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mercoledì 10 giugno 2026

Le tesi fatte con l'AI

Marianna Rizzini
Abolire le tesi di laurea fatte con L’AI? E’ già realtà, dicono due docenti
Il Foglio, 10 giugno 2026

Roma. La scena più o meno era questa, ed è una scena i cui particolari si sono svelati via via nel corso degli ultimi due anni, raccontano all’unisono Giorgio Caravale, docente di Storia moderna presso l’università degli Studi Roma Tre, e Lisa Roscioni, docente di Storia Moderna alla Sapienza Università di Roma: improvvisamente, sulle scrivanie dei professori abituati da tempo a tesi di laurea triennale scritte per così dire in modo un po’ grossier – tesi a cui si doveva magari rimettere mano correggendo la forma, dice Caravale – sono arrivati e addirittura piovuti elaborati il cui livello, dice Roscioni, “si era alzato considerevolmente”. Considerevolmente ma non inspiegabilmente: tra controlli incrociati, prove empiriche, supposizioni e confessioni degli stessi studenti, si è giunti presto alla conclusione che il balzo in avanti nel livello di elaborazione e stesura delle tesi fosse dovuto non tanto a un corso intensivo di scrittura accademicocreativa quanto a un uso intensivo ed estensivo della AI. Che gli studenti ne facessero uso era noto, che la usassero come supporto anche i docenti pure (e chi non? era insomma il pensiero sotteso), ma il fatto di essere giudicati a due passi dalla laurea sulla base di una tesi scritta dal convitato di pietra robotico era parso d’un tratto paradossale, a tratti surreale. Un teatro, anzi un teatro nel teatro, con il prof. in modalità radbomantica costretto, raccontano Caravale e Roscioni, a fare a ritroso o a intuito il percorso dello studente lungo le autostrade della AI, per capire se tizio o caio avesse copiato e quanto, spesso illuminati dall’indizio degli indizi: la bibliografia quasi inventata. Morale: “Non aveva senso”, dice Caravale, raccontando che a Roma Tre, nel suo e in altri dipartimenti, si è deciso allora di eliminare le tesi per le lauree triennali (anche se non per le più complesse lauree magistrali), con l’escamotage – in ottemperanza alle regole ministeriali – di giudicare lo studente su una dissertazione orale, previo caricamento online di un elaborato scritto non sottoposto a valutazione. Il tutto per poter valutare nella sostanza, fuor di copia-e-incolla, se il laureando “fosse in grado di approfondire, collegare, argomentare. Una sorta di ‘rivincita dell’oralità’”, dice Caravale. E senza nulla togliere al ruolo della AI, “formidabile scorciatoia”, dice Roscioni. Semplicemente prendendo atto e andando avanti. All’Università Sapienza le tesi scritte non sono state ancora eliminate, ma quello è per molti docenti l’obiettivo, anche per uscire dal gorgo a volte tragicomico a volte energivoro del “chi ha copiato da chi”. Eppure, davanti alla possibile e precipitosa discesa nella totale assenza del pur minimo esercizio cognitivo e critico del laureando, l’oralità, dice Roscioni, si offre come soluzione: “E pensare che l’antropologo e filosofo Walter J. Ong, nel 1982, nel suo saggio ‘Oralità e scrittura’, aveva predetto l’approdo dell’umanità a una forma di ‘oralità secondaria’”.

sabato 14 marzo 2026

La ricreazione è finita

Pasquale Vitagliano
Al termine di una educazione sentimentale

il manifesto, 13 marzo 2026

Il primo dei perdenti. «Non hai vinto. E’ che quella ha rinunciato», Marcello Gori, il protagonista del La ricreazione è finita (Sellerio, pp. 480, euro 16), riceve così la notizia di aver vinto un dottorato di ricerca in italianistica. Per quelli come lui, che nella carriera universitaria, hanno dovuto affidarsi al mestiere più che allo studio, per farsi largo nella selva accademica ci vuole fortuna e poco buon senso. Altrimenti, lui per primo non avrebbe puntato un centesimo al toto-concorsi dell’Università di Pisa. E’ il libro che ha fatto conoscere Dario Ferrari, seguito da L’idiota di famiglia, uscito proprio in questi giorni sempre per la casa editrice siciliana.

Anche Marcello vive a Viareggio, ha trent’anni, prima che la sua vita svoltasse in modo imprevedibile si arrabattava con lezioni private e altri lavoretti. Invece, l’ambizione e la sorte l’hanno portato a tu per tu con un mammasantissima dell’Università, il chiarissimo professor Sacrosanti. Il nome fa l’uomo. In questo caso, fa il barone. «Si conquisti un feudo. Deve diventare la massima autorità su quel fazzoletto di terra. Poi da lì potrà espandersi, col tempo. Ferrari ci introduce dentro una realtà che non è ignota ma che nella sua immobilità è capace di adattarsi con forza minerale alle evoluzioni sociali. Il suo romanzo è un racconto generazionale. Entriamo nella vita di Marcello come il giovane Sacrosanti ha vissuto quella di Porci con le ali. Pur nelle costanti umane, le differenze sono molte e forti. Il mondo ha cambiato tutti prima che ci riuscissero loro. Il sesso non dà più brividi di liberazione. «E’ solo orale, nel senso che ne parliamo spesso e lo facciamo di rado». Di questa generazione non ne resta un cult. Però ne cogliamo perfettamente il mood.

«Le do una dritta. Ha mai letto Tito Sella?» Wikipedia: Tito Sella (1953-1998) è stato un terrorista italiano. Il gesto con cui Marcello inizia ufficialmente il dottorato è tagliarsi la barba. A questo punto, come con i baffi di Emmanuel Carrère, la storia si divarica e cambia anche il tono del racconto. Veniamo proiettati nella storia di questo scrittore, condannato all’ergastolo per aver inseguito la Rivoluzione nella Versilia della fine degli anni ’70. Per la sua tesi, a Marcello dovrebbero interessare le opere di Sella. Ad attrarlo fatalmente sono invece le vicende della Brigata Ravachol, dal nome di un anarchico francese. Nel 1977 questo gruppo armato si era segnalato per due azioni: l’esplosione di un carro allegorico con Moro e Berlinguer durante il corteo di Carnevale, e l’assassinio di un giudice.

Perché il Sacrosanti ha messo Marcello sulle orme di quest’autore minore, in bilico tra un Rocky della lotta armata e un Oblomov del riflusso? Anche il libro oscilla tra romanzo di formazione e inchiesta storica. Il sentimento che prevale è quello dell’irresolutezza. Capovolgendo la frase di Calvino, lo stesso protagonista dichiara che pensavamo di essere giovani e invece eravamo solo incompleti. Non è un azzardo, invece, l’associazione a Tristram Shandy. L’andamento non è lineare, procede a spirale, divagazioni, riflessioni s’intrecciano con gli eventi della coppia Marcello-Tito Sella. Si arriva all’agnizione finale, inseguendo fino a Parigi l’archivio segreto dello scrittore-terrorista. E’ il momento centrale, «in cui si sospende la serie del tempo e delle vicende di una vita per svelare l’identità definitiva di un individuo». Tramite Sella abbiamo conosciuto Marcello e ci siamo scovati nella terra di mezzo dell’irresolutezza, dove il dubbio si coltiva più per natura che per scelta. La ricreazione è davvero finita. Al termine di questa educazione sentimentale, se ci giriamo indietro a guardare il nostro passato, la nostra giovinezza, potremmo scoprire che forse non fu il tempo migliore della nostra vita. Accontentiamoci del presente. 


martedì 21 maggio 2013

Un essere superfluo: il bibliotecario

Il bibliotecario non pesa nelle battaglie per il potere all'interno dell'Università. Tra l'altro è una figura ormai quasi inesistente negli organici. A fronte di pochi lavoratori assunti a tempo indeterminato, la distribuzione del libri come il prestito sono affidati in genere a persone che dipendono da cooperative esterne. Persone che diventano merce di scambio in un mondo dominato dal calcolo mercantile più miope. Le cooperative licenziano o minacciano di licenziare, l'Università non c'entra, o finge di non avere a che fare con il problema, il servizio peggiora: ma questo è un particolare secondario in un paese in cui le biblioteche non hanno più i soldi per comprare i libri.

Giulia Ferrario
Come tigre in gabbia: prosegue la mobilitazione dei bibliocooperativisti torinesi
Nuova Società, 20 maggio 2013
 

Terzo giorno di sciopero "selvaggio, ma pacifico", come loro stessi tengono a sottolineare, dei lavoratori e le lavoratrici che si sono organizzati contro i licenziamenti decisi da Coop Culture di Torino. In giornata odierna alle 11 i bibliocooperativisti si sono dati appuntamento nell'atrio Palazzo Nuovo per un'assemblea nella quale hanno ribadito le ragioni della mobilitazione e hanno deciso e annunciato le prossime mosse. Dopodiché si sono mossi in corteo fino alla sede della cooperativa, in via Sant'Anselmo 6, per esporre nuovamente le proprie rivendicazioni.
Filo conduttore di tutti gli interventi in assemblea, il rifiuto categorico di quella che nel volantino intitolato "Like a tiger in a cage" ("Come tigre in gabbia"), definiscono brutalità del licenziamento, affiancata alla brutalità dell'essere lavoratori esternalizzati, e a quella dello smantellamento dei servizi universitari, dal taglio delle borse di studio alle oggettive deficienze strutturali e organizzative del nuovo campus universitario. L'intervento di Franco Bungaro, bibliotecario organico dell'Università, fornisce ulteriori strumenti per comprendere la situazione. Interpreta la posizione dell'ente accademico: «La proroga decisa in sede di CdA è una proroga effettiva, per cui di fatto i licenziamenti non avrebbero alcun fondamento. Oltretutto – aggiunge - alla domanda postale dai responsabili dell'Università se intenda proseguire o meno nel rapporto di appalto, Coop Culture ha risposto positivamente, in netta contraddizione con i licenziamenti!».
Università e cooperativa, in buona sostanza, si rimpallano le responsabilità. «Ma se quelle della Coop Culture - secondo il rappresentante sindacale Stefano Capello - sono evidenti, e stanno nell'aver deciso arbitrariamente e senza concertazione il licenziamento in tronco di 33 lavoratori che in quanto tali sono anche soci della cooperativa stessa, a fronte di un contratto d'appalto che invece è stato ufficialmente rinnovato, non bisogna sottovalutare le responsabilità dell'Università – ribadisce Andrea Guazzo, uno dei biblocooperativisti licenziati - da anni non vengono indetti concorsi per permettere l'assunzione di bibliotecari, ma la quasi totalità del servizio è esternalizzata, delegata alle cooperative che sostanzialmente funzionano da mediatori, per cui i lavoratori si vedono costretti a una condizione precaria e a essere per questo continuamente ricattabili».
La solidarietà già raccolta nei giorni scorsi tra studenti e dipendenti di altre cooperative si sta estendendo a tutto il personale universitario e agli utenti, che si vedono depauperati di un servizio indispensabile. Interviene Germana Berlantini, studentessa di Palazzo Nuovo: «siamo solidali con i lavoratori in lotta perché non condividiamo l'atteggiamento di Coop Culture e Università nei loro confronti, ma anche perché ci sentiamo direttamente coinvolti, anche noi vittime del progressivo smantellamento e della riduzione della dei servizi per cui continuiamo a pagare le tasse. Ci troviamo costretti a gestire noi stessi le biblioteche chiuse dall'Università, come la Ruffini, e a rinunciare a ore di studio o ricerca perché quelle aperte hanno orari ridotti rispetto al passato, come la Bobbio, nel nuovo campus, che chiude al pubblico alle 18». Dello stesso segno gli interventi successivi, di studenti e di lavoratori del sociale, anch'essi assunti tramite cooperativa e perciò precari e in mobilitazione quasi perenne.
Il prossimo appuntamento è per domani alle 11 per un corteo che partirà dal novo campus e arriverà in Rettorato dove si trasformerà in un presidio in occasione della riunione del Senato Accademico, «in cui - ci dice il professor Enrico Pasini, rappresentante del Dipartimento di Filosofia che incontriamo prima dell'inizio dell'assemblea - mi preoccuperò di portare la questione all'attenzione del Senato, in modo che esca una posizione chiara e univoca per voce del Prorettore che possa sollecitare la risoluzione della faccenda». «L'Università – aggiunge – deve lavorare nell'ottica di ampliare il servizio e quindi la richiesta di personale o monte ore, non certo in senso opposto».
Resta da augurarsi che si trovi il modo di non far pagare ai lavoratori le questioni tra cooperativa e università.

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 ... i licenziamenti sono stati poi ritirati.

Alessandro Ferretti

“…ci vediamo costretti ad operare il licenziamento collettivo di nr.33 unità di personale a tempo indeterminato”. Licenziati in tronco, senza ammortizzatori sociali, tramite un fax senza firma. Così inizia questa storia, giovedì scorso a Torino: ben poco originale, in questi tempi austeri.
I licenziati sono soci di una delle due cooperative che forniscono il servizio di reference delle 49 biblioteche dell’Università di Torino: stanno al bancone, accolgono gli utenti e porgono i libri. UniTo ha da anni appaltato il servizio (rimettendoci dei soldi): oltre ai 33 dipendenti di CoopCulture ci sono altri 39 esternalizzati.
Tra i licenziati ci sono persone che lavorano per la cooperativa da 15 anni: hanno famiglie, spese e affitti da pagare. Nella lettera di licenziamento si legge che le “condizioni economiche … attuali non consentono all’azienda l’equilibrio economico della gestione”. Una storia simile si ripete ogni anno, al rinnovo dell’appalto. Il lavoratore esternalizzato è il vaso di coccio tra un’azienda che vuole massimizzare i profitti e un’università che vuole risparmiare, ma stavolta è peggio: mai si era arrivati al licenziamento in tronco di massa.
La notizia è una mazzata violenta, ma stavolta cade su un’incudine davvero dura. I bibliocoop in anni di precarietà hanno imparato che, rimanendo uniti e agendo insieme, sopravvivere alle incertezze della loro condizione è possibile. Due anni fa si sono mobilitati in massa contro i licenziamenti di tre colleghi e sono riusciti a sventarli con scioperi partecipati, coinvolgendo la comunità universitaria ed evitando la riduzione degli orari di apertura delle frequentatissime biblioteche.
E così, alla mazzata fa seguito una reazione decisa e immediata. Giovedì stesso viene indetto uno  sciopero a oltranza, fino al ritiro di tutti i licenziamenti. Il giorno dopo, venerdì 17, c’è il tracollo del sistema: le biblioteche sono praticamente tutte chiuse. Oltre a tutti i 33 licenziati hanno scioperato anche la grande maggioranza dei lavoratori dell’altra cooperativa; i bibliotecari dipendenti diretti dell’università sono solidali e non estendono le loro mansioni per mettere una toppa sui disservizi. Pure le copisterie intorno alle sedi universitarie notano che è successo qualcosa di strano: nessuno è andato a fare fotocopie!
Gli scioperanti non stanno però certo a casa a far flanella. Si ritrovano alle 9 alla sede CUB (molti dopo una notte in bianco), discutono e decidono di dirigersi, con un corteo improvvisato, alla sede torinese della Coop Culture. Contattata sul posto, la sede centrale veneziana rifiuta di ritirare i licenziamenti. I bibliocoop si dirigono quindi alla divisione bibliotecaria di UniTo, l’altra morsa della tenaglia, che si dice subito disponibile a cercare ogni soluzione per garantire la continuità lavorativa.
I bibliocoop fanno il punto in un’assemblea nei locali della divisione. A parlare sono persone comuni, che hanno imparato sulla loro pelle la vulnerabilità della condizione di esternalizzato, ma sono consapevoli della propria professionalità e dell’importanza del lavoro che svolgono. Arrivano anche studenti dei collettivi e altri solidali: dopo un po’ il locale non contiene tutti e si va a parlare in strada. Alla fine si conferma lo sciopero, discutendo la situazione in assemblea il lunedì seguente insieme a ricercatori, precari e studenti.
Dopo un inquieto weekend, alla fine dell’assemblea gli scioperanti vanno in corteo al Rettorato dove è in corso una seduta del Senato Accademico. Viene diffusa la notizia che CoopCulture avrebbe ritirato i licenziamenti, ma non c’è nessuna comunicazione ufficiale al riguardo. Le biblioteche rimangono chiuse o con orari fortemente ridotti; ogni giorno i bibliocoop diffondono aggiornamenti della situazione.  Studenti, docenti e precari non se la prendono con gli scioperanti per il disservizio e in molti si mostrano partecipi.
Il giorno dopo nuovo corteo dal Campus Einaudi fino in Rettorato per “intervenire” dall’esterno alla seduta del CdA. Finalmente arriva una notizia positiva: il CdA decide che i prossimi appalti del servizio avranno durata triennale, dando più continuità al servizio e più serenità ai lavoratori. Spunta anche l’ipotesi di cancellare subito 30 licenziamenti e mantenerli solo per 3 persone, ma il rifiuto è netto: tutti al lavoro o nessuno al lavoro.
Mercoledì i precari del CPUniTo, che conoscono appieno il dramma della precarietà, mostrano la loro solidarietà in modo tangibile: devolvono 500 euro (prendete esempio!) al fondo cassa di solidarietà per gli scioperanti. Infine, la perseveranza viene premiata: al quinto giorno di sciopero, ieri pomeriggio Coop Culture ritira tutti e 33 i licenziamenti.
Don Gallo se n’è andato più o meno in quello stesso momento. Penso che gli avrebbe fatto piacere conoscere questa piccola storia piena di voglia, di lotta, di speranza e di dignità. Questo articolo è dedicato a lui e a Beppe Ambare: un grazie per tutto e un abbraccio, spero che stiate già facendo amicizia.

Torino, l’Università che resiste: bibliotecari rispediscono i licenziamenti al mittente
 Il Fatto quotidiano, 23 maggio 2013