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| François Mitterrand |
Thomas Legrand
Per impedire il crollo totale del baluardo repubblicano, tocca a Mélenchon agire
Libération, 19 febbraio 2026
Il vecchio leader della sinistra radicale, senza che sia noto se è a causa del suo carattere eruttivo o di una strategia ben congegnata, è di per sé “spaventato”. Un modo per essere odiati dal “sistema” per via di posizioni dure, parole feroci, atteggiamenti aggressivi e oggi per il rifiuto di prendere le distanze dalla Jeune Garde. Mentre ricorda di aver “detto decine di volte che [i ribelli erano] ostili alla violenza”, Mélenchon è il primo responsabile dell'ostracismo che lo colpisce. Un ostracismo che permette ad alcuni, come il settimanale Marianne, di rivendicare o di intitolare questo incredibile depistaggio volontario e manipolatore: “LFI, i nuovi fascisti”. Inversione grossolana dello stigma.
Il movimento oscillante del pendolo era già a buon punto ad opera di quasi tutta la destra che sta già gongolando all'idea di poter radunare l'estrema destra di cui ha bisogno per le comunali e di cui avrà ancora bisogno alle elezioni presidenziali. Capovolgimenti ampiamente accompagnati dal commento generale che dimentica la tragica storia e le notizie violente dell'estrema destra. Cerchiamo di essere lucidi, questa destra politicante, in realtà, si accoda soltanto suo elettorato che, nel grande mondo, ha già fatto sua la soluzione autoritaria. Ma è con il favore del pestaggio mortale subito da Quentin Deranque che la destra intende distruggere il resto del muro che, dal 1945, la ha separata culturalmente dall'estrema destra. Per finire definitivamente il lavoro di riunificazione tra moderati, conservatori e reazionari (orleanisti, bonapartisti e legittimisti, avrebbe detto René Rémond), cosa c'è di meglio che fornire il cemento per costruire un altro muro ermetico, questa volta dentro la sinistra?
Interessi del RN e del diritto
Mélenchon tiene la cazzuola. Il panorama politico è uno spazio relativamente elastico ma comporta ancora dei limiti a ciascuno dei suoi estremi. È quindi sufficiente isolare la sinistra radicale, per renderla infrequentabile, di modo che, meccanicamente, l’altro confine, l’altra estremità sia integrata nel paesaggio comune. Questo trasferimento di fotogramma che riposiziona vantaggiosamente il RN è quasi completo e coloro che, al centro, colpiscono LFI più spesso e più duramente che non l'estrema destra (tuttavia, alle porte del potere) ne sono corresponsabili.
Possiamo vedere chiaramente l’interesse del RN che, dal momento che Jean-Marie Le Pen non è più al comando, cerca di essere accettato, come un Jean-Claude Dusse [personaggio del film Les bronzés, 1978] eternamente respinto ma “in procinto di concludere”. Ora si permette di designare qualcuno come più ripugnante, più spaventoso, più violento, più indesiderabile di lui. Questa volta ce la fa, conclude.
E valutiamo l'interesse della moribonda destra classica, sepolta sotto l'onda populista. I suoi elettori anziani e rurali (la sua base elettorale solitamente più stabile), alimentati con contenuti informativi bollorizzati [da Jean-Claude Bolloré, uomo d'affari ultraconservatore] scambiati su Facebook e amplificati da algoritmi, si stanno rivolgendo massicciamente al RN. La sopravvivenza di LR [gollisti] dipende solo da un'ampia alleanza con l'estrema destra, sempre meno inconfessabile.
“Loro” contro “noi”
È facile capire che i sindaci socialisti o verdi delle grandi città non vogliano deporre le uova con gli insoumis che, nei loro comuni, conducono la dura vita loro contrastando costantemente tutto, come fa Jean-Luc Mélenchon a livello nazionale.
Per evitare il grande rovesciamento dell’infrequentabilità, tocca dunque ora alla leadership degli insoumis assumersi la responsabilità. Spetta a Mélenchon togliere la sinistra dalla trappola in cui la metteva proclamando che alla fine la partita sarebbe stata “loro” (il RN) contro “noi” (LFI), lui contro Le Pen o Bardella. Se il candidato presidenziale prossimo alla sua quarta volta avesse davvero voluto un “noi” efficace per opporsi al “loro”, doveva aprirsi a tutta la sinistra. Tanto più che, come hanno dimostrato le elezioni europee e confermeranno le comunali, i gruppi PS-verdi-comunisti costituiti in molte grandi città, sono molto più potenti di LFI isolata. Jean-Luc Mélenchon ha dunque oggi una responsabilità storica: rompere con il suo modo di fare politica, rompere con ciò che potrebbe per forza trasformare la necessaria radicalità (ambientale e sociale) in un estremismo dannoso. Perché no, alla fine non può, non deve, sotto pena di sconfitta assicurata, essere uno stordito “noi” intorno a un furioso melenchonismo contro il “loro” della potente unione di destra-estrema destra. Possiamo sperare in questa lucidità tutta mitterrandiana dal suo ammiratore? Purtroppo nulla è meno sicuro.

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