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venerdì 30 ottobre 2026

L'inganno della sicurezza

Il carcere minorile Ferrante Aporti a Torino

Glauco Giostra
Più carcere, meno sicurezza: l'inganno della stretta penale

Avvenire, 29 ottobre 2026

Il recente, ennesimo decreto sicurezza susciterebbe sbadigli per la tediosa ripetitività del fenomeno, se non confermasse una preoccupante degenerazione della politica e non solo. Assistiamo infatti a un esibito trumpismo penale e carcerario, gabellato per tutela della sicurezza sociale. Come quando ai tempi del proibizionismo «si incollava l’etichetta con la scritta “sciroppo” o “gazzosa” sulle bottiglie di whisky» (André Gide), così oggi si applica l’etichetta “sicurezza sociale” su provvedimenti di demagogico e improduttivo autoritarismo carcerocentrico. Rectius , produttivi solo elettoralmente. La ragione di questa alta redditività in termini elettorali di una politica che ostenta il turgido bicipite della repressione penale e il carcere come risolutiva risposta alle condotte antisociali è impeccabilmente descritta nella Medea di Christa Wolf: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non crede, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci».

Cosa significa vivere in carcere, in Italia

Eppure, non solo è evidente che con il susseguirsi dei “provvedimenti sicurezza” cresce l’insicurezza, ma la lenzuolata di nuovi reati e le iperboliche risposte sanzionatorie hanno aumentato, nell’arco di vita di questo governo, di diecimila detenuti la già intollerabile popolazione penitenziaria e di ben il 50% quella dei penitenziari minorili (tanto che il ministro della Giustizia vorrebbe provvisoriamente fronteggiare il prevedibile afflusso di nuovi condannati minorenni riservando loro alcune sezioni negli strabordanti carceri per adulti: imbarazzante). Ma la soluzione c’è, ha assicurato la Presidente del Consiglio qualche tempo fa e Nordio in queste ore: basta costruire nuove carceri. Un’idea in frontale contrasto con le raccomandazioni da tempo formulate dal Consiglio d’Europa: «Aumentare la capacità ricettizia significa aumentare senza vantaggio alcuno la domanda di carcere», mentre bisognerebbe far ricorso alle misure alternative, «mezzi importanti per combattere la criminalità, per ridurre i danni che essa causa» e per evitare «gli effetti negativi della reclusione». Non si può non aggiungere che nell’attuale situazione italiana aspettare la costruzione di nuove carceri significherebbe rassegnarsi per div]ersi anni al numero intollerabilmente alto di suicidi, di atti di autolesionismo, di condanne dello Stato a risarcire detenuti per trattamento inumano e degradante.

Più in generale, poi, questo ennesimo ricorso al decreto- legge si espone a non meno importanti rilievi critici. Quando ci si accinge a regolamentare il più penetrante dei poteri dello Stato nei confronti dell’individuo, il potere penale, le scelte dovrebbero essere frutto di un ampio dibattito parlamentare. Il ricorso al decreto-legge, negli ultimi tempi quasi sempre in assenza del presupposto costituzionalmente imprescindibile della necessità e dell’urgenza, esautora il Parlamento del suo potere primario. Non solo: indulge nel vizio italico che Natalino Irti efficacemente denominava dell’“occasionalismo legislativo”, cioè quella deprecabile tendenza di produrre norme sull’onda emotiva, in genere pessima consigliera perché attenta al sintomo e non alla causa, dell’ultimo fatto di cronaca. Con l’ulteriore, grave danno di disordinare il sistema: «Da certi ritocchi (stile ministeriale), da certi rimaneggiamenti a spizzico, da certe ricatapecchiature ‒ ammoniva il grande Luigi Lucchini [giurista, deputato poi senatore del Regno, 1847-1929] ‒ sarebbe folle ingenuità sperare di cavarne qualche costrutto».

giovedì 22 ottobre 2026

Una grande questione sociale

Andrea Carugati
Mattarella bacchetta il governo: risposte ai giovani

il manifesto, 22 ottobre 2026

«La società non può rivolgersi ai giovani con un atteggiamento di indifferenza o, peggio, di meschina sottovalutazione. È una grande questione sociale. Una priorità che deve vedere sensibili istituzioni e tutte le forze della società». Sergio Mattarella torna ad affrontare la grande questione che agita la politica dallo scorso fine settimana. Lo fa parlando alla cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine «Al Merito del Lavoro» ai Cavalieri nominati il 2 giugno scorso e i riconoscimenti ai giovani alfieri del lavoro. «Occorre uno sguardo di ampia visione che si proponga strategie adeguate nel farsi carico del malessere, del senso di insicurezza per il futuro che sovente i giovani avvertono, del timore di asservimento o di emarginazione. Tanto più in questi tempi così tumultuosi e incerti».

PER IL CAPO DELLO STATO quello della sottovalutazione delle esigenze e dei problemi del mondo giovanile è un tema ricorrente. Così come il monito ad affrontare il «grave peso» della fuga dei neolaureati all’estero. «Molti rientrerebbero volentieri se fosse offerto loro un cammino di lavoro e di vita che consentisse di potersi adeguatamente realizzare». E ancora: «Serve un opportuno e coinvolgente incontro tra generazioni, in una stagione in cui squilibrio demografico e accelerazioni tecnologiche rendono più problematica questa alleanza».

MONITI CHE FINORA non sono stati ascoltati, in particolare dal governo che non ha messo in campo misure adeguate per favorire il rientro. Ma ora la questione si è fatta ancora più spinosa. Lunedì, dopo gli scontri di Milano, Mattarella (dopo aver definito «inaccettabile» la violenza e portato solidarietà alle forze dell’ordine) aveva definito «necessaria una analisi intelligente e approfondita» degli scontri e dei saccheggi e di come una simile devastazione sia stata possibile. «Va elaborata una attenta vigilanza in grado di contrastare violenze che sembrano esplodere in modo inatteso, da parte di soggetti inediti», il suo ragionamento. «C’è da riflettere sotto diversi profili».

A TUTTI ERA PARSO chiaro che le sue parole fossero anche un invito al governo a non a reagire con l’ennesima stretta repressiva di corto respiro. Ma, appunto, con una «analisi approfondita» del malessere di giovanissimi che sfugge a vecchie lenti di lettura. E invece il governo ha reagito con il solito riflesso reazionario, fino ad immaginare di affidare poteri di polizia giudiziaria ai militari. Un’ipotesi su cui il Quirinale ha posto un veto fortissimo, fino a farla sparire dal testo dell’ennesimo decreto sicurezza approvato martedì dal consiglio dei ministri. Un confronto duro, quello tra gli uffici di palazzo Chigi e del Quirinale. Non inedito, certo, visto che lo stesso film si era già visto per i precedenti decreti sicurezza, con Mattarella intento a cassare gli aspetti più palesemente incostituzionali. Come nel caso dell’ultimo decreto. Ma anche, e basta andare indietro di poche settimane, sul decreto scuola, quello che fissa al 30% il tetto di stranieri per classe e impone il divieto di velo e burqa per le alunne. In quel caso, il Colle ha cassato le norme che ipotizzavano la revoca della responsabilità genitoriale o del permesso di soggiorno per i genitori stranieri che non avessero frequentato i corsi obbligatori di lingua italiana. Anche stavolta a Mattarella è toccato il compito di ridurre il danno. Ma non senza chiarire al paese la propria posizione. Come ha fatto ieri al Quirinale, in quella che a molti è parsa come una stroncatura dell’azione del governo. Ipotesi ovviamente non confermata dal Colle, da dove viene ricordato che l’impegno di Mattarella sul tema dei giovani è una costante dei suoi 11 anni di mandato. Non a caso il 2 giugno si era fatto intervistare da 10 giovani, per dire che «nella generazione che va salendo vedo una quantità di elementi positivi maggiori di quelli che avevano le precedenti». E del resto ieri anche Mario Draghi, parlando con Bloomberg, ha commentato le rivolte in Spagna, Francia e Italia parlando di «blocco delle aspettative: i giovani hanno la sensazione che nessuno li ascolti».

NEL GOVERNO, IN ATTESA che il decreto arrivi al Colle per la firma, si discute ancora sulla sua applicazione, a partire dal ruolo dei 500 parà della Folgore in arrivo a Milano, uno dei reparti più duri dell’esercito. La Difesa spinge per un ruolo proattivo, non un semplice rafforzamento dell’operazione «Strade sicure». «I militari faranno dei pattugliamenti dinamici a fianco delle forze dell’ordine nelle aree più sensibili, oggetto in questi giorni di episodi di estrema violenza», ha detto ieri il sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, in pole position come candidato della destra a Milano. «Non pattuglieranno e basta: l’unica cosa che non potranno è arrestare i soggetti coinvolti, ma li possono fermare e con l’ausilio della polizia condurre poi nelle caserme o nelle questure». Il Viminale si limita a parlare di pattuglioni misti formati da poliziotti e militari ma con compiti diversi. Questi «verranno assegnati dall’autorità di pubblica sicurezza, che nella fattispecie è il prefetto», ha detto Piantedosi. Di certo, i parà non saranno dotati di taser e spray urticanti, avranno i manganelli ma li potranno usare solo in casi specifici.

lunedì 19 ottobre 2026

A parte la violenza

Francesco Ramella
La democrazia si difende offrendo un'idea di futuro

Domani, 19 ottobre 2026 

L’impegno giovanile e gli scontri di certi gruppi con le forze dell’ordine sono due storie diverse. Ma una democrazia non si difende soltanto garantendo l’ordine nelle piazze. Si difende anche offrendo ai ragazzi ragioni per credere nell’avvenire e nella possibilità di cambiarlo senza violenza

Le piazze italiane sono tornate a riempirsi di giovani e giovanissimi. Le manifestazioni e gli scontri raccontano però due storie che sarebbe un errore confondere.

La prima è quella di un nuovo protagonismo politico giovanile, dall’Europa agli Stati Uniti, fino all’Asia. La seconda riguarda le violenze che hanno accompagnato alcune proteste. Episodi gravi, riconducibili a gruppi minoritari ma eterogenei, dalle frange più radicali dei collettivi studenteschi ai gruppi antagonisti, fino ad alcuni giovani di origine immigrata. In alcuni casi, gli stessi manifestanti hanno tentato di isolare gli «incappucciati». Confondere queste storie significa ridurre una mobilitazione sociale a un problema di ordine pubblico e rinunciare a comprendere la violenza.

Policrisi

Partiamo dalla prima. Dietro le proteste si intravedono le tensioni di quella che, insieme a Sonia Bertolini, abbiamo chiamato «generazione della policrisi». Una generazione cresciuta tra crisi sovrapposte — economiche, ambientali, sanitarie, geopolitiche — che hanno incrinato le promesse di progresso e mobilità sociale delle generazioni precedenti. Ai giovani si chiede di investire nel proprio futuro, mentre si moltiplicano le ragioni per dubitare che sarà migliore del presente. In un’indagine Istat su quasi 100mila adolescenti, il 38 per cento dei 14-19enni dichiara di avere paura del futuro; tra le ragazze il 42 per cento.

Certo, nelle mobilitazioni italiane conta anche l’emulazione delle proteste francesi e spagnole. E chi è tornato a chiedersi perché i nostri presunti «bamboccioni» non scendessero in piazza sembrava aver dimenticato le manifestazioni per Gaza, per la parità di genere e contro l’estrema destra. In Italia il disagio dei giovani ha ragioni profonde e strutturali. Tra i 15 e i 29 anni lavora appena un giovane su tre (33,1 per cento), circa sedici punti meno della media europea; il 13,3 per cento non studia, non lavora e non segue percorsi formativi. Pesano salari bassi, precarietà, difficoltà di accesso alla casa e un welfare poco orientato all’autonomia giovanile. Non sorprende che, secondo l’Istat, soltanto il 45 per cento  degli 11-19enni immagini il proprio futuro in Italia, mentre il 34,2% pensi di vivere all’estero.

Ma l’insicurezza materiale non racconta tutto. Una generazione prende forma quando riconosce di condividere problemi e un destino comune. Dalle nostre ricerche emerge un «post-materialismo precario»: i giovani aspirano all’autonomia, a lavori significativi, alla sostenibilità e alla qualità della vita, senza però poter dare per acquisita la sicurezza economica. Non è una generazione senza aspirazioni; è una generazione che fatica a trovare i mezzi per realizzarle. Lo scarto tra aspettative e opportunità può produrre sfiducia e ripiegamento, ma anche partecipazione e domanda di cambiamento.

La radicalizzazione

Veniamo alla seconda storia, quella della violenza. La radicalizzazione di alcune frange non va sottovalutata. Sarebbe gravissimo trasformare la spiegazione del disagio in una giustificazione degli scontri. Chi usa la piazza per reclutare militanti e alimentare la violenza va isolato e condannato senza ambiguità.

Ma è pericolosa anche la strumentalizzazione sul fronte opposto. Ridurre ogni protesta a emergenza di ordine pubblico e rappresentare le forze dell’ordine come patrimonio di uno schieramento, anziché istituzioni al servizio di tutti, esaspera le contrapposizioni. È il paradosso della «securitizzazione»: cercare consenso promettendo ordine e rischiare di produrre più disordine. Le ricerche sulla radicalizzazione richiamano, oltre ai gruppi di pari, il peso dell’esclusione sociale, della percezione di ingiustizia e della sfiducia nell’imparzialità della polizia e della giustizia. La sicurezza richiede fermezza e rispetto dei diritti, non una retorica dell’emergenza.

C’è poi una responsabilità più ampia. Che messaggio arriva ai giovani da un mondo in cui la violenza è sempre più esibita da chi detiene il potere? Dalla devastazione di Gaza alle retoriche aggressive di Donald Trump e alle pratiche coercitive dell’Ice verso gli immigrati, la forza viene spesso presentata come risposta ordinaria ai conflitti. Non si tratta di equiparare fenomeni diversi né di assolvere chi aggredisce nelle piazze. Ma quando la violenza si normalizza dall’alto, cresce il rischio che anche dal basso appaia inevitabile o legittima.

L’esempio dei potenti conta, ed è un pessimo esempio. Una democrazia non si difende soltanto garantendo l’ordine nelle piazze. Si difende anche offrendo ai giovani ragioni per credere nel futuro e nella possibilità di cambiarlo senza violenza.

 

giovedì 15 ottobre 2026

Così parlò la madre

Viola Giannoli
"Mio figlio deve pagare ma non è un mostro chiedo scusa a Iacopini"

la Repubblica, 15 ottobre 2026

«Mio figlio dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non è un mostro. Vorrei parlare con la mamma di Davide Iacopini e chiederle scusa». Parla di getto, la mamma di uno dei due ragazzi della minicar, il minorenne seduto sul lato del passeggero di quella macchinina nera che, ricercata per giorni, a Roma ha seminato in poche ore panico e dolore. «Quella minicar non è nostra, una minicar non possiamo permettercela, ma ricchi o poveri non ti salvi da quel che la vita ti sbatte in faccia. Mio figlio era su quell’auto, da martedì notte purtroppo lo so e ora dobbiamo farci i conti».

Lei lo aveva capito che uno dei ragazzi fosse lui?
«Ho sperato fino all’ultimo che non fosse così, all’inizio non potevo immaginarlo. Poi ho cominciato a chiedergli: “Ma sei sicuro? Non c’entri niente?”. Lui negava e io gli ho creduto, che altro potevo fare? Poi ho smesso di dormire perché qualcosa mi sentivo».

Come mai, cos'è cambiato? "Ho visto mio figlio diverso, l'ho visto piangere. Ieri notte, l'ho visto vomitare. Si è portato, insieme al suo amico, un peso che non ha avuto il coraggio di raccontare. Ma io sono la madre: lo sentivo come respirava dentro. Ho chiamato la mamma dell'altro ragazzo, quello con la minicar, abbiamo iniziato a monitorare ogni passo. Fino all'altra notte".

Quando sono arrivati i carabinieri e la confessione. "Siamo andate in caserma, siamo state noi a farli ammettere. Ho passato tutta la notte con lui, a parlargli, a capire. Mio figlio mi ha chiesto: "Si può credere che Dio faccia un miracolo? Io non lo so come si prega, aiutami a pregare per aiutare quell'uomo". Parlava di Davide iacopini, la vittima più grave. I ragazzi sono accusati anche di altre cinque aggressioni, alcuni testimoni hanno parlato di bastoni. "Non volevano dare nessuna bastonata, mio figlio mi ha raccontato che nelle loro intenzioni doveva essere uno scherzo: spaventare i passanti. Gli ho spiegato che uno scherzo smette di essere tale quando mette in pericolo un'altra persona. Non posso sapere tutto quello che è successo, posso soltanto riferire ciò che lui mi ha detto".

... Che ragazzo è suo figlio? "Un figlio della società di oggi, dei cellulari, dei social. Ho cresciuto lui e suo fratello affrontando difficoltà enormi, cercando di trasmettere loro dei valori. La mattina esco alle 5 per andare a lavorare ma sono stata presente, li ho ripresi, ho combattuto contro i loro errori, anche quando sarebbe stato più semplice voltarmi dall'altra parte. Non sono una madre perfetta e non pretendo di esserlo. Ma non accetto l'idea che ogni errore di un figlio sia automaticamente la prova del fallimento dei suoi genitori. I nostri figli crescono dentro una società, non soltanto dentro una famiglia. E tutti dovremmo interrogarci sul mondo che stiamo consegnando loro".  ... 

Il caso della minicar a Roma, l’adolescenza e i limiti da non oltrepassare

L’adolescenza non è una malattia e non è, per definizione, un’età violenta. È una fase di trasformazioni. La domanda decisiva non è soltanto perché un adolescente possa provare eccitazione davanti al rischio, ma come arrivi a ignorare che quel rischio viene imposto a una persona innocente

A Roma, due adolescenti di 16 e 17 anni hanno ammesso il coinvolgimento in sei aggressioni compiute a bordo di una minicar e si trovano in stato di fermo. Tra le vittime c’è l’attore Davide Iacopini, ricoverato in terapia intensiva. «Quella notte ci siamo divertiti così», avrebbero detto agli investigatori. Una frase che inquieta perché trasforma la violenza in intrattenimento. Ma soprattutto obbliga a una domanda: che rapporto esiste, nell’adolescenza, tra aggressività, ricerca di emozioni e capacità di riconoscere il dolore altrui?

L’adolescenza non è una malattia e non è, per definizione, un’età violenta. È una fase di trasformazioni: il bisogno di autonomia cresce, il giudizio dei coetanei acquista peso, mentre la regolazione delle emozioni e la valutazione delle conseguenze continuano a maturare. Questo non rende inevitabile l’aggressione né riduce la responsabilità. Aiuta piuttosto a capire perché, in alcuni ragazzi, l’impulso possa prevalere sulla riflessione.

Non basta, dunque, parlare di «ragazzate». Colpire uno sconosciuto non è un eccesso di vivacità: è un atto di violenza. Eppure sarebbe altrettanto sbagliato diagnosticare a distanza una psicopatia o descrivere un’intera generazione come incapace di empatia. La scienza può illuminare meccanismi generali, non leggere nella mente dei protagonisti.

Uno di questi è il disimpegno morale: la capacità di neutralizzare, almeno temporaneamente, il significato delle proprie azioni. La vittima diventa un bersaglio anonimo, il danno una conseguenza secondaria, la sopraffazione un gioco. Una metanalisi di Gini, Pozzoli e Hymel (2014), condotta su 17.776 giovani, ha riscontrato un’associazione tra disimpegno morale e comportamenti aggressivi, più marcata negli adolescenti rispetto ai bambini. La violenza non richiede sempre l’assenza di regole morali, ma la loro sospensione selettiva.

Conta anche ciò che accade quando si è insieme. Un coetaneo può alimentare il desiderio di mostrarsi coraggiosi e trasformare l’escalation in una prova reciproca. Ma i pari non sono soltanto un fattore di rischio. Coleman e Farrell (2021), studiando longitudinalmente oltre 2.500 studenti, hanno mostrato che alcune influenze positive degli amici possono attenuare il legame tra vittimizzazione e aggressività fisica. La relazione con l’altro può quindi spingere verso la violenza oppure diventare un argine.

Un’indagine su 802 adolescenti italiani ha inoltre collegato l’esposizione alla violenza nella comunità, il disimpegno morale e il bullismo (Esposito et al., 2022). Non significa che i due ragazzi romani siano cresciuti in un ambiente violento: non ne abbiamo elementi. Ricorda però che l’aggressività adolescenziale non nasce nel vuoto. Si sviluppa dentro relazioni, modelli osservati, esperienze di appartenenza e modi appresi di risolvere i conflitti.

Sarebbe comodo attribuire tutto ai social, alla noia o a famiglie assenti. Senza prove, sono spiegazioni che rassicurano gli adulti più di quanto chiariscano i fatti. La domanda decisiva non è soltanto perché un adolescente possa provare eccitazione davanti al rischio, ma come arrivi a ignorare che quel rischio viene imposto a una persona innocente. Qui educazione e responsabilità devono incontrarsi: riconoscere un limite significa comprendere che oltre quel limite c’è un altro essere umano.

Servono conseguenze proporzionate, tutela delle vittime e interventi educativi. Prevenire la violenza significa insegnare a interrompere l’escalation, a sottrarsi alla complicità, a dare un nome alla sofferenza provocata. E significa offrire agli adolescenti modelli adulti coerenti, capaci di ascoltare senza giustificare e di porre limiti chiari e netti.

Il caso della minicar non ci dice che gli adolescenti siano violenti. Ci ricorda qualcosa di più difficile: nell’età in cui si costruisce la propria identità, anche il modo di guardare l’altro è ancora in formazione. La vera sfida educativa è fare in modo che la ricerca di sé non passi mai attraverso il male da fare a qualcun altro.