Visualizzazione post con etichetta femminismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta femminismo. Mostra tutti i post

domenica 20 settembre 2026

Quella di Sputiamo su Hegel

Vincenzo Trione
È (ri)nata una stella. Si chiama Carla Lonzi

Corriere della Sera La Lettura, 20 settembre 2026

Un biopic attraversato da profonde ragioni private. Presentato lo scorso 6 settembre alle Giornate degli Autori dell’83ª Mostra del Cinema di Venezia, si intitola Carla Lonzi. Dentro e fuori dal mondo. Ne è regista Francesca Archibugi, moglie di Battista Lena, l’unico figlio di Carla Lonzi (1931-1982), la protagonista di questo film-documentario, che combina materiali visivi d’epoca e ricordi, disegnando un affresco ispirato al modello delle Vite di Giorgio Vasari. La formazione; i conflitti con il padre; il collegio cattolico, che segna l’autonomia dalla famiglia; il primo amore; la stagione dell’università, sotto l’ala del grande hidalgo della storia dell’arte italiana, Roberto Longhi; negli anni Sessanta, la militanza critica; l’incontro con Carla Accardi e Pietro Consagra. Il primo tempo finisce qui. Il secondo è determinato, nel 1968, da una malattia che sembra incurabile. Insofferente verso certe liturgie accademiche, nel 1970, con Elvira Banotti e Carla Accardi, Lonzi fonda «Rivolta femminile», tra gli organi del femminismo italiano che, in polemica con i movimenti antiautoritari del Sessantotto e con la sinistra radicale, invita le donne a portarsi oltre la competizione per il potere tipicamente maschile. «La donna non va definita in rapporto all’uomo. (…) Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte». È, questo, il più recente episodio di un interessante fenomeno di riscoperta.

A lungo rimossa dalla storiografia ufficiale, da qualche anno Lonzi è al centro di una sorta di revival a livello internazionale. Negli Stati Uniti, è considerata una personalità quasi di culto. In Italia, La Tartaruga, meritoriamente, ha avviato la ristampa, per le attente cure di Annarosa Buttarelli, dei suoi libri (oramai introvabili): tra i primi titoli ripubblicati, Sputiamo su Hegel (1970), Autoritratto (1969), Taci, anzi parla (1978), Vai pure (1980). Mentre, dopo essere stato «restituito» agli eredi dalla Gnam di Roma, l’archivio è ora custodito dalla Fondazione Basso.

Difficile decifrare le ragioni di questo «ritorno». Per un gioco del caso, alcune grandi figure della storia dell’arte (come Francesco Arcangeli, Carlo Ludovico Ragghianti, Maurizio Calvesi e Giuliano Briganti) sembrano appartenere solo a un glorioso passato, frequentato da specialisti. A Lonzi è toccato un destino opposto. Paradossalmente, la sua sincera e convinta eccentricità è tra le ragioni di una fascinazione sempre più diffusa.

Siamo di fronte a una pensatrice anomala, «incongregabile» (secondo una categoria cara ad Alberto Savinio), irrequieta profanatrice, pronta a sottrarsi agli schemi e ai ruoli prefissati, sorretta dal bisogno di essere altrove, incline a fare dell’abiura la sua ideologia, sulle orme della lezione eretica di Pier Paolo Pasolini. La sua filosofia: lasciare dietro di sé una patria, una casa, una lingua, relazioni, saperi, competenze, per cercare altre mete. Valicare frontiere, per costruire confini porosi. A questa tensione Lonzi si è sempre attenuta, nei suoi ininterrotti transiti tra quel che c’è al di qua e quel che è al di là della barricata. Pur con una salda formazione accademica, manifesta subito distanza dalle regole del mondo dell’arte: polemica verso l’idealismo crociano, descrive il sistema dell’arte come una galassia vittima di un «progetto di falsificazione», ingabbiata in un «reticolo normativo ormai paralizzante», che tende a ridurre la critica a una forma di potere, l’artista a una vuota «maschera», le mostre a spettacoli effimeri.

A tali scenari Lonzi contrappone valori alternativi: rifiuto delle teorie astratte, culto dell’autenticità e dell’intuizione, senza «ricorrere (…) a giustificazioni di pensiero». Ne deriva la scelta di sperimentare un’ermeneutica orizzontale, fondata sul bisogno di far coincidere il critico e il suo oggetto di analisi. Lonzi aderisce mimeticamente agli artisti con i quali, di volta in volta, si misura, dando voce a una «sensazione di affinità».

In questa dinamica di identificazioni nella differenza, decisivo il ricorso a una prosa anticonvenzionale, colloquiale, democratica e concreta, talvolta sgrammaticata, debitrice della ricerca letteraria di Gertrude Stein. Da queste intenzioni sono nati gli scritti corsari pubblicati su «Marcatré» e un libro unico come Autoritratto, che è dominato da una specie di «grado zero» della comunicazione: in dialogo con artisti come Accardi, Consagra, Fontana, Kounellis, Paolini, Rotella e Twombly, Lonzi oscilla tra la prima e la terza persona; spesso, fa iniziare in medias res le sue conversazioni; tra le righe, lascia emergere le sue preferenze. Confrontandosi con gli «altri», Lonzi mette in scena sé stessa, componendo un involontario e differito autoritratto in divenire, dal quale affiora il profilo di un critico che, a un certo punto della sua parabola, sente l’esistenza come un tessuto da «imbastire di nuovo, senza certezze».

Varcata la linea d’ombra della testimonianza, orgogliosa del suo essere «diversa» («Felice chi è diverso/ essendo egli diverso», scriveva Sandro Penna), Lonzi decide di declinare il gesto intellettuale servendosi delle «armi improprie» dell’attivismo. Superata ogni tentazione edonistica, si abbandona all’azione, alla vita activa. Con sensibilità civile, concepisce il suo lavoro come strumento umano, troppo umano. Influenzata da Pasolini, si ribella contro l’assedio del pensiero unico, impegnandosi a vedere le cose come potrebbero essere, non come sono. Fare critica diventa un modo per intervenire nella realtà, contribuendo a modificarne aspetti e lati. La sfida: non disertare, ma fare politica con altri mezzi.

Nel Manifesto di rivolta femminile, leggiamo: «Vogliamo essere all’altezza di un universo senza risposte».


https://machiave.blogspot.com/2025/11/il-femminismo-della-differenza-in-italia.html

domenica 14 giugno 2026

Luisa Muraro (1940-2026)

Ida Dominijanni
Luisa Muraro, come quando si spegne una luce

il manifesto, 14 giugno 2026

Poco più di un anno fa Vita Cosentino e Laura Colombo (della Libreria delle donne di Milano), Chiara Zamboni (della comunità filosofica «Diotima» di Verona) e io ci siamo incontrate mosse dal desiderio di manifestare con un gesto pubblico e corale la nostra gratitudine nei confronti di Luisa Muraro. Da un po’ di tempo Luisa non era nel pieno della sua forma, parlava poco e talvolta si ritraeva dalle riunioni della Libreria come già da quelle di Diotima. E noi quel grazie volevamao dirglielo finché c’era ed era in grado di riceverlo, in un paese che si accorge delle sue eccellenze (tanto più femminili) solo quando non ci sono più.

Da quel desiderio, e grazie all’apporto di altre amiche della Libreria e di Diotima, è nato il convegno sul pensiero di Luisa che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre dell’anno scorso, una giornata intensa e affollata, affettuosa e sincera alla quale Luisa ha partecipato felice e a sua volta grata, e dalla quale è venuto fuori un libro a più mani, Come quando si accende la luce (citazione da un testo di Luisa del 2011, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna), di imminente uscita per Mimesis.

Eravamo impazienti di portarlo a Luisa per festeggiarlo con lei, ma non accadrà. Luisa si è spenta ieri, il giorno prima del suo compleanno, dopo essere sopravvissuta per meno di due mesi alla scomparsa di Lia Cigarini, sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica, a riprova dell’inossidabilità di una coppia che ha orientato per più di mezzo secolo il femminismo della differenza italiano. Luisa e Lia, Lia e Luisa: sembra impossibile rassegnarsi a fare a meno di una doppia presenza che diventa un doppio vuoto e apre per tutte noi, inutile negarlo, una voragine.

IN PREPARAZIONE del convegno milanese era uscito Esserci davvero, un Quaderno di «Via Dogana» che raccoglie, insieme con la bibliografia completa di Luisa, una sua lunga conversazione del 2003 con Clara Jourdan. Un testo prezioso, in cui Luisa ripercorre le tappe principali del suo percorso personale e politico (l’infanzia segnata dalla guerra e dalla Resistenza; il disorientamento della giovinezza, prima di trovare una bussola nelle relazioni con Rosetta Infelise, Elvio Fachinelli, Lia; «l’esserci nella storia» scoperto nel Sessantotto, e «l’esserci davvero, in prima persona, senza dadi truccati» scoperto nel femminismo, ma soprattutto mette a nudo il suo rapporto esistenziale con la scrittura, pratica di messa in forma del vissuto, del pensiero e di sé stessa («scrivo per salvarmi l’anima»), che nella lettura e nell’ascolto delle altre trova autorizzazione e rispondenza. Altrettanto prezioso è un altro libro-intervista con Riccardo Fanciullacci, Non si può insegnare tutto (2013), dove il racconto si allunga fino ad anni più recenti, con il fuoco spostato stavolta sulla pratica filosofica. Parto da questi due testi invece che da altri e più famosi perché entrambi restituiscono come meglio non si potrebbe, in forma dialogica e in lingua corrente, lo stile unico e inimitabile del pensiero di Luisa, che procede sempre sul doppio registro della metafora e della metonimia, dell’astrazione e delle piste indiziarie, del rigore logico e delle libere associazioni, della teoresi e del racconto. E perché il tema della passione della scrittura come messa in forma «di ciò che è ancora semipensato, ma già vissuto» ci introduce a quello che si può considerare il nocciolo della ricerca filosofica di Muraro: il problema della dicibilità dell’esperienza e della attendibilità della verità soggettiva, problema che percorre come un filo rosso tutta la sua produzione, da Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia (1981) a L’ordine simbolico della madre (1991) agli svariati saggi sulla politica del simbolico pubblicati nei volumi collettivi di Diotima e altrove.

SI TRATTA DI UN PROBLEMA squisitamente filosofico, che muove però nel percorso di Muraro da un fatto storico e da un’urgenza politica, e trova soluzione nella pratica prima che nella teoria. L’urgenza politica è quella di dare voce e significato all’esperienza muta o tacitata del «corpo sociale selvaggio», cioè di quella parte della società che non trova rappresentazione nel discorso dominante ed è costretta all’imitazione del linguaggio altrui e al conformismo. È la condizione tradizionale delle donne ma non solo la loro, una condizione di miseria simbolica prima che di oppressione materiale dalla quale siamo uscite con la rivoluzione femminista degli anni 70, grazie alle pratiche di separazione dal discorso maschile, di presa di parola «a partire da sé», di autorizzazione reciproca a «dire la verità» che ci hanno fatto guadagnare indipendenza simbolica dal maschile. Un fatto storico di cui Luisa è protagonista e testimone, e che assume per lei il valore di un evento epistemico. Che da un lato la porta a rileggere la storia delle donne del passato restituendo voce a quante sono state concepite dalla storiografia ufficiale solo come vittime passive (La signora del gioco, 1976; Guglielma e Maifreda, 1991). Dall’altro lato apre la strada, per le donne e per tutti, a una politica reinventata, che mette al primo posto la modificazione del regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile, del vero e del falso, in una parola dell’ordine simbolico che detta le regole dell’intellegibilità dell’esperienza: senza la quale modificazione i tentativi di sovversione dell’ordine sociale sono destinati a bloccarsi e a ricadere nella ripetizione, come la storia delle rivoluzioni novecentesche andate a male insegna.

QUESTO CIRCOLO colloca il pensiero di Muraro in una posizione originale nel panorama filosofico novecentesco cui pure appartiene integralmente, nonché nel panorama internazionale della teoria femminista con cui pure dialoga costantemente. Potremmo definirla una collocazione terza rispetto alle contrapposizioni fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione che hanno dominato la scena nella seconda metà del secolo scorso. Muovendo dall’analisi della posizione di internità estraniata delle donne nell’edificio sociopolitico moderno, Muraro assume in pieno la crisi del paradigma moderno ma senza cedere alla deriva postmoderna della dissoluzione del soggetto, anzi rilanciandone la potenzialità politica di trasformazione del reale. E muovendo dalla critica dell’ordine simbolico dominante assume il metodo imprescindibile della decostruzione, ma senza cedere alla deriva di una critica interminabile e allergica a qualunque approdo affermativo e a qualunque verità attendibile. Ne consegue una filosofia pratica, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, che declinando la differenza come leva del conflitto potenzia la migliore tradizione del pensiero politico sovversivo italiano (Toni Negri, La differenza italiana, 2005). E ne consegue anche l’originalità del pensiero italiano della differenza sessuale rispetto alla teoria femminista soprattutto anglofona, che nelle secche della contrapposizione fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione è rimasta e rimane tuttora molto spesso impigliata. Non stupisce dunque, per quanto sia un indice della loro lacunosità, che la figura di Muraro trovi raramente posto nelle mappe geo-filosofiche più accreditate di una teoria femminista sovente tutt’altro che indipendente dalle scuole maschili. Sorprende di più che sia la scena femminista italiana a subire l’influenza di etichette, classificazioni e imputazioni – le sempreverdi accuse di essenzialismo e «monumentalizzazione del materno» rivolte al pensiero della differenza – nate altrove, che il pensiero di Luisa vanifica ponendosi peraltro oltre il canone della «teoria femminista».

CON LUISA siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.

Eppure, detto tutto questo di Luisa non abbiamo ancora detto l’essenziale. Che sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto, che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti. Luisa la chiamava la mossa della schivata: cambiare improvvisamente traiettoria, non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine del discorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire una prospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio.

Luisa era così, non la trovavi mai dove pensavi che fosse, e ti costringeva sempre a spostarti a tua volta impedendo sul nascere fissazioni e arroccamenti. Era il suo modo, talvolta non poco ruvido, di essere e aiutarti a essere libera. La sua luce si spegne mentre il mondo in cui siamo cresciute si capovolge, la guerra che aveva offeso la sua infanzia torna a massacrare la vita e a umiliare la politica, la tecnologia pretende di catturare e ammutolire l’esperienza, la libertà femminile diventa preda di fantasie di ripristino di sovrani e patriarchi claudicanti. «Un nuovo disordine simbolico si è installato sul protrarsi di un patto sociale morto», scriveva già nel 2012 in Dio è violent, consapevole di quanto il cambio di stagione sfidasse la scommessa politica della differenza ma pronta ad accettare la sfida e ad alzare la posta. Il disordine sarà più buio senza la sua capacità di fare luce, ma l’immenso patrimonio che ci lascia è lì per noi come un bene comune a cui attingere, ancora e encore.

*

SCHEDA. Qualche nota biografica

Nata il 14 giugno del 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), Luisa Muraro si accosta alla filosofia negli anni 60 con Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dedicandosi soprattutto agli studi di linguistica e di filosofia della scienza. La partecipazione alla rivolta del ’68 e alla «rivolta nella rivolta» femminista decidono il seguito del suo percorso biografico, politico e filosofico. Nel ‘70 entra nel DEMAU, gruppo pionieristico del femminismo della differenza, dove incontra Lia Cigarini; con lei e altre fonderà nel ‘75 la Libreria delle donne di Milano. Dei primi anni 70 anche l’incontro con Elvio Fachinelli e la psicoanalisi, con la conseguente partecipazione, con Lea Melandri, alla rivista «L’Erba voglio» e a un esperimento antiautoritario di didattica nella scuola dell’obbligo. Traduce e introduce in Italia il pensiero della differenza sessuale di Luce Irigaray. Insegna in seguito all’Università di Verona, dove con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre fonda nell’83 la comunità filosofica femminile Diotima, cui dopo Chernobyl si affiancherà la comunità scientifica femminile Ipazia. Ma innumerevoli sono i luoghi di pensiero e pratica politica femminista che portano la sua impronta in tutta Italia, a partire dal Centro culturale Virginia Woolf-B di Roma, e frequenti i contatti con il femminismo internazionale, in Spagna, Francia, Germania, negli Stati uniti, in Cile, nello Yemen, in Burkina Faso Nel ‘91 dà vita alla rivista della Libreria di Milano «Via Dogana», nel ‘93 avvia con altre il Movimento di autoriforma della scuola e dell’università, dal 2007 al 2017 tiene in Libreria una Scuola di scrittura pensante. La sua sconfinata bibliografia, curata e pubblicata da Clara Jourdan in «Esserci davvero», include oltre 25 monografie, più di cento volumi collettanei, innumerevoli interventi su «il manifesto», «l’Unità» e altri quotidiani, su riviste specialistiche, settimanali pop, siti web, nonché interviste radiofoniche e televisive.

giovedì 30 aprile 2026

Vivaldi amore mio

Clarisse Fabre
In "Vivaldi e io", una giovane donna trova l'emancipazione attraverso la musica del compositore italiano

Le Monde, 29 aprile 2026

Il regista italiano Damiano Michieletto, nato nel 1975, prolifico regista d'opera invitato a lavorare nei teatri d'opera più prestigiosi del mondo, ha realizzato un efficace lungometraggio d'esordio (buoni attori, bella fotografia), seppur non originale. Ispirato al romanzo bestseller di Tiziano Scarpa, Stabat Mater (Christian Bourgois, 2011), Vivaldi e io ripercorre la storia di un'orfana che diventa violinista a Venezia, all'inizio del XVIII secolo.

La protagonista, Cecilia, interpretata dall'attrice e cantante italiana Tecla Insolia, viene abbandonata dalla madre in un orfanotrofio e conservatorio di musica, l'Ospedale della Pietà. Le ragazze più dotate imparano a suonare uno strumento o entrano a far parte del coro. La loro virtuosità conferisce prestigio all'istituto, che trae il proprio reddito dai concerti, ma anche dai matrimoni combinati. Infatti, intorno ai vent'anni, le giovani donne vengono date in sposa a uomini in cambio di una dote. Cecilia non fa eccezione e teme il momento in cui dovrà rinunciare al violino per prendersi cura del futuro marito.

La sua sensibilità musicale non sfuggì all'attenzione del nuovo compositore residente: Antonio Vivaldi (1678-1741), interpretato da Michele Riondino, era stato appena ingaggiato dall'Ospedale della Pietà per rinnovare il repertorio dell'orchestra, vista la forte concorrenza di altre sedi (Derelitti, ecc.). Il film racconta il legame emotivo che si instaurò tra questi due individui, in qualche modo distanti dal mondo. Vivaldi, virtuoso della musica barocca, era anche un sacerdote afflitto da una tosse cronica: avrebbe finito la sua vita in povertà e le sue partiture sarebbero state più o meno dimenticate prima di essere riscoperte all'inizio del XX secolo.

Una storia d'amore impossibile

Bisogna riconoscere il delicato talento dei due attori: quasi senza parole né manifestazioni di emozione, riescono a trasmettere il torrente d'amore che anima i loro personaggi. È una storia d'amore impossibile a causa delle regole del tempo, governate dal denaro, come si intuisce, ma anche dalla mancanza di coraggio del futuro compositore de Le Quattro Stagioni (1724), ferocemente geloso della propria reputazione. I loro momenti più intensi – e i migliori del film – sono quelli che li uniscono durante le esibizioni. Non saranno mai più così vicini, e allo stesso modo, gli altri musicisti trovano nuova ispirazione nella scoperta di queste partiture moderne che stanno eseguendo.

Non sorprende che l'attrice Tecla Insolia pronunci le battute femministe in questo dramma storico, battute già sentite innumerevoli volte in altri film a tema emancipatore. Un esempio, su un argomento simile, è il lungometraggio Gloria! (2024), di Margherita Vicario, con Galatea Bellugi. Racconta la tragica storia di musiciste orfane nella Venezia di fine Settecento che suonano sotto la direzione di un maestro crudele, in vista di un concerto per la visita del Papa.

Ciascuna di queste opere si addentra nelle vite di artiste dimenticate, rese invisibili per secoli: in "Vivaldi e io", Cecilia e le sue colleghe si esibiscono dietro una barriera o con il volto mascherato. Sebbene queste storie meritino a pieno titolo di essere raccontate, il loro adattamento attraverso uno stile cinematografico dettato dalle esigenze dell'industria finisce per sminuirle.

https://www.lemonde.fr/culture/article/2026/04/29/dans-vivaldi-et-moi-une-jeune-femme-s-emancipe-par-la-musique-du-compositeur-italien_6684237_3246.html

sabato 25 aprile 2026

Aida Ribero


Venerdì 30 giugno [2023] a Torino, alla presenza delle rappresentanze istituzionali, si è svolta la cerimonia di intitolazione di strada della Pronda alla giornalista Aida Ribero. La cerimonia è stata il coronamento di un percorso iniziato dal Concorso Lingua Madre nel 2017, anno della scomparsa di Aida Ribero; impegno cui aderirono in seguito anche la Società Italiana delle Letterate, GiULiA Giornaliste e Toponomastica Femminile offrendo il loro sostegno.

Inizia lontano la storia di Aida Ribero, da quel paese chiuso tra le Valli Grana e Maira (la famiglia era originaria di Caraglio) dove – ancora bambina – faceva da staffetta portando in bicicletta i messaggi ai partigiani cuciti nell’orlo del vestito dalla mamma. Paese da cui presto prenderà il volo, grazie agli studi e all’impegno politico. Nei primi anni aderisce all’UDI e al PCI (partito che lascerà dopo i fatti d’Ungheria), partecipando alle lotte per i diritti civili e realizzando quindi la sua autentica vocazione attraverso l’emancipazione, ma soprattutto la liberazione della donna.

Docente, giornalista, saggista ha collaborato a La Stampa, La Repubblica, Noi Donne. Da non dimenticare il lavoro svolto per la divulgazione dell’opera del compagno Pietro Chiodi, filosofo e partigiano, su Heidegger e la sua figura di militante antifascista.

Ma soprattutto Aida ha fatto parte dei primi gruppi di autocoscienza ispirati al pensiero di Rivolta Femminile e proprio dalla collaborazione con quelle donne è nata nel 1995 una delle esperienze che più l’aveva coinvolta: il Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di cui è stata presidente per otto anni e quindi anima ispiratrice di fini e di metodi. Qui ha dato vita a tanti incontri, laboratori, convegni, programmi, quali la collana “Donne del Piemonte” o il progetto “Nati da donna. La mia genealogia femminile”.

E’ stata parte attiva nel Coordinamento Giornaliste del Piemonte, nella Casa delle Donne di Torino e quindi nel Gruppo di studio del Concorso Lingua Madre ed ha concorso a fondare il Coordinamento contro la Violenza e il Telefono Rosa di Torino.

A lei si deve la prima preziosa ricostruzione del femminismo degli anni Settanta con il volume “Una questione di libertà” (Rosemberg & Sellier, 1999), un quadro dove le differenti correnti all’interno del movimento trovano spazio e danno luogo a una sintesi inedita.

Tra i suoi libri più noti, anche “Glossario. Lessico della differenza” (CRPO, 2007) che ha rivisitato criticamente termini ricorrenti, dalla “A” di autostima alla “V” di violenza. Altrettanto prezioso, “Procreare la vita, filosofare la morte. Maternità e femminismo” (Il Poligrafo, 2011), un viaggio alla ricerca di un nuovo possibile paradigma del materno.

Questo e molto altro ha lasciato in eredità Aida Ribero, e sarà raccontato all’interno del Concorso Lingua Madre nel volume “Con forza e intelligenza”, dedicato a lei e alla sua opera, che uscirà questo inverno per Capovolte edizioni.

Per approfondire, qui un articolo sul sito di Concorso Lingua Madre

Qui una video-biografia a cura di CLM

Qui una sua biografia su Enciclopedia delle donne

Qui un suo ricordo di novembre 2017 in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne

Insieme alla via dedicata ad Aida Ribero, nel Programma Integrato Pronda-Marche, sono state dedicate vie anche alle figure di Teresa MatteiLidia Menapace ed Ernestina Prola – figure femminili che si sono distinte per la difesa di diritti civili e libertà costituzionali, delle donne e dei minori in particolare.

domenica 8 marzo 2026

Prigioniera di un destino. Un film

Nicole Wacrenier
Facebook

"Jeanne Dielman, 23 rue du commerce, 1080 Bruxelles". Ho appena scoperto, per finire, il film di Chantal Ackerman. È stato prodotto nel 1975, dura 3h25. Jeanne è Delphine Seyrig, l'elegante incomparabile signora di "India Song" di Marguerite Duras e i due film a volte venivano presentati insieme. Secondo Chantal Ackerman, a Duras il film non era piaciuto.

È  straordinario. Nella sua forma a lucchetto, nella sua immobilità evidente, nella sua violenza sotterranea. Chantal Ackerman filma Jeanne nel suo appartamento, la inquadra in lunghe riprese statiche nella sua cucina, nella sua camera da letto, nell'ascensore. A volte per strada dove cammina con passo deciso e vivo, per fare la spesa o per sedersi da sola in un caffè. Jeanne varia poco, la sua giornata è calcolata, controllata, bloccata, ritualizzata. Non parla con nessuno tranne... che a suo figlio che vive con lei... ai clienti abituali che riceve dopo aver sovrapposto con cura al copriletto un asciugamano. Salve, arrivederci. Suo figlio è importante, è uno studente delle superiori molto ordinario che lei serve come un piccolo dio. Entrambi si identificano con gesti identici, ripetuti giorno dopo giorno. Non si guardano. Quando appaiono le parole, esse sono stranamente stravaganti o terribilmente sorprendenti. Sylvain recita una poesia, "Il nemico" di Baudelaire. Lui parla arrotando le r, con accento fiammingo. Vuole essere accettato al liceo. Più tardi, quando lei viene a baciarlo prima di dormire, lui la interroga chiaramente, semplicemente riguardo al suo rapporto con i suoi Padre, sulla sua sessualità di donna. Un amico gli aveva persino detto che il sesso dell'uomo era una spada di fuoco e lui aveva paura per  sua madre. Queste rare parole esplodono nel film e sembrano scivolare via su Jeanne, il cui volto bello e delicato rimane gentile ed enigmatico.

Jeanne-Delphine, chiusa nella camicetta e nella sua acconciatura ben curata. Un elmo improbabile che Jeanne si spolvera con cura. Tutto quel che Jeanne fa è accurato, piegare i vestiti, chiudere il divano pieghevole, preparare a lungo il caffè, sbucciare le patate, arrotolare un polpettone tritato. Tutto viene girato in tempo reale e io mi sono sentita avvinta dal fascino. A poco a poco, piccoli dettagli indicano un problema, una crepa. Cade un cespuglio, il bambino della vicina che Jeanne tiene continua a piangere un po' troppo e forse è anche stanchezza. una rabbia repressa la tradisce. Appena visibile. Quando il secondo cliente (to', riconosco Jacques Doniol-Valcroze) I capelli di Jeanne restano spettinati, la vestaglia non sarà completamente abbottonata, il meccanismo sfugge al controllo impercettibilmente... Jeanne non ce la fa più, lei gira in tondo, Jeanne non sa più.

Eccezionalmente non svelerò il finale magistrale di questo grande film femminista, commovente.


"Jeanne Dielman, 23 rue du commerce, 1080 Bruxelles". Je viens enfin de découvrir le film de Chantal Ackerman. Il est sorti en 1975, il dure 3h25. Jeanne c'est Delphine Seyrig, l'élégante incomparable d'"India Song" de Marguerite Duras et les deux films étaient parfois présentés ensemble. Selon Chantal Ackerman, Duras n'aimait pas le film.
Il est extraordinaire. Dans sa forme cadenassée, dans son immobilité apparente, dans sa violence souterraine. Chantal Ackerman filme Jeanne dans son appartement, elle la cadre en longs plans fixes dans sa cuisine, dans sa chambre, dans l'ascenseur. Parfois dans la rue où elle marche d'un pas ferme, vif, pour faire ses courses ou s'asseoir seule dans un café. Jeanne ne varie presque pas, sa journée est minutée, contrôlée, verrouillée, ritualisée. Elle ne parle à personne sauf...à son fils qui vit avec elle...aux clients réguliers qu'elle reçoit après avoir soigneusement protégé le couvre-lit d'une serviette de toilette. Bonjour, au revoir. Son fils est important, c'est un lycéen très banal qu'elle sert comme un petit dieu. Tous deux ne sont que gestes identiques répétés jour après jour. Ils ne se regardent pas. Lorsque les mots apparaissent, ils sont étrangement loufoques ou terriblement surprenants. Sylvain lui récite un poème, "L'ennemi" de Baudelaire. Il parle en roulant les r, avec l'accent flamand. Il veut se faire accepter au lycée. Plus tard, alors qu'elle vient l'embrasser avant de dormir, il l'interroge clairement, simplement sur ses relations avec son père, sur sa sexualité de femme. Un ami lui avait même dit que le sexe de l'homme était une épée de feu et il avait peur pour sa mère. Ces mots si rares éclatent dans le film et semblent glisser sur Jeanne dont le beau visage délicat reste doux et énigmatique.
Jeanne- Delphine, enfermée dans sa blouse et dans sa coiffure si apprêtée. Invraisemblable casque que Jeanne brosse soigneusement. Tout ce que fait Jeanne est soigneux, plier les vêtements, fermer le divan pliant, préparer longuement le café, peler les pommes de terre, rouler un pain de viande hâchée. Tout est filmé en temps réel et je me suis sentie fascinée. Peu à peu de petits détails désignent un trouble, une fissure. Une brosse tombe, le bébé de la voisine que Jeanne garde pleure un peu trop et la lassitude, peut-être même une colère rentrée la trahissent. A peine visible. Lorsque le deuxième client (tiens je reconnais Jacques Doniol-Valcroze) s'en va, les cheveux de Jeanne restent ébouriffés, la robe de chambre ne sera pas entièrement boutonnée, la mécanique se dérègle insensiblement...Jeanne ne supporte plus, Jeanne tourne en rond, Jeanne ne sait plus.
Exceptionnellement je ne spoilerai pas la fin magistrale de ce très grand film féministe, bouleversant.

Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles 

(Belgio/Francia 1975, colore, 212m); regia: Chantal Akerman; produzione: Évelyne Paul, Corinne Jénart per Paradise Films/Unité Trois; sceneggiatura: Chantal Akerman; fotografia: Babette Mangolte; montaggio: Patricia Canino; scenografia e costumi: Philippe Graff.

Nel suo ordinato appartamento di giovane vedova, Jeanne Dielman conduce una vita regolata come un orologio. Si impegna nei lavori domestici, con la precisione automatica e lievemente maniacale che solo anni d'abitudine possono aver indotto. A metà pomeriggio, mette la cena sul fuoco, poi suonano alla porta: è il suo cliente. Insieme vanno in camera da letto, e poco dopo ne escono; lui paga e se ne va, Jeanne dà aria alla stanza, si lava, apparecchia la tavola. Il figlio Sylvain torna da scuola, i due consumano il pasto serale senza dirsi una parola. Dopo cena, mentre il ragazzino ripassa le lezioni, lei ascolta la radio e lavora a maglia; poi esce, fa una passeggiata nell'oscurità delle strade, rientra e va a dormire. Il giorno dopo tutto ricomincia: lucidatura delle scarpe, colazione di Sylvain, spesa al mercato, lavori di casa, un pranzo frugale, i preparativi per la cena e la visita d'un altro cliente. Ma questa volta le patate cuociono troppo, la cena sarà ritardata, e l'equilibrio di Jeanne si incrina: dimentica di spegnere le luci, non trova più gli utensili di cucina, non riesce a rispondere alla lettera della sorella. Solo il rito della passeggiata serale sembra restituirle la calma. Il terzo giorno l'inquietudine serpeggia in ogni gesto domestico; la chiusura inaspettata dell'ufficio postale turba ancor di più il ritmo quotidiano di Jeanne. Tutto le comunica un vago disgusto. Poi il nuovo cliente arriva, e lei prova piacere: inorridita, gli pianta allora un paio di forbici in gola, quindi si mette a sedere e aspetta.

Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles rimane il punto nodale, la pietra miliare nella carriera di Chantal Akerman, che ha da subito alternato fiction e documentario. Il cinema documentario della Akerman è caratterizzato da una qualità speciale di sguardo. La sua macchina da presa non osserva né sorprende ciò che è 'interessante', secondo il classico approccio documentaristico: semplicemente guarda e mostra, e davanti all'obiettivo vi è ben poco di straordinario. Qualità del suo sguardo è un'insistenza capace di 'far vedere' senza necessità di commenti, inquadrando con non comune padronanza aspetti della realtà in un tempo assoluto. L'immagine frammenta e ricompone il reale rendendolo intellegibile, ovvero, di nuovo e in altro modo, visibile. I lunghi piani-sequenza si succedono secondo una logica puramente plastica. Cinema astratto, si potrebbe dire. Con la differenza che la scelta del punto d'osservazione in cui la regista si pone coincide spesso con la scelta d'un soggetto forte: la vita quotidiana a Mosca dopo la caduta del muro (D'Est, 1993); il sud degli Stati Uniti e il suo clima segregazionista (Sud, 1999); la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, luogo di tensione sospeso tra due mondi (De l'autre coté, 2002).

In un certo senso Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles è prima di tutto un documentario, o meglio un documento, su una giornata nella vita di una donna, una semplice casalinga madre di un adolescente. La osserviamo mentre svolge le sue banali e abituali faccende: ciò che in altri film è soltanto suggerito da ellissi, qui si espande in durata, e il tempo si riempie unicamente di gesti quotidiani privi di importanza e di conseguenze. Ma attraverso un ardito capovolgimento, la Akerman situa questo approccio semi-documentaristico nel contesto d'una duplice fiction, anche se la narrazione propriamente detta viene soltanto sfiorata. In realtà questa casalinga pratica la prostituzione: visite clandestine di 'signori', soltanto intraviste, a casa sua ‒ 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles. Per la loro brevità e mancanza di insistenza queste visite sono in profondo contrasto con le attività casalinghe di Jeanne Dielman. Poi, un giorno, questa routine viene turbata ed è sul punto di divenire un'avventura. "Un giorno...": ecco che interviene la narrazione vera, la finzione a uno stato puro e minimale. Così, "un giorno", Jeanne Dielman prova piacere fisico durante uno dei suoi rapporti sessuali. A partire da quel momento si scatena una serie di catastrofi casalinghe. Il suo quotidiano non funziona più. Il secondo importante elemento di finzione, inaspettato e anticonvenzionale, è la scelta di Delphine Seyrig, all'epoca grande star del teatro e del cinema francese, per il ruolo di Jeanne Dielman. Laddove un altro cineasta, nel rispetto della tradizione neorealista, avrebbe scelto un'interprete anonima o un'attrice non professionista, la Akerman opta per una diva che si trova qui a essere privata di tutti i propri artifici. La scelta di Delphine Seyrig corrisponde a un'esigenza chiara: la precisione quasi matematica, la perfetta coreografia richiesta nell'esecuzione di semplici gesti quotidiani poteva essere ottenuta soltanto da un'attrice dotata di un'eccezionale tecnica gestuale, capace di eseguire i gesti del quotidiano come una partitura musicale. In questo modo il dialogo tra fiction e non-fiction trova una duplice corrispondenza: l'aspetto documentaristico è trasceso da una narrazione semplice ma incisiva, mentre la dimensione irreale legata alla presenza di una star come Delphine Seyrig è non tanto smascherata, quanto ridotta alla sua espressione più nuda, quella di un agire professionale documentato dallo sguardo attento della regista. La costruzione del film impone allo spettatore questo raffinato dialogo tra i due diversi registri senza alcun artificio intellettuale, in perfetta trasparenza. Allo stesso modo il 'messaggio' che, all'uscita del film e poi per molti anni, ha fatto di Chantal Akerman una sorta di ninfa Egeria del cinema femminista possiede una grande evidenza, tanto più sorprendente e forte proprio perché semplice. In seguito il suo cinema, soprattutto sul versante fiction, si arricchirà: il verbo, la parola, ma anche la scrittura contribuiranno a creare un inquietante equilibrio tra ciò che esiste come narrazione e ciò che viene osservato in quanto documento, testimonianza. Cinema che inquadra, dunque, o della durata inquadrata. Sorprendente percorso i cui elementi sono già tutti presenti in questo film, nel quale l'essenza e l'evidenza davvero coincidono.

Interpreti e personaggi: Delphine Seyrig (Jeanne Dielman), Jean Decorte (Sylvain), Henri Storck (primo cliente), Jacques Doniol-Valcroze (secondo cliente), Yves Bical (terzo cliente).

Bibliografia

F. Maupin, Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, 1080 Bruxelles, in "La revue du cinéma", n. 303, février 1976.

M. Portal, Jeanne Dielman, 23 Quai du Commerce, in "Jeune cinéma", n. 93, mars 1976.

D. Dubroux, Le familier inquiétant, in "Cahiers du cinéma", n. 265, mars-avril 1976.

M. Kinder, Reflections on 'Jeanne Dielman', in "Film quarterly", n. 4, Summer 1977.

J. Loader, Death in Instalments, in "Jump cut", n. 16, November 1977.

P. Patterson, M. Farber, Kitchen without Kitsch, in "Film comment", n. 6, November-December 1977.

S. Heath, Sexual Difference and representation, in "Screen", n. 3, Autumn 1978.

E. de Kuyper, L'aphasie du quotidien, in "Cinéma", n. 14, 1978.

M.J. Lakeland, The Color of 'Jeanne Dielman', in "Camera Obscura", n. 3-4, Summer 1979.

P. Rabinowitz, Housekeeping Tips, in "Wide Angle", n. 4, October 1996.

Il cinema di Chantal Akerman, a cura di A. Aprà, B. Di Marino, Roma 1997.


Erik De Kuyper (Treccani)

giovedì 5 marzo 2026

Una sbornia miIitante

È una storia tristemente comune e al tempo stesso altamente emblematica, quella di una "sbornia militante ". Nel 2021, la venticinquenne Diane Richard si è lanciata a capofitto nella lotta femminista. Membro del collettivo #NousToutes, era presente a ogni manifestazione, diventandone persino una delle principali organizzatrici. Tra le sue compagne, la giovane donna ha sviluppato il gusto per l'attivismo, ha forgiato un'intesa politica e ha scoperto il suo lesbismo. Cinque anni dopo, condivide la sua delusione in un saggio illuminante, * Lutter sans se trahir. Récit d'un féminisme confisqué* (Combattere senza tradire se stessi: racconto di un femminismo confiscato).

Con questo libro, scritto con un linguaggio inclusivo, Diane Richard mira a salvaguardare l'ideale del femminismo intersezionale. E soprattutto, a proteggerlo da quella che considera una perversione: "Come hanno fatto i collettivi e i partiti di sinistra e femministi ad allinearsi con movimenti fascisti, razzisti o islamisti?", si chiede l'autrice, che ha visto molte delle sue ex compagne voltarle le spalle, arrivando persino ad etichettarla come "femminista bianca " o addirittura "fascista ", semplicemente perché diceva ad alta voce ciò che tanti altri riconoscevano in silenzio. Condividendo sia la sua indignazione che i suoi dubbi, l'autrice offre non solo la storia di un impegno singolare, ma anche una commovente riflessione sulle fantasie di purezza e sulla mentalità da branco che influenzano segretamente ogni gruppo di attivisti. 

Jean Birnbaum

Diane Richard, Lutter sans trahir. Récit d'un féminisme confisqué, Stock, Paris 2026

https://www.lemonde.fr/livres/article/2026/03/05/notre-selection-de-livres-cette-semaine-tres-breve-theorie-de-l-enfer-amadoca-la-classe-et-la-fonction_6669579_3260.html