venerdì 13 febbraio 2026

Non scrivere di me

Simonetta Sciandivasci
Com'è il femminismo dopo aver subito uno stupro

La Stampa Tuttolibri, 7 febbraio 2026

Che sorpresa e che sberla. Non scrivere di me. Vaste programme. Ho pensato subito che fosse un libro sulla ridicola mitomania che ci affligge tutti, e ci fa scrivere di noi stessi: non di quello che ci succede ma proprio di noi stessi, di chi siamo e cosa pensiamo, e ultimamente anche di chi sono e cosa pensano anche i nostri genitori e progenitori, e che non è autofiction (magari lo fosse), ma autoanalisi, psicoterapia. L’ho pensato quando ho letto il titolo e l’inizio di questo nuovo libro di Veronica Raimo, perché nel primo capitolo c’è una cameriera stupenda, di un’algidezza penetrante, che ascolta un’insopportabile scrittrice velleitaria discutere con un malcapitato e dirgli frasi come «Non mi riconosco nell’immagine che mi restituisci di me», «Stai banalizzando la mia prospettiva di genere», finché lui non riesce a dirottare la conversazione sullo scudetto del Napoli.

Ma Non scrivere di me non è un romanzo brillante sull’autoanalisi spacciata per letteratura del nostro tempo: è un romanzo su una studentessa universitaria che viene violentata dall’uomo che ama, e che ci mette del tempo a rendersene conto, ed è un tempo nel quale sospende e poi perde tutto, lo studio, gli amici, i genitori, gli altri amori. Ed è un romanzo che fa una cosa nuova, difficilissima e importante: racconta com’è il femminismo visto da una vittima di stupro. Utile? Indubbio. Vicino? Forse, non sempre. Perché qualche volta è forzato, astratto, surreale, devoto a «questioni di principio a pancia piena», per le quali la stessa protagonista ammette di aver, con grande divertimento, brigato, credendo fossero essenziali, dirimenti, imprescindibili. Perché lo erano, e perché lo sono, fintanto che si ha il privilegio di potersele permettere. Il femminismo intersezionale, quello della quarta ondata, che ha allargato lo sguardo per offrire rappresentanza a tutte le donne escluse dal femminismo bianco, ha avuto il merito di mostrarci, tra le altre cose, che anche le vittime di violenza sono standardizzate, ed è in base a quegli standard che siamo in grado o meno di riconoscerle e garantire loro tutela, fiducia, giustizia. Le donne transessuali, le prostitute, le anziane, le disabili, le migranti, le povere: fatichiamo a riconoscerle come soggetti di diritto perché fatichiamo a riconoscerle come oggetti di sopruso. Faticano loro stesse, e il femminismo del nostro tempo ha il dovere di aiutarle in questo. Le agiate, però, come stanno? Che succede quando una ragazza intelligente, promettente, borghese, aspirante intellettuale, nessun trauma pregresso, genitori amorevoli alla francese e non all’italiana, si innamora di un uomo che la violenta? Non uno qualsiasi: un regista americano emergente, che quindi non usa il sesso come merce di scambio, ma come affermazione di sé e sfogo. Il femminismo ha preparato S., giovane donna libera, forse anche femminista, a difendersi da un individuo così? O meglio, è riuscito a fare sì che lei non gli cascasse, dissennatamente innamorata, ai suoi piedi? No. E, dopo che lui l’ha violentata, in una camera d’albergo nella quale è stata lei a insistere per incontrarlo, il femminismo le ha impedito di perdersi tanto da smettere di studiare, amare, scrivere, e andare a lavorare, pagata in nero, come cameriera? Non voglio dire che Raimo fa un processo al femminismo: non è così. Però, ne mostra le pose, lo cala in una vita, nel tempo che viene dopo una violenza, quello in cui oltre a elaborare cosa si è subito, si diffida di sé, ed evidentemente ci si domanda da quale parte della storia si è finite, e chi si ha dalla propria, se si è diventate una casistica o una fazione. «Una verità che non mi apparteneva, che non era mia. Sorella, io ti credo. Credevo a tutte quante, ma non ero in cerca di sorelle. Non ne ero in grado, non sapevo farlo. Un cane da guardia non cerca il branco. A volte ero posseduta da una strana irrealtà, come se la lunga sequenza in quella stanza fosse accaduta soltanto nella mia mente. Avevo avuto un black-out, non era possibile che avessi avuto pure un’allucinazione?».

Di femminismo intersezionale straparla un’odiosa squadretta di creativi che capita nel bar in cui S. lavora: stanno preparando, per una rivista di moda, un servizio sulla “working class” e vorrebbero fare una puntata sulle cameriere. S. accetta, ma si fa pagare. Questo è un libro pieno di prezzi, richiesti ed esplicitati, usati come misura della concretezza delle cose, che è il loro valore più importante. Ed è alla conquista della concretezza che S. impronta la sua vita, il femminismo tutto suo, nuovo, sfacciato, disunito e autonomo, che vuole più di tutto fare la lotta di classe. «Qual è la lingua per raccontare la violenza? Vorrei che ci fosse una lingua neutra, priva di sfumature, una lingua dove non esistono eufemismi e metafore. Una lingua dove ogni parte del corpo ha un suo nome specifico, ogni azione non ne indica un’altra. Una lingua priva di trasformazione. Priva di interpretazione. Priva di ricompense. Una lingua fredda, persino inespressiva». Questo è l’altro suo proposito. Lo realizza Veronica Raimo, perfettamente. Brava. Non c’è un’altra scrittrice altrettanto brava a liberare le donne dalla Donna. Grazie.

P.S. Leggendo si ride anche, e parecchio, come sempre con i libri di Veronica Raimo.

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