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venerdì 5 giugno 2026

La mala educaciòn

Luciana Cimino 
La "mala educaciòn" di Valditara ora è legge

il manifesto, 5 giugno 2026

«Così tuteliamo gli studenti dalla propaganda gender». La teoria del gender non ha nessun fondamento scientifico ma il governo italiano ha adesso la sua legge per tutelare omofobia e sessismo e la spaccia per educazione affettiva. Con queste parole il ministro dell’Istruzione (e merito) Giuseppe Valditara ha festeggiato il via libera al provvedimento che porta il suo nome. Dopo il passaggio alla Camera, è stato approvato ieri dal Senato con 78 sì e 38 no il testo che disciplina le ore di «relazioni» e «empatia» (con la sessualità relegata all’ambito biologico) nelle scuole.

Vietate nella primaria, saranno possibili solo a partire dalle medie e superiori ma previo consenso dei genitori. Le famiglie potranno anche visionare i materiali utilizzati e valutare gli eventuali soggetti esterni coinvolti. Nella pratica si tradurrà nell’esclusione da questi presunti percorsi proprio degli alunni che provengono dalle famiglie più vulnerabili rispetto al tema della violenza domestica, fortemente religiose o ideologizzate oppure senza strumenti o motivazione per parlarne, lasciandoli ai siti porno.

«È una riforma storica», ha detto il ministro leghista che lo scorso novembre nel corso della discussione alla Camera, per sostenere il suo ddl era arrivato anche a insultare le opposizioni. Valditara, dopo aver modellato le scuole tecniche e professionali sui desiderata di Confindustria, in questo caso ha pagato pegno alle associazioni più conservatrici che sostengono la maggioranza. Non è un caso che gli applausi arrivano dal Moige e dai Pro Vita & Famiglia. «Un passo storico», l’ha definito il movimento dei “genitori italiani”. La stessa enfasi di Jacopo Coghe, portavoce dell’associazione Pro Vita che ha rivendicato: «Questa legge mette un freno all’indottrinamento ideologico nelle scuole, una vittoria che sentiamo nostra».

Le realtà che si occupano di famiglie arcobaleno o violenza sulle donne sono, invece, sconcertate. Anche perché il ddl Valditara si pone in contrasto con le indicazioni dell’Oms, dell’Unesco e della Convenzione di Istanbul sull’educazione alle sessualità. «Una scelta politica gravissima che segna un ulteriore passo nella deriva autoritaria e conservatrice del paese, le domande delle persone più giovani non scompaiono perché una legge prova a zittirle», ha commentato l’Arcigay. Mentre Una, Nessuna e Centomila sottolinea: «Davanti all’aumento della violenza sessuale e delle malattie sessualmente trasmissibili tra gli adolescenti, la risposta del ministero è ostacolare anche quel minimo di informazione che entrava a scuola». «Avevamo chiesto di fermarsi – ricostruisce la rete Ready (Regioni e enti locali impegnati per prevenire le discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere) – la nostra esperienza di enti locali dice l’esatto contrario del ddl: serve fare i progetti di educazione sessuo affettiva già nei primi anni di scuola».

Nessun emendamento delle opposizioni per migliorare il testo è stato tenuto in considerazione: il ddl è stato approvato così come disegnato dal suo autore tra le proteste in Aula. Anche perché il ministro ha lasciato l’emiciclo durante la discussione. «È una grave responsabilità quella che la maggioranza si sta assumendo di fronte ai femminicidi, una generazione crescerà senza strumenti per riconoscere il consenso – ha detto la senatrice Cecilia D’Elia, capogruppo del Pd nella commissione Istruzione di Palazzo Madama – L’effetto, voluto, è quello di mettere sotto accusa i progetti oggi attivi nelle scuole e di tanti enti locali per sposare una tesi oscurantista che fa diventare l’educazione sessuo-affettiva una questione etica opzionale e non un diritto educativo universale». Anche per Avs il testo di Valditara è sbagliato perché «scarica sulle famiglie una responsabilità enorme senza riconoscere che non sono tutte uguali», ha spiegato il senatore rossoverde Peppe De Cristofaro. Commenti analoghi da Italia Viva e M5s per i quali la legge «crea un precedente pericoloso».

lunedì 11 maggio 2026

La polemica sui Promessi sposi

Silvia Truzzi
I Promessi sposi in aula e le idee storte tanto care a donna Prassede

Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2026

AI POSTERI L’ARDUA SENTENZA. La polemica sui Promessi sposi a scuola - che potremmo sintetizzare in “Questo matrimonio studenti-manzoni non s’ha da fare” o “Questo libro non s’ha da leggere a scuola”è assai antica. Carlo Emilio Gadda si premurò di scrivere la famosa Apologia manzoniana, in cui si domandava: “Che cosa avete mai combinato, Don Alessandro, che qui, nella vostra terra, dove pur speravate nell’indulgenza di venticinque sottoscrittori, tutti vi hanno per un povero di spirito?”. L’ultima notizia non è che qualcuno – che sia Moccia o Enrico Vanzina – vorrebbe sostituire il romanzo degli italiani con le proprie opere (immortali narrazioni a tre metri dal cielo o cinepanettoni), ma che la commissione Valditara ha proposto lo slittamento dell’insegnamento del romanzo dal secondo al quarto anno di liceo. Motivo: è più logico studiarli al quarto anno insieme al resto della letteratura dell’ottocento. Nei primi anni i professori avrebbero la possibilità di proporre letture alternative che stimolino il piacere per la lettura, e nel quinto anno si studierebbe (finalmente) il Novecento. Un gruppo di docenti, capitanati dal professor Barbero, ha lanciato una petizione contro lo slittamento, che in pochi giorni ha raggiunto le 25mila firme. Dicono giustamente i professori che al quarto anno - vista la quantità di autori fondamentali da studiare (Goldoni, Parini, Foscolo, Leopardi...) non sarebbe possibile dedicare la necessaria attenzione al classico dei classici, il romanzo seminale della nostra letteratura contemporanea (e della nostra identità letteraria). Secondo la commissione I promessi sposi non sono più “contemporanei” (vabbé grazie) per cui via libera a Alberto Moravia, Elsa Morante, Italo Calvino, Stefano Benni, Domenico Starnone, Fëdor Dostoevskij, Emily Brontë, J.R.R. Tolkien, Philip Dick, Agatha Christie o Stephen King… “Almeno sei i libri da far leggere integralmente durante il biennio, tre ogni anno scolastico. Autori che di norma piacciono agli studenti. Dentro i gialli, la fantascienza, gli horror o le strane storie di Roald Dahl. E ancora: saggi, testi teatrali, sceneggiature di film o serie tv”, scrive Repubblica. Molte le considerazioni da fare (e i nostri lettori, se lo desiderano, possono scriverci le loro), una su tutte: ai 15enni studenti dei licei vogliamo proprio dire che il loro massimo sforzo di concentrazione dev’essere scrollare video su Tik Tok? Bene che i professori abbiano libertà di insegnamento – perché loro hanno il polso delle persone a cui si rivolgono – però passare da Dostoevskij alle serie tv è davvero un arco arbitrale eccessivo. E poi: la strategia educativa può davvero essere semplificare tutto il semplificabile? Come sempre ci viene in soccorso il bistrattato capolavoro: “Con l’idee donna Prassede si regolava come dicono che si deve far con gli amici: n'aveva poche; ma a quelle poche era molto affezionata. Tra le poche, ce n’era per disgrazia molte delle storte; e non eran quelle che le fossero men care”. Non è difficile da capire (perfino per uno studente 15enne) e si adatta a molte idee, compresa quella della commissione...

lunedì 9 marzo 2026

La famiglia nel bosco

 


«L’errore più grave è stato dividere quella famiglia Si può ancora rimediare»

Il neuropsichiatra infantile Ammaniti: «I genitori erano il solo riferimento per i tre bambini, che non sono dei pacchi»
Clarida Salvatori
Corriere della Sera, 9 marzo 2026

«Io sono incredulo. La storia della famiglia nel bosco è iniziata male e rischia di finire ancor peggio»: ha pochi dubbi Massimo Ammaniti — tra i più quotati neuropsichiatri infantili, professore onorario di Psicopatologia dello sviluppo alla Sapienza università di Roma e autore di numerosi libri, l’ultimo è «Il coraggio di essere timidi» — nella lettura della vicenda che ha travolto le vite di Catherine Birmingham, suo marito Nathan Trevallion e i loro tre figli. Per loro, il Tribunale per i minorenni dell’aquila ha deciso l’allontanamento della madre e il trasferimento in un’altra struttura protetta.

«Si stanno buttando via anni, anzi decenni, di teorie sullo sviluppo dei bambini. Tutti i miei maestri, da Giovanni Bollea ad Adriano Ossicini, rabbrividirebbero davanti a quanto sta accadendo a queste persone».

Professor Ammaniti, quali potrebbero essere le conseguenze di questa decisione che spacca il nucleo familiare dei Trevallion?

«Sicuramente questa decisione avrà implicazioni serie. Si parla di separazione della madre dai figli e di un padre che rimane ai margini dello scenario. Ma questi bambini finora hanno sempre vissuto con loro, per altro con una vita sociale poco sviluppata. Il che vuol dire che se già normalmente si crea un legame intenso con i genitori, nel loro caso questo legame è sostanziale, unico, non avendo i bimbi altri adulti a cui far riferimento. Erano gli unici a garantirne la sicurezza personale e la cura, erano le uniche figure che rappresentavano la protezione. È questo l’assunto, che dovrebbe orientare le scelte di operatori, psicologi, legislatori perché una misura così è complessa e rischiosa per il futuro di questi bambini».

Ma allora come è possibile che sia stata intrapresa questa strada?

«Non me lo spiego. Una decisione come questa si verifica in situazioni estreme, quando cioè il pericolo di maltrattamenti è concreto ed elevato. E anche in questi casi ci sono due nette distinzioni».

Ovvero quali?

«Ci sono situazioni in cui un genitore perde la pazienza ed esagera, ma deve solo imparare a controllare i propri impulsi. E altre situazioni in cui invece la persona è disturbata e attua pesanti maltrattamenti. Ma francamente non mi sembra questo il caso. È emerso che la mamma fosse ansiosa e iperprotettiva, niente di più grave. Certo è che non deve essere stato facile essere stata per un periodo così lungo in una struttura in cui non poteva esercitare la sua funzione genitoriale. Di certo una simile situazione le avrà suscitato rabbia e frustrazione».

Che idea si è fatto di tutta questa vicenda? Secondo lei che cosa viene rimproverato a questa famiglia?

«Non riesco davvero a capirlo. Oggi ci sono famiglie che piazzano i figli davanti ai tablet o ai giochi elettronici tutti i pomeriggi o per poter mangiare senza essere disturbati mentre sono al ristorante. Però quelle vengono ritenute persone rispettose delle modalità, non vengono considerate inidonee a educare i loro bambini. Invece chi sceglie di farli crescere nella natura, a contatto con gli animali non è adatto alla funzione genitoriale. È vero, mancava la socializzazione con altri coetanei, è stato messo in atto un orientamento poco attento alle prescrizioni del Paese in cui vivevano e in cui vivono e questo è stato certamente un limite, ma erano presenti e si occupavano dei loro bambini».

Quanto ha influito la scelta di questi genitori di non voler scolarizzare i minori?

«Ha influito molto, ma non è forse vero che molti genitori di etnia rom non mandano i loro figli a scuola? E non voglio pensare che si stia contestando una scelta religiosa, non sarebbe giustificabile. Anche tanti cattolici, pur battezzando i figli nel rispetto delle prescrizioni religiose, poi fanno scelte discutibili. A mio avviso, tutto questo pone le basi per una forte interferenza tra Stato e genitori».

” Sono stato anche tentato di andare a vedere di persona Le urla dei piccoli non si possono ignorare

” A mio avviso tutto questo pone le basi per una forte interferenza tra lo Stato e i genitori

” La scelta di non voler scolarizzare i tre minori ha influito molto Ma ci sono anche altre famiglie che fanno lo stesso

Secondo lei è stato commesso qualche errore nell’interpretazione e nella gestione di questa storia?

«Non mi spiego perché non si è mirato e non si è deciso di mantenere unito il nucleo familiare, di dare loro — come per altro era anche stato paventato — una casa, di aiutarli con sovvenzioni e professionisti che potessero assisterli nel loro percorso».

Che idea si è fatto? C’è qualcosa che non viene detta? Che viene celata?

«Secondo me c’è qualcosa sotto tutto questo, ma non riesco a capire di cosa si tratti. La famiglia nel bosco è stata messa su una strada imprevedibile: hanno sicuramente dei limiti ma non andavano divisi, semmai andavano aiutati. Perché farli entrare nell’occhio del ciclone? In termini di costi, quanto si pagherà tutto questo? I soldi dati alle strutture che li hanno ospitati finora e li ospiteranno ancora, non potevano essere convertiti in aiuti economici per loro? Non è possibile, oggi, tornare a uno strumento come quello dei ricoveri che esistevano in passato e che ora sono desueti».

Di cosa non si è tenuto conto nel prendere la decisione di dividerli?

«Non è stato tenuto in conto il fatto che non sono dei pacchi, che hanno delle emozioni che vanno rispettate, che questi bambini vogliono bene ai loro genitori, che li hanno cresciuti finora. Al momento della separazione pare che si siano disperati, che piangessero, che urlassero. Come è possibile ignorare una simile reazione?».

C’è ancora tempo e modo per tornare indietro e provare a cambiare le cose per la famiglia nel bosco, nell’ottica di ciò che è meglio per i minori?

«Secondo me sì. Chi prende provvedimenti è ancora in tempo per rendersi conto che non è questa la strada giusta da percorrere, che si può ancora ricomporre, sostenere, dare supporto a questi genitori e a questi bambini che possono conoscere la realtà scolastica, sostenuti poi da qualcuno che li assista anche a casa. Sono stato tentato di andare a vedere di persona per rendermi conto della situazione, ma credo che si possa ancora evitare il fallimento attuando una strategia coerente che non faccia indignare quanto sono indignato io».

giovedì 29 gennaio 2026

Daniel Pennac insegnante

Francesco Rigatelli
Daniel Pennac: "La scuola ha senso se insegna ai ragazzi la realtà e come viverla"
La Stampa, 29 gennaio 2026

«L'Italia è la mia seconda patria letteraria, grazie a Stefano Benni, che ha fatto conoscere i miei libri a Feltrinelli». Daniel Pennac, 81 anni, nato a Casablanca, residente a Belleville nel multietnico XX arrondissement di Parigi dove ha ambientato la saga famigliare dei Malaussène, sta scrivendo un libro sullo scrittore bolognese scomparso a settembre e domani sarà al Circolo dei lettori di Torino per Francesissimo.

Le piace sempre l’Italia?
«Sì e sono contento di venire a Torino, dove mia nonna mi portava al mercato. Francesissimo è il festival di letteratura e cultura francese gemello di Italianissimo a Parigi, a cura di Fabio Gambaro, che mi diverte molto. Ogni volta che ci vado faccio una lettura di un libro italiano. Stavolta a Torino risponderò a delle domande».

Lei ha insegnato Lettere per quasi trent’anni al liceo, ma quando ci siamo incontrati tempo fa a Parigi in una pasticceria nota per i macaron raccontò di essere deluso da una scuola divenuta un mercato per studenti consumatori. A cosa serve per lei l’istruzione pubblica e ha ancora senso nel mondo digitale?
«La scuola è sempre stata al centro dei miei pensieri, dunque delle mie speranze e delle mie critiche. E non solo delle mie. In Francia come in Italia la scuola è oggetto di disputa permanente. Tra il modello laico e quello religioso per esempio. Tra gestione pubblica e privata. Tra un’idea di istruzione chiusa e aperta, severa e permissiva. Credo però che il punto fondamentale di questo tema sia il rapporto tra l’insegnamento e la realtà. La scuola per me ha senso se contribuisce a incuriosire sul mondo e sul modo di farne parte». 

In qualche caso invece la scuola non serve a molto?
«Se prendiamo la scuola russa o cinese si tratta di luoghi di indottrinamento ideologico. La scuola Usa è talmente deficitaria che un personaggio come Donald Trump è stato eletto. Quella è la misura del disastro dell’istruzione americana. Le conseguenze di un sistema scolastico sbagliato possono essere atroci».

Come influiscono gli smartphone sui ragazzi e quando è giusto permetterli?
«Se lasci un telefono a uno studente quando entra in classe gli dai il mezzo per uscirne subito. Un suicidio scolastico che i governi accettano per non opporsi al commercio. Gli smartphone vanno lasciati fuori dalla classe. E i genitori devono decidere quando permetterli rispettando la dignità loro e dei loro figli».

E se le dico intelligenza artificiale?
«Questione complicata, sarebbe meglio parlarne davanti a un bicchiere. Ogni volta che l’umanità si trova davanti a un grande cambiamento si pone la stessa domanda: che cosa ne faremo? E non lo sappiamo. Con lo smartphone è stato lo stesso e stiamo ancora cercando di capire i cambiamenti cognitivi che comporta. Figuriamoci con l’AI».

In Francia è uscito Le roman des regards scritto con Laurent Mallet, in Italia è stato tradotto Mon assassin, prequel dei Malaussène: non ce la fa proprio a lasciarli?
«Il primo è un romanzo indipendente che verrà presto tradotto dalla mia amica Yasmina Mélaouah ed esplora il potere degli sguardi a partire dalla figura di un fotografo nei musei. Il secondo è un ritratto di tutti i partecipanti alla saga dei Malaussène. Ogni personaggio è nato da qualcuno incontrato nella mia vita, tranne uno: Nonnino, il mio assassino, lo spirito del tempo, così gli ho dedicato questo libro. Un omaggio a tutti i personaggi dei Malaussène e al collega scrittore Stefano Benni».

Collega e amico?
«Un grande amico, tanto che sto scrivendo un libro su di lui. Tra noi c’era complicità, perché eravamo due tristezze che hanno preso la decisione di far ridere».

Come mai?
«La vita è migliore così».

I Malaussène sono una tribù multietnica, caotica e solidale, e la sua famiglia?
«Mia moglie Veronique scrivi libri per ragazzi, mia figlia Alice è musicista e poi c’è una dozzina di bambini che ci ha adottato e che viene con noi in vacanza nel Parco naturale del Vercors vicino Grenoble. Lì trovo il silenzio necessario per scrivere, altrimenti mi adatto al caos di Belleville».

Quando scrive di solito?
«Al mattino, tutti i giorni, non so se per disciplina o abitudine, forse desiderio».

Dopo tanti anni cosa ha capito della scrittura?
«È un altro tempo. Ogni volta che scrivo un romanzo è una piccola eternità».

Il segreto del suo successo?
«Uno scrittore ha soprattutto delle cose che non può fare, ma sarebbe troppo tecnico parlarne. Posso dire che per me un romanzo non è un soggetto, ma è come la vita, deve essere un mondo».

Cosa sta leggendo?
«L’idiota di Dostoevskij».

Cosa ama leggere?
«Vorrei rileggere Zola, poi mi piacciono tanti italiani contemporanei come Erri De Luca, Silvia Avallone e Antonio Moresco».

Un libro per innamorarsi della lettura?
«Tutti i libri. La lucina di Moresco. La lince di Avallone. Poi dipende molto dal lettore, dal momento, in genere amiamo i libri che ci leggeva la mamma».

E il suo qual è?
«Le fiabe di Andersen e la raccolta di quelle italiane di Calvino, così come la sua trilogia fantastica I nostri antenati».

Cosa pensa della Francia di oggi?
«Difficile capire che Paese diventerà. Uno dei giochi preferiti dei francesi è prendersela con il presidente, ma francamente non so giudicare Macron, se non dire che è bravo in politica estera».

Dopo di lui il diluvio?
«È possibile che l’estrema destra stavolta possa farcela. D’altra parte noi copiamo l’Italia. Dopo Berlusconi è arrivato Sarkozy. Dopo Meloni arriverà Le Pen o Bardella».

L’Unione Europea si salverà?
«Da amante di Victor Hugo spero come lui nel futuro dell’Europa».

E l’Ucraina?
«Non va lasciata sola».

Va difesa con armi e soldati?
«Faccio lo scrittore, mica il ministro della Difesa».

Teme la guerra in Europa?
«C’è già, l’Ucraina è Europa. E da tempo la Russia ci minaccia».

venerdì 31 ottobre 2025

Il preside rinsavito

Chiara Comai
“L’immagine dello studente in manette è una ferita”, la retromarcia del preside dell’Einstein
La Stampa, 30 ottobre 2025

E così la scuola ha fatto retromarcia. Nel pomeriggio di ieri il dirigente Marco Chiauzza ha diffuso una circolare in cui chiede alle forze dell’ordine di «chiarire le circostanze di quanto accaduto», esprimendo «profonda preoccupazione».

Studenti barricano la scuola contro le violenze

Con un lucchetto nero per chiudere il cancello e i banchi accatastati che fanno muro, più di 200 ragazzi e ragazze dell’istituto superiore Einstein si sono barricati nella sede di via Bologna lasciando fuori il dirigente e gli insegnanti. Lo hanno fatto come «strumento per arrivare a una risposta più decisa da parte del preside, che nega le violenze e volta la testa» dopo le tensioni che si sono verificate lunedì mattina, quando all’ingresso dell’istituto alcuni allievi mentre cercavano di ostacolare un volantinaggio di Gioventù nazionale si sono scontrati con la polizia. Uno di loro, di 16 anni, è stato portato via in manette e questa immagine ha fatto il giro del web suscitando l’indignazione anche dei genitori della scuola, che hanno scritto alla dirigenza in più di un centinaio.

La nuova circolare: svolta del preside

La risposta arriva. Nel comunicato firmato dal dirigente e da tutti i professori, si legge: «La visione di un nostro studente minorenne ammanettato e portato via davanti ai compagni rappresenta per tutta la comunità scolastica una ferita profonda. Qualunque siano le circostanze che hanno portato a quel momento, nessuna azione educativa o di ordine pubblico può giustificare un’immagine tanto dolorosa, consumata davanti a chi ogni giorno vive la scuola come spazio di crescita e libertà».

Una postura molto diversa dalla precedente circolare, firmata solo dal preside, dove si sottolineava un’«escalation di toni da entrambe le parti», che le forze dell’ordine «sono intervenute dopo le tensioni» da parte dei ragazzi e che «la mancata presa di posizione della scuola» era una scelta per «evitare di fomentare lo scontro ideologico».

La protesta continua fino a venerdì

Dopo queste modifiche, gli occupanti dicono di essere soddisfatti. Ma che resteranno in occupazione fino a venerdì. La volontà è di solidarizzare con il compagno ammanettato e di protestare contro «l’iniziativa muscolare» delle forze dell’ordine, definita «un’azione squadrista degna di un regime».

Starebbero organizzando, spiegano, laboratori e dibattiti anche con associazioni esterne: «Abbiamo contattato alcuni di Professori per la pace e l’Anpi». Oggi ospiteranno anche il deputato alla Camera Marco Grimaldi di Sinistra italiana, che ha presentato un’interrogazione parlamentare sui fatti di lunedì. Dal primo piano svetta lo striscione «Einstein antifa». Dagli occupanti arriva una risposta anche alla vicepresidente regionale Elena Chiorino, che li accusa di essere una «minoranza». «Non lo siamo – dicono – Abbiamo fatto un sondaggio sulla bacheca del liceo, a cui hanno risposto 822 alunni su 1.450. L’80% era favorevole all’occupazione».

Accuse di molestie e smentita di FdI

C’è un ulteriore elemento che si aggiunge alle tensioni. Due ragazze giovanissime dicono di aver subito delle “molestie da parte di chi volantinava”. «Quando sono cominciate le tensioni mi è stato offerto un volantino che ho rifiutato – racconta una delle due – e nel dire di no sono stata presa per il petto e spinta al muro, e mentre mi picchiavano mi hanno palpeggiata. Ci siamo rivolte a un legale e faremo denuncia». Il consigliere comunale di FdI di Settimo Torinese Francesco d’Ambrosio, presente quella mattina a volantinare, smentisce: «Sono accuse infamanti inventate».

Dialogo con i bambini: diritti e resistenza

Davanti al cancello si ferma una classe delle elementari dell’istituto comprensivo Regio Parco. I ragazzi dell’Einstein spiegano ai bambini cosa stanno facendo e perché. La maestra Valeria Valeri spiega ai suoi alunni: «Quando sarete grandi, se i vostri diritti non vengono rispettati potrete occupare anche voi la scuola».

venerdì 19 settembre 2025

I licei torinesi

Lorenzo Pregliasco
L'appartenenza ai licei che classifica i torinesi

la Repubblica, 18 settembre 2025

Ogni città ha abitudini, luoghi condivisi, immaginari, e piccoli «tic» che si notano più da fuori che da dentro. Tra quelli di noi torinesi, c’è il liceo. L’idea che il liceo che hai fatto ti collochi in uno spazio sociale e quasi antropologico; che, se anche il Cavour o l’Alfieri, il Segré o il Galfer non ti vincolano a un destino prefissato, in qualche modo ti indirizzino. O, comunque, rispecchino qualcosa di te. L’orientamento politico – soprattutto un tempo – Il quartiere. Gli interessi. Le reti familiari. Sono un posto importante, nella storia di Torino, i licei. Sono stati, tra Otto e Novecento, snodo di vicende formidabili, intreccio tra insegnanti e studenti notevoli – Antonicelli, Pavese, Levi, Bobbio al D’Azeglio; Gobetti, Terracini e Fruttero al Gioberti; e chissà quanti altri. Come sanno tutti gli appassionati di calcio, è su una panchina di corso Re Umberto che, proprio da un gruppo di liceali del D’Azeglio, il 1° novembre del 1897 nacque la storia della Juventus. I licei sono però anche, soprattutto per alcune generazioni, una sorta di «biglietto da visita». A Torino più che altrove, dove sei andato a scuola conta. Conta perché dice qualcosa di te e della famiglia da cui provieni. Certo, contava di più un tempo, quando le scuole erano più connotate a livello socio-culturale, anche perché non tutti potevano realmente accedere all’istruzione liceale. Anche dopo il ’68, le classi dei licei più prestigiosi sono state per lungo tempo più facilmente frequentate da figli di professionisti o imprenditori che da figli di operai. Gli istituti tecnici, al contrario – assurdo, in una città di tecnica, produzione, manifattura come Torino! – erano guardati un po’ dall’alto in basso e raccoglievano più spesso studenti provenienti dai ceti popolari, da famiglie di fabbrica o dalla piccola borghesia. Non valeva per tutti, ma per molti sì. Ecco che quella appartenenza per «tribù» liceali di ex allievi, che ancora oggi avvicina tra loro gruppi di torinesi e, come in una sorta di alleanza invisibile, apre opportunità reciproche è un tratto curioso, ma positivo soltanto fino a un certo punto. Perché se il liceo conta troppo, si alza una barriera all’ingresso. Verso chi viene da un’altra città, o verso chi ha frequentato un’altra scuola, per scelta o per necessità. Se il lignaggio liceale («quelli dell’Alfieri»), diventa la chiave d’accesso esclusiva per circoli e conventicole, non è un bene per Torino.

lunedì 30 giugno 2025

La pagina 666


Gianni Oliva
Sui libri di storia decidono i docenti
La Stampa, 30 luglio 2025

Sono invidiosissimo dei colleghi che hanno scritto il manuale di storia della Laterza: una polemica nazionale è un’iniezione di pubblicità senza paragoni, insieme insperata, radicale e gratuita.

Non so quali fossero le intenzioni dell’onorevole Montaruli, che l’ha sollevata per prima: certo è che le battaglie identitarie servono a compattare la “curva sud” del proprio elettorato ma hanno, come inevitabile effetto, quello di scatenare una presa di posizione identitaria di segno opposto.

E così il manuale scolastico incriminato sta uscendo dal “gruppo” dei manuali in adozione e rapidamente sta diventando un testo da esaminare con più attenzione: non è più “il manuale della Laterza”, ma “il manuale che la Destra non vuole”. Come risultato, mi sembra discutibile e mortificante per tutti, detrattori e incensatori.

La Storia, si sa, è terreno insidioso perché per sua natura non è oggettiva, non approda a verità incontrovertibili come le scienze esatte. «La storia nasce dalle domande che il presente pone al passato» scriveva Marc Bloch: cambia il presente, cambiano le domande, cambiano gli indirizzi di ricerca e, in parte, cambiano le interpretazioni. Per questo Benedetto Croce sosteneva, a sua volta, che «la storia è sempre storia contemporanea»: anche se si studiano gli antichi Fenici o gli antichi Romani lo facciamo sempre dal punto di vista del presente.

Il dovere della storia è quello di essere “obiettiva”, cioè di partire dai documenti per arrivare ad una interpretazione, e non da un’interpretazione per trovare i documenti che la confermino. Mi sono laureato con un grande intellettuale torinese, Alessandro Galante Garrone, che un giorno mi sintetizzò il messaggio metodologico con una semplicità tanto incisiva quanto disarmante: «Quando scrivi un saggio di storia, nessuno di coloro che lo leggono devono capire per chi voti». Deve essere così per i saggi, deve essere così per i manuali.

Ma se di fronte ad un saggio il giudizio sull’obiettività (e quindi sulla validità) spetta al lettore che lo acquista, di fronte ad un manuale scolastico chi stabilisce se il testo ha o meno i requisiti adatti? Nell’Italia liberale operava nel ministero dell’Istruzione un’apposita Commissione sui libri di testo, deputata all’approvazione preventiva. Nel 1923 Giovanni Gentile ha ripristinato lo strumento, indirizzandolo prevalentemente al controllo dei testi destinati alle scuole elementari e alla formazione professionale; dopo il 1928 il problema è stato superato con l’introduzione del libro unico di Stato.

Ma nella scuola repubblicana il compito di stabilire l’idoneità è stata trasferita ai docenti e, con i decreti delegati del 1974, ai Consigli di classe e ai Collegi Docenti, chiamati in primavera ad approvare le adozioni per l’anno scolastico successivo. Ciò significa che il processo decisionale è stato trasferito a coloro che utilizzano i testi, ed è stato trasferito in una dimensione collegiale, dove ognuno spiega le proprie ragioni e, al momento del voto, ognuno conta per uno.

Qual è il proposito, ora? Tornare alle Commissioni che danno il parere preventivo? Alla supervisione ideologica del Ministero? E quante pagine (o quante righe) devono essere incriminate perché un manuale venga respinto?

Se posso permettermi, un consiglio ai decisori politici. Lascino che siano i docenti a giudicare e a scegliere e si preoccupino, invece, di un’altra cosa: e cioè che a pag. 666 del manuale, non arriverà mai nessuna classe. Perché nella nostra scuola la storia è poco in onore e, soprattutto, non è in onore la storia contemporanea. Questo è il vero problema, il vero vulnus: avere studenti che qualcosa di Annibale hanno orecchiato, ma non hanno quasi mai sentito parlare di Piazza Fontana e di Aldo Moro. Altro che gli equivoci sul sovranismo, sulle politiche sull’emigrazione, o sulle radici ideologiche di FdI. La politica rifletta su questo e intervenga, anziché fare battaglie identitarie sulla pag. 666…!

sabato 18 gennaio 2025

Valditara. Addio al mondo



Igiaba Scego, Latino, Bibbia ed epica. Ma è un errore limitarsi alla storia occidentale
La Stampa, 18 gennaio 2025

 Alcuni annunci del ministro dell'istruzione Giuseppe Valditara, come l'introduzione dello studio del latino e della lettura della Bibbia alle scuole medie, hanno fatto gridare allo scandalo in molti. Dopo aver letto tweet, post, articoli indignati mi sono chiesta però se non stiamo facendo la polemica sbagliata. Il punto per me non è la reintroduzione del latino. Il latino va benissimo, ci aiuta a ragionare ed è allo stesso tempo una lingua identitaria e plurale. Roma antica infatti era multietnica, basta andare in giro per la via Appia oggi e leggere le iscrizioni antiche (come fa la storica Mary Beard nella docuserie Meet the romans) per renderci conto quanto l'impero romano sia stato popolato da persone che provenivano dai quattro angoli del mondo: Vicino Oriente, Africa, Europa Centrale, Mediterraneo. E poi non è scritta in latino la Constitutio Antoniniana di Caracalla, imperatore di origine africana e asiatica? La Constitutio Antoniniana che dava lo ius soli a tutti i sudditi dell'impero? Il latino in effetti ci potrebbe insegnare molte cose, e le potrebbe insegnare alla nostra politica.

Della riforma della scuola invece mi preoccupa altro. Quell'obbligare il corpo docente a rinchiudere se stesso e i propri studenti solo e unicamente nell'ambito della storia italiana, europea e occidentale, abolendo di fatto la geografia e il resto del mondo. Così facendo, ed è questa la mia grande preoccupazione, rischiamo di rendere i nostri giovani meno competitivi sul mercato mondiale. Di fatto rischiamo di renderli soli e marginali. Il futuro infatti si giocherà sulle tecnologie (A.I. in testa), sulle scienze, ma anche su saperi umanistici ben calibrati. Avere giovani digiuni di Asia (pensiamo alle forze emergenti di Corea, Indonesia, Vietnam, India) o di Africa a chi gioverà? Di certo non a noi. Ultimamente pensavo quanto l'Africa sia citata nei meeting internazionali come continente del futuro e di come anche in Italia si parli spesso di Piano Mattei. Ma mi chiedo: chi lavorerà al piano Mattei con i vari paesi dell'Africa, se non stiamo preparando i nostri giovani a farlo? In altri parti del mondo l'approccio è diverso. In Cina per esempio l'occidente diventa materia di studio. C'è un boom di studi classici. Si studiano Platone, Aristotele ma anche Ovidio e Virgilio, per capire noi, chi siamo, cosa facciamo e faremo. Una strategia geopolitica che dovremmo copiare.
Anche un hadith (così si chiamano in ambito islamico i detti del Profeta Mohamed), probabilmente apocrifo, ma entrato ormai nella tradizione orale, recita così: "Utlub al-'Ilm wa lawfi Sin" ovvero "Andate alla ricerca della conoscenza quand'anche fosse in Cina", nel senso andate ovunque possibile, anche lontanissimo, perché la conoscenza è tutto. Noi invece con questa riforma stiamo facendo l'esatto contrario purtroppo. Non studiando gli altri ci autocondanniamo ad abitare un margine. A galleggiare di fatto in una dorata mediocrità. Condannando le generazioni che verranno a subire il futuro. —

giovedì 10 febbraio 2022

Il danno scolastico




Massimo Rostagno, Il danno scolastico. A proposito di un testo recente 

Un libro importante si aggira, come uno spettro, per le librerie italiane. Un libro provocatorio, ma non avventurista; abrasivo, ma costruttivo. Si tratta de Il danno scolastico, di Paola Mastrocola e Luca Ricolfi (Milano, La nave di Teseo, 2021) Gli autori riversano nel testo la loro pluridecennale esperienza all’interno delle istituzioni formative italiane: nell’Università, lui, nei licei e nelle scuole superiori, lei. E vanno a toccare uno dei punti nevralgici del sistema-Italia, talmente decisivo da poter determinare in misura considerevole il futuro stesso del nostro paese nei prossimi decenni, la nostra stessa collocazione nel novero delle nazioni più sviluppato. E proprio perché il tema affrontato è di questa rilevanza, il libro di Ricolfi e Mastrocola meriterebbe qualcosa di più di una semplice recensione, di un qualche distratto articolo dovuto per lo più alla notorietà degli autori. Dovrebbe generare un vero, ampio e articolato dibattito nazionale in cui far convergere non soltanto pareri più o meno qualificati e autorevoli, ma analisi approfondite, coinvolgimento di attori pubblici, impegno di vari livelli istituzionali.

La tesi centrale è aspra ma proprio per questo decisamente stimolante. Si configura come un atto di accusa, senza sconti, contro la visione “progressista” della scuola che si è affermata quanto meno dopo il 1968 e si può riassumere facilmente: la scuola non selettiva, facilitata, ispirata a principi di inclusione sociale per favorire il successo scolastico delle classi meno abbienti ha prodotto esattamente il suo contrario. Il buonismo progressista ha di fatto danneggiato proprio le classi sociali più basse che avrebbe voluto promuovere. Nel nome dell’inclusione ha escluso, nel nome della democrazia si è fatta più antidemocratica.

La provocatoria tesi non è soltanto l’ennesimo episodio di una resa dei conti che Luca Ricolfi porta avanti da anni con la sinistra e la sua cultura (a partire da “Perché siamo antipatici?”, ad esempio). E’ molto di più: è la denuncia del fallimento di una strategia formativa e culturale il cui risultato più visibile è stato l’abbassamento considerevole del livello qualitativo dell’insegnamento e dell’apprendimento. A furia di ridurre le esigenze, di abbassare l’asticella delle richieste, le competenze e le conoscenze degli studenti si sono impoverite fino al punto da produrre uno iato tra il titolo di studio formale ottenuto e la qualità sostanziale della preparazione. In altri termini, i titoli di studio conseguiti non corrispondono più alla effettiva preparazione raggiunta. Una sufficienza si dà ormai a tutti e la bocciatura è un fatto rarissimo ed estremo. Una sorta di “liberi tutti” che ha contrassegnato la scuola degli ultimi decenni.

A titolo esemplificativo si può portare la percentuale dei bocciati all’esame di Stato che conclude il ciclo degli studi superiori ( tuttora chiamato impropriamente esame di maturità): ai tempi della riforma Gentile del 1923 la percentuale di bocciati era intorno al 40%; verso la metà degli anni’60 si era ridotta al 30% e negli anni ’90 si è abbassata al 10%. Negli anni zero del 2000 scende al 3%, per ridursi più recentemente a meno dell’1%. Chi ha avuto – come chi scrive – esperienza diretta e viva degli esami di fine ciclo all’interno delle commissioni degli ultimi anni non può che confermare largamente questa realtà. Bocciare è diventato quasi un reato, che spesso va giustificato ( in caso di ricorsi) proprio davanti ad un tribunale ed a un giudice. L’evoluzione delle percentuali dell’esame di maturità non è che il riflesso di ciò che avviene negli anni scolastici precedenti all’ultimo. Nel nome dell’inclusione scolastica, qualunque studente semianalfabeta può avanzare negli studi superiori e conseguire senza eccessivi patemi l’agognato diploma.

Lo scadimento della qualità, il fatto che si pretende di meno dagli studenti e l’aumento della “comprensione” verso le innumerevoli forme di difficoltà sono un’esperienza ben nota a chiunque abbia operato nella scuola degli ultimi decenni. Talvolta, questa realtà quotidiana, raggiunge le pagine dei giornali attraverso la accorata denuncia dell’incapacità dei nostri studenti a scrivere in un corretto italiano ( ricordate la polemica anche delle settimane scorse su tema sì o tema no all’esame di Stato?) o a comprendere un testo scritto o a gestire mentalmente una semplice percentuale. Fa notizia per 24 ore, poi sprofonda nell’indifferenza generale.

La denuncia dello scadimento della scuola inclusiva o facilitata che consente l’avanzamento anche ai più somari non è dunque una novità. Ciò che invece contraddistingue il libro di Mastrocola e Ricolfi è una certa contestualizzazione culturale e politica. La scuola che promuove, che include e che dunque non seleziona e non discrimina a sufficienza tra chi è bravo e meritevole e chi non lo è ha una sua matrice culturale precisa: è figlia della concezione progressista, che da don Milani attraverso la contestazione sessantottesca fino al “diritto al successo formativo” del ministro Berlinguer, ha di fatto smantellato i meccanismi selettivi a favore di una democratica indulgenza plenaria che assolve e promuove tutti. Ma ciò che è peggio – ed è il nucleo della tesi degli autori – sono le conseguenze: a pagare il prezzo di questa indulgenza, sono proprio quei ceti in nome dei quali la cultura progressista l’ha praticata. In altri termini, la scuola progressista, facilitata danneggia i ceti medio bassi e avvantaggia quelli medio alti. Aumenta l’iniquità sociale invece di ridurla, inceppando quell’ascensore sociale per eccellenza che è proprio la scuola. Se la possibilità di migliorare la propria condizione sociale di partenza è affidata alla scuola, il suo mal funzionamento accentua le diseguaglianze di partenza, perché toglie ai figli dei ceti più svantaggiati l’unico strumento vero di emancipazione: una solida e valida preparazione scolastica.

La tesi centrale del testo appare - nella sua compattezza - assolutamente condivisibile. Il libro contiene un atto d’accusa forte, sostenuto da dati e riscontri oggettivi e numerici difficilmente contestabili che mostrano la correlazione tra scadimento della qualità scolastica e incremento dell’iniquità sociale. Se la tesi appare pienamente condivisibile (e meritevole di un dibattito ampio e approfondito) la parte che convince di meno è relativa alle responsabilità. Chi sono i colpevoli? Contro chi puntare l’indice accusatorio?

O meglio, chi sono gli esecutori materiali che hanno premuto il grilletto della pistola approntata dalla cultura permissivo-progressista? Su questo il libro prova ad essere altrettanto preciso: i risultati evidenziati sono l’esito di un lungo percorso che parte addirittura dalla scuola media unica del ’62 che elimina l’obbligatorietà del latino (su questo ci sarebbe molto da discutere), trova il suo trionfo nella demagogia egualitaria del ’68. In tempi più recenti, - diciamo negli ultimi trent’anni – gli autori individuano negli interventi del ministro Luigi Berlinguer lo smantellamento definitivo di ciò che restava della serietà precedente delle istituzioni scolastiche: dall’introduzione del POF (piano offerta formativa) che aumenta il peso delle esperienze extracurricolari a scapito di quelle curriculari fino alla proclamazione ufficiale del “diritto al successo formativo” per ogni studente. In sostanza la riforma Berlinguer del 2000 avrebbe sostituito la serietà della preparazione e della conoscenza con la fuffa delle competenze abbassando definitivamente un’asticella già piuttosto bassa. Poi il ministro Gelmini avrebbe completato l’opera producendo il disastro odierno. In definitiva, sullo sfondo dell’Europa e della dominante cultura mercatista, ad affossare definitivamente la scuola italiana sarebbero stati gli interventi politici e le modifiche legislative introdotte dai diversi governi.

Fin qui, per sommi capi, le tesi degli autori, che sono sostenute da argomentazioni molto convincenti, e per nulla azzardate. Magari problematiche, ma non infondate.

Qual è allora l’aspetto carente della ricostruzione di Ricolfi-Mastrocola? Perché la ricerca delle responsabilità dell’attuale situazione appare quanto meno parziale nel tentativo di ricondurla tutta alla politica e alle sue decisioni soggettive?

In altri termini, che cosa manca?

Manca il “paesaggio”. La degenerazione dei processi formativi è descritta con grande efficacia ma è come se intorno alla scuola ci fosse il nulla. Vengono in mente le icone medievali che raffigurano meravigliosamente la Vergine, ma la collocano su uno sfondo dorato senza nulla intorno. Senza paesaggio, appunto.

Fuor di metafora, negli ultimi trent’anni siamo stati attraversati da una fenomenale trasformazione trainata prevalentemente (ma non solo) dalla tecnologia. Si può immaginare che mutamenti di questa portata non abbiano attraversato i processi formativi? Che gli attori della scuola – in primis gli studenti, i docenti e persino le famiglie – non siano stati riplasmati da una rivoluzione tecnologica tanto capillare e concentrata in un tempo così breve? E che non ci sia stato un impatto sul rapporto con la conoscenza di milioni di adolescenti, sulla loro capacità di attenzione, sulla struttura stessa del sapere e della sua trasmissione? L’ecosistema in cui è stata immersa la scuola nell’ultimo trentennio è imparagonabile con quello della professoressa Peretti – la “Pera” del libro di Ricolfi e Mastrocola. Questo sfondo, così decisivo, manca nel libro e la scuola è analizzata efficacemente sì, ma come in un compartimento stagno, separata dal suo travolgente contesto economico e sociale.

Questa omissione toglie qualcosa al valore del libro e della sua tesi centrale? Assolutamente no. Semmai, proprio perché la tesi ed il tema sono così importanti sembrerebbe opportuno collocarli meglio all’interno del contesto della ipermodernità contemporanea. Non per svilirne il valore, ma per accrescerlo.


https://www.doppiozero.com/materiali/mastrocola-e-ricolfi-quale-e-il-vero-danno-scolastico

martedì 11 agosto 2015

La risposta di Cuperlo a Staino






Caro Sergio,

non sono di gomma. Linguaggio e asprezza del giudizio lasciano il segno. Per parte mia fatico nell’accordarmi a toni che non siano di rispetto e conservo l’affetto per un’amicizia da non bruciare malgrado tutto. Se l’occasione serve a chiarire degli snodi è giusto farlo, ciascuno per come sa e come vuole. Sul passato. È vero, ho detto per tempo che la realtà di adesso è anche figlia degli errori di prima. L’ho affermato – un paio di volte c’eri pure tu – e l’ho fatto con qualche costo sul piano umano che per me conta. Ma era serio non rimuovere perché non pianti nulla nel futuro se non sei altro dal passato.
Con la stessa sincerità trovo sbagliato datare la nascita del mondo a stamane e sbianchettare la storia. Hai citato Gramsci. Ecco, lui il legame che motiva il flusso delle generazioni lo ha spiegato in modo mirabile. Sull’oggi. Non ho da difendere nulla perché non è indietro che voglio tornare. Fino dal giorno dopo la vittoria di Renzi non ci siamo tirati fuori. Ricordo la scelta fatta allora, stare nel nuovo con un punto di vista e la coerenza di una sinistra anch’essa da ripensare. Non bastava contentarsi del già visto e neanche salvarsi la coscienza con una casacca di corrente o qualche incarico. Da lì anche la scelta di vincolare il temine Sinistra a un campo aperto e tutto da arare. Lo abbiamo fatto quando quella parola – sinistra – a molti pareva polverosa e in diversi amici e compagni prendevano altre strade.
Oggi mi pare che anche quella liquidazione appaia meno scontata. Si torna a cercare, forse anche sospinti dal dramma dell’Europa. Ma al netto di questo sono io a dirti che una svolta serve e che in questi mesi non siamo riusciti a fare ciò che sarebbe stato necessario. Penso però che i nostri limiti non siano quelli indicati da te. Credo non sia stato un errore dire la nostra quando si battezzavano come riforme scelte che in altri tempi e fatte dai nostri avversari avremmo definito strappi irricevibili. O affermare che la legge elettorale non si vota ponendo la fiducia. Il limite invece è non essere riusciti a raccontare e far vivere un’altra idea di democrazia, economia, diritti. Quella che dovrebbe orientare la bussola di una sinistra in Europa e oltre i suoi confini. Il limite è stato lasciare l’impressione di una sinistra del Pd intristita e aggrovigliata in rivalse o rimpianti. Ma questo, forse lo sai, non è il sentimento mio e di tanti. Ed è la ragione per cui, oltre al dispiacere, l’uscita di persone care mi preoccupa. È perché quegli abbandoni non mi paiono, come sembra a te, riflessi di egoismi antichi. La via dell’uscita di quelle biografie per me è un segno che riguarda il Pd tutto.
Sai il punto qual è? Che la combinazione tra alcune scelte di una maggioranza a volte senza pudori e le nostre difficoltà ha finito con il ridurre la fiducia di tanti. Quelli che non ci hanno votato più. O che non si sono più iscritti. O che senza poterlo dire dalle colonne di un giornale o al microfono di una tv semplicemente si son fatti di lato, magari dopo una vita spesa a stare dalla parte giusta. E però vedi Sergio, fa differenza poter difendere le proprie ragioni col potere della maggioranza, del governo, del partito, o farlo con la voce di chi, come nel mio caso, sceglie comunque di non brandire mai l’ascia di guerra e toni incendiari. Fosse solo per questo io non potrei mai paragonare le tue critiche a Berlusconi a quelle che farei o non farei a Renzi. Per il fatto banale che non ho mai paragonato Berlusconi a Renzi. E per il fatto ancora più sensato che non ho contestato al leader del Pd il ruolo che ricopre. Conteso sì, ci ho provato. Contestato no. E dunque il mio problema non è far cadere il governo che sostengo. Il mio problema è quale Paese abbiamo in mente. E la domanda riguarda le ragioni di un partito e la sua natura. Ciò che sei, chi vuoi rappresentare e come provi a spendere la tua forza e il consenso che aggreghi. Renzi ha vinto il congresso? Di più, lo ha stravinto. Su quella base lui guida l’Italia e il Pd. Potrei dire che non ha vinto le primarie anticipando che sotterrava l’articolo 18, anzi diceva l’opposto, e neppure che cambiava la scuola nel modo che una maggioranza contrasta. Su questo mi inviti a stare tra la gente. Per quanto posso capire a contestare quella riforma non sono vecchie corporazioni ma seicentomila docenti che aderiscono a uno sciopero. Merita ascoltare anche loro? Ma ti dicevo che il mio problema è cosa lasceremo in dote. E su questo la vedo così.
La strategia del Pd per guidare l’Italia fuori dalla crisi peggiore della sua storia non è chiaro quale sia. A meno di pensare che tutto sta a scrollarsi di dosso i panni del disfattismo. La realtà è che a noi questa crisi ha fatto così male perché è entrata come lama nel burro di guai più antichi. Se è così non torneremo quelli di prima per cui qualcosa di diverso è bene immaginare oltre l’emergenza. In questi mesi cose buone il governo ha fatto e altre ne annuncia, ma lo stesso premier sostiene che non basta. E allora non è assurdo se da sinistra si chiede di avere più radicalità e coraggio scegliendo di portare in cima alla lista un pacchetto di misure sulla cittadinanza, una forma di reddito minimo e contrasto universale alla povertà a cominciare da quella minorile, una legge non bislacca sulle unioni civili, una nuova strategia per il Mezzogiorno, a meno di pensare che i ricercatori dello Svimez siano assoldati al nemico. E fare dei diritti indivisibili – umani civili sociali – la leva formidabile di una nuova pagina dello sviluppo e del Paese. Ora, l’idea di un’Italia e un’Europa diversa fa di solito pendant con la missione del Pd. La traduzione è un programma di governo ma senza la retorica dell’esserci già riusciti. Perché la sfida è nella capacità di prendere quel programma e dargli una strategia. Calarlo in un patto sociale e alleanze buone a farlo vincere nelle urne. Allora, in breve, dove andiamo adesso? E come ci si va? Da soli o con chi? Ecco perché il mio cruccio non è Matteo Renzi. Il problema è dove siamo diretti e in nome di che. Spiegarlo conta perché se la risposta è condivisa anche le differenze tra noi non saranno traumi. È quando si tira in direzioni opposte che la comitiva può spezzarsi. E io temo che senza un ascolto vero, senza stima reciproca, con campagne dal sapore denigratorio che sono più facili da supportare per chi di più potere dispone, ci si possa trovare distanti o separati senza neppure dirselo. Ma a quel punto qualcuno potrà dire d’aver vinto? Anche per questo sono per tenere il ponte levatoio abbassato e cercare quel pizzico di verità che c’è in ognuno di noi, anche in chi oggi è fuori da noi. Lo dico per un’ultima ragione. Perché più o meno dappertutto i confini, quelli classici, tra destra e sinistra paiono incrinarsi con parlamenti colonizzati da vincoli stabiliti altrove e una sovranità monca. Le grandi crisi producono anche questo. Sconquasso di regole, istituti, categorie. Qualcuno l’ha chiamata post-democrazia e basterebbe questo a indurre la sinistra, tradizionale e non, a porsi il tema di cosa significa governare oggi, con quali strumenti e leve effettive a partire dall’Europa. La stessa riforma costituzionale si può leggere sotto questa lente. Non sarà una deriva autoritaria ma un enorme pasticcio sì. Tanto più nel combinato con la nuova legge elettorale (e forse col senno del dopo non eravamo provocatori nel chiedere la possibilità – possibilità, mica l’obbligo – di apparentamento al secondo turno). Con un Senato né carne né pesce e con uno squilibrio di poteri che è puro buon senso sanare. Come altri voglio la riforma e la voglio nel segno della fine del bicameralismo. Che altra prova dovremmo dare dopo che alla Camera non abbiamo votato l’articolo 2 ma in quell’Aula mutilata abbiamo comunque garantito a notte fonda il numero legale? Chiedo: si possono rimettere in ordine le cose? E non per l’interesse di una parte, ma nel nome di una idea dello Stato e della nostra democrazia. Al fondo la responsabilità di replicare al timore di una minoranza numerica nel Paese e che pure potrebbe impadronirsi di un potere smisurato senza i contrappesi e le garanzie che esistono ovunque riguarda tutti. Non parliamo di una legge a capocchia ma della Costituzione, della Bibbia laica della Repubblica. E allora facciamo un accordo serio su questo e marciamo spediti. Poi certo, resta il nodo: cosa vuol dire governare la complessità e come si fa.
Qui da noi l’ultimo esecutivo scelto da un voto risale al 2011. Da lì tre premier si sono succeduti. Tutto regolare ma anche tutto fuori norma. Conseguenza? Che le larghe intese, o comunque alleanze di impianto moderato, per alcuni non sono più emergenza ma strategia. Il ragionamento scorre, ma temo contro una parete. Dice più o meno che se a destra prevale la rissosità della Lega e a sinistra una forza radicale, cosa meglio di un Partito della Nazione, centrale e centrista, ha diritto a guidare l’Italia senza precipitarla nel caos? Non per polemica, ma se direzione e carovana fossero queste parecchi non sceglierebbero di partire e se ne sentirebbe la mancanza. L’alternativa? C’è. È ricostruire il campo largo di un centrosinistra civico, dove il Pd non basta a se stesso e che per questo diventa perno di una coalizione con altri. Come per una fase fece l’Ulivo. Come dovremmo fare per indicare una nuova alleanza ideale, sociale, culturale. Dovremmo anche aggiungere che non siamo perfetti. Che questo partito ha bisogno di una vera e propria rigenerazione. Anche qui nessun rimpianto, ma io non mi rassegno a una forza fondata sulla somma di mille comitati elettorali, a potentati che sviliscono la passione, a una selezione di classi dirigenti agganciata alla vogue. Temi non risolti da anni, lo so. Ma non per questo da subire. Allora si dovrebbe lavorare assieme. Costruire quel centrosinistra unitario che vince a partire dalle prossime amministrative. Ecco, un discorso così è premessa per recuperare la fiducia di tanti. Per dire al tempo giusto ciò che siamo, ciò che vogliamo.
Infine su questo giornale. Quando mi è stato fatto cenno all’ipotesi di dirigerlo per prima cosa ho ringraziato. Non solo perché ritengo giusto farlo ogni volta che ti viene offerta una chance. Ma per una ragione diversa. Perché se un sogno ho coltivato nella mia esperienza di uomo di partito era, un giorno, di poter dirigere un giornale. Oddio, non un giornale. Questo giornale. E allora se con discrezione e senza polemica ho declinato l’invito è stato anche per non spezzare il filo. In Parlamento stavo esprimendo il mio dissenso su temi che il giornale e il premier hanno messo al centro della loro campagna. Accettando avrei aggiunto benzina all’incendio, anche perché non avrei rinunciato, come chiunque altro, a una mia idea del giornale e della sua autonomia. Che mi si creda o no rinunciare mi è costato. Poi quando ho letto su queste colonne la candidatura di Ferruccio De Bortoli alla Rai descritta come una provocazione, mi sono convinto che non avendo accettato il mio contributo a non spezzare quel filo lo avevo dato perché mai avrei potuto sottoscrivere quelle parole. Mi fermo qui. Certo, se a tutto questo tu rispondi che distruggo la sinistra, che sto sulle palle al mondo e sono un parassita narciso e presuntuoso io non credo di avere le parole per replicare. Spero solo tu non sia proprio nel giusto. Comunque ho fatto come mi hai detto di fare e ieri sono salito su un autobus a Trieste, mi sono piazzato al centro e ho testato l’umore urlando “questa Sinistra Dem ci sta veramente scassando….”. Sarà la tradizione della Mitteleuropa ma la sola reazione è stata di una signora anziana che mi ha detto “giovinoto, fa sai caldo, no la xe senti ben?”. Allora ho cambiato test e sulla linea di ritorno, sempre piazzato al centro, ho urlato “Il Pd sta cambiando l’Italia come nessuno mai. Morte ai gufi”. Tu non ci crederai ma si è girato l’autista e mi ha detto, “Staino, ma va in mona”. Però ti voglio bene lo stesso.

mercoledì 17 settembre 2014

Il primo giorno di scuola


Chiara Saraceno

Le promesse mancate del primo giorno di scuola 

la Repubblica, 16 settembre 2014
INIZIO d’anno in una scuola elementare di Torino, città che si fregia della definizione di “educativa”. Stremati dalla lunga estate i genitori si rallegrano che, almeno per chi non frequenta la prima, già dal primo giorno funzioni il tempo pieno.
MERAVIGLIE di una scuola ben organizzata. Peccato che ci sia subito la prima doccia fredda: la palestra è inagibile perché richiede manutenzione e non ci sono soldi per farla, con buona pace delle promesse di Renzi di investire prioritariamente nell’edilizia scolastica. Se si vorrà far fare ginnastica ai bambini, occorrerà chiedere ospitalità a qualche scuola vicina, rassegnandosi a prendere le ore lasciate libere dalle classi di questa e perdendo prezioso tempo per andare e venire tra una scuola e l’altra (certo, anche questo è un modo di fare esercizio motorio…).
Non è tutto, però. Posto che si trovino gli incastri giusti tra le due scuole nella fruizione della palestra, i bambini “ospiti” potranno fruirne effettivamente solo se, per ogni classe, accanto alla maestra ci sarà un genitore disposto ad accompagnare i bambini nel tragitto di andata e ritorno.

Non è chiaro come si pensi di trovarlo: chiedendo che i genitori a turno prendano mezza giornata di permesso o ferie? Costringendo chi non ha un lavoro, perché casalinga o disoccupato/a, a mettersi a disposizione? Precettando qualche nonno/a? Ma non è finita qui. In una quinta elementare finalmente la classe quest’anno ha entrambe le maestre di ruolo, dopo quattro anni di sistematico turn over della maestra di italiano. O meglio, le ha sulla carta. La maestra appena assunta in ruolo due giorni prima dell’inizio della scuola è andata in congedo di maternità anticipato. Per ora, quindi, tempo pieno, ma, come gli anni scorsi, attesa non si sa quanto lunga di un/una supplente, in più niente ginnastica. Questo in una classe in cui un buon numero di scolari è, non solo straniero, ma da poco in Italia; quindi avrebbe più bisogno di continuità nell’insegnamento. È questa la #buona scuola che è stata promessa? Il rispetto dovuto ai bambini, l’attenzione necessaria per non spegnere in loro la fiducia nella scuola e l’entusiasmo di imparare cose nuove? Ovviamente, la maestra in maternità ha tutti i diritti e probabilmente avrà tirato un sospiro di sollievo nell’apprendere che poteva mettersi in congedo di maternità senza timore di perdere punti in graduatoria come quando era supplente. Sicuramente avrà buoni motivi di salute per averlo chiesto anticipato e il medico che glieli ha certificati avrà agito con scrupolo e non chiudendo un occhio. Sono anche sicura che il Comune di Torino, o qualsiasi ente sia responsabile dell’edilizia scolastica, ha avuto priorità più urgenti (tetti che crollano, servizi igienici rotti e simili) di una palestra su cui concentrare le risorse disponibili per la manutenzione (se pur sono arrivate). Ciò non impedisce di rimanere sconfortati di fronte allo scarto tra le promesse e la realtà e al semplicismo delle prime.
Lasciamo pure stare la questione della palestra, anche se poi è inutile lamentarsi che i bambini italiani fanno poco moto e praticano poche attività sportive, se anche quelle che dovrebbero fare a scuola dipendono dalla disponibilità di tempo dei genitori, oltre che dal fatto che un’altra scuola possa cedere parte delle proprie attrezzature, senza ridurre il servizio per i propri studenti. La faccenda della maestra di ruolo in maternità (una eventualità non remota in una professione al 90% femminile) mostra come la stabilizzazione, l’immissione in ruolo dei supplenti possa essere un passaggio necessario e doveroso, specie per coloro che fanno supplenze da anni, talvolta nella stessa scuola e stessa classe. Ma non risolve la questione di come garantire agli studenti continuità e qualità didattica e neppure il diritto minimo ad avere un insegnante annuale stabile, se non il primo, almeno il secondo giorno di scuola. Su questo punto anche i sindacati sono troppo silenti. Eppure, se non lo si affronta, insieme a quello della qualità dell’insegnamento, il nostro continuerà ad essere un sistema scolastico che troppo si affida alla supplenza non solo degli insegnanti “supplenti”, ma delle famiglie.
Se si può chiudere un occhio sulle richieste di contributi per il materiale didattico o la carta igienica; si possono imbiancare i muri delle aule e tagliare l’erba in giardino; ma non si può accettare che la solidità dell’istruzione dei bambini e ragazzi sia affidata alla capacità e disponibilità delle famiglie di integrarla quando questa è mancante, o intermittente. In questo modo la scuola, invece di essere strumento di compensazione delle disuguaglianze, le conferma, quando non le acuisce.

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Renzo Paris 
testo pubblicato su Facebook
15 settembre 2014

Celano, primo settembre 1950. Mia madre mi aveva abbottonato il grembiulino blu e mi aveva chiuso la cartella di cartone con un panino con la frittata. Appena fuori casa un fulmine cadde sulla Liscia, la montagna difronte alla mia abitazione. Avevo fatto colazione con latte appena munto dalla mucca della vicina e bollito. Dovevo percorrere con un mio amichetto mezzo chilometro di strada per raggiungere la scuola elementare: una stalla di cavalli, con uno stanzone libero, adibito a scuola. Nell'ultimo banco c'era un ragazzo di quindici anni che pare avesse ripetuto la prima elementare a catena. La maestra scese da un autobus di Avezzano. E dopo l'appello, ci mandò a fare legna nella campagna accanto, provviste per il freddo che si avvicinava. Quella scuola non aveva riscaldamento e ogni tanto era rallegrata dal nitrito di un cavallo. Ero contento così.

sabato 22 dicembre 2012

Cosa succede nella scuola italiana?


Mario Monti: “Sono pronto, assieme al ministro Profumo, ad ascoltare le istanze che vengono dal mondo della scuola, a patto che siano costruttive, disinteressate e senza corporativismi”
Pier Luigi Bersani: “Nella prossima legislatura, sulla scuola bisogna fare un discorso quasi costituente”; “Avremo fatto anche noi degli errori, ma prima di Berlinguer mi viene in mente la Gelmini”; “Non ci e' piaciuto veder dare schiaffoni alla scuola”.
Roberto Alesse, presidente dell'Autorità di garanzia sugli scioperi: “Il tasso di conflittualità nel settore della scuola e dell'istruzione è in grande aumento”.

Che la scuola sia da tempo oggetto di provvedimenti (e soprattutto di “ clamorosi annunci”) che sembrano sempre più ispirarsi esclusivamente alla pura logica di riduzione della spesa è ormai dato acquisito, anche se le dichiarazioni rese dall’attuale Ministro Profumo subito dopo il suo insediamento avevano acceso (almeno in chi scrive) qualche positiva aspettativa: “Bisogna convincersi che i soldi dedicati alla scuola non sono ‘spese’ ma ‘investimenti’”. Queste all’incirca le sue parole. E invece?
Un breve florilegio sulla recente e ultima polemica relativa all’orario dei docenti.


A) Il collegio dei docenti del Liceo delle scienze umane di Potenza disdice l'invito presso la Camera dei deputati previsto per il 18/12/2012
I motivi di tale disdetta:
1. Nessun docente è disponibile ad accompagnare gli studenti in una sede istituzionale deputata ad ospitare un organo di alta democrazia e che, invece, oggi non rappresenta né il popolo, né tantomeno il mondo della scuola.
2. Gli insegnanti sono stanchi di essere definiti “Fannulloni”, “ Difensori di interessi corporativi”,“Lavoratori a 18 ore settimanali”. Le ore di insegnamento non esauriscono il lavoro dei docenti! Nessuno quantifica il proprio impegno in termini economici, perché esso prescinde dal valore venale ed è sostenuto solo dalla passione e dal senso civico. Non esistono trasferte, rimborsi spese, buoni pasto per i docenti impegnati in: visite guidate, viaggi di istruzione, corsi di aggiornamento ( autofinanziati) e rientri pomeridiani .
3. In dieci anni di riforme, gli insegnanti sono stati sottoposti a pressioni psicologiche di ogni tipo, si cerca di far ricadere sulla scuola ogni sorta di male sociale a cui i docenti devono dare risposte in tempi sempre più ristretti e limitati. Nonostante il massimo impegno di tanti bravi Dirigenti, anche loro vittime di un sistema di tipo tayloristico, gli insegnanti rimangono l’unica categoria che si deve digitalizzare, ma a spese proprie! Come può il Parlamento varare la digitalizzazione se mancano i computer in ogni classe? Quale dipendente pubblico o privato deve dotarsi a proprie spese del materiale necessario per lo svolgimento del proprio lavoro?
4. La scuola pubblica italiana non riesce ad adeguarsi ai livelli degli altri Paesi europei perché le risorse economiche vengono continuamente depauperate da scelte dirette a potenziare solo “le lobby” politiche, trascurando il bene dell’intero Paese. La decisione di “dissanguare” la scuola pubblica per avvantaggiare quella privata, contravviene al dettato costituzionale che ammette sì l’esistenza di scuole private, ma senza oneri per lo Stato. Le scelte politiche assunte esprimono una volontà “conservatrice” che ha l’obiettivo di preservare un secolare legame tra poteri.
Per questi motivi il Collegio docenti, riunito in data 6 dicembre 2012, declina l’invito ed elabora e condivide il presente documento, il quale sarà trasmesso all’Ufficio competente della Camera e agli organi di stampa. Si precisa, altresì, che i motivi della protesta sono stati condivisi con genitori ed alunni.

B) Ufficio Stampa Anief 02/12/2012- Nella scuola nessun corporativismo, ma una richiesta all’unisono: cambiare il modo di gestire la res publica. Invece di inviare accuse irreali alla scuola, il Governo dei tecnici potrebbe lasciare un segno indelebile destinandogli i soldi delle accise sui carburanti o delle tasse turistiche. Ed in generale, rilanciando l’enorme patrimonio culturale dell’Italia.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, non può continuare a dichiarare pubblicamente che la scuola è protetta dal corporativismo e che è pronto ad “ascoltare le istanze del mondo della scuola a patto che siano fatte in maniera costruttiva e senza strumentalizzazioni”. L’Anief risponde a Monti dicendo che nella scuola non esiste alcun corporativismo, ma una sola voce che chiede un profondo cambiamento nel modo di gestire la res publica, la cosa pubblica.
Secondo il presidente dell’Anief, Marcello Pacifico, l’attuale capo del Governo “non dovrebbe dimenticare che è stato un docente anche lui. E anche per questo, l'essere considerato un esperto, è stato chiamato alla guida del Paese. Il problema è che le riforme da lui proposte hanno avuto il solo merito di essere state approvate con maggiore celerità dal Parlamento, senza alcun compromesso, e tuttavia rimangono ancorate alla vecchia filosofia dei tagli lineari e alla pericolosa deriva autoritaria della compressione di diritti inalienabili. Creati dalle democrazie moderne per tutelare il lavoro, la famiglia e la felicità esistenziale”.
Il sindacato non può rimanere inerme di fronte a questa cronica mancanza di sensibilità. Che da diversi anni sta sfiorando l’autolesionismo: come si può definire, del resto, l’azione degli ultimi Governi, che pur cambiando “pelle” continuano a voler risanare l'amministrazione vendendo i suoi servizi e i suoi preziosi beni immateriali? E soprattutto a licenziare i suoi professionisti dell’insegnamento?
Monti dovrebbe sapere – continua Pacifico - che da Platone in poi ai maestri è stato sempre affidato il compito del cambiamento e del buon governo attraverso l'esercizio della giustizia, che non può che essere in primo luogo sociale. Se veramente tenesse alle sorti dell’Italia, il presidente del Consiglio dovrebbe fare di tutto per aumentare almeno di un punto percentuale di Pil l'investimento sul settore dell'istruzione, dell'università e della ricerca”.
Non è vero che è impossibile raggiungere questo obiettivo prioritario, che allineerebbe l’Italia ai Paesi più avanzati dell’Ue e agli Stati Uniti: per il presidente Pacifico, “basterebbe prelevare i soldi dalle accise sui carburanti o dalle tasse turistiche. E più in generale, adottare un serio piano di riconversione della produzione economica-industriale intorno all’enorme patrimonio culturale dell’Italia. Che va valorizzato e non svenduto”.
Anief è convinta che “il prestigio goduto dal presidente Monti in Europa non può essere speso esclusivamente per tutelare interessi economici consolidati. Ma deve poter esser utile al cambiamento, verso un umanesimo che il mondo ci invidia e che ci ha riconosciuto nel recente nobel per la pace. Non vi è pace senza giustizia, e non vi è una società giusta senza cultura”, conclude Pacifico.

C) Associazione Genitori A.Ge. Toscana 23/11/2012 - Professori a 24 ore settimanali: un'occasione perduta, tanta retorica pelosa e qualche sincero dubbio sulla nostra classe politica, ecco il parere di noi genitori, che forse qualche colpa l'abbiamo, perché avremmo dovuto gridare allo scandalo per tempo.
Lavorare 24 ore settimanali a quanto pare è un insulto, almeno a quanto dichiarano alcuni insegnanti di scuola secondaria. Alcuni addirittura per protesta si sono astenuti dal ricevimento dei genitori, in piena violazione degli obblighi contrattuali e interrompendo di fatto un servizio dovuto. C'è da domandarsi cosa ne pensino gli insegnanti elementari, che da sempre lavorano 24 ore, oppure quelli di scuola materna, che di ore invece ne fanno 25. Sarebbe anche interessante sentire il parere del bidello, che lavora 36 ore settimanali e percepisce uno stipendio dimezzato rispetto a quello di un 'professore'.
Ma quello che è veramente istruttivo è scorrere il Bollettino delle Giunte e delle Commissioni Parlamentari (V-Bilancio, tesoro e programmazione) in data domenica 11 novembre 2012. In discussione le Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato, ovvero la Legge di stabilità per il 2013. Il Ministro Francesco Profumo propone un emendamento per riportare a 18 le ore di lavoro settimanali dei professori, a fronte di tagli sul Fondo dell'istituzione scolastica e di altri finanziamenti destinati fra l'altro all'edilizia scolastica e alla sicurezza. Ecco i commenti dei nostri parlamentari:
Pier Paolo BARETTA (PD), relatore per il disegno di legge di stabilità, sottolinea l'importanza del presente dibattito, in cui si è conseguito l'obiettivo di evitare un doloroso intervento sull'incremento dell'orario di lavoro del personale docente.
Renato BRUNETTA (PdL), relatore per il disegno di legge di stabilità, si associa alle parole di soddisfazione espresse dal collega Baretta per il buon esito di questo delicato passaggio parlamentare, con cui si è scongiurato un inaccettabile intervento sui delicati meccanismi di funzionamento del sistema scolastico, non rispettoso della complessità degli impegni lavorativi in capo al corpo docente.
Il Ministro Francesco PROFUMO ringrazia i relatori e il Parlamento nel suo complesso per il ruolo svolto nella ricerca di soluzioni non lesive degli interessi degli studenti.
Ecco, proprio degli interessi degli studenti vorremmo parlare: e se quelle 6 ore in più fossero state dedicate all'aggiornamento professionale, alle ore di recupero per gli studenti in difficoltà e agli interventi di alfabetizzazione
degli alunni extracomunitari, non avremmo forse fatto veramente gli interessi degli studenti? oppure a laboratori, corsi di approfondimento e gite, che sembrano ormai un ricordo in tante scuole italiane.
Per non parlare dei 47,5 milioni di euro tolti dal Fondo dell'istituzione scolastica, proprio quello che finanzia i corsi di recupero e tutti gli altri interventi integrativi che di fatto garantiscono una maggiore qualità al servizio
scolastico. A dir poco un prezzo salato pagato da tutti noi per garantire i privilegi di una minoranza.
Ci dicano i politici cosa fanno gli insegnanti di medie e superiori nelle restanti 18 ore, quelle che NON trascorrono in classe, e poi ne riparliamo.

D) Prof.ssa Fiorella Re 20/11/2012- La categoria docenti (di cui faccio parte) deve rendersi conto che è necessario superare l’ambiguità del nostro orario di lavoro e i sindacati devono collaborare a presentarlo nel giusto modo.
Dobbiamo chiedere di fare 30 ore settimanali di cui il 50% di insegnamento frontale e l’altro 50% relativo alle attività richieste dalla nostra professione (programmazione, preparazione lezioni, correzione elaborati svolti dagli alunni, colloqui con le famiglie e gli studenti, consigli di classe, collegi docenti, riunioni di dipartimento, corsi di formazione).
La scuola dovrà provvedere a fornirci tutti gli strumenti per svolgere il nostro lavoro, quegli strumenti che attualmente sono a nostro intero carico (scrivania personale con relativo computer, software, stampante, inchiostro, carta, penne, per non parlare delle ore di riscaldamento, elettricità, acqua e altro che utilizziamo lavorando in casa)
Il lavoro subordinato o dipendente prevede che gli strumenti di lavoro vengano forniti dal datore di lavoro. Attualmente siamo noi che sovvenzioniamo la pubblica istruzione con moltissimi mezzi, utilizzati per lavorare, pagati personalmente con il nostro stipendio.
L’orario di 30 ore e non di 36, come nel restante comparto del pubblico impiego, ritengo sia relativo al particolare lavoro frontale con gli alunni, fare lezione in classi di 30 studenti presenta un carico emotivo, partecipativo, mentale e di interazione che non è riscontrabile in un normale lavoro amministrativo come quello svolto dagli altri dipendenti pubblici nei loro uffici, anche se aperti al pubblico. L’insegnante è un educatore, lavora con giovani in corso di formazione e non con semplici utenti.
La parte economica? Uno stipendio pari alla media europea (non certo quello dei paesi ad economia elevata) sarebbe il minimo compenso da accettare; personalmente, alle condizioni sopra indicate, non contrattabili, (15 ore di lezione frontale, 15 ore di lavoro complementare alla funzione docente, ogni strumento fornito dalla scuola pubblica), accetterei quello che ci viene pagato attualmente.
Affrontiamo con chiarezza questa ambiguità e risolviamola




E certo non finisce qui…

Francesco Scalambrino