebbe imposto al governo di indire una nuova gara secondo le regole di appalto, impedendogli di recuperare un affidamento precedente. La delibera, e con essa il procedimento a monte, sono indubbiamente complessi e complicati, ma questo e altri rilievi sono tali da far venire il dubbio che, pur nella difficoltà delle carte e delle procedure, qualche pasticcio sia stato fatto, come nella stima dei costi (calcolati senza quantificazione degli aumenti derivanti dalla revisione dei prezzi) e del traffico atteso, cioè del ritorno dell’investimento. Una soluzione, però, ci deve sempre essere. In effetti, di fronte al parere della Corte il governo poteva scegliere di ritirare in autotutela il provvedimento e rifare le cose con più ordine e cura; o aspettare che i nodi venissero al pettine per poi gridare “ahia! ”

Tra le due possibilità, Meloni e Salvini devono aver convenuto sulla seconda, magari per motivi non proprio identici. In comune, c’è stata probabilmente la constatazione che per trasformare una sconfitta in vittoria occorresse capitalizzarla politicamente. Resta il dubbio che alla Presidente del Consiglio un eventuale stop forzato e esterno sul Ponte convenga molto più che al vice Presidente del Consiglio. Meglio dare oggi la colpa agli altri che doversi addossare domani un possibile fallimento. Ad ogni modo, la Corte dei conti, scaduto il termine di legge per la risposta del governo, si è riconvocata per decidere definitivamente e lo ha fatto, a motivo della delicatezza della vicenda, in adunanza plenaria.

L’esito è cronaca di questi giorni: i magistrati hanno bocciato la delibera interrompendo quindi il progetto del Ponte. Anche se le motivazioni non sono ancora depositate, è possibile immaginare che non si discostino da quelle, note, del parere di settembre. Nel frattempo, il governo ha fatto esplodere il caso politico e nel dibattito pubblico sono ormai ininfluenti le ragioni giuridiche, completamente oscurate da una polemica accesa come diversivo rispetto al merito amministrativo e giuridico.

Non c'è da stupirsi che l’esecutivo abbia scelto questa strada. In Italia, pochi conflitti sono eterni e aspri come quello fra politica e giustizia. Serrare i ranghi delle proprie tifoserie, mentre su altri versanti (la riforma della giustizia) la magistratura adotta esattamente la stessa strategia, è tutto sommato una scelta razionale, almeno per Meloni. L’unico modo per evitare questa degenerazione della discussione pubblica non è chiedere che smettano di buttarla in cagnara, ma provare a esercitare un dovere di informazione serio e accorto, che provi a capire il merito delle cose tagliando la strada alle polemiche inutili. Solo così ci si può attendere che, la prossima volta, si facciano le cose per bene, dall’inizio.

giovedì 25 settembre 2025

L'appello contro l'assoluzione del marito picchiatore


Elisa Sola
Lucia Regna picchiata dall'ex, Procura impugna la sentenza di assoluzione
La Stampa, 25 settembre 2025

Le violenze denunciate da Lucia Regna «sembrano quasi delle condotte meritate». Non solo. Nella sentenza di assoluzione dell’ex compagno da uno dei reati contestati, i maltrattamenti, «c’è una critica costante, del tutto superflua, moralmente e giuridicamente inammissibile, alla decisione di una donna di separarsi dal marito e di denunciarlo per quanto patito». Sono alcune delle considerazioni scritte dalla pm Barbara Badellino nell’atto di appello contro la sentenza di primo grado. L’imputato, assolto dai maltrattamenti di cui ora la procura ribadisce la sussistenza, era stato condannato a 18 mesi per lesioni. Per avere, il 28 luglio 2022, spaccato il volto di Lucia, poi ricostruito in ospedale. Gli erano state concesse le attenuanti. Nelle motivazioni il giudice aveva scritto che Regna non è «attendibile». Che aveva «sfaldato un matrimonio». Mentre l’ex, invece, si sentiva «vittima di un torto», perché lei aveva un altro. «Un sentimento molto umano e comprensibile per chiunque», aveva precisato il giudice. 

Espressioni che la procura adesso contesta e condanna. La pm Badellino aveva chiesto quattro anni e mezzo di reclusione per l’imputato, ricostruendo anni di presunte umiliazioni e violenze, testimoniate anche dai familiari di Regna. Eppure, così scrive nell’appello la magistrata, «il tribunale ha gravemente e forse pretestuosamente travisato le prove acquisite». Traendo, riguardo ai maltrattamenti, una «conclusione erronea e contrastante con le risultanze istruttorie, oltre che motivata in maniera aprioristica e volutamente parziale». In sostanza, scrive la pm, l’esame è «viziato da un preconcetto». «Tutto viene giustificato e inquadrato - sottolinea - nella “umanamente comprensibile reazione” (era questa la frase scritta dal giudice nelle motivazioni della sentenza di assoluzione, ndr) alla dissoluzione dell’unione familiare voluta e causata dalla persona offesa!!!». I tre punti esclamativi non sono un refuso. Sono stampati nella seconda pagina dell’appello.

E sono seguiti da queste valutazioni della pm: «Il giudice legge volutamente quanto dichiarato da Regna in maniera parziale e orientata». «Anche rispetto agli appellativi rivolti al figlio (“coglione”) il tribunale decide che si trattasse di “affermazioni scherzose”». E ancora: «La ritenuta credibilità dell’imputato si basa sul nulla o forse (sarebbe terribile) sulla sostanziale condivisione e giustificazione del suo rancore per la rottura del matrimonio voluta dalla moglie e per la “colpa” della stessa di avere iniziato una nuova relazione». «La brutale aggressione subita dalla Regna, e che non si limita a un solo pugno, viene spiegata e quasi compresa dal tribunale, come reazione un po’ eccessiva». In sintesi: «La violenza fisica e verbale messa in atto sembrano quasi delle condotte meritate».

Infine, in un’integrazione all’appello, la procura mette nero su bianco questa dichiarazione: «Si dissente profondamente non solo dall’impianto della sentenza che ha in maniera quasi scientifica sminuito le dichiarazioni della persona offesa, leggendole con preconcetto e senza calarle nella normale realtà processuale, ma anche e soprattutto sulle valutazioni, assolutamente superflue e non necessarie per motivare l’assoluzione del delitto di maltrattamenti di cui tutta la sentenza è farcita e permeata». Il giudice lascia trasparire «avversione» verso la donna, precisa la pm, «esprimendo una implicita (neanche tanto) critica nei suoi confronti» solo perché voleva separarsi. Concetti e parole «inaccettabili».

https://machiave.blogspot.com/2025/09/colpire-si-puo.html

mercoledì 17 settembre 2025

Le giudici di Milano


Alessandro Scandurra


Le critiche del tribunale del riesame all’inchiesta sull’urbanistica di Milano

Espresse in modo molto perentorio nelle motivazioni della revoca degli arresti domiciliari dell'indagato Alessandro Scandurra

Il Post, 17 settembre 2025


 Le giudici del tribunale del riesame, l’organo che si occupa di validare o annullare le misure di custodia cautelare, hanno depositato le motivazioni della revoca degli arresti domiciliari per Alessandro Scandurra, ex membro della commissione per il paesaggio del comune di Milano, nell’ambito delle inchieste sull’urbanistica. Scandurra era accusato di concorso in corruzione e false dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie o di altri. Gli arresti domiciliari per Scandurra erano stati revocati ad agosto, così come anche le misure cautelari disposte per tutti e cinque gli altri indagati nell’ambito dello stesso filone di inchiesta.

Secondo le giudici del tribunale del riesame Paola Pendino, Francesca Ghezzi e Vincenza Papagno, mancano indizi gravi della presunta colpevolezza di Scandurra e le argomentazioni del gip, il giudice per le indagini preliminari che aveva disposto le misure cautelari, «non convincono». Nelle motivazioni si legge che la «semplificazione argomentativa» è «svilente» e che «non risulta adeguatamente illustrata la genesi del patto corruttivo».

Il tribunale del riesame può decidere di revocare le misure cautelari per diversi motivi, come l’insufficienza di esigenze cautelari (per esempio perché non c’è il rischio di fuga o di reiterazione del reato), la mancanza di gravi indizi di colpevolezza, oppure perché ci sono stati errori procedurali. In questo caso le giudici hanno motivato la decisione con l’assenza di gravi indizi di colpevolezza, ed è un fatto rilevante. Non sono ancora state rese note invece le motivazioni per la revoca delle misure cautelari per gli altri cinque indagati nella stessa inchiesta: Manfredi Catella, il presidente del gruppo immobiliare Coima; l’ex assessore alla Rigenerazione urbana di Milano Giancarlo Tancredi; Giuseppe Marinoni, ex presidente della commissione comunale per il paesaggio, e l’architetto Federico Pella. Così come quelle della revoca della misura di custodia cautelare in carcere per Andrea Bezziccheri, socio e amministratore della società immobiliare Bluestone.

Le giudici del tribunale del riesame hanno espresso il loro scetticismo nei confronti del giudizio del gip (che aveva applicato le richieste della procura) in modo enfatico, aggiungendo tra l’altro parentesi molto eloquenti: «alla luce dei fatti [quali?], delle tempistiche [quali?] e del decorso delle varie pratiche [quali?]», o ancora «stante l’inequivoco tenore delle parole profferite [quali?] e dei comportamenti tenuti [quali?]».

Una delle accuse rivolte a Scandurra in particolare è in riferimento ai suoi rapporti con Manfredi Catella, presidente del gruppo immobiliare Coima. L’ipotesi di concorso in corruzione formulata dalla procura dipenderebbe infatti da alcune consulenze che Coima aveva pagato a Scandurra come architetto, prima che lui si esprimesse a favore dei suoi progetti come membro della commissione paesaggio. Inoltre secondo l’accusa Scandurra avrebbe ricevuto da Coima un pagamento non giustificato da 22mila euro.

Per le giudici però il pagamento era in realtà giustificato dagli incarichi svolti da Scandurra e non è chiaro «sulla scorta di quali evidenze il gip abbia ritenuto che i progetti siano stati affidati a Scandurra in ragione della sua funzione pubblica». Per Pendino, Ghezzi e Papagno non c’è quindi «alcuna prova del patto corruttivo».

Scandurra era anche accusato di false dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie o di altri per essersi espresso in quanto membro della commissione per il paesaggio su progetti di Coima, pur avendo svolto degli incarichi per il gruppo immobiliare come libero professionista ed essendo quindi in conflitto d’interessi. Le giudici hanno fatto notare che il regolamento edilizio del comune era stato modificato col divieto ai membri della commissione di esprimersi sui progetti delle aziende per le quali avevano svolto attività di consulenza solo successivamente. Secondo le giudici il recepimento del nuovo regolamento non sarebbe stato immediato e «non si evince da alcuna delle evidenze investigative che Scandurra fosse consapevole di un dovere di astensione di portata più ampia».