martedì 17 febbraio 2026

Il piacere del testo

Roland Barthes

Francesco Matteo Cataluccio
I libri per l'estate
Il Post, 8 luglio 2016

Come le “canzoni per l’estate”, che sono spensierate e ballabili, le “letture estive” vengono quasi sempre associate a qualcosa di distensivo. Libri riposanti e appassionanti: i gialli sembrano l’ideale. O anche arzigogolate storie d’amore, meglio se a lieto fine. Eppure, per molti, l’estate è l’unico momento che si può dedicare alla lettura: un tempo dilatato, assai più ampio di quello durante il periodo lavorativo, che lascia briciole di orette, soprattutto nei finesettimana.

Confesso che sulla questione della lettura e del tempo libero ha qualche problema sin dall’adolescenza. Provengo da una famiglia dove la letteratura di finzione era considerata un passatempo, e il passatempo uno spreco di tempo. I romanzi furono tollerati in età scolare, soprattutto quelli italiani. Per imparare a scrivere bene. Poi, quando scoprii, grazie a una fidanzatina che se la tirava da intellettuale tormentata, i romanzi russi, che hanno condizionato la mia visione del mondo, mi veniva raccomandato di leggere solo “quelli molto ben tradotti”. Poesia, poca. Almeno che non venisse mandata a memoria. Allora poteva tornare utile.

Non è stato facile liberarmi in parte da questi condizionamenti. Ancora oggi, quando me ne sto comodamente sdraiato sul divano, leggendo un romanzo e ascoltando una musica di sottofondo, in compagnia di un buon sigaro toscano (una delle situazioni nelle quali si può toccar con mano la serenità), mi sento un po’ a disagio. Per troppi anni i libri da leggere sono stati quasi solo quelli che ti insegnano qualcosa, che trasmettono informazioni e idee. Il piacere del testo, sul quale insisteva Roland Barthes, è per me una concessione tardiva. Non sono abituato a scegliere un libro per la trama, e abbandonarmi a una storia appassionante. Troppe volte mi è stato detto, quando ero piccolo, che un libro serve ad arricchirsi e che quando, alla fine ne termini la lettura, devi essere un’altra persona. E questo vale anche per un film, uno spettacolo teatrale, un quadro. Per la musica, l’unica forma di arte universale, è un po’ diverso: anche le canzonette ti cambiano per sempre.
Dato che la nostra vita è breve, non c’è tempo da perdere leggendo cose effimere. Fa sgomento riflettere su quante ore, mediamente, abbiamo in una settimana da dedicare alla lettura (non professionale o per studio). Dieci, quindici al massimo. Se si soffre di insonnia, di più. Durante le vacanze ancora qualche oretta; quando si lavora anche molto meno…
La letteratura serve a rilassarsi, sostengono in molti. E infatti, in questi anni di “bonaccia” letteraria, si leggono soprattutto romanzi gialli, o scritti secondo questo genere. Niente da obbiettare. Un po’ li invidio. A me non riesce: anche se la storia mi cattura sin dalle prime pagine e vado avanti per capire chi sia l’assassino, mi sento a disagio. Mi pare di utilizzare male quelle quindici ore settimanali che ho la fortuna di poter dedicare alla lettura.
Per questo motivo cerco sempre, al di fuori dei libri di studio e di aggiornamento, delle storie che mi permettano comunque di imparare, che mi aprano strade verso altri libri e percorsi inediti. Non credo però di essere il solo. Mi sono, ad esempio, sempre chiesto quale fosse la ragione del successo di scrittori come Chatwin, Kapuscinski, Fermor o Terzani. I loro “libri di viaggio” sono ben scritti, si leggono con grande piacere, e contengono molte notizie e informazioni. Grazie a questi reportage si imparano molte cose e si viene portati a riflettere su avvenimenti e mondi a noi lontani. Sono letture che arricchiscono, relativizzano in modo salutare le nostre certezze, ci avvicinano a luoghi e storie lontane. Storie vissute in prima persona, perché come scrisse Kapuscinski nel suo libro sull’Angola (“Ancora un giorno”, Feltrinelli 2008), “è sbagliato scrivere di qualcuno senza averne condiviso almeno un po’ la vita”. Anche lui era uno convinto che andasse utilizzato al meglio il tempo che si ha per la lettura: “L’uomo medio, che lavora, torna a casa stanco e vuole semplicemente starsene un po’ con la sua famiglia, recepisce giusto quello che gli arriva in quei cinque minuti di telegiornale. Gli argomenti principali che danno vita alle ‘notizie del giorno’ decidono che cosa pensiamo del mondo e come lo pensiamo (…). Se non parliamo di un evento, esso semplicemente non esiste” (“Il cinico non è adatto a questo mestiere”, edizioni e/o 2000).
I media ci fanno vivere in un loro mondo che ha poco a che fare con la realtà. Il tasso d’informazione è ridotto al minimo e dominano i racconti autoreferenziali. Le interviste e il chiacchiericcio hanno preso il posto del racconto dei fatti.
Anche la letteratura soffre di questa mancanza di contenuti, tanto da apparire spesso irreale. A me, non soltanto per le ragioni educative che ho detto all’inizio, interessano i romanzi che non siano soltanto un passatempo ben costruito. Cerco storie che mi raccontino il mondo nei miliardi delle sue sfaccettature.
Non amo però il “realismo” che teorizzavano i critici ideologici del secolo scorso. Mi suona falso e noioso. E’ necessaria invece una buona dose di invenzione per raccontare bene la realtà. Persino per scrivere dei reportage. Chi si è preso la briga di fare le pulci ai libri di Kapuscinski, scoprendo che alcune interviste non potevano aver avuto luogo in quel dato momento o che quando accadeva un certo fatto l’autore non poteva esser stato lì, non ha capito che egli era molto più uno scrittore che un giornalista (e lo stesso discorso si potrebbe fare per Terzani). Ma proprio per questo riusciva a leggere e raccontare il mondo in modo acuto e affascinante.
Il mondo infatti per poter essere raccontato deve esser modificato con la fantasia. La realtà è una novelliera mediocre, sosteneva, nel 1928, William Somerset Maugham (secondo me, uno di più grandi scrittori del Novecento) all’inizio di “Ashenden o l’agente inglese” (Adelphi 2008): “la realtà comincia una storia a casaccio, generalmente molto prima dell’inizio, procede tra divagazioni incongrue, e termina, lasciando una quantità di cose in sospeso, senza una conclusione”. Somerset Maugham si era convinto con gli anni che le cose della vita avessero di solito un andamento banale. Così, nel narrarle, impose loro un suo ordine, aiutandosi, alla bisogna, con la finzione. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale scrisse: “Nelle mie opere realtà e finzione sono così intrecciate che, guardando indietro, riesco a malapena a distinguere l’una dall’altra”.


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