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lunedì 22 dicembre 2025

Giorgia Meloni e Alcide De Gasperi a confronto

Ernesto Galli della Loggia
De Gasperi e l'eredità irrisolta

Corriere della Sera, 22 dicembre 2025

Mi pare che finora nessuno abbia messo a fuoco l’analogia tra l’arrivo al governo della destra guidata da Giorgia Meloni, tre anni fa, e l’arrivo al governo dei cattolici guidati da De Gasperi nel 1948. Si tratta invece di un’analogia significativa che ci dice molto.

In entrambi i casi giungono al governo del Paese forze politiche da sempre escluse dal potere perché giudicate fuori dal perimetro costituzionale in quanto estranee se non ostili alla vicenda (antica o più recente) dello Stato nazionale o del suo regime politico. In entrambi i casi, quindi, si pone per i nuovi vincitori un problema cruciale di legittimazione, che la vittoria elettorale di per sé non garantisce. Non a caso gli avversari sollevano proprio tale questione, lanciando nei confronti di entrambi — fatto davvero singolare — sostanzialmente sempre la medesima accusa. Il governo De Gasperi è subito definito dalle sinistre «clerico-fascista» così come l’attuale subito tout court «fascista».

Molto diverse, invece, appaiono le risposte che in un caso e nell’altro danno i due leader. De Gasperi si oppone al disegno di un governo tutto di cattolici che Dossetti e la sinistra Dc avrebbero voluto dopo il trionfo elettorale. Viceversa, nonostante la Democrazia cristiana disponga in Parlamento della maggioranza assoluta, costituisce fin dall’inizio un governo di coalizione con liberali, socialdemocratici e repubblicani.

Lo stesso De Gasperi designa poi un vertice istituzionale dello Stato totalmente estraneo alla vicenda del cattolicesimo, con un presidente della Repubblica e vari presidenti del Senato tutti di estrazione laico-liberale (un paio perfino notoriamente affiliati alla Massoneria); infine sceglie come ministro degli Esteri un superlaico come Sforza e a dispetto delle fisime neutraliste dello stesso Dossetti e dei cattolici che questi rappresenta aderisce senza esitazioni al Patto atlantico. Conclusione: grazie a De Gasperi la Dc si candida fin dall’inizio ad essere quel «partito della nazione» che effettivamente essa sarà: complice un Partito comunista che il legame di ferro con Mosca terrà chiuso fino alla sua morte nel carcere a vita dell’opposizione.

La differenza rispetto all’oggi e a Giorgia Meloni è clamorosa. Meloni non fa un solo passo fuori dal recinto del suo partito o della coalizione, convinta evidentemente che il potere possa essere diviso solo con chi ha il suo stesso gruppo sanguigno, che alla fine solo questo conti. Ma, dando prova di una timidezza inaspettata in una personalità per mille versi invece così felicemente sicura di sé, la presidente del Consiglio rischia di perdere la sua grande occasione, la duplice opportunità che la storia sembra averle riservato: da un lato costituire in Italia uno stabile polo liberal-conservatore per la prima volta dopo la Destra storica (ciò che a Berlusconi non riuscì), dall’altro sanare finalmente la drammatica lacerazione che il fascismo ha lasciato in eredità alla Repubblica. Diventare così la protagonista indiscussa di una pagina davvero nuova della vita del Paese.

È singolare, tuttavia, come in vista di un simile obiettivo Meloni fatichi a percorrere la strada maestra che da tempo le sta spalancata davanti. Vale a dire, riuscire a trasferire e usare nella gestione della politica interna il grande capitale di successo e di stima che le sue indubbie capacità le hanno consentito di accumulare nella gestione della politica estera del Paese. Un successo che una vasta parte dello stesso Paese da tempo riconosce e apprezza: senza però che tale riconoscimento — e questo è il problema — si trasformi poi in un consenso di misura tale da cambiare davvero le cose. Cioè di consentire alla presidente del Consiglio il salto necessario per diventare padrona indiscussa della sua coalizione e insieme — le due cose sono evidentemente collegate — allargarne i confini, sfondare con il suo partito il limite elettorale del 30 per cento, acquisire la statura di un’effettiva leader nazionale, diventare la guida di un vero «partito della nazione».

Perché finora questa potenzialità non si è realizzata? La risposta va trovata, a me sembra, nelle pieghe oscure della psicologia. È come se esistessero infatti due Giorgia Meloni. La prima è la rappresentante di una evidente strategia, la decisa sostenitrice dell’interesse nazionale ma aperta a quello altrui e capace di rivolgersi a tutti gli interlocutori della scena internazionale, l’accorta ma cauta negoziatrice sicura di sé, seppur convinta della necessità per quanto possibile di non spaccare, di non dividere. C’è poi invece una seconda Giorgia Meloni: quella che a Roma sta rinchiusa nel bunker della routine politica e di partito circondata solo dai suoi amici e fratelli d’italia, quella che quando prende la parola non riesce a farlo se non lasciando esplodere la sua aspra maestria tribunizia e distribuendo schiaffi a tutti quelli che non le piacciono, una Giorgia Meloni che, pur evocando di continuo la nazione, stenta a trovare le parole che uniscono, le parole capaci di indicare grandi traguardi, di far sentire tutti, anche i lontani, coinvolti in quel disegno di vero cambiamento e di rinascita del Paese di cui sempre di più abbiamo un disperato bisogno.

Che cosa mai impedisce alle due Giorgia di trovare il modo di andare d’accordo, magari di unirsi finalmente in una sola persona?

mercoledì 19 novembre 2025

L'egemonia selvaggia

Giuseppe De Rita, intervista a Il Dubbio, 10 luglio 2018

In questo scenario se il populismo ha il suo mantra nel popolo sovrano le élites hanno ancora una funzione?

Le élites vivono un momento difficilissimo, perché si viene subito etichettati come casta. So di andare controcorrente, ma ritengo che le élites siano necessarie. Non esiste una società, specialmente complessa, che non abbia bisogno delle élites. Nella nascita dell’Italia sono state determinanti: ragionavano sulla società di allora. Gioberti diceva “l’Italia è un Paese di sabbia”. Un intellettuale risorgimentale, Angelo Camillo De Meis, la descriveva come fatta da due popoli: il primo che sfanga la vita e il secondo che pensa al sentimento del primo. Il primo è la sabbia, il secondo pensò al sentimento e ne divenne il sovrano. Oggi abbiamo lo stesso problema, non la chiamiamo “società di sabbia”, ma citiamo Bauman che la descrive “fluida” o il sottoscritto che la definisce “molecolare”. È una società difficile da comporre, ma se non ci fosse stata l’élite rinascimentale l’Italia sarebbe rimasta davvero un Paese di sabbia, non coagulato, senza sintesi e senza identità. Oggi nessuno ha l’idea che un Paese “molecolare” abbia bisogno di una élite, si pensa che possa essere “fluida” e viene lasciate a se stessa. Nei giorni scorsi sono usciti due libri di Bauman: uno intitolato “L’amore liquido”, l’altro “La paura liquida”. Non a caso l’uomo della liquidità parla non di istituzioni, organizzazioni, ma di sentimenti. E Bauman non è élite. Oggi in Italia le élites dovrebbero riproporsi. Quando si legge Manzoni che parla di “società benevolente” e poi si sente parlare Salvini si capisce che ci stiamo perdendo. Manzoni parlava di un popolo oppresso e incattivito e lo sforzo era quello di far crescere i Renzo Tramaglino, il primo popolo che “sfanga il quotidiano”. La bravura della Dc a cavallo tra gli anni 40 e 50 è stata proprio quella di dire al primo popolo fai da solo, rifate gli stabilimenti industriali da soli e così è stato. Il primo popolo per la prima volta si è sentito potente e lo ha fatto. La Prima repubblica è la repubblica del primo popolo che ha realizzato il miracolo italiano.

Oggi, politicamente e socialmente, chi cerca di capire come può essere coagulato il primo popolo?

Dovrebbe essere l’élite che, però, ha paura di esporsi per evitare attacchi pesanti e personali sui social di qualsiasi tipo. Bisogna capire che la nostra società deve puntare non sull’etica delle buone intenzioni, che storicamente ha prodotto il nazismo, il fascismo e il comunismo, ma sull’etica della responsabilità. Purtroppo oggi viviamo con una élite che o moraleggia o propone solo buone intenzioni. Non pensa al primo popolo che sfanga la vita, ma a se stessa. Se non c’è un po’ di coraggio di fare élite, di pensare per ridare a questo primo popolo un meccanismo di coesione, non certo per esserne il sovrano, si rischia di abbandonare il popolo di sabbia alle sue paure e ai suoi amori. Alla sua liquidità, che scorre e non si sa dove va.



Francesco Antonelli
Zygmunt Bauman, attraverso le ferite della modernità
il manifesto, 18 novembre 2025

Ne La condizione postmoderna (1979) il filosofo Jean-François Lyotard annunciava, tra i primi, l’apertura di una nuova epoca segnata dal tramonto delle grandi narrazioni prodotte dalla modernità. Vale a dire quei discorsi totalizzanti e unificanti – come l’emancipazione del genere umano, la rivoluzione o il progresso scientifico – che nella società post-industriale, frammentata, preda dell’individualismo e dominata dalla tecnologia, non sarebbero più stati in grado di fornire un senso alla realtà.

Quelle narrazioni, osservava Lyotard, tenevano insieme destino individuale e collettivo orientandoli verso un futuro radioso. La loro crisi ci consegna invece un mondo che, da una parte, ha cercato di sostituirle con nuove (e spesso tragiche) epiche locali, fondate su identità culturali, etniche o religiose; e dall’altra ci affida il peso di ritrovare dentro noi stessi il senso della nostra esistenza, sperimentando continuamente l’insufficienza di ogni cornice interpretativa. Anche il soggetto diventa più malinconico, disincantato, spaesato. Soprattutto il soggetto-intellettuale che, da aspirante «legislatore» sociale, si trasforma in un più modesto ma forse più efficace interprete: sia della realtà che osserva, sia del nesso tra quella realtà e la propria traiettoria biografica.

SIAMO DUNQUE CONDANNATI all’intimismo e all’impolitica leggerezza dell’essere? Non necessariamente, se riusciamo a trasformare le sofferenze e gli spaesamenti individuali – nati dall’incrocio tra vicende personali e storia collettiva – in un linguaggio universale ed empatico, capace di far specchiare ciascuno nell’altro e di ricostruire così un terreno comune per un nuovo agire politico e intellettuale.

Il grande merito di La mia vita. Un’autobiografia in frammenti (Il Margine, pp. 296, euro 20) sta proprio qui. La curatrice, Izabela Wagner, non si limita a raccogliere gli scritti autobiografici di Zygmunt Bauman: li ordina, li ricostruisce e li monta con grande attenzione filologica ed emotiva, restituendoci non solo un documento biografico, ma una chiave di lettura della sua intera opera. Il lavoro di Wagner è prezioso: fa emergere un Bauman privato e vulnerabile senza tradirne il rigore intellettuale.

La vita del sociologo appare come un vero patchwork di lettere, appunti, memorie e confessioni: un’esistenza segnata da migrazioni forzate, scelte politiche laceranti, delusioni e ripartenze. Ritroviamo l’infanzia ebraica in Polonia, l’antisemitismo viscerale che lo colpirà più volte, la fuga del 1939, l’arruolamento nell’esercito sovietico e poi nel Kbw (il Corpo di Sicurezza Interna della Polonia comunista). Un passato a lungo indicibile e spesso strumentalizzato contro di lui.

Senza tr

Seguono il graduale distacco dal comunismo – ma non dall’idea di socialismo come giustizia sociale – e il trauma dell’espulsione dall’università di Varsavia durante la campagna antisemita del 1968. Inizia un nuovo esilio: prima Israele, poi, grazie ai buoni uffici di Anthony Giddens, l’approdo a Leeds, dove Bauman troverà finalmente un luogo da cui pensare un mondo in trasformazione.
I frammenti autobiografici illuminano in controluce il suo pensiero: la metafora della liquidità, l’idea dell’interregno, la sensibilità per l’estraneità e la fragilità dei legami sociali nascono da un’esperienza personale segnata dall’insicurezza e dalla discontinuità.

IL LIBRO MOSTRA il Bauman privato, vulnerabile, spesso ferito, ma sempre animato da un ostinato ottimismo etico: il desiderio di capire la complessità del presente e di partecipare, attraverso la scrittura, alla vita degli altri. Quattro capitoli sono particolarmente significativi, a questo proposito. Il capitolo due («Il destino di un profugo e di un soldato») ricostruisce gli anni in cui Bauman, adolescente ebreo polacco, fugge con la famiglia dopo l’invasione nazista del 1939. L’esilio nelle zone occupate dall’Urss significa precarietà, fame, lavoro duro e un’identità continuamente messa in discussione. In Unione Sovietica vive la paura del sospetto politico e le difficoltà di adattamento a un nuovo sistema che, però, egli ammirava. Da giovane si arruola nell’esercito polacco sotto comando sovietico, dove sperimenta insieme idealismo e disillusione. L’insieme di queste esperienze – guerra, esilio, violenza istituzionale – plasmerà la sua futura sensibilità verso fragilità, estraneità e insicurezza sociale.

Nel capitolo quattro («Maturazione») Zygmunt Bauman racconta invece il passaggio dall’adolescenza alla prima età adulta, un periodo in cui si intrecciano formazione personale, impegni politici, scelte morali e cambiamenti storici radicali. È un capitolo di snodo, perché segna il momento in cui la sua biografia individuale si fonde definitivamente con la storia europea del Novecento. Centrale è qui la sfera emotiva: il capitolo si sofferma sulla vita famigliare, il rapporto con i genitori e la nascita della relazione con Janina, che diventerà la sua compagna di vita. Questa dimensione affettiva non è un semplice sfondo, ma uno dei motori della sua maturazione: la costruzione di una famiglia, la necessità di mediare tra responsabilità lavorative e aspirazioni intellettuali, la ricerca di stabilità dopo anni di incertezze.

NEL CAPITOLO SEI («Prima del crepuscolo») Bauman riflette sul rapporto fra memoria, responsabilità e identità, intrecciando il proprio vissuto con riferimenti filosofici e letterari, in particolare a Jean Améry, testimone dell’orrore di Auschwitz. L’autore indaga il ruolo dell’intellettuale in tempi di oscurità politica e morale, facendo i conti con le derive autoritarie che hanno attraversato la Polonia e l’Europa. Riemergono episodi biografici legati al 1968, all’antisemitismo e alle campagne d’odio che lo colpirono, ripresentate come monito contro ogni forma di nazionalismo semplificante. Nel «crepuscolo», suggerisce, non c’è resa ma un ultimo esercizio di coraggio intellettuale. Infine, il capitolo conclusivo di questa raccolta, il sette («Guardando al passato, per l’ultima volta»), uno scritto del 2016, assume la forma di un testamento intellettuale.

LA DISTANZA DELL’ETÀ avanzata permette a Bauman di valutare senza rancore la durezza del passato e le sue contraddizioni. Così, l’ultimo sguardo è rivolto alle generazioni future: non come eredità dottrinale, ma come invito a coltivare un’etica della responsabilità, della curiosità e dell’apertura. È il congedo di un autore che ha fatto della propria inquietudine, delle proprie appartenenze e identità multiple, personali e pubbliche, una forma di attenzione al mondo: la stessa che abbiamo oggi, in una fase di profondi ed incerti sconvolgimenti, il dovere di coltivare e rilanciare con forza.


lunedì 17 novembre 2025

Il contrario della rivoluzione

Grant Wood, American gothic,1930

Giovanni Orsina
Meloni e il pragmatismo dei fatti nella "rivoluzione" delle destre

Il Giornale, 17 novembre 2025

"La restaurazione della monarchia, che chiamiamo controrivoluzione", ha scritto Joseph de Maistre nelle Considérations sur la France, "non sarà affatto una rivoluzione al contrario, ma il contrario della rivoluzione". Seguendo il grande reazionario savoiardo, possiamo chiederci anche noi se la controrivoluzione cui stiamo assistendo sia una rivoluzione al contrario o il contrario di una rivoluzione. Ho il sospetto, per anticipare la conclusione, che i controrivoluzionari vorrebbero fare la rivoluzione al contrario ma, vedendo che non è possibile, si stiano sempre più accontentando del contrario della rivoluzione. Se così fosse, non sarebbe necessariamente una cattiva notizia. Ma andiamo con ordine.

Una controrivoluzione contro quale rivoluzione, innanzitutto? Contro quella che in varie forme dura dagli anni Sessanta del Novecento e che, facendo forza su emancipazione individuale, integrazione del pianeta e innovazione tecnologica, ha disintegrato corpi intermedi, Stati nazionali e tradizioni comunitarie. L'italiano medio degli anni Sessanta aveva un potere d'acquisto modesto e consumava poco, si sposava presto e faceva figli, frequentava la parrocchia e s'iscriveva ai partiti, si svagava al cinema, viaggiava poco o nulla e viveva circondato d'italiani. L'italiano medio del 2025 consuma assai più di suo nonno e soprattutto beni assai diversi, non si sposa e non fa figli, non va in Chiesa e non s'iscrive a un partito, trascorre il tempo libero in casa su social e piattaforme, vive in un paese d'immigrazione, mangia (talvolta) sushi e kebab e cerca di viaggiare più che può. Parlare di rivoluzione non mi sembra esagerato.

L'insurrezione politica che ha destabilizzato le democrazie nell'ultimo decennio nasce in reazione a queste trasformazioni rivoluzionarie. E merita pertanto di esser chiamata controrivoluzione. All'inizio è stata disordinata e caotica, un confuso moto di protesta generato da ansia e frustrazione che ha imboccato le direzioni più diverse, da Grillo a Le Pen, da Farage a Iglesias. Ma in questi ultimi anni si è consolidata, sta conquistando le istituzioni e acquisendo un profilo politico meglio definito, pressoché sempre di destra. Diventa possibile chiedersi allora se sia una rivoluzione al contrario, un secondo processo di ribaltamento dell'ordine politico e sociale che procede in direzione opposta rispetto a quello degli ultimi sessant'anni. Oppure il contrario della rivoluzione: se non proprio il ritorno al passato vagheggiato da de Maistre, quanto meno un brusco colpo di freno imposto alle trasformazioni storiche.

La destra populista protagonista della controrivoluzione ama presentarsi come rivoluzionaria. Basta scorrere i discorsi di Donald Trump, traboccanti di iperboli futuriste, per rendersene conto. L'America tornerà a vincere come non ha vinto mai, viviamo un tempo di opportunità straordinarie e potenziale illimitato, sogni impossibili sono ormai a portata di mano, siamo pronti a svelare i misteri dello spazio, liberare la Terra dal dolore della malattia e mettere al lavoro le energie, le industrie e le tecnologie di domani, il futuro è nostro, l'età d'oro comincia proprio adesso.

Ma al di là delle retoriche tonitruanti, quanti hanno votato per i controrivoluzionari la vogliono davvero, questa rivoluzione al contrario? Sono angosciati e furibondi, certo. Però dalla metamorfosi degli ultimi sessant'anni, oltre ai problemi, hanno tratto pure parecchi vantaggi. E per quanto si sentano disperati non è così poco quel che hanno da perdere. È possibile ipotizzare allora che gli elettori populisti desiderino in realtà il contrario della rivoluzione. Non il rovesciamento dell'ordine attuale ma un ritmo meno frenetico del cambiamento storico e interventi correttivi che ne attenuino gli effetti più allarmanti.

Il caso italiano parrebbe confermare quest'ipotesi. Se ne seguiamo il filo scopriamo che il governo Meloni conserva il consenso non malgrado non stia facendo la rivoluzione ma proprio perché non la fa. Chi lo ha votato ne sta ricevendo esattamente quel che vuole: una maggioranza che invece di celebrare l'erosione della sovranità nazionale e del tessuto comunitario cerca pragmaticamente di rallentarla e limitarla. Nulla di meno e nulla di più. E si capisce pure perché intorno all'attuale maggioranza non si sia sviluppata in tre anni un'elaborazione culturale degna di nota. Perché in realtà non ce n'è bisogno: la cultura della stagione di Giorgia Meloni è la sua opera di governo, il cui senso non sta tanto in quel che fa quanto in quel che impedisce.

In un mondo globalizzato non sarebbe comunque l'Italia a poter fare una rivoluzione. Al massimo la può anticipare. Invece gli Stati Uniti possono farla eccome. Là dove a Meloni non è consentito andare oltre il contrario della rivoluzione, Trump ha la forza di tentare la rivoluzione al contrario. Nonostante tutto quel che si è scritto e si scrive sull'impatto dirompente che il Presidente sta avendo dentro e fuori il suo Paese, a me continua a sembrare che anche quel tentativo sia destinato al fallimento.




domenica 2 novembre 2025

Lo stallo

Andrea Malaguti
La sinistra che volta le spalle all'Italia

La Stampa, 2 novembre 2025

La sinistra ha voltato le spalle all’Italia»

Romano Prodi da Lilli Gruber a Otto e 1/2

Il dibattito sulla sinistra lo apre Romano Prodi. A Otto e ½ dice a Lilli Gruber: «Ha voltato le spalle all’Italia». E aggiunge: «Un salario medio non mantiene una famiglia, forse di questo bisognerebbe parlare». È il tentativo di scuotere l’albero del Partito democratico, di cercare un’alternativa al governo di Giorgia Meloni. Abbiamo i piedi nelle sabbie mobili. E la fotografia scattata oggi da Alessandra Ghisleri lo conferma: quasi due italiani su tre (66%) bocciano la manovra. I più delusi sono i leghisti. La produzione industriale frena e il potere d’acquisto degli stipendi crolla. Eppure, la fiducia nella premier è intatta. Il Paese scommette ancora su di lei.

È parecchio tempo che il Professore è freddo con Elly Schlein – «posso dare consigli anche se non mi sono richiesti» - ma questa frase sulla sinistra che gira le spalle all’Italia è la pietra tombale su un rapporto che non è mai nato. Siamo di fronte ad una frattura che inquieta quella parte del Paese, non così minoritaria, che si considera progressista.

Parola nobile e vuota che, di rimbalzo, fa tornare alla mente Jacques Nobécourt, corrispondente di Le Monde alla fine degli Anni Settanta. Dovendo spiegare ai francesi la Democrazia Cristiana, le appiccicò una definizione fulminante: la Dc non si definisce, si constata. Per il Pd oggi è lo stesso. Impossibile definirlo. Ci si deve limitare a constatarlo. Movimentisti contro riformisti. Con Arturo Scotto che definisce “riformismo” una parola malata e Arturo Parisi che su La Stampa invita il Pd ad «abbandonare la deriva estremista, per non rischiare la riedizione del Fronte Popolare».

La Schlein, alla quale va riconosciuto il merito di avere raccolto con il cucchiaino i resti di un’idea politica, non parla. Non ritiene opportuno rispondere pubblicamente neppure a Prodi. Ma o i democratici trovano la sintesi o finiscono di nuovo in pezzi.

La verità è che sulle ceneri dell’Ulivo e nella pancia del Pd è saltato il patto tra socialisti, comunisti, repubblicani e cristiano-democratici. Nessuna elaborazione vera. Culture distanti che invece di valorizzare la mescolanza, hanno scelto la latitanza e poi la guerriglia. La promessa di dare vita al partito che unificava le esperienze positive del dopoguerra, nella migliore delle ipotesi non è riuscita. Così Schlein è alla testa di una comunità di intenti che non ha una storia.

Che cosa può raccontare? Come conquista gli indifferenti e gli indecisi? In assenza di radici da rivendicare, bisognerebbe avere una capacità di elaborazione e un senso del futuro più forte di quella espressa finora. Peraltro, in un Paese in cui gli Over 65 sono di più degli Under 18, fare finta che le sensibilità novecentesche non siano esistite è matematicamente un suicidio.

Se del passato non ti piace più nulla, come affronti il domani? Basta accodarsi alle manifestazioni di piazza, unico segno di vitalità in un universo progressista con l’elettroencefalogramma piatto?

Facile profetizzare il futuro della Segretaria. Nell’improbabile caso di una vittoria su Giorgia Meloni le faranno un monumento equestre, diversamente la relegheranno in uno scantinato come altrove è successo a Sanders o a Corbyn. Meravigliose suggestioni che non hanno impedito l’era Trump.

Viviamo in un mondo paradossale, in cui Elly Schlein, che dovrebbe farsi un vanto del passato, non lo riconosce, e Giorgia Meloni, che dovrebbe abiurarlo, lo rivendica.

Con la destra in fondo è tutto più facile. C’è quella residuale che grida «Duce, Duce», nelle sedi di Fratelli d’Italia a Parma, ma c’è soprattutto quella che guida l’Italia e vince in tutto il pianeta. Una destra che non elabora, piuttosto combatte, prendendo il mondo così com’è. Brutalmente, istintivamente, senza troppe domande. Sostenuta, però, e qui la differenza non è banale, da alcuni miliardari visionari capaci di parlare del futuro. A cominciare da Peter Thiel, tecno-feudatario di Palantir, convinto che la libertà sia ormai incompatibile con la democrazia, ma capace di costruire imperi partendo da un presupposto letterariamente irresistibile. Solo la creazione da zero produce novità radicali. «Se pensate di fare la vostra rivoluzione copiando Gates, Bezos o Zuckerberg non li avete capiti. Al massimo potete fare diventare più grande quello che già c’è. Se volete ragionare come loro dovete creare quello che non esiste. Passare da zero a uno è la vera creazione. Salire da uno in su è alla portata di molti». Un processo che spesso passa dalla distruzione degli altri (e questo è uno degli scenari che abbiamo davanti), ma che concettualmente contiene in sé una riserva di energia magnetica come l’anello di Gollum.

In sostanza, per corrispondere ad un mondo che corre così veloce e brucia tutto sull’altare dell’innovazione, la politica deve essere in grado di accorciare non solo i tempi che la dividono dal passato, ma anche quelli che la separano dal futuro. La destra lo sa. La sinistra, che fa referendum sull’articolo 18 e non apre mai la bocca sull’Intelligenza Artificiale, conosce questo tipo di narrazione o la considera solo un effetto speciale per allocchi? Perché, se il caso fosse il secondo, le sfuggirebbero metà delle cose che contano nella contemporaneità.

Stacco. Luci su Torino. Festa per i 50 anni di Tuttolibri, al Circolo dei lettori, un concentrato di idee e di racconti. Un pezzo d’Italia che si vede raramente (se vi siete persi lo Speciale uscito ieri, fate di tutto per recuperarlo. È una meraviglia immaginata da Francesca Sforza ed Elena Masuelli). Incrocio Gianrico Carofiglio. È lì anche lui a discutere di romanzi, quelli che ci hanno cambiato. Non resisto. Parliamo di politica? In fondo è il suo pane da sempre. Scrittore, magistrato, senatore della Repubblica per il Pd. È stato molte cose. Continua ad esserle. Un intellettuale, se dovessi scegliere una parola sola. Gli chiedo di Schlein, so che non è il suo argomento preferito, so anche che è una persona che non si tira indietro. Mi racconta di una sua esperienza a Palazzo Madama. Un collega, gli svela un aneddoto su Bruno Trentin, ex segretario della Cgil. «Sai come selezionava i suoi collaboratori? Quelli che gli davano ragione per tre volte di fila, li mandava a casa. Questo per me è il discrimine tra una buona, una carente o una cattiva capacità di comando». Circondarsi di persone compiacenti rende più facile il quotidiano, ma più difficile arrivare al traguardo. «A parte cercare alleanze a tutti i costi, il Pd quale prospettiva ha?». Gli dico che la differenza più evidente tra destra e sinistra mi sembra nel racconto. In un presente in cui l’intensità è più importante della qualità, la differenza è decisiva.

Carofiglio corregge il tiro: «Io non credo che la destra parli di futuro. Parla alle emozioni primordiali delle persone, soprattutto al rancore. Che esiste. E ha tante ragioni vere. La loro bravura è di indirizzare questo rancore verso i capri espiatori, verso cause apparenti, che non sono reali. Parlano di un passato che non è mai esistito – la retrotopia evocata da Bauman - proponendolo come progetto di futuro». Condivido. Anche se per me esiste uno spirito del tempo che le destre sanno incarnare e le sinistre no. Su questo ci troviamo. Ne discutiamo un po’. «La sinistra dice la verità. Ma lo fa malissimo. Quando provi a spiegare loro l’importanza di un racconto appassionante, ti dicono “interessante”, ma poi lasciano cadere la cosa. Invece il modo in cui dici le cose le definisce costitutivamente».

Dire la verità, per esempio, significa sottolineare che siamo di fronte ad un danneggiamento della democrazia, ma che non viviamo in uno Stato autoritario. Chi governa ha vinto le elezioni. E i partiti d’opposizione esistono. Se invece, come ha detto Schlein al Congresso del Pse ad Amsterdam, si ritiene che in Italia la libertà sia a rischio con la destra estrema al governo, da quel momento in avanti bisogna fare una quotidiana battaglia di piazza. Altrimenti è la solita propaganda, il solito teatrino, la solita cortina fumogena. Le questioni sul tavolo sono enormi. Tasse, case, salari. Se Schlein apre il dibattito mezzo Pd la molla. Se recupera una posizione più europeista la mollano invece i Cinque Stelle. Ma la scelta è ineludibile, per non trovarsi di fronte alla solita incapacità di fare i conti col passato e di affrontare il futuro. Alla solita sconfitta.

mercoledì 10 settembre 2025

La Francia a pezzi

Giorgio Ferrari
Dalla grandeur al tracollo: perché il sogno di Macron è finito
Avvenire, 10 settembre 2025 

«Potete rovesciare il governo, ma non potete cancellare la realtà». È l’amarissima ma altrettanto realistica chiosa con cui il dimissionario François Bayrou si è congedato dall’Assemblea Nazionale, riponendo simbolicamente quella scure di cui il suo governo stava affilando la lama, predisponendo drastiche misure di bilancio e una austerity per il 2026 che puntava a 44 miliardi di euro di tagli alla spesa e nuove imposte. Ma tutto è naufragato nella Francia di Emmanuel Macron: la fiducia, la grandezza, la grandeur, la speranza in un domani migliore. Le nude cifre corredano la sfiducia che è calata sul governo: 3.415 miliardi di debito pubblico e un bilancio che non raggiunge il pareggio da 51 anni, «una nave - come si è sentito dire durante il dibattito – che imbarca acqua da mezzo secolo».

Al di là delle decisioni che prenderà il presidente – difficile che accetterà di farsi da parte considerato il contesto internazionale che vede la Francia attiva in prima persona sue due fronti caldi, l’Ucraina e il riconoscimento dello Stato palestinese – il macronismo è finito. La spinta propulsiva di En Marche!, il guizzante tecnocrate con lampi di spartachismo socialista che si muoveva spavaldo sull’onda di un riconoscimento popolare che lo aveva traghettato con un balzo dalla sinistra di Hollande all’Eliseo, oggi sono solo un ricordo. Il ragazzino che amava sopra ogni cosa Les Demoiselles d’Avignon di Picasso, che leggeva Gide, suonava il pianoforte e si commuoveva ascoltando Charles Aznavour e a 12 anni aveva deciso di battezzarsi («Per scelta personale»: i genitori se n’erano scordati...), oggi è una figura teatralmente impopolare, sfigurato nelle ambizioni personali e in crisi di ispirazione.

Attorno a lui si muovono vermicolanti legioni di pretendenti al trono, sia dall’opposizione (Marine Le Pen chiede le dimissioni immediate del presidente, forte dei sondaggi che danno il Rassemblement al primo posto, mentre il veterocomunista Mélenchon vuole nuove elezioni legislative e nuove presidenziali) sia dai ranghi stessi della destra liberale e di quello che fu il gollismo. Già, de Gaulle… che con la Quinta Repubblica aveva creduto di aver messo in sicurezza il potere con un semipresidenzialismo che aveva inghiottito e sopportato di tutto, comprese le stravaganti cohabitations, come quella tra Mitterrand e Chirac, poi fra Mitterrand e Balladur e infine tra Chirac e Jospin. Ma anche la Quinta Repubblica mostra ormai la corda. Ai confini del consenso che Macron aveva addensato attorno alle classi più abbienti si staglia oggi un malcontento che la Francia storicamente conosce bene da sempre. Dopo i Gilet Gialli, oggi la protesta si preannuncia ancora più radicale. Il frastagliato movimento di piccoli borghesi e giovani proletari che assedia l’Eliseo si fa chiamare bloquons tout, “blocchiamo tutto” e davvero intende farlo: treni, aerei, bancomat, carte di credito, uffici pubblici, una jacquerie che dal medioevo si ripresenta ogni volta in forme diverse. Come quando i francesi boicottarono il referendum sulla costituzione europea promosso da Giscard D’Estaing o quando i portuali trotzkisti di Calais votarono per protesta Jean Marie Le Pen affondando il più civile e lungimirante governo che la Francia avesse avuto dal dopoguerra, quello dell’ugonotto socialista Lionel Jospin, inventore dell’invidiato welfare d’oltralpe, delle 35 ore, del sistema sanitario – all’epoca - migliore del mondo.

Lo scenario di oggi mostra una Francia délabré, acciaccata e sofferente, attraversata da inaccettabili diseguaglianze sociali e da altrettanto inaccettabili privilegi di casta riservati agli elettori ad alto reddito. Quel “macronismo in un solo Paese” che ha portato alla disfatta di tre governi in un solo anno e la caduta di credibilità di un presidente. In queste ore si ama dire che la Francia si sta italianizzando, che dovrà imparare quel gioco di alleanze e di precarietà che consente alle fragili coalizioni di governare che è proprio dello spirito italiano. Ma evitiamo per favore quei sorrisi di divertita commiserazione di fronte alle inconfutabili difficoltà dei cugini francesi. Già a suo tempo li spesero malamente Nicolas Sarkozy e Angela Merkel sbeffeggiando pubblicamente il presidente dimissionario Berlusconi, e non fu certo un gesto di eleganza politica. Meglio continuare a guardare alla Francia non come l’avversario di un derby ma come il grande Paese senza il quale l’Europa non ci sarebbe. E con il quale bisogna rimboccarsi insieme a tutti gli altri le maniche per ricostruirla dalle fondamenta.


Francesca De Benedetti 
Macron sceglie un altro fedelissimo: il suo "clone" Lecornu diventa premier

Domani, 10 settembre 2025


Ci risiamo: Emmanuel Macron si è di nuovo nominato premier. Questa volta il prescelto si chiama Sébastien Lecornu. Rispetto a Michel Barnier e François Bayrou – a loro volta individuati con l’obiettivo di portare avanti le politiche macroniane – presenta due tratti che lo caratterizzano. Il primo è che Lecornu è dichiaratamente un fedelissimo di Macron.

Ministro delle Forze armate, grazie al legame d’acciaio con il presidente è sopravvissuto a tutti i cambi di stagione degli ultimi tempi: ha conservato la stessa delega quando a Matignon c’era Élisabeth Borne, poi sacrificata dal presidente per l’insofferenza generale sulla riforma delle pensioni. È rimasto in quell’incarico quando premier è diventato Gabriel Attal, incaricato ufficialmente di far risorgere il macronismo del 2017 e crollato sotto questa missione come un soufflé al voto delle europee (ma tuttora capogruppo e uomo di punta del partito del presidente).

Sébastien Lecornu ha resistito quando premier è diventato Michel Barnier e mentre lui, l’ex negoziatore di Brexit con sempiterna vocazione presidenziale, si bruciava come meteora, invece il ministro no: eccolo di nuovo allo stesso incarico con Bayrou, col quale già si era conteso la nomina; o perlomeno, c’era già, Lecornu, nel toto premier. Ma cos’avrà mai di così speciale, si dirà? Anzitutto il portafoglio, perché per il sempre più impopolare presidente della Repubblica (ancora martedì il 64 per cento di francesi ne auspicava le dimissioni) la cornice di guerra è una chiave per mantenere intatta la propria influenza.

Non a caso esibisce protagonismo coi volonterosi, ci riferisce di scambiar messaggi quotidianamente con Trump, e già da mesi ha preannunciato ai francesi in tv che tutto con la guerra cambierà: l’economia, le dinamiche sindacali, ovviamente la politica. Di speciale agli occhi della Macronie il nuovo prescelto ha il carattere – si dice – rotondo, non a caso è considerato l’altra faccia della luna rispetto al suo strettissimo amico Gérald Darmanin, che si è costruito come ministro dell’Interno il volto duro.

A ridosso della nomina, i due si sono incontrati, come fanno almeno ogni due settimane: Lecornu di Darmanin è stato persino testimone di nozze, ha fatto da padrino a uno dei suoi figli. Insomma esiste un legame strettissimo tra gli stretti di Macron, e in questo caso il legame conta doppio, se si pensa che almeno uno dei due scommette sulla propria corsa all’Eliseo.

Un altro Macron è possibile


«Presidente, lei fa l’arbitro o il giocatore?», aveva chiesto provocatoriamente Marine Le Pen in Assemblea nazionale nel giorno del voto di sfiducia a Bayrou. La scelta sfacciata di un macroniano doc fa da risposta, del resto lo stesso Rassemblement National – la cui leader aspetta il processo a gennaio e febbraio 2026 per vedere se la propria ineleggibilità è confermata – aveva annunciato che non avrebbe sostenuto la mozione di destituzione presentata dalla France Insoumise contro il presidente; il che deve aver rafforzato Macron nel piano di giocare, e di giocare il tutto per tutto.

Questo beffando totalmente i socialisti: dopo averli sganciati dal Fronte Popolare lasciando che tollerassero i primi mesi del governo Bayrou, ha totalmente ignorato la rivendicazione di Olivier Faure, il leader del Partito socialista, il quale rivendicava la nomina. E non solo: ha nominato Lecornu proprio mentre Raphaël Glucksmann, volto centrista del socialismo, si buttava in avanti, offrendo di trattare con la Macronie.

Dopo aver sciolto l’Assemblea, indetto elezioni parlamentari che hanno lasciato la Francia senza maggioranza assoluta (com’era già ai tempi di Borne) ma con il blocco di sinistra in testa, il presidente non ha ceduto né al blocco in testa né alla negoziazione parlamentare la scelta della guida. E dopo che questa operazione ha portato al fallimento a catena di Barnier e Bayrou, che almeno facevano teatro di autonomia, davanti all’ennesimo fallimento il presidente cala la maschera: già che ci siamo – avrà pensato – tanto vale metterci la faccia. Non proprio la sua, ma è come se fosse.

«Blocchiamo tutto»


Mercoledì in Francia scende nelle strade il movimento «Bloquons tout» («Blocchiamo tutto»), aggregatosi anzitutto su internet su istanze come lo stop a un bilancio austeritario, l’insofferenza per il macronismo, l'attenzione a Gaza. L’insoumis Jean-Luc Mélenchon ha sùbito piazzato la bandiera su questo movimento di “gilet rossi” e prima ancora che questi ultimi iniziassero con scioperi e proteste, centristi e destre di ogni conio puntavano in anticipo il dito contro Mélenchon per «disordine e caos»: il cordone contro l’estrema destra è archiviato, è in voga quello contro la sinistra. Invece di offrire uno sbocco istituzionale all’insofferenza popolare, di dare ascolto alle organizzazioni sindacali che pure il 18 andranno in piazza, il presidente della Repubblica sfida tutti portando nel palazzo di governo il suo ministro della guerra. Ed è in effetti una dichiarazione di guerra, perlomento ai partiti di opposizione.

martedì 26 agosto 2025

Tempo scaduto per Bayrou


Jon Henley a Parigi
The Guardian, 25 agosto 2025

Il primo ministro francese rischia la destituzione in un voto di fiducia ad alto rischio

Sembra probabile che il primo ministro francese, in difficoltà, venga estromesso e che il suo governo venga rovesciato il mese prossimo in un voto di fiducia ad alto rischio che potrebbe far precipitare la seconda economia dell'UE in una crisi politica ancora più profonda.

François Bayrou ha dichiarato lunedì che l'8 settembre cercherà il sostegno parlamentare per i suoi impopolari piani volti a risollevare le malandate finanze pubbliche della Francia, chiedendo ai deputati di "confermare l'entità" dei tagli alla spesa che, a suo dire, sono necessari per risparmiare 44 miliardi di euro (38 miliardi di sterline) all'anno.

"Ci troviamo di fronte a un pericolo immediato, che dobbiamo affrontare... altrimenti non abbiamo futuro", ha affermato riferendosi all'enorme debito del Paese, aggiungendo che il voto si concentrerà sulla valutazione se i parlamentari saranno d'accordo sulla gravità del pericolo e se sceglieranno la strada per risolverlo.

Ha affermato: "Ci sono momenti... in cui solo un rischio calcolato può permetterti di sfuggire a un rischio più grave. È in gioco la sopravvivenza del nostro Stato, l'immagine della nostra nazione e di ogni singola famiglia".

Bayrou ha affermato che la Francia sta attraversando un "momento decisivo". Se il governo avesse ottenuto la maggioranza nel voto di fiducia, sarebbe stato confermato, ha aggiunto, ma "se non avesse ottenuto la maggioranza, il governo sarebbe caduto".

Le prime reazioni lasciavano intendere che il primo ministro centrista avrebbe potuto perdere la sua scommessa, rovesciando un governo formatosi solo lo scorso dicembre, dopo il prematuro crollo dell'amministrazione, ancora più breve, del suo predecessore Michel Barnier.

Il leader del partito di opposizione Rassemblement National (RN), Jordan Bardella, ha affermato che il suo partito di estrema destra "non voterà mai a favore di un governo le cui decisioni stanno facendo soffrire i francesi". Bayrou aveva di fatto annunciato "la fine del suo governo", ha affermato.

Manuel Bompard, esponente della sinistra radicale Francia Indomita (LFI), ha dichiarato: "La situazione è critica e spetta a tutti prendere posizione con chiarezza". I deputati del suo partito "voteranno l'8 settembre per far cadere il governo", ha affermato Bompard.

La leader del Partito Verde, Marine Tondelier, ha dichiarato sui social media che anche il suo gruppo parlamentare voterà contro il governo, così come il Partito Comunista (PCF). Tondelier ha affermato che l'annuncio di Bayrou equivale "di fatto a delle dimissioni".

Anche Olivier Faure, leader del Partito Socialista (PS) di centro-sinistra, ha dichiarato che voterà contro il governo. Bayrou aveva "scelto di andarsene", ha detto Faure, aggiungendo che era "inimmaginabile" che il PS o qualsiasi altro partito di opposizione votasse per lui.

Bayrou ha riconosciuto che il voto è stato un azzardo. "Sì, è rischioso, ma è ancora più rischioso non fare nulla", ha dichiarato in conferenza stampa. Il deficit di bilancio della Francia ha raggiunto il 5,8% del PIL lo scorso anno, quasi il doppio del limite ufficiale dell'UE del 3%.

I leader dell'opposizione hanno affermato che, se il governo dovesse cadere, chiederanno lo scioglimento del parlamento e nuove elezioni. Bardella ha dichiarato: "I nostri concittadini aspettano un cambiamento e un ritorno alle urne: siamo pronti".