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martedì 29 settembre 2026

Magia e civiltà

 


Nel 1962 Ernesto de Martino curò un’antologia di scritti sulla magia per una collana divulgativa delle edizioni Garzanti. La magia era stata fino ad allora al centro dei suoi lavori etnologici e storico-religiosi, da Il mondo magico alle ricerche sulle culture subalterne del Mezzogiorno. Il suo approccio al tema fu dunque tutt’altro che banalmente divulgativo: costruì piuttosto una profonda e originale cornice di riflessione basata sul ruolo che la magia – o meglio, la polemica antimagica – ha avuto nella storia della civiltà occidentale. Quando parliamo di magia non possiamo non tenere sullo sfondo i vari momenti di questa storia che, dal Rinascimento alla rivoluzione scientifica, dall’Illuminismo al moderno storicismo, ha costruito un’idea di razionalità come contrapposta alla magia.

Nel raffrontarsi alla magia degli “altri”, l’etnologia ha riprodotto implicitamente una serie di pregiudizi polemici che rischiano di produrre distorsioni etnocentriche. Oppure, nel tentativo di sfuggire ai pregiudizi, ha intrapreso la strada del relativismo e dell’irrazionalismo, cedendo di fronte ai “prestigi” della magia e giustificando un suo cattivo ritorno. In questa chiave de Martino comincia con il presentare due studi storici di Eugenio Garin e Paolo Rossi, rispettivamente sulla magia naturale del Rinascimento e sulla rivoluzione scientifica, e allinea poi estratti di antropologi, psicologi, filosofi che hanno affrontato in vario modo la comprensione della magia, oscillando fra i due estremi della sua condanna e della resa di fronte al fascino di un pensiero precategoriale. Sono presentati brani di James Frazer, Émile Durkheim, Lucien Lévy-Bruhl, Ernst Cassirer, Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Jean Piaget, Mircea Eliade, Robert Volmat, Bronislaw Malinowski, Claude Lévi-Strauss, Adolf E. Jensen e dello stesso de Martino. Si tratta di un testo fondamentale sia per capire l’evoluzione del pensiero di de Martino, sia come punto di partenza per ogni possibile riflessione contemporanea sulla magia.

Da tempo fuori edizione, Magia e civiltà viene qui ripresentata con una introduzione di Fabio Dei, che ricostruisce il contesto della sua composizione e i rapporti di de Martino con gli autori antologizzati; e con un saggio di Martino Rossi Monti che discute, anche sulla base di documenti e epistolari inediti, le relazioni tra de Martino, Eugenio Garin e Paolo Rossi. (presentazione editoriale)

Ernesto de Martino. Etnologo e storico delle religioni, è oggi unanimemente annoverato fra i grandi intellettuali del Novecento italiano. Tra le sue opere più note vi sono Il mondo magico (1948), Morte e pianto rituale (1958), Sud e magia (1959), La terra del rimorso (1961), La fine del mondo (postuma, 1977), tutte recentemente riedite presso Einaudi. La collana Demartiniana, a cura dell’Associazione internazionale Ernesto de Martino e inaugurata dal presente volume, si propone di rendere accessibili testi (sia suoi che di studiosi a lui vicini) altrimenti irreperibili, di pubblicare documenti inediti e studi di interpretazione del suo pensiero.

 e il mondo continua a essere magico
Antropologia sociale. In Occidente la magia è vista come segno di impotenza e atto malsano, per il grande Ernesto de Martino si riproduce di continuo in rituali pubblici e cerimonie collettive

Stefano De Matteis
Il Sole 24ore, 27 settembre 2026

Magia e civiltà uscì da Garzanti nel 1962, nella sezione antologie della collana La cultura moderna: copertina rigida telata con strisce verde pastello e sovraccoperta grafica. Da allora ha avuto numerosissime ristampe: da Strumenti di studio fino alla universale degli Argomenti. È da considerare l’ultimo libro di Ernesto de Martino, in cui vuole «contribuire alla storia del concetto di magia nella civiltà occidentale», dalla polemica cristiana contro il paganesimo a quella della Nuova Scienza contro la magia cerimoniale e poi il Rinascimento e Bacone, la filosofia e le interpretazioni psicologiche di Freud e Jung, ma anche Eliade, Piaget e Volmat, fino all’etnologia delle cosiddette società primitive con Malinowski e Lévi-Strauss… per chiudere con uno spaccato sulla magia lucana estratto dal suo Sud e Magia.

L’intento non è di analizzare i pregiudizi occidentali contro la magia, semmai quello di evitare di proiettare «acriticamente in determinati fenomeni culturali extraeuropei i problemi, le scelte, e i significati che appartengono esclusivamente alle singole epoche della storia interna della civiltà occidentale». Per riuscirci propone di orientare le ricerche verso la magia extraeuropea, in modo che esse includano «la metodica presa di coscienza dei vari momenti della polemica antimagica dell’Occidente». Costruendo così un metodo che permette di tenere a bada il rischio etnocentrico della proiezione «del nostro nell’altrui», in modo da trovare nuove risposte, non per loro, ma soprattutto per noi in un confronto che sia rigenerante. E questo grazie alla comparazione e al confronto, inedito soprattutto per la nostra civiltà che «ha scelto la fedeltà alla ragione e alla storia: non nel senso dogmatico di una scelta avvenuta una volta per sempre in una data epoca, ma nel senso di una scelta che viene sempre di nuovo rimessa in causa, provata e riprovata, modificata e corretta, o addirittura reinterpretata in una nuova luce, via via che mutano le situazioni storiche particolari… La verità è che per le tradizioni culturali non esistono casseforti blindate custodite in banche che non possono fallire: e per quanto concerne la tradizione occidentale sussiste sempre il pericolo che la sua polemica antimagica si attenui e vada perdendo memoria di sé, sino al punto che, nell’oblio, la stessa civiltà occidentale smarrisca per sempre il proprio telos».

Temi ripresi nelle brevissime conclusioni, molto intense, che rimandano alla necessità di inserire la magia «in una dinamica culturale più vasta» che tenga conto delle diverse forme delle società, delle crisi che queste vivono, delle ricadute individuali di affrontare il rischio del vivere con quel foltissimo patrimonio di comportamenti tecnico-razionali che vengono elaborati per difendersi: e qui il tema della crisi della presenza fa da sfondo operativo. Il tutto anche da leggere all’interno di un orizzonte mitico dove la parola e il gesto ritualizzano, e in relazione ai valori che, anche tramite il mito, permettono la reintegrazione. Certo, l’Occidente ha scelto la strada della consapevolezza, del prestigio morale, della poesia, della scienza e della vita democratica e quindi la magia è vista come impotenza, atto malsano e deludente, servitù inaccettabile. Solo che quel processo e quella «scelta non è conclusa», quindi la magia si riproduce di continuo e in forme diversificate in rituali pubblici, in esternazioni cerimoniali collettive inattese, nel culto della personalità, nella mancanza di una ritualità laica… e in quest’orizzonte la nostra civiltà cerca (ancora oggi, potremmo dire) scelte e soluzioni “civili” rette da responsabilità sociale «senza alcun concorso di dèi o soccorso di destini da leggere nelle stelle».

Un libro pensato anche con intenti divulgativi, e forse per questo motivo non è stato accolto tra le pubblicazioni einaudiane che hanno riproposto buona parte delle sue opere: da Il mondo magico, di cui purtroppo rimpiangiamo l’introduzione di Cesare Cases che Renata Colorni volle nel 1972, alla Terra del rimorso. E, da ultimo, l’inspiegabile ripresa di una antologia del 1995, uscita con il titolo Storia e metastoria, che con magia accademica e consenso editoriale è ripresentata, con l’aggiunta di qualche saggio, come una novità: La storia velata.

Intanto Magia e civiltà, cancellandone il carattere “popolare”, viene utilizzato per inaugurare “Demartiniana”, una collana di studi accademici e universitari edita dalle edizioni del Museo Pasqualino di Palermo (introduzione di Fabio Dei e una interessante postfazione di Martino Monti Rossi sugli archivi di Ernesto Rossi e Eugenio Garin).

Per fortuna l’estero presenta molte sorprese nell’interesse per il nostro storico delle religioni: è stato pubblicato in russo e sono in preparazione le sue opere in portoghese. A parte l’orrenda traduzione de Il mondo magico esistono in inglese anche La terra del rimorso e Sud e magia, tradotti da Dorothy Zinn che, da antropologa, ha avuto una puntuale accortezza lessicale, anche se purtroppo non riesce a restituirne il linguaggio, forse perché, come scrive, reputa il suo «italiano elegante ma superato».

Dobbiamo invece ringraziare Ulrich Van Loyen, che è riuscito a rispettare non solo il rigore originale ma, come fanno i traduttori, a trovare una lingua che renda in tedesco le articolazioni linguistiche demartiniane, traducendo Il mondo magico e, ora in libreria, Simbolo, furore, valore per Matthes & Seitz di Berlino.

Ernesto de Martino, Magia e civiltà, Edizioni Museo Pasqualino, pagg.238, s.i.p


sabato 4 luglio 2026

Moravia intellettuale e artista

Massimo Raffaeli
Alberto Moravia, mettendo in gioco il proprio umanesimo

il manifesto, 30 giugno 2026

«Se è vero, come ci è stato insegnato, che un esplicito mandato sociale agli scrittori è via via venuto meno in Occidente all’indomani del secondo conflitto mondiale, è vero altrettanto che per tutta un’ulteriore stagione gli scrittori hanno mantenuto sia un profilo intellettuale di spiccato rilievo, sia marcati interessi d’ordine storico-politico, spesso tali da segnarne le opere in senso militante e nei modi di un esplicito engagement».

Si è sottratto ad un coinvolgimento diretto (troppo spesso, specie nel dopoguerra, mutatosi in altri nel fiancheggiamento propagandistico) e però ha serbato costante attenzione ai fatti della Polis uno dei maggiori romanzieri del secolo scorso, Alberto Moravia (1907-1990), cui ora viene dedicato un profilo che mancava alla sua foltissima bibliografia, Secondo Moravia. Letteratura, politica, impegno (Paolo Loffredo, «Mosaic», pp. 232, euro 24,50): lo firma un giovane studioso di Roma Tor Vergata, Jody Gambino, e lo presenta un moraviano di lungo periodo, Raffaele Manica, che subito individua nell’autore de Gli indifferenti la costitutiva compresenza di critico e di romanziere precisando, comunque, che «quel critico non sarebbe lo stesso se non facesse tutt’uno col romanziere».

È MORAVIA STESSO a sentire da sempre quella che non è affatto una scissione bensì una precisa distinzione, la medesima che intercorre fra l’intellettuale e l’artista. A quest’ultimo da lui è classicamente riservata la funzione inventiva/espressiva e al primo, viceversa, quella cognitiva. Agli occhi dello scrittore (e ciò lo distingue da non pochi coetanei: qui basti pensare all’un tempo celeberrimo Vasco Pratolini) l’intellettuale è l’erede dei philosophes, il suo compito è interrogarsi senza pregiudizi sullo stato di cose presenti mentre all’artista spetta la nuda espressione della realtà e delle dinamiche che, interagendovi, la rendono viva.

Si potrebbe anche dire, ricorrendo a una formulazione molto spiccia, che nei sessant’anni in cui dispiega la sua opera imponente (dove trovano posto non soltanto i capolavori narrativi fra cui il romanzo d’esordio, Agostino, Racconti romani, La noia, La vita interiore, ma una quantità di saggi, reportage, testi teatrali e cinematografici), Moravia ad ogni passaggio di fase mantiene la coerenza dell’intellettuale illuminista e dello scrittore realista. Avvalendosi di una tradizione critica da tempo consolidata (si pensi ai lavori biografici di Renzo Paris, Oreste del Buono, Enzo Siciliano, Alain Elkann, e all’impegno editoriale di studiosi – per stare ai recenti e filologicamente più attrezzati – quali Simone Casini e Alessandra Grandelis che ne garantiscono a cadenza curatele e riproposte da Bompiani), Gambino scandisce il suo studio per cronologia a partire dal rapporto dello scrittore con il regime fascista cui rimase del tutto estraneo (alcune sue lettere a Mussolini e Ciano dove rivendicava – lui discriminato e braccato dalla polizia fascista – semplicemente il diritto a lavorare vennero a suo tempo strumentalizzate per montare un caso di svergognato «revisionismo») fino a doversi nascondere disperato e braccato insieme con sua moglie Elsa Morante, tra la promulgazione delle leggi razziste e l’occupazione tedesca, per avere salva la vita.

E si deve proprio a Moravia, antropologo della borghesia italiana, il primo romanzo che abbia interrogato nel profondo la radice insepolta del fascismo, Il conformista (’51) capolavoro non sempre come tale valutato che ebbe una smagliante versione cinematografica a firma di Bernardo Bertolucci. Peraltro, sotto il fascio, prima che i cugini Rosselli, suoi amici intimi furono grandi figure di intellettuali liberalsocialisti come Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte e qui va ancora ribadito che Moravia non fu né un comunista né un fiancheggiatore dei comunisti ma, semmai, un loro costante interlocutore.

Si definiva apertis verbis marxista (e freudiano, ovviamente, perché Marx e Freud erano per lui i due massimi demistificatori), poteva sentire vicino l’amico Renato Guttuso ma era agli antipodi di un Maria Alicata, che fu un intelligente critico letterario e però uno stalinista mai redento. Non è un caso che il lavoro di Gambino si concentri sulla lunga stagione del dopoguerra a partire dal saggio celeberrimo e dal titolo kantiano, L’uomo come fine, dove lo scrittore focalizza la propria visione del mondo e gli strumenti del suo impegno intellettuale ricorrendo alla classica nozione di umanesimo. (E lo ribadirà fino alla fine come testimonia già nel titolo Impegno controvoglia. Saggi, articoli, interviste: trentacinque anni di scritti politici, a cura di Renzo Paris, Bompiani 1980).

SONO PERALTRO GLI ANNI della Guerra fredda, del maccartismo e della invasione sovietica dell’Ungheria, della messa all’Indice delle sue opere da parte della Chiesa cattolica, della fondazione con Alberto Carocci di una rivista che per l’apertura grandangolare e antidogmatica in tutto gli somiglia, «Nuovi Argomenti», dell’amicizia a vita con Pier Paolo Pasolini e insomma gli anni della sua piena maturità d’autore, quando scrive con amarezza: «L’umanesimo è il grande sconfitto di questa prima metà del secolo».

Ciò nonostante, se da un lato la sua narrativa continua a vibrare a presente (è del 1978, acme del decennio antagonista, l’uscita di un romanzo non ancora letto come meriterebbe, La vita interiore), Moravia mette in gioco il proprio umanesimo e si confronta apertamente sia con le lotte studentesche (pure se è fischiato alla Sapienza, non riesce a reprimere un moto di istintiva simpatia) sia, nel pieno degli anni settanta grazie anche alla compagna Dacia Maraini, con il movimento delle femministe. Non si riconosce nelle posizioni «corsare» dell’amico Pasolini, cui pure dedica una straordinaria orazione funebre, ma i suoi ultimi anni, quando nel 1984 viene eletto da indipendente del Pci al Parlamento europeo, sono allarmati dal pericolo incombente del disastro nucleare.

MESSO INSIEME dall’amico Renzo Paris, ne esce nel 1986 uno dei suoi libri più tesi e più belli, L’inverno nucleare (riproposto da Bompiani, nel 2022, a cura di Alessandra Grandelis) dove prende la parola nemmeno più da intellettuale umanista ma, nell’imminenza del pericolo rimosso dal senso comune, da semplice membro della specie umana. Qualcosa di leopardiano anima le le sue pagine estreme, vale a dire la necessità di dire tutto senza infingimenti e badando come sempre alla nuda verità, rigettando gli interessi dei potenti della terra così come i molti alibi di un pensiero incosciente e asservito.

È questo il testamento dove agisce per un’ultima volta ciò che Jody Gambino, in conclusione del suo studio, individua come eredità di Alberto Moravia: «La metodicità, l’illuministico sforzo interpretativo, l’urgenza di interrogarsi continuativamente, il pensiero libertario, il lavoro artistico per giungere a un’autentica comprensione della realtà».

Furio Colombo
Alberto Moravia L'arte libera ciò che è represso, la sua funzione è essere antisociale

La Stampa Tuttolibri, 28 ottobre 1975

Tu continui a scrivere romanzi e racconti quando tutti dicono che il romanzo è morto, che la gente vuole verità, che persino i bambini vogliono i fatti, la rappresentazione realistica della vita piuttosto che della favola. Eppure tu, ogni mattina, ti metti al tuo tavolo di lavoro, e ogni giorno produci un racconto oppure alcune pagine di un tuo romanzo. Come ti vedi, nel mondo che hai intorno, nelle librerie piene di saggi e saggetti che sembrano offrire la verità (non l’immaginazione) su ogni cosa, in un mondo deciso da un lato a fare a meno della fantasia, dall’altro a superare l’immaginazione con fatti incredibili? E come ti vedi rispetto a coloro che dicono che gli intellettuali devono partecipare alla costruzione di un mondo nuovo, non chiudersi nella zona privata di creatività personale?

«Mah, io dico che l’arte ha una sua funzione sociale che è... di essere antisociale. Voglio dire questo: l’arte esprime ciò che è represso. Ciò che viene represso non è un contenuto - mettiamo una storia, un’idea - è il giro stesso di una frase, il nodo del parlare, dell’esprimersi, dunque del raccontare. È lo stile, l’originalità del modo di esprimersi (la forma cioè) che conta e che svela l’inconscio. Questo è un compito o un lavoro, o una vocazione, o qualcosa di inevitabile, che accade allo scrittore da solo, separato dal resto dei suoi doveri o dei suoi impegni sociali. È il lato “antisociale” della sua vita. Ma compiendo questo atto antisociale, sblocca la repressione, dunque fa una cosa, positiva, grande, forse. Certo importante».

Allora scrivere è importante anche socialmente, nonostante questa tua dimostrazione a rovescio?

«L’arte ha la funzione del sogno. Non si può sognare collettivamente, o in pubblico. Ma senza sognare si muore».

Ci sono paesi che vivono praticamente senza arte e senza letteratura. Che la rifiutano nel senso privato e “anti-sociale” di cui tu hai parlato. Per esempio la Cina che concepisce solo il rito collettivo, pubblico e sociale, e si disinteressa dell’ispirazione intima e privata.

«Una società nuova è sempre repressa. I puritani americani ci hanno messo duecento anni per avere un po’ di arte, di letteratura e di poesia. Tutte le società nuove, così intensamente creative nelle loro inedite strutture sociali (la prima America, la Cina di oggi) possono solo avere un’arte “vittoriana”. Cioè “un’arte che dice altro”, che devia deliberatamente da ispirazioni personali e profonde e illustra temi pubblici e “permessi”, per ragioni pubbliche e di convenienza comune».

Ma ci sono altri modelli di creatività, individuale e collettiva. Per esempio il realismo socialista.

«Il realismo socialista è fallito. Perché fallito? Perché è un doppione delle istituzioni sociali, reprime e non libera. È come la polizia. È un’arte anti-sociale in quanto non è anti-sociale. Lo so che non è chiaro. Voglio dire: rifiuta di lasciar compiere lo sforzo individuale di liberazione, che in sé è anti-sociale, perché privato. Ma questo atto alla fine è liberatorio perché svela ciò che non è svelato».

In che cosa trovi i segni di questa «antisocialità» del realismo socialista?

«Nella scrittura, nello stile. È uno stile piatto, logico, la sua evocazione immaginativa (ma sarebbe meglio dire “illustrativa”) al massimo tira in ballo il kitsch. Nello stile si vede la repressione».

Prendiamo il problema del tuo lavoro da un altro punto di vista. Quello del capitalismo “maturo” delle società colme di informazioni, cariche di comunicazioni di massa. Tutto ciò non rappresenta una specie di schermo di piombo, un ostacolo, un impedimento alla libera creatività del narratore e del poeta? Non c’è un assedio, percettivo, visivo, sonoro, fisico, della realtà intorno all’immaginazione? Non può essere un assedio mortale?

«L’informazione non ci dice mai niente che non si sappia già. La sua funzione, indispensabile com’è, ricorda quella dei maestri di scuola. I maestri sono utili, chi lo nega? Ma essi non svelano il mondo. Non fanno che confermare al bambino ciò che il bambino sa già. Il vero informatore è l’artista. Che cos’è un complotto, una cospirazione? Me lo può dire un’inchiesta giornalistica oppure Dostoevskij? L’importante è leggere I Demoni. Il resto è questione di quantità, di dettagli. L’informazione è l’arte. Il resto è divulgazione».

Tu perché scrivi?

«Io scrivo per vocazione, ho cominciato a narrare prima di saper scrivere. Mi raccontavo storie ad alta voce. Se è vero che la letteratura è nata prima della scrittura, come esperienza orale, bene, questo è il mio caso. Una volta imparato a scrivere, ho scritto per anni senza punteggiatura. Solo trattini. Mi regolavo secondo il suono, l’orecchio. Ne Gli indifferenti ho messo a posto la punteggiatura dopo, a lavoro ultimato. La prima versione era come un telegramma, tante lineette fra le parole. Come scrittore, io sento chiaramente che sono subordinato alla vocazione del narratore. Devo scrivere (ho dovuto imparare a scrivere) per poter narrare. Sono due cose diverse. Ci sono bravi scrittori che non sono buoni narratori, o non sono narratori affatto. Quello che sostiene il narrare è la costruzione delle strutture, dei blocchi di narrazione. Una vera narrazione è fatta così, costruita su certe strutture. Io credo di essere un buon narratore perché mi riesce di costruire quelle strutture che servono al mio racconto. La scrittura, poi, cioè la stesura, la disposizione letteraria della narrazione e dei suoi blocchi, è una grande fatica artigiana. Io sapevo narrare. Ma ho imparato a scrivere. Faccio un esempio. Leon Battista Alberti è nato scrittore, prosatore. Io sono nato narratore. Sono due cose diverse.

Se devi indicare dei nomi degli uni e degli altri narratori e scrittori?

«Nel passato è facile. Manzoni, Nievo, Svevo, Tozzi, Verga. Sono tutti narratori nati».

E adesso, fra i tuoi contemporanei?

«La Morante, Cassola, sono narratori. Bassani è scrittore. Soldati ha molta grazia di scrittore ma è anche un narratore. La Ginzburg non narra. La Capria è più narratore che scrittore. Arbasino, che è certo scrittore, ha avuto dei forti momenti di narratore, ne La bella di Lodi o Le piccole vacanze».

Che cosa è cambiato nello scrivere e nel narrare, tanto da far dire che il “romanzo è morto” o “è in crisi”?

«Il romanzo è nato come rappresentazione esclusiva della vita sociale. Cacce, miti, duelli, creditori, “Rosso e Nero”, sappiamo mai niente delle motivazioni interiori dei personaggi e della vita che si svolge nei grandi romanzi? Solo la vita sociale. Anna Karenina si uccide perché la società la disapprova, non per una angoscia interiore. Il romanzo moderno è vita interiore. Ti immagini Rastignac che compie un atto triviale, come andare al gabinetto, o riflette su un tormento privato? Flaubert ha fatto la scoperta del quotidiano. È la scoperta della sua Bovary, che vede il quotidiano come qualcosa di malefico e non lo può sopportare. Infatti ne muore. Con Joyce il quotidiano diventa comico e positivo. Leopold Bloom è il nuovo eroe del quotidiano. L’esplosione dell’inconscio come materiale narrativo arriva con Dostoevsij. Con una grande e inedita operazione, Dostoevskij ha preso il materiale dei Misteri di Parigi e li ha immersi nel groviglio della vita interiore. Quale altro sviluppo può venire dopo? Il romanzo come strumento di conoscenza. È quello che ha fatto Proust. Prima di Proust, nella storia del romanzo c’è un blocco. I personaggi sono paralizzati. Proust scopre il romanzo-saggio, il romanzo come rapporto sulla conoscenza di un mondo».

E ora da dove verrà il nuovo? Dalla scienza o dall’arte?

«Le attività umane vanno avanti insieme. Proust e Bergson sono contemporanei. Io non credo alle “due culture”. Narrare è una attività primordiale. Tutte le attività legate alla natura durano quanto la natura».

Come rivedi la tua vita, ripensandoci?

«Gli ultimi anni sono stati, sono per me i migliori. Il fascismo era orrendo. Non condivido questo nuovo luogo comune: che il dopoguerra o la DC sono stati “come il fascismo”. La libertà è una cosa molto importante. Ogni giorno mi sveglio e penso: non c’è il fascismo».

Di che cosa hai paura?

«Che venga qualcosa che nessuno si aspetta».

lunedì 22 settembre 2025

Un rito di passaggio


Mattia Ferraresi
Più che un funerale, un rito di passaggio. Con la morte di Kirk il trumpismo entra nella fase apocalittica

Domani, 22 settembre 2025

Le 200mila persone radunate a Glendale, in Arizona, non hanno soltanto reso l’ultimo omaggio a Charlie Kirk, ma hanno partecipato a un rito fondativo. Nello stadio che ha ospitato il debutto del leggendario Eras Tour di Taylor Swift, trasformato per l’occasione in una megachurch politica, il movimento Maga ha organizzato un funerale che ha superato in solennità e concentrazione di autorità persino le esequie di stato.

Il centro del memoriale è stata naturalmente la vedova, Erika Kirk, che ha preso la guida dell’associazione Turning Point ma, soprattutto, ha abbracciato il ruolo di custode spirituale dell’eredità del marito, ucciso in circostanze che invita a leggere con gli occhi della profezia e delle cose ultime. Schermi giganti, cori rituali, folla oceanica: nell’adunata dell’Arizona non era facile cogliere il confine fra l’elaborazione del lutto privato e l’affermazione pubblica di forza.

AFP
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Gli snodi del trumpismo


L’evento segna simbolicamente il passaggio alla fase apocalittica del trumpismo. Fin dall’inizio, l’universo Maga non ha conosciuto uno sviluppo lineare o un progressivo consolidamento istituzionale. Si è mosso per accelerazioni improvvise, scosse che ridefiniscono il campo politico e simbolico.

EPA
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Uno di questi snodi è stato il 6 gennaio 2021, quando l’assalto al Congresso ha incoronato Trump e il suo movimento come vittime di un grande imbroglio di sistema, imponendo una risposta di tipo insurrezionale. Un altro è stato l’attentato a Donald Trump a Butler, in Pennsylvania, che ha alimentato la percezione del leader come figura assediata dall’odio del mondo miracolosamente salvata dalla provvidenza per guidare il paese. La cerimonia per Kirk si aggiunge a questa serie di eventi-catalizzatori, che imprimono al movimento nuove velocità e nuove forme.

La palma del martirio

Kirk non era soltanto un attivista. Con Turning Point Usa aveva costruito un’infrastruttura militante, una macchina di propaganda e reclutamento tra i giovani, un network che univa college, social media e think tank. Non a caso, prima della cerimonia, Trump lo ha ricordato come un «grande uomo. Aveva un forte legame con i giovani perché lo amavano, lo rispettavano»

La sua morte, celebrata nello stesso luogo che per la cultura pop ha rappresentato l’apice della consacrazione globale, è stata trasformata in parabola politica e visione millenarista, e nel profluvio di invocazioni, sermoni e versetti è stata consegnata al giovane ucciso la palma del martirio.

Questo passaggio ha un significato preciso. Il trumpismo fino a oggi si è nutrito soprattutto di un linguaggio di rivalsa e restaurazione. Con questo monumentale commiato funebre, la retorica prende più chiaramente toni escatologici. Non più soltanto il recupero di un passato perduto, ma la lotta ultima contro le forze del male: le élite globali, l’ideologia progressista, sinistra. Ma soprattutto i media.

La mutazione

La morte di Kirk corrisponde a una rivitalizzazione dell’attacco alla libertà di espressione, lanciato in spregio alle precedenti prediche sul free speech perché lo sparo del nemico autorizza a rispondere con il fuoco.

Erika Kirk in un’intervista al New York Times – le prime parole dopo il videomessaggio pubblicato dopo l’assassinio – ha detto che non vuole essere lei a chiedere la pena di morte per l’omicida. Non vuole che Gesù, dopo la sua morte, le impedisca di riunirsi a Charlie per avere invocato una vendetta occhio per occhio. «Lascio che il governo decida», ha spiegato. E da subito Trump ha chiarito in quale esito spera l’amministrazione.

EPA
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La spettacolarità del funerale è un segno esteriore della strategia: generare immagini, moltiplicarle, trasformarle in meme e simboli che circolano ben oltre i confini della comunità Maga. Con il rito di passaggio il movimento sancisce la propria mutazione. Dal populismo revanscista si passa alla preparazione per battaglia della fine dei tempi, in cui ogni perdita diventa occasione di mobilitazione, ogni ferita un segno di elezione. È un processo che non ha bisogno di coerenza programmatica, ma vive di eventi traumatici che, come pietre miliari, segnano un nuovo pezzo del cammino.

giovedì 3 luglio 2025

L'Iran al di là delle semplificazioni


Fariba Adelkhah, antropologa: “La visione occidentale della società iraniana, binaria, ignora la sua realtà sempre più complessa”

TRIBUNA

Da antropologa quale sono – e intervengo solo in questa veste – sono sbalordito dal divario tra la complessità della società iraniana, che studio da quarant'anni, e la semplificazione, per non dire l'ignoranza, dimostrata dai governi israeliano, americano ed europeo nel condurre o legittimare la guerra di aggressione contro la Repubblica Islamica. Colpisce anche la confusione degli obiettivi che gli aggressori si sono prefissati: distruzione del programma nucleare o cambio di regime?

Dal punto di vista del diritto internazionale, questa è effettivamente una guerra di aggressione, cosiddetta "preventiva", in nome di un pericolo presunto e persino senza dubbio immaginato. Netanyahu parla della minaccia nucleare iraniana come "esistenziale ", così come Putin parla di "nazismo" in Ucraina. Secondo un detto iraniano, "quando vuoi commettere un crimine, indossi un abito religioso" ... E qual è questo "bene" che vogliamo portare alla popolazione iraniana, o questo "male" da cui vogliamo liberarla, assumendo cinicamente il rischio di un incidente nucleare nel corso di un bombardamento, di cui i civili saranno vittime per decenni? Il Medio Oriente ha forse bisogno di una Chernobyl, oltre a tutti i suoi mali? La democrazia è imposta da armi straniere?

Contrapponiamo quindi l'Iran "buono", quello della "società civile", del movimento Donne, Vita, Libertà, dell'opposizione in esilio sempre più succube del movimento di Donald Trump, diffuso da alcuni intellettuali di spicco e dalla maggior parte dei media conservatori, all'Iran "cattivo", quello dell'Islam, dei mullah, della "dittatura" della Guida della Rivoluzione, deus ex machina della repressione e del nucleare.

I figli di Khomeini

Questa visione binaria della società iraniana ignora la sua realtà, sempre più complessa a causa della sua diversità, della sua urbanizzazione, della sua istruzione e della moltiplicazione del suo spazio su scala globale attraverso la diaspora. Ne oscura anche la storia. Che lo vogliano o no, che l'abbiano combattuto o no, tutti gli iraniani sono figli di Khomeini, in gran parte estranei al regime dello Scià, che la maggior parte di loro non conosceva, e dipendenti da una Repubblica che li ha plasmati. Non solo attraverso la coercizione, ma anche attraverso molteplici interazioni, attraverso un continuo processo di cooptazione all'interno di istituzioni politiche o economiche, attraverso legami familiari che uniscono al di là delle differenze politiche (o, al contrario, drammatizzano questi conflitti conferendo loro un tono fratricida).

Come ho sperimentato durante la mia detenzione nel carcere di Evin a Teheran, la sanguinosa storia della rivoluzione e del suo periodo di terrore (1979-1988) o della guerra contro l'Iraq (1980-1988) è tutt'altro che finita. E il doloroso ricordo di questi eventi offusca costantemente la netta distinzione tra chi detiene il potere e i suoi oppositori. Questo vale per l'opposizione (con o senza virgolette) in esilio, che può includere ex funzionari dell'Interno, senza che sia chiaro come si posizionino oggi, nella pratica. Sono stato quindi sorpreso di vedere parte del contenuto del mio cellulare, confiscato durante il mio arresto a Teheran nel 2019, diffuso da un organo di stampa "di opposizione" in Francia. I leader e i giornalisti occidentali sono a volte sorprendentemente ingenui. Mentre i monarchici e i Mujaheddin del Popolo [marxisti] rimangono stranamente silenziosi, i più seri oppositori del potere oggi in carica provengono paradossalmente dalle fila della Repubblica Islamica.

Questa visione manichea del regime riproduce, tra l'altro, un grande tema del romanzo nazionale iraniano, sempre pronto a esaltare in modo lugubre la resistenza della nazione ( mellat ) e del popolo ( mardom ) di fronte all'iniquità dello Stato ( dolat ), in un'infinita riflessione sulla battaglia di Kerbala, del 680. Il suo fulcro è l'Islam, che sarebbe la linea di demarcazione tra il bene e il male. Nessuna salvezza democratica al di fuori del laicismo!

In armonia con il regime e la società

In realtà, anche qui le cose sono più complicate. Infatti, le critiche virulente alla Repubblica Islamica, ai suoi leader e al clero possono andare di pari passo con un senso di appartenenza all'Islam e persino, per la maggioranza degli iraniani, allo Sciismo, e con una profonda coscienza nazionale (o nazionalista) che approva il programma nucleare. Il neoliberismo economico del settore privato e persino di alcuni esponenti politici al potere si sposa facilmente con la pietà musulmana. I suoi sostenitori criticano la Repubblica Islamica non per il suo orientamento religioso, ma per gli ostacoli che ancora pone alla libertà di accumulazione. Censurata e repressa, la sua élite intellettuale rimane tuttavia in osmosi con il regime e la società.

Il rifiuto dell'obbligo di indossare il velo non è necessariamente quello dell'Islam. Paradossalmente, è proprio questo codice di abbigliamento che ha permesso alle donne di accedere alla sfera pubblica, di diventare la maggioranza nelle università e, oggi, di rifiutare questa forma di coercizione. Da questa prospettiva, il magnifico gesto della teologa Sedigheh Vasmaghi, che indossa il velo ma lo ha pubblicamente rimosso per esprimere la sua solidarietà al movimento Donna, Vita, Libertà, è rivelatore, ma è stato superbamente ignorato dai media occidentali, privi di laicità e ciechi a qualsiasi forma di femminismo che non sia quello nordatlantico. Così facendo, si illudono sulla reale rappresentatività del movimento, per quanto coraggiose possano essere le sue attiviste, e rimangono intrappolati in una lente d'ingrandimento, pur avendo passato sotto silenzio il ben più importante movimento "Un milione di firme per l'abrogazione delle leggi discriminatorie" del 2006.

Fino alla settimana scorsa, gli iraniani cercavano una vita migliore o la ricchezza, molto più che ideali democratici, e le loro speranze erano rivolte non tanto a un futuro radioso ormai irraggiungibile o addirittura irraggiungibile, quanto a una vita borghese o piccolo-borghese. È stato questo tipo di sogno, frustrato dalla crisi economica ma tranquillo, che i missili e gli aerei israeliani hanno polverizzato il 13 giugno.

Incapacità di discutere

A forza di vedere l'Iran solo attraverso la lente dell'Islam, i suoi avversari hanno dimenticato il suo vero cemento: un nazionalismo profondo, spesso frenetico e narcisistico, e non sempre comprensivo, come dimostra la crescente xenofobia nei confronti degli immigrati afghani, per non parlare del suo comprovato razzismo contro gli arabi (molto più che contro gli ebrei come popolo). L'idea che la popolazione esulti per l'aggressione straniera e si rivolti contro i suoi attuali leader per tornare all'ovile Pahlavi (la dinastia dello Scià), che l'amministrazione Trump sta promuovendo, è folle. Nel 1980, Saddam Hussein commise lo stesso errore di calcolo e, schierandosi dalla sua parte, i Mujaheddin del Popolo si screditarono.

È chiaro che una frazione dell'opposizione giocherà la carta del "cambio di regime" americano-israeliano. Ma se ci riuscisse sulla scia dei missili stranieri, non andrebbe a vantaggio della democrazia. Il suo comportamento in esilio e la sua incapacità di dibattito lo dimostrano già: è divisa quanto il regime stesso e non ha altro programma se non quello di prendere il potere e confiscarlo. Sarà quindi il caos, come in Iraq, Libia, Afghanistan e Libano. Gli iraniani ne pagheranno il prezzo, e così anche i paesi vicini. L'Europa sarà la seconda tappa per i rifugiati e dovrà gestire un Medio Oriente permanentemente dislocato. 

Negli ultimi giorni, due immagini hanno riassunto questo scontro tra il pensiero semplicistico o la confusione degli aggressori e la determinazione nazionalista degli iraniani. Un senatore trumpista ha ammesso di non conoscere il numero di abitanti dell'Iran: 90 milioni in tutto, in un Paese che è uno dei principali esportatori di petrolio e che probabilmente ostruirà lo Stretto di Hormuz ricorrendo a una guerra asimmetrica... Allo stesso tempo, la conduttrice radiotelevisiva di punta iraniana, Sahar Emami, debitamente velata, ha continuato a presentare imperturbabile le sue notizie durante un attacco israeliano, in uno studio che si stava riempiendo della polvere della distruzione, ed è tornata in onda dopo una breve interruzione delle trasmissioni.

Fariba Adelkhah è un'antropologa, direttrice di ricerca presso il CERI (Centro di Ricerca e Informazione Politiche) e specialista in pratiche religiose e Iran contemporaneo. Arrestata nel 2019 a Teheran e condannata nel 2020 a cinque anni di carcere in Iran per "messa in pericolo della sicurezza nazionale", è stata rilasciata nel 2023 dopo essere stata graziata ma non assolta. Tra le sue pubblicazioni figurano "  I paradossi dell'Iran. Idee preconcette sulla Repubblica Islamica" (Le Cavalier bleu, 2016) e "Prigioniera a Teheran" (Seuil, 2024).

https://www.lemonde.fr/idees/article/2025/06/24/fariba-adelkhah-anthropologue-la-vision-occidentale-de-la-societe-iranienne-binaire-meconnait-sa-realite-de-plus-en-plus-complexe_6615656_3232.html
https://www.lastampa.it/cultura/2025/03/30/news/fariba_adelkhah_iran_prigione_regime_democrazia-15080168/


venerdì 21 marzo 2025

Fulvia, l'estate selvaggia




 Roberto Stocchetti 

L'Italia di ieri, il mondo umile delle piccole comunità di artigiani, contadini, pescatori di poco più di un secolo fa, i loro valori, consuetudini, riti sociali appartengono ormai a pieno titolo al passato remoto. Di essa rimangono mere testimonianze, come quelle raccolte dal grande antropologo Ernesto De Martino. Un mondo magico, già nella seconda metà del XX secolo al crepuscolo, che oggi possiamo conoscere solo di riflesso.

L'immaginaria isola di Flamurià, ricalcata sull'arcipelago delle Eolie, sembra essere sfuggita di misura alla mutazione antropologica della modernità; ma certo per un'isola conservare il suo stato d'eccezione, o, per meglio dire, mantenere la sua natura, risulta più facile, difesa com'è dalla barriera del mare.

Così a Flamurià una famiglia della media borghesia romana dell'ultimo decennio del XX secolo può esprimere la sua anima più profonda e non negoziabile ma nel contempo le forze archetipiche del luogo si fanno sentire in tutta la loro potenza: creatrice, plasmatrice, ma anche di morte, che ghermisce, implacabile.

La protagonista narrante comprende ciò a prima vista e ne è intimorita. Flamurià è luogo mai rilassante, ove la natura presenta un volto tutt'altro che domestico e idilliaco.

L'enigma che irretisce Fulvia ha una soluzione palese, manifesta, addirittura pubblica, cui nessuno presta attenzione. Se per Otto Rank il mito è il sogno di un intero popolo i personaggi del racconto partecipano a quello di Flamurià, divenendone inconsapevoli attori, vivendo in e per esso.

Spetta alla narratrice prendere coscienza e battersi in una lotta dove la salvezza è di tutti o di nessuno; in essa Alessia non è eroica, ma umana: getta sul piatto della bilancia la sua vita e affronta il rischio con lo slancio del cuore. Portando in salvo sulle sue spalle l'amica unisce i loro destini e li riscatta.

Il rito di passaggio che le due ragazze compiono sull'isola è la porta tra due stagioni della vita e non può rimanere immemore dell'Uomo che percorse tutta la maggior valle in che l’acqua si spanda tra ' discordanti liti: Ulisse.