Visualizzazione post con etichetta infanzia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta infanzia. Mostra tutti i post

sabato 12 settembre 2026

Aurora e Rugiada

Gianfranco Pellegrino
Bonino, Aurora, Rugiada e il senso di una maternità

Domani, 11 settembre 2026

Molte persone hanno idee chiare, talvolta condivisibili, ma non vivono all’altezza di queste idee. Succede anche a chi ne ha di vaghe e poco condivisibili. Difensori della famiglia presuntamente naturale che crescono figli e figlie fuori da una famiglia naturale. Avversari dei diritti dei migranti che dei migranti si servono ogni giorno. Il problema non è che vivano diversamente da come predicano: è che pretendano di imporre per legge agli altri ciò che non chiedono a sé stessi. È l’eterno ritorno della Fattoria degli animali di Orwell: taluni animali sono più eguali degli altri. Persone del genere impongono le proprie idee in un senso molto forte: impongono agli altri pesi che loro non sopportano.

Nella vita pubblica italiana Emma Bonino (scomparsa l’11 settembre all’età di 78 anni ndr) è stata fra le persone più distanti da tutto questo. Che si fosse d’accordo o meno con quanto sosteneva, era difficile non pensare a lei quando si parlava di coerenza fra teoria e pratica, fra ideali e vita. Emma Bonino ha abortito quando l’aborto era illegale, ha subito l'umiliazione della clandestinità, e ha voluto per tutta la vita risparmiare alle altre donne quest’umiliazione. Ha difeso quella scelta senza pentirsene, ma senza negare che abortire possa essere doloroso. Non bisogna soffrire, però, per meritare la libertà.

Emma Bonino ha sopportato il maschilismo della politica italiana, insieme ad altre: dal biglietto di Francesco Cossiga (dopo un suo intervento in Parlamento: «Cara collega, lei oggi è proprio elegante») all’essere considerata una naturale candidata alla presidenza della Repubblica, talmente naturale da non esserlo mai. Ma ha sopportato anche la crudeltà inflitta alla sua militanza: per esempio, l’accusa di aver ucciso bambini, per aver contribuito a liberare le donne italiane dalla piaga dell’aborto clandestino.

La vita e le idee


Durante quella militanza si affezionò a due donne che avrebbero voluto abortire e non vi erano riuscite. Quando nacquero le loro bambine, Aurora e Rugiada, le accolse e se ne prese cura per alcuni anni. Non sappiamo se nelle sue scelte pesassero le accuse ricevute, e non serve immaginarlo. Conta ciò che fece. La scelta di venire a patti con la vita, e di integrare la vita con le idee.

Se quelle gravidanze fossero state interrotte, quelle bambine non sarebbero nate. Non nascono neppure tutti i figli di progetti che non realizziamo, i figli dei nostri io adolescenti, e già fertili, che però decidono di studiare, di progettare famiglie migliori, e così via. Non concepire e interrompere una gravidanza non sono la stessa cosa. Ma non abbiamo il dovere di far nascere ogni persona possibile. Abbiamo invece il dovere di prenderci cura di quelle che nascono. E questo non è in contraddizione con la libertà di non fare figli, di partorire in anonimato affidando il neonato alla protezione altrui, di interrompere una gravidanza. Accogliendo quelle bambine, Emma Bonino ha vissuto all’altezza delle sue idee sull’aborto.

Un’idea di genitorialità


Non ha avuto figli, diceva, perché ci vuole coraggio a essere genitori per sempre. Possiamo leggere in queste parole anche il peso di una concezione della genitorialità, soprattutto materna, come dedizione senza limiti e senza fine. Non sappiamo se fosse questo a trattenerla. Ma la sua esperienza ci permette di porre una domanda diversa: se essere genitori fosse, come tutte le cose di questo mondo, e tutte le cose anche molto belle, come sono le cure, una faccenda fluida, slabbrata?

Un genitore, uno zio, un amico, un tutore non hanno le stesse responsabilità. E chi dipende dalle nostre cure ha bisogno di continuità, non di essere lasciato alla mutevolezza dei nostri sentimenti. Ma da questo non segue che ogni cura debba durare tutta la vita, o che quella offerta per un tratto di strada valga meno. Perché gli esseri umani debbono sempre civettare con l'idea di eternità, quando nella transitorietà duratura dei sentimenti c'è così tanto?

mercoledì 2 settembre 2026

La famiglia nel bosco

Viviana Daloiso
Le cinque cose che abbiamo imparato dalla vicenda della famiglia nel bosco

Avvenire, 2 settembre 2026

Sarebbe un errore, guardare solo al bicchiere mezzo vuoto della decisione che il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha preso sulla cosiddetta “famiglia nel bosco”: è vero, i tre bambini non torneranno subito nella casa di Palmoli come avevano chiesto i genitori (il cui legale, Simone Pillon, si è detto infatti solo parzialmente soddisfatto), ma almeno sono state poste le basi per l’avvio di un percorso progressivo di ricongiungimento del nucleo familiare. Ricongiungimento che è tornato al centro, dunque, degli obiettivi della giustizia minorile, come fin dall’inizio avrebbe dovuto essere senza le incertezze e i fraintendimenti che nel corso degli ultimi mesi hanno finito col trasformare la vicenda nel terreno di uno scontro molto più ampio: famiglia contro Stato, libertà educativa contro tutela dei minori, genitori contro magistratura. Diciamolo subito: Catherine Birmingham e Nathan Trevallion hanno accettato di rispondere alle richieste formulate dai giudici, hanno regolarizzato la propria situazione abitativa, avviato i percorsi sanitari richiesti, collaborato con i servizi sociali, garantito l’inserimento scolastico dei figli e dimostrato di avere costruito le condizioni ritenute necessarie per il loro rientro. Se oggi la famiglia può avviare un percorso di ricomposizione è proprio perché quel percorso ha raggiunto il risultato per cui (a ragione o a torto, nelle modalità giuste o sbagliate) era stato avviato. È durato oltre un anno, un tempo oggettivamente molto lungo, soprattutto se misurato con il ritmo della crescita di tre bambini piccoli. Eppure, va ribadito, la giustizia minorile almeno in questo caso ha infine perseguito il suo obiettivo: non sottrarre definitivamente i figli ai genitori, ma accompagnare questi ultimi a recuperare le condizioni necessarie perché la famiglia potesse tornare a vivere insieme.
La sentenza di oggi, che prevede un ricongiungimento familiare progressivo monitorato dai servizi sociali, però, consegna (deve farlo) tutto quel che è accaduto a una riflessione più ampia. Perché questa storia ha finito per raccontare molto più di se stessa, mettendo in luce le fragilità di un sistema, ma anche le distorsioni con cui l’opinione pubblica guarda alla tutela dei minori. Proviamo qui di seguito, allora, a condensare il tutto in cinque lezioni che idealmente vorremmo consegnare al dibattito pubblico affinché possano essere prese in esame per evitare il ripetersi di situazioni analoghe.
La prima: un caso non è il sistema. Per mesi l’Italia ha parlato quasi soltanto di Palmoli, come se quella fosse l’unica famiglia attraversata da un procedimento davanti al Tribunale per i minorenni. La realtà è un’altra. Secondo l’ultimo censimento nazionale, sono quasi 31mila i bambini e i ragazzi che oggi vivono lontano dalla propria famiglia d’origine: circa 15.700 accolti nelle comunità residenziali e 15.200 affidati ad altre famiglie. Dietro ciascuno di loro c’è una storia diversa: violenza domestica, dipendenze, grave trascuratezza, abusi, disagio psichico, povertà educativa, incapacità genitoriali, conflitti familiari. Vicende infinitamente meno conosciute e spesso infinitamente più dolorose, che non arrivano nei talk show e non diventano materia di scontro politico. Il caso della famiglia nel bosco ha avuto invece una forza simbolica straordinaria. Una famiglia che aveva scelto una vita radicalmente alternativa, bambini cresciuti lontano dalla scuola e dai servizi, un allontanamento disposto dall’autorità giudiziaria: tutti gli elementi per trasformare una vicenda complessa in una narrazione semplice, inevitabilmente polarizzata. Ma quando un singolo caso diventa il paradigma dell’intero, il rischio è duplice: da una parte si attribuisce a quella vicenda un valore che non può avere, dall’altra si smette di interrogarsi su tutto ciò che resta invisibile.
La seconda lezione: al centro ci sono i bambini. Per settimane il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sui diritti dei genitori: il loro stile di vita, le loro convinzioni, la loro libertà di educare i figli secondo scelte non convenzionali. Molto meno spazio è stato dedicato alla domanda decisiva: quale fosse il superiore interesse dei bambini. È una domanda che la giustizia minorile è chiamata a porsi ogni giorno e alla quale raramente esistono risposte semplici. Per un adulto qualche mese rappresenta un’attesa; per un bambino piccolo costituisce una parte significativa della propria crescita. Per questo ogni decisione – allontanare, mantenere il collocamento, favorire il ricongiungimento – pesa enormemente sul suo sviluppo. È una responsabilità che impone prudenza, ma anche rapidità perché, lo abbiamo detto e lo ripetiamo, il tempo dell’infanzia non coincide con quello dei procedimenti giudiziari.
La terza lezione: la tutela minorile non può diventare una guerra ideologica. Nel giro di poche settimane il caso è diventato terreno di scontro istituzionale, con ispezioni ministeriali, interrogazioni parlamentari, prese di posizione sempre più radicali e accuse reciproche. È legittimo discutere le decisioni dei tribunali, come è doveroso interrogarsi sul funzionamento dei servizi sociali. Ma trasformare un procedimento minorile in un referendum sulla magistratura o, all’opposto, sull’operato del Governo significa correre il rischio di perdere di vista i protagonisti della vicenda: nuovamente, e prima di tutto, i bambini. Anche perché la tutela minorile vive di un equilibrio delicatissimo: da una parte c’è il diritto-dovere dei genitori di crescere i propri figli; dall’altra il compito dello Stato di intervenire quando ritiene che quei minori siano esposti a un pregiudizio. Ridurre questo equilibrio a uno slogan – “i bambini sottratti alle famiglie” oppure “i servizi hanno sempre ragione” – significa tradire la complessità della realtà. Non possiamo mai permetterci di farlo.
La quarta lezione: come funzionano davvero servizi sociali e tribunali. Il caso Palmoli ha mostrato quanto sia difficile spiegare all’opinione pubblica che l’allontanamento rappresenta quasi sempre l’ultima misura, non la prima. Prima vengono i tentativi di sostegno, gli interventi educativi, le prescrizioni, il monitoraggio delle condizioni familiari. Quando si arriva alla limitazione della responsabilità genitoriale significa che, secondo la valutazione dei giudici, gli strumenti meno invasivi non sono stati sufficienti. Questo ovviamente non significa che il sistema sia infallibile: errori possono essercene e, quando emergono, vanno riconosciuti e corretti. Ma una critica puntuale non può trasformarsi nella delegittimazione indiscriminata di magistrati, assistenti sociali, psicologi ed educatori. Sarebbe un danno per tutte quelle famiglie fragili che proprio da quella rete di protezione ricevono ogni giorno un sostegno decisivo. E, anche in questo caso, sono tante.
La quinta lezione: il cambiamento è possibile. La famiglia nel bosco ha ricordato che le persone sono sempre più complesse delle etichette con cui vengono raccontate. Per mesi il dibattito pubblico ha oscillato tra due immagini speculari: quella della famiglia perseguitata per avere scelto una vita diversa e quella di genitori incapaci di cambiare. La decisione del Tribunale dell’Aquila (pur graduale) racconta invece che è possibile intervenire senza rinunciare all’obiettivo del ricongiungimento, che la tutela dei minori non coincide necessariamente con la separazione definitiva dalle famiglie. E racconta, appunto, che il cambiamento è possibile, ma solo quando tutte le istituzioni coinvolte – magistratura, servizi, operatori e genitori – lavorano perché i bambini possano tornare a crescere in un contesto ritenuto adeguato. Collaborando tra loro, non facendosi la guerra.
In sintesi, dunque: come si proteggono davvero i bambini senza contrapporre i loro diritti a quelli degli adulti, senza trasformare ogni decisione in una battaglia ideologica, senza dimenticare che dietro ogni fascicolo ci sono vite reali e non simboli da usare nel dibattito pubblico? Questa è la domanda che deve continuare a interrogare tribunali, servizi sociali e politica ben oltre il caso della famiglia nel bosco. La risposta è dovuta alle migliaia di altre dolorose vicende familiari che non si chiudono oggi e che continuano il loro tortuoso percorso lontano dalle telecamere, chiedendo alla giustizia minorile la stessa attenzione e responsabilità.

venerdì 24 luglio 2026

Le poesie del maresciallo


Mario Baudino
Tutte le poesie del maresciallo

La Stampa, 24 luglio 2026

È forse un caso unico, certo raro, quello di Antonio Seccareccia, carabiniere fino al 1963 e poi libraio, apprezzato da Caproni, Luzi, e da tanti altri amici scrittori che riuniva ogni anno per il premio Frascati. In volume l’intera opera poetica.

Giorgio Caproni lo definì in un articolo del ’61 «il maresciallo che amava Seneca», recensendo un suo libro di racconti, Le isolane, che sfiorò il Viareggio Opera prima. E Antonio Seccareccia maresciallo (dei carabinieri) lo era davvero. Ma era anche uno scrittore e soprattutto un poeta, che nella caserma di Frascati distillava i suoi versi, testi di ardua semplicità che piacevano non solo a Caproni ma anche a Luzi, o Pasolini, o a Giacomo Debenedetti. Ora l’editrice Interno poesia ne propone l’opera poetica completa, Una cara immagine in un sogno, a cura di Raffaele Manica e Arnaldo Colasanti.

Sono poesie come sottolinea Manica, dove il rapporto fra l’arcaico e primordiale e il sentimento poetico contemporaneo diventa la voce precisa di un uomo maturo che vive se stesso fiabescamente. O, come scriveva Mario Luzi, un modo delicato e poetico di toccare le cose. Un esempio? «La notte, nel letto, quando urtavo/ il freddo ferro col piede, dicevo:/ «Forse sono una nuvola. Cresco come il tralcio della vite»./ E quando, più tardi, vedevo/ l’alba impallidire alla finestra,/ pensavo: «Per quando sarò grande/ inventeranno come non morire»./ (I passeri sulle querce/ intonavano un canto nuziale)».

Da un maresciallo magari uno non se lo aspetterebbe, e nemmeno da uno dei tanti suo colleghi fittizi che popolano i nostri gialli. Invece la realtà a volte è più sorprendente: ragazzo contadino e di poca scuola, nato nel 1920 in provincia di Caserta, Seccareccia diventa carabiniere a 18 anni e, dopo aver raggiunto l’apice della carriera di sottufficiale, a Frascati, si congeda nel ’63 per farsi libraio - il che non è una sorpresa. Intanto aveva raccolto intorno alla caserma gli amici poeti, che danno vita al Premio Frascati.

È rimasto famoso l’aneddoto della prima volta che incontrò Caproni. Lo ammirava, voleva mostrargli un suo libro per averne un giudizio. Andò a Roma a cercarlo, bussò alla porta e quello, vedendosi davanti un uomo di in divisa, si spaventò non poco. Ma si riprese subito, e anzi dopo aver letto lo richiamò in caserma. Di lì a poco avrebbe «battezzato» il primo e chissà, forse unico integerrimo maresciallo e poeta, entrato a pieno titolo nella nostra letteratura.

giovedì 25 giugno 2026

Le sorelle ritrovate

Viviana Daloiso
Le sorelle ritrovate e la guerra degli adulti: cosa racconta davvero il caso di Sarah e Alisya

Avvenire, 25 giugno 2026

«Non hanno fatto salti di gioia», ripete ai giornalisti il procuratore capo di Sulmona Luciano D'Angelo. Non hanno abbracciato i soccorritori dopo quindici giorni di ricerche che hanno tenuto con il fiato sospeso due regioni e mobilitato decine di investigatori. Quando i militari hanno aperto la porta dell'appartamento di Formia dove erano nascoste, Sarah e Alisya, 16 e 12 anni, si sono chiuse nella stanza in cui vivevano da giorni. E quando è arrivato il momento di lasciarla, quella casa, la più piccola avrebbe opposto anche resistenza, spiegando di voler restare con la sua mamma. È uno dei dettagli emersi dalla conferenza stampa con cui stamane, il giorno dopo il ritrovamento delle due sorelline scomparse nella notte tra il 6 e il 7 giugno dalla casa famiglia di Civitella Alfedena, gli inquirenti hanno ricostruito l'ennesima vicenda che riguarda i minori nel nostro Paese e che - da qualsiasi parte la si guardi - ha dello sconfortante. Niente gialli, o rapimenti, ma una guerra familiare combattuta sulla pelle di due figlie e di cui queste ultime sono anche le uniche vere vittime.
La loro fuga si è conclusa domenica sera a Formia, nel quartiere Rio Fresco. Le ragazze erano ospitate nell'abitazione di una donna di ottant'anni, parente acquisita della madre, Valentina D'Acunto. Secondo la ricostruzione degli investigatori vivevano in una stanza dalla quale non potevano uscire né aprire le persiane, quasi segregate. Guardavano la televisione, seguivano i telegiornali che raccontavano la loro scomparsa e aspettavano. Non è ancora chiaro per quanto tempo sarebbero dovute restare lì né quale fosse il progetto elaborato dagli adulti che le avevano portate via. La Procura ha disposto il fermo della madre, del compagno della donna, del nonno materno e della proprietaria della casa con l'accusa di sequestro di persona. Ma il procuratore ha subito chiarito che la vicenda non va letta come una normale storia criminale: «Non stiamo festeggiando degli arresti, ma la liberazione di due ragazze. E questa è una storia di amore genitoriale malato: mi riferisco al fatto che quelle bambine hanno due genitori, non un solo genitore, la madre. Sono due genitori che hanno rinunciato al primo dovere che ha chiunque abbia la fortuna e l'onere di diventare genitore, ossia essere portatori di un amore disinteressato, mettere al primo posto l'interesse dei minori. Queste ragazzine da quando avevano 6 e 3 anni non hanno mai avuto alcuno che si occupasse di loro, il massimo dell'attenzione è stata in questi giorni: un'attenzione, mediatica forse anche oltremisura». Parole pesanti, soprattutto perché arrivano al termine di un'indagine che ha costretto i magistrati a immergersi in una separazione tormentata. Lo stesso D'Angelo ha raccontato che una delle prime attività investigative è stata acquisire gli atti delle cause familiari per comprendere il contesto nel quale erano maturati gli eventi: anni di scontri giudiziari, denunce, accuse reciproche e decisioni assunte dai tribunali per tentare di gestire una conflittualità diventata ingestibile. Una situazione talmente compromessa da portare i giudici, pur in assenza di abusi e di maltrattamenti, ad allontanare le ragazze da mamma e papà revocando loro la potestà genitoriale, per poi inserirle nella struttura protetta dalla quale sono poi scappate. 

L'appartamento dove sono state ritrovate a Formia le sorelline scomparse a Cividella Alfedena / ANSA 
L'appartamento dove sono state ritrovate a Formia le sorelline scomparse a Cividella Alfedena / ANSA 
Adesso Sarah e Alisya sono state trasferite in una nuova struttura protetta. Il padre, Stefano Di Giacinto (che nel contesto del lungo contenzioso familiare aveva più volte accusato la madre di manipolare le figlie e per cui a fine maggio il Tribunale per i minorenni di Cassino aveva disposto il ripristino della responsabilità genitoriale) ha chiesto che vengano collocate in un luogo sicuro e che sia dato loro il tempo necessario per elaborare quanto accaduto. È probabilmente l'unica certezza possibile in questa fase. Il lieto fine, se così si può definire, riguarda soltanto il loro ritrovamento in buone condizioni di salute fisica. Il resto della loro esistenza va ricucito da un mondo adulto che, almeno finora, ha fallito. Dai genitori che per anni hanno trasformato la separazione in una guerra permanente fino alle istituzioni chiamate a governarne le conseguenze. La vicenda d'altronde si consuma in un momento storico in cui il sistema italiano di tutela dei minori, complice il caso della “famiglia nel bosco”, è nuovamente al centro di uno scontro politico e culturale. Da una parte chi vede nei tribunali minorili, nei servizi sociali e nelle comunità educative un apparato invasivo, capace di interferire eccessivamente nella vita delle famiglie; dall'altra chi ricorda che proprio a quelle strutture lo Stato affida il compito più difficile, proteggere bambini e adolescenti quando il contesto familiare diventa fonte di sofferenza anziché di tutela. Le sorelline scomparse e ritrovate rischiano così di essere arruolate nell'ennesima battaglia ideologica, nonostante l'appello lanciato dallo stesso procuratore di Sulmona: «Questa vicenda deve farci riflettere», ha detto, ricordando come sia raro arrivare alla compressione della responsabilità genitoriale non per abusi o violenze, ma come conseguenza di una separazione divenuta distruttiva. Una considerazione che sposta il fuoco della discussione oltre le polemiche sulle case famiglia e sulle decisioni dei tribunali, riportandolo al nodo più difficile da affrontare: che cosa succede, cioè, a un figlio quando il conflitto tra genitori diventa la cifra stessa della sua crescita? È l'interrogativo che attraversa migliaia di vicende familiari e giudiziarie nel nostro Paese e che mette alla prova un sistema di tutela dei minori gravato da carenze strutturali, riforme incomplete e risorse insufficienti. Ma che prima dello Stato, e dei suoi possibili interventi a tutela dei bambini, chiama in causa la responsabilità degli adulti. Non esiste provvedimento giudiziario, comunità educativa o percorso di sostegno capace di cancellare il peso degli anni trascorsi nel mezzo di una guerra familiare. Quella guerra, semplicemente, non dovrebbe mai cominciare.

sabato 18 aprile 2026

La dignità del bambino


Anastasia Vécrin  Clémence Mary
"Gli studi degli psicologi sono pieni di adulti che hanno perso quell'impulso vitale che caratterizza l'infanzia"
Libération, 17 aprile 2026

Abusi, insulti, schermi onnipresenti, lo scandalo dei programmi extrascolastici … È questo l'allarme lanciato dal filosofo Pierre Vesperini, che in * Per i bambini: Educare con dignità, educare alla libertà* (Les Belles Lettres) denuncia la banale brutalità e l'indifferenza della nostra società nei confronti delle giovani generazioni, nonostante un recente risveglio in materia di diritti dei bambini. Mentre la Fondazione per l'Infanzia ha pubblicato venerdì 17 aprile il suo barometro sulla violenza educativa ordinaria , lo specialista di antichità, nonché membro del comitato scientifico della Fondazione, si interroga sul sostegno di una maggioranza di cittadini a un'educazione autoritaria che "addestra" anziché educare, producendo disturbi dell'identità e una società conformista. Per lui, una crisi dell'infanzia sta attraversando le società occidentali, ma è soprattutto una crisi degli adulti, sempre più assenti. Afferma che è possibile un'altra forma di educazione, più democratica ed egualitaria.

Come mai un filosofo dell'antichità si è ritrovato a scrivere un trattato sull'educazione?

È difficile trovare un filosofo che non si interessi di educazione, poiché essa definisce l'intera società. Il punto di svolta per me è stato quando sono diventato padre. Non potevo crescere mio figlio con i metodi a cui ero abituato, avendo vissuto, come quasi tutti, un'educazione che includeva quella che viene definita "violenza educativa ordinaria". Ho letto i libri della psicoterapeuta Isabelle Filliozat , ed è stata una rivoluzione copernicana: ho scoperto l'educazione democratica, una relazione non violenta che rispetta la dignità del bambino.

Esiste il pregiudizio secondo cui i genitori dovrebbero "sapere come fare" e che, se si ha bisogno di un aiuto esterno, significa aver fallito. Ma qualsiasi adulto che contribuisca, direttamente o indirettamente, all'educazione di un bambino ha bisogno di informazioni sulla sua natura, i suoi bisogni e il suo sviluppo: altrimenti, le sue azioni saranno basate sull'ignoranza e sul pregiudizio – e cosa ci potrebbe essere di peggio?

Perché queste nuove domande su come crescere un figlio?

Il bambino è l'ultimo arrivato in una lunga storia di emancipazione umana iniziata nell'era moderna e che ha interessato individui uno dopo l'altro: schiavi, lavoratori, minoranze, donne... e i bambini per ultimi, persino dopo gli animali. A volte rifletto con tristezza sul fatto che i miei concittadini siano più sensibili ai diritti degli animali che a quelli dei bambini.

Come possiamo spiegare questa discrepanza tra l'amore che affermiamo di provare per i bambini e il ruolo che riserviamo loro nella nostra società?

Esistono due modi di amare qualcuno, che si tratti di un figlio o di un coniuge: come un oggetto, una fonte di piacere o di orgoglio (il "figlio modello", per così dire), oppure come un soggetto. Quando la persona amata, considerata come un oggetto, dimostra la propria libertà, disobbedisce o non segue la strada desiderata, l'amore può trasformarsi in aggressività, o persino in odio.

Ci sono anche genitori che faticano ad amare i propri figli perché sono troppo depressi – tra il 15 e il 20% delle madri dopo il parto – e non riescono a instaurare con loro un legame affettivo. La teoria dell'attaccamento di John Bowlby è poco conosciuta al grande pubblico, sebbene sia stata verificata empiricamente da tempo. La sua idea è che un neonato, come altri mammiferi, abbia bisogno di qualcuno che gli offra sicurezza quando è in difficoltà, ecc., per poter crescere. Esistono diversi tipi di figure di riferimento , principalmente la madre nelle nostre società. La qualità del rapporto di attaccamento durante i cruciali primi mille giorni avrà un impatto per tutta la vita.

Qual è il problema dell'educazione autoritaria, in cui la maggior parte degli adulti di oggi è stata generalmente cresciuta?

L'educazione tradizionale instaura fondamentalmente una gerarchia tra adulti e bambini: un dominio che non esclude necessariamente l'amore, ma in cui l'amore – o più precisamente, la sua espressione – è subordinato alla docilità del bambino. In breve, si crea una dinamica di potere che, per ottenere l'obbedienza del bambino, ricorre alla violenza psicologica (negazione dell'affetto, ricatto, intimidazione, isolamento, ecc.), alla violenza verbale (parole offensive e umilianti, insulti, ecc.) e alla violenza fisica (schiaffi, sculacciate, ecc.).

Sostiene quindi che il bambino, privato dello status di persona, sia essenzialmente un oggetto appartenente ai genitori; è un retaggio del codice civile. Quando chiedo alle persone intorno a me delle loro pratiche genitoriali, spesso c'è un certo imbarazzo; lo considerano una questione privata. Eppure ora sappiamo che la famiglia è un luogo di grande pericolo; dobbiamo "entrare nelle famiglie" per proteggere donne e bambini attraverso la legge e massicce campagne di sensibilizzazione, come fece il governo svedese nel 1979 quando c'era la volontà politica di vietare la violenza contro i bambini.

Quali sono le conseguenze?

Molti adulti cresciuti in questo tipo di ambiente faticano a realizzarsi. Hanno sviluppato una bassa autostima e non sanno chi sono perché non hanno fatto altro che obbedire e conformarsi. Questo porta gli adulti a cercare altre figure autoritarie: il capobanda durante l'adolescenza, il capo, il demagogo, il guru e così via, creando una popolazione in gran parte conformista e obbediente. Lo psicologo Marshall Rosenberg li definisce "brave persone morte". Gli studi degli psicoterapeuti sono pieni di adulti disconnessi dall'energia vitale che caratterizza l'infanzia. L'obiettivo dovrebbe essere quello di farli diventare adulti capaci di pensiero critico, impegnati nella libertà e nella dignità umana. Questa è una questione politica cruciale.

Anche in una democrazia esiste un sistema di punizioni e sanzioni.

Certo, l'educazione democratica, come ogni democrazia, presuppone principi, leggi e regole. I bambini, infatti, le apprezzano, a patto che vengano rispettate da tutti. Ma il rapporto adulto-bambino non è una democrazia come le altre. Per me, l'autorità genitoriale corrisponde a una sorta di "governo provvisorio", esercitato su un essere che per definizione è immaturo. La punizione viene inflitta agli adulti perché gli adulti sono considerati maturi. Punire un bambino, oltre ad essere completamente controproducente, come ci ha recentemente ricordato l'eccellente tesi di Laurent Muller, è moralmente ingiusto perché un bambino è un essere in via di sviluppo, ancora in costruzione.

Da dove nasce dunque l'idea che una buona istruzione sia necessariamente autoritaria?

Come ha dimostrato il professor Olivier Maurel, la maggior parte dei sistemi educativi si basa su una visione desolante del bambino: ovvero che i bambini siano esseri intrinsecamente malvagi che devono essere puniti per diventare civili. Nel nostro Paese, questa visione si ispira alla dottrina cristiana della Caduta, ai moralisti classici, all'immaginario capitalista di una natura umana egoista, alla psicoanalisi freudiana (il bambino come "pervertito polimorfo", aggressivo, manipolatore, ecc.)...

In realtà, è vero il contrario, come sappiamo oggi. Numerosi esperimenti dimostrano che i bambini nascono con un incredibile istinto sociale, cooperativo: se ricevono un ordine assurdo, lo correggono da soli. Chiedete loro di riempire un bicchiere forato e ne sceglieranno uno senza. Purtroppo, questa capacità di disobbedienza scompare rapidamente con i metodi educativi tradizionali. Marion Cuerq, esperta di diritti dell'infanzia, parla di questo "filtro di sfiducia" che ci fa vedere i bambini come esseri determinati a manipolarci, a impadronirsi del potere. Ma no, vogliono semplicemente essere liberi, come noi.

Ci troviamo forse a un punto di svolta, con l'ascesa dei diritti dei bambini, la denuncia sempre più visibile della violenza contro i minori e la messa in discussione dei modelli educativi autoritari?

Sì, ma i progressi restano molto lenti. Non mi piace l'espressione "violenza educativa ordinaria", tra l'altro, perché questa violenza non ha nulla a che vedere con l'istruzione. Il più delle volte deriva da scoppi d'ira, da genitori che sfogano le proprie frustrazioni sui figli. C'è stata l'iniziativa Familia Grande, un certo grado di sensibilizzazione , ma oggi la CIVIISE [Commissione Indipendente sull'Incesto e la Violenza Sessuale contro i Minori] è in declino , la violenza domestica è spesso gestita male, c'è stato lo scandalo delle attività extrascolastiche... Tutto ciò dimostra che sia la società che il sistema giudiziario faticano ancora a proteggere i bambini. Ancora oggi, la voce di un bambino ha poco peso. Come ha sottolineato l'avvocato Negar Haeri, quando un bambino denuncia il furto di un cellulare, viene ascoltato, ma non quando si tratta di violenza sessuale. Quando si tratta del corpo del bambino, per citare la risposta di un agente di polizia ai genitori che avevano appena sporto denuncia contro un animatore di attività extrascolastiche, "è la parola di una bambina di 3 anni contro quella di un uomo di 56 anni".

Lei si è schierato contro il "time out", la pratica di isolare un bambino, sostenuta dalla psicologa Caroline Goldman . Comprende le proteste che ha suscitato?

Il "time out" appartiene al neolinguaggio dei genitori autoritari. In francese corretto, andrebbe chiamato "isolamento forzato". Questa pratica è vietata dal diritto internazionale, poiché la Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia la proibisce, così come dal diritto nazionale, poiché la legge del 10 luglio 2019 proclama che l'autorità genitoriale deve essere esercitata senza violenza fisica o psicologica. Quando mi sono schierata contro il "time out", ero lontanissima dal sospettare che l'opinione pubblica si sarebbe rivoltata contro di me. Ho letto centinaia di commenti incredibilmente violenti in difesa di Caroline Goldman.

Oggi assistiamo a una maggiore manifestazione di emozioni da parte di bambini irrequieti. Qual è la ragione di ciò?

La nostra società assorbe sempre più tempo degli adulti, tra lavoro e schermi, impedendo loro di essere presenti per i propri figli, il che ovviamente crea problemi. Come definito dall'OMS, l'abuso sui minori ha due volti: la violenza psicologica, fisica e sessuale ("abuso") e la negligenza , ovvero la mancata cura di un bambino. Le persone che sono costantemente al telefono e mettono i propri figli davanti agli schermi si macchiano di abuso sui minori. E gli studi scientifici dimostrano che questo abuso ha conseguenze in termini di disturbi psicologici e comportamentali. Come tutti gli esseri umani, i bambini hanno bisogno di interazione umana.

Stiamo assistendo a un numero sempre maggiore di adolescenti che discutono dei loro problemi con i chatbot anziché con i loro parenti, spesso oberati di impegni. Questo è uno degli aspetti più inquietanti del dramma che si sta svolgendo sotto i nostri occhi con l'intelligenza artificiale, e dovrebbe far riflettere tutti. Sentiamo sempre più spesso dire che i genitori non dovrebbero essere biasimati per aver fatto del loro meglio, ma questo è un modo per scaricare la responsabilità su di noi. Tutti commettiamo errori a causa dei nostri condizionamenti e delle nostre debolezze, ma questo non dovrebbe impedirci di riflettere sulle nostre azioni.

Anziché incolpare gli adulti, non dovremmo forse ripensare il quadro di riferimento che genera questa violenza quotidiana contro i bambini?

L'una cosa non esclude l'altra. Il fatto di mettere in discussione un sistema abusivo non significa che si debba giustificare il comportamento individuale. In questo caso, di fronte a un marito violento, non facciamo nulla perché "è colpa del patriarcato". Entrambi i livelli di azione, collettivo e individuale, devono essere mantenuti. Le società che trattano bene i bambini sono anche società in cui la vita è migliore. In Svezia e nei Paesi Bassi, il congedo parentale è lungo e condiviso , le persone lavorano meno, hanno più tempo libero e un tasso di produttività più elevato. Possiamo solo concludere che in Francia siamo completamente arretrati.