Visualizzazione post con etichetta Franco Fortini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Franco Fortini. Mostra tutti i post

martedì 3 marzo 2026

Una minima ordalia

 

i duellanti del sonetto
Fortini-Zanzotto. L’analisi del carteggio mostra che una buona metà della vita i due litiganti l’hanno spesa a rispecchiarsi l’uno nell’altro

Ordalia. La parola deriverebbe dall’antico anglosassone Ordal, «giudizio di Dio», e designa quelle prove cui in antico venivano sottoposti gli accusati: gli innocenti salvati dall’Altissimo, gli altri bruciati affogati schiacciati da massi. Di lì viene ogni forma di tortura, ma anche (secondo alcuni giuristi) l’istituto della giuria popolare, nella quale si tradurrebbe l’«orda» col suo barbarico giudizio (vale anche per i premi letterari, certo).

L’ordalia si svolse nel momento più caldo. Sono i primi di giugno del 1968, ma quella sera a Milano si gela. Qualche mese prima è uscito un libro bruciante del napalm che incendia il Vietnam, ma dal titolo d’algida ironia: La Beltà. E sul «Corriere della Sera» è appena uscita, a sorpresa, l’incoronazione di Montale: quella poesia «agisce come una droga sull’intelletto giudicante del lettore». Si può immaginare il clima della serata. Prende la parola un poeta giovane che brilla per acume critico, Giovanni Raboni, e dice cose molto giuste. Dopo di lui è però la volta di Franco Fortini. Non è solo un poeta di rilievo e il critico più ascoltato, cioè temuto, su piazza; in quel momento il suo marxismo eretico, all’improvviso, è à la page. Del lavoro di Zanzotto è stato fra i primissimi testimoni, alternando adesioni entusiastiche a contraggeni laceranti. Non sa però Zanzotto che per Mondadori Fortini ha scritto un parere di lettura che, con sofistica dialettica, ne sconsiglia la pubblicazione. Vittorio Sereni però conosce i suoi polli, e «la conclusione editoriale è SÌ». Mentre il libro-bomba comincia così la sua strada, che oggi ce lo fa considerare il libro di svolta del Novecento italiano, l’ordalia deve comunque prodursi. Chi conosce il rituale lo sa: le presentazioni di poesia sono coatte all’eufemia e, il più delle volte dunque, alla genericità. Invece dal tavolo dei relatori, quella sera, Fortini rincara la dose; e i due non si parleranno, in sostanza, per quasi quattro anni.

L’episodio è il clou di un duello che di anni ne dura più di quaranta, e che ora la bravissima Matilde Manara ha finalmente ricostruito nella sua interezza, aggiungendo il bonus di quegli interventi leggendari, trascritti da un’audiocassetta quasi sessantenne, e dei pareri mondadoriani. Un duello, sì; del resto fra le ordalie c’era in antico anche il «duello di Dio»: che fra i contendenti dava ragione al più forte (un criterio molto basic, questo di Goti e Longobardi, al quale oggi torniamo spensierati). E sarà appunto Zanzotto a definire «ordalie» quelle cui Fortini costringeva gli interlocutori cui era più affezionato (Pasolini e lo stesso Sereni ne sapevano qualcosa).

Alla maniera stilnovistica della tenzone, i due tornano a incrociare le rispettive lame, o piuttosto lime, nel decennio successivo. All’inizio degli anni Sessanta entrambi hanno giocato con una forma, il sonetto, una volta egemone ma finita nel dimenticatoio almeno dai tempi di Leopardi. Autoironico Fortini apre il fuoco inviando a Zanzotto un primo sonetto (non conservato purtroppo), cui il destinatario risponde subito, non sappiamo se «per le rime». Ma sono proprio le rime, il punto: la forma-spettro è deliberatamente inattuale, nei confronti di un mondo contemporaneo che si chiamerà, di lì a poco, postmoderno (anche se i due preferiscono parlare di «convenzionismo», Zanzotto, o «manierismo», più coraggiosamente Fortini). In ogni caso è una svolta decisiva non solo per le rispettive opere in versi, ma per tutto il corso della nostra poesia. Nel Galateo in Bosco di Zanzotto, nel ’78, il fulgido cristallo dell’Ipersonetto sarà composto in gran parte dai materiali della tenzone: e farà scuola presso almeno due generazioni di poeti (non escluso l’altro attore di quella serata di tregenda, Raboni). A più lento rilascio viene di qui pure il sarcasmo civile, arci-sconfitto, del Fortini di Composita solvantur, che nel ’94 con caramellati melismi metastasiani canta le guerre virtualizzate dai media. E la replica di Zanzotto – la poesia LIVE, che due anni dopo segna a dito il «teleschermo» che «dirette erutta e balocchi» – viene a sua volta da una lettera a Fortini.

Una buona metà della loro vita, insomma, questi due facondissimi duellanti l’hanno spesa a rispecchiarsi l’uno nell’altro. Nota acutamente Manara, infatti, come sia a chiasmo il rapporto di forze del loro «duello di Dio»: Zanzotto passa da umile apprendista di provincia al rango, da Fortini accordatogli con formula dantesca in un’intervista, di «suo maggiore nella “gloria della lingua”». Nel ’79 gli chiede una prefazione a Una obbedienza, e Zanzotto descriverà magnificamente il «ponte» che nella poesia di Fortini unisce la sua ideologia alla passione, tutt’altro che razionale, del suo «terremoto del profondo».

Obliquamente eloquente è soprattutto una coppia di sonetti da Fortini mandati a Zanzotto nel ’77. Se il primo ricorda all’interlocutore (da lui sempre incoraggiato al «ragionamento») «che umana è nostra creta», cinque mesi dopo gli si rivolge invocando da Zanzotto «il vero fuoco» che solo lui riesce ancora a «cantare» – mentre chi scrive, su d’esso, sa solo «specolare». Con tipica imagery manieristica Fortini si raffigura prigioniero di una «grotta ove in ombra si invischia» mentre cerca invano, «chimico inetto», di produrre esplosivi «in odio al secolo». Risolutivo potrà forse essere solo il portatore di fuoco – il poeta appunto. Sapevano entrambi, quella metafora, a quale esplosione si riferisse. Nove anni prima l’uno l’aveva fatta brillare; e l’altro aveva provato a soffocarne le fiammate. Ma quel fuoco non s’era mai estinto.

Franco Fortini-Andrea Zanzotto

Una minima ordalia. Carteggio 1952-1994

a cura di Matilde Manara con la collaborazione di Pietro Orlandi

e Jacopo Maria Romano

Quodlibet, pagg. 224, € 20

sabato 22 marzo 2025

La Rossana a me va bene



Massimo Raffaeli
Una feconda amicizia con note dissonanti
il manifesto, 12 marzo 2025

Arrivederci tra dieci anni? Il carteggio Fortini-Rossanda (1951-1993) (Firenze University Press-USiena Press, pp. 146, euro 21.85, ma scaricabile gratuitamente in pdf), con un saggio di Monica Marchi, nella puntuale curatela di Giuseppe Ferrulli.

 ... Fortini e Rossanda si incontrano nell’immediato dopoguerra quando l’uno, ex partigiano e appena reduce dal Politecnico, iscritto al Psi, è consigliere della Casa della Cultura a Milano, mentre l’altra, storica dell’arte entrata nella Resistenza da allieva di Antonio Banfi, giovanissima dirigente del Pci, la dirige.

L’esordio del rapporto, o meglio il primo punto di frizione, è una disputa all’interno della Casa della Cultura (diretta fino al ‘63 da Rossanda con risolutezza e aperture impensabili in anni di Guerra fredda e zdanovismo) che si conclude nel dicembre del ’51 con le dimissioni di Fortini dal consiglio direttivo della Casa, quando in una lettera accusa i militanti del Pci (e dunque, di riflesso, la direttrice medesima) di essere dei «comunisti piccoli», agenti di un mediocre machiavellismo nei confronti dei compagni e soprattutto dei socialisti.

LA NATURA, la postura stessa del rapporto tra Fortini e Rossanda, qui sono dati una volta per sempre: di solito Fortini porta l’affondo ironico ovvero aggressivo, additando gli spettri di una umanità ferita e irredenta, ridotta allo stato di perenne parzialità, sia pure ritrovata nel pensiero poetico, in immagini la cui drammatica scomposizione lascia tuttavia intravedere un possibile riscatto, il disegno utopico della totalità e, pertanto, di un’umanità risarcita. (A una simile oltranza dell’immaginario, corrisponde il riflesso psicologico di un carattere ombroso, insofferente e refrattario a gesti di conciliazione: la sua interlocutrice un giorno lo definirà di carattere «infiammabile», un altro citerà le parole di don Abbondio a proposito del cardinal Federigo: «Oh che sant’uomo! ma che tormento!»).

ROSSANDA HA PROFILO e carattere antipodi, in lei ogni gesto istintivo coincide con l’incipit di una riflessione e così la sua ricerca di una mediazione non è mai rifiuto del conflitto ma un rilancio del discorso su un piano ulteriore, più largo e magnanimo: la scrittura le somiglia, ha un passo lungo e avvolgente prima di approdare alla fermezza di una conclusione.

L’uno in una celebre poesia (Il Comunismo, nella raccolta Una volta per sempre, 1963) dovrà ammettere la difficoltà di vivere l’eguaglianza con i propri compagni nella comune negazione dell’esistente («Non si può essere comunista speciale./ Pensarlo vuol dire non esserlo»), l’altra in una lettera ormai tarda, del gennaio 1981, gli si rivolgerà nella sgomenta convinzione che il comunismo non è il traguardo ma la via, terribilmente accidentata, per raggiungerlo: «La mia identità è di essere comunista, e non lo sono; non me ne importa di niente altro, per rapporto a quel che ho capito un giorno del ’43 e rispetto al quale ho collezionato soltanto cammini faticosi approdati in vicoli ciechi».

SONO DINAMICHE riavviate ad ogni passaggio di fase del loro rapporto, scandito dalla storia grande del secondo Novecento e dall’avvicendarsi dei gruppi intellettuali e politici che lo costellano. Prima c’è l’indimenticabile ’56 (con una sfuriata di Fortini contro la Casa della Cultura, rea di ignorare il rapporto Krusciov e di ridurre – con una conferenza dello psicoanalista Cesare Musatti – la critica dello stalinismo ad una eterna lotta col padre), poi gli anni del Miracolo economico e la lunga stagione delle lotte che culmina nel ’68-’69 e apre il decennio antagonista, con la radiazione dal Pci del gruppo del manifesto e la successiva fondazione, nel 1971, del quotidiano.

Fortini ne sarà una prima firma (i suoi articoli sono ora nei due volumi di Disobbedienze, manifestolibri 1997-’98) ma con aspri dissensi prima sulla scelta di inglobare il quotidiano nel Pdup poi, dagli anni ottanta, sulla progressiva ai suoi occhi «americanizzazione» nei gusti, nello stile e nel linguaggio del giornale che egli vorrebbe, scrive nella lettera del 18 dicembre ’74, concentrato sulla critica «che smonta e spiega il processo produttivo della cultura circostante e cerca di farci capire come funziona e non soltanto quale ideologia indossi e propagandi».

Ma il contrasto diventa frattura irreparabile quando nel ‘79, recensendo il Doppio diario postumo di Giaime Pintor, Fortini estrapola la figura dello scrittore e martire antifascista per farne un caso di ceto privilegiato e di classe, la stessa che a cadenza rifornisce lo Stato dei suoi Grand Commis: l’articolo non esce e Rossanda, sdegnata, si schiera immediatamente dalla parte di Luigi Pintor, offeso nel profondo. Ci vorranno anni per ripristinare la collaborazione di Fortini al giornale e un qualche rapporto con la sua interlocutrice ma prevarranno d’ora in poi il senso di stanchezza per la vecchiaia incipiente, i silenzi, e le reciproche omissioni.

ANCHE NEI TESTIMONI terminali del carteggio la postura rimane immutata e, rileva Monica Marchi, «da una parte c’è Fortini che orgogliosamente rivendica il suo isolamento dall’altra parte, invece, c’è Rossanda che al contrario difende il suo essere parte di qualcosa». In altri termini, con gli stereotipi che ogni tanto il carteggio rilancia, da una parte c’è il poeta scismatico e comunista «speciale», dall’altra l’intellettuale prediletta da Palmiro Togliatti e Jean-Paul Sartre, la compagna dell’indimenticabile K. S. Karol.

Quegli ultimi documenti sono gesti di omaggio che l’antico discidium, retrospettivamente, carica di senso e destino. Rossanda scrive in occasione del pensionamento di Fortini dall’Università di Siena lo stupendo saggio (anche autobiografico) che si intitola Le capre ostinate mentre il poeta le conferma una definitiva adesione nell’epigramma Per Rossana R. (in Poesie inedite, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Einaudi 1997): «Gente, la rima non ripaga/ corta è la vita lunga la piaga./ Finché un’ora più vera non viene/ la Rossana a me va bene».

domenica 1 febbraio 2015

Walter Siti, Tante volte Fortini

Tante volte Fortini, sia saggista che poeta, è stato accusato di oscurità (lo prendevamo in giro, «si spezza ma non si spiega»); e invece qui, in questa senilità inerme e smarrita, la cosa più commovente è proprio la semplicità. Non c’è una parola difficile o astrusa, non c’è una citazione colta, non c’è un’inversione sintattica latineggiante o preziosa: il testo si presenta indifeso come le “genti” che non può andare a soccorrere. Mai Fortini ha raggiunto, parlando d’amore, l’intimità emotiva di questo testo di delusione e di rabbia. È una resa, ma una resa che sottintende una resistenza più profonda: gli altri poeti italiani della sua generazione, da Sereni a Caproni a Bertolucci, di fronte al crollo delle vecchie categorie si trincerano dietro un grande-stile lapidario e un po’ mortuario, pronunciano le verità ultime e sublimi, si astraggono dalla cronaca o la interpretano secondo sottili equivalenze metaforiche. Lui continua a guardare la cronaca in faccia, come di lì a poco guarderà la malattia; accetta la propria miseria e inefficacia ma non smette di testimoniare: questa volta si spiega, riducendo il proprio armamentario retorico ai minimi termini, ma non si piega all’idea di una lirica che appartenga solo a se stessa. Sul rapporto tra impegno e forma, tra Storia e assoluto, forse i suoi saggi orgogliosi e poco ruffiani, così appassionati nell’intervento e così poco giornalistici, potrebbero ancora servire: per “un buon uso delle rovine”, come suona il sottotitolo di uno dei suoi ultimi libri. (Walter Siti)


 FRANCO FORTINI

 
 Lontano lontano…
 
Lontano lontano si fanno la guerra.
Il sangue degli altri si sparge per terra.
Io questa mattina mi sono ferito
a un gambo di rosa, pungendomi un dito.
Succhiando quel dito, pensavo alla guerra.
Oh povera gente, che triste è la terra!
Non posso giovare, non posso parlare,
non posso partire per cielo o per mare.
E se anche potessi, o genti indifese,
ho l’arabo nullo! Ho scarso l’inglese!
Potrei sotto il capo dei corpi riversi
posare un mio fitto volume di versi ?
Non credo. Cessiamo la mesta ironia.
Mettiamo una maglia, che il sole va via.


-----------------------------------------------------------------------------------

Nella seconda Canzonetta, il tempo brevissimo degli eventi militari è introdotto da un verso che ha il sapore di una favola, quasi a voler stilisticamente riprendere il gioco del ragnetto nel giardino: «Lontano lontano si fanno la guerra» (v. 1). Il “vecchietto” è distante dagli eventi, è «il sangue degli altri» (v. 2) che viene sparso. Il suo sanguinare è invece procurato da un altro elemento, ancora una volta idillico e campestre, cioè dalla puntura di una spina di rosa. La comparazione del proprio sangue col sangue altrui porta ad una ironica riflessione sul ruolo del poeta e dell’intellettuale, che chiuso nel suo giardino “occidentale” non può né portare aiuto alle vittime e né parlare, perché la sua parola resta inascoltata. E se anche potesse far sentire la sua voce, a cosa servirebbero i versi ? La riflessione ha una brusca torsione verso l’amarezza: si metta fine alla triste ironia, il sole comincia a scomparire, bisogna indossare una «maglia» (v. 14) per affrontare l’inverno del conflitto. (Roberto Talamo)

http://win.ospiteingrato.org/Fortiniana/Canzonette_del_Golfo.html