giovedì 5 febbraio 2026

L' abuso di Tolkien

 

Paolo Pecere
Che significa "riappropriarsi" di uno scrittore come Tolkien?

Domani, 4 febbraio 2026

Ogni volta che in Italia si riapre il dibattito sull’appropriazione politica di J.R.R: Tolkien, chi ha letto e amato i libri dello scrittore inglese si ritrova spaesato. Così mi è successo quando Elly Schlein ha affermato, durante un comizio a Milano, «dobbiamo riprenderci Tolkien». Per capire quale sia la posta in gioco, chi non conosce la vicenda deve ripercorrere la storia di questa anomalia italiana. Chi la conosce già troverà che qualcosa nel tempo è cambiato.

Il gran rifiuto

Tutto comincia negli anni Settanta, quando la destra neofascista italiana individua in Tolkien un autore di riferimento per il proprio immaginario. La trilogia del Signore degli anelli è stata da poco pubblicata in Italia, dopo un antefatto decisivo. La casa editrice Mondadori, inizialmente interessata, ha deciso di abbandonare l’impresa dopo i giudizi severi dei suoi consulenti, come Elio Vittorini e Vittorio Sereni, che accusano il romanzo di “rimasticare” tradizioni mitologiche e mancare d’attualità.

L’incomprensione e la resistenza verso il fantastico risulteranno a lungo dominanti tra gli intellettuali di sinistra. Il libro esce prima per Astrolabio, che pubblica il solo primo volume, poi per Rusconi. Manca la Prefazione originale, in cui Tolkien respingeva qualsiasi interpretazione allegorica del suo romanzo, sostituita da un testo di Elémire Zolla che invece sostiene un’interpretazione allegorica e alchemica completamente estranea all’orizzonte tolkieniano. È solo il primo di una lunga serie di abusi ermeneutici.

Sul piano politico, nel 1977 si tiene il primo dei Campi Hobbit, in risposta alle feste organizzate dall’estrema sinistra come quella del Parco Lambro. Lo organizzano dirigenti del Fronte della Gioventù. Già da qualche anno figure tolkieniane appaiono sovrapposte a contenuti neofascisti, come nel nome del gruppo La Compagnia dell’Anello – che in precedenza aveva composto canzoni come Storia di una SS – o nella rivista dell’Msi, “Eowyn”, che porta il nome di un’eroina del romanzo, dedicata alle donne della nuova destra, combattenti contro la società attuale.

Il rapporto tra i personaggi tolkieniani e questi fenomeni culturali è puramente superficiale, e in ciò ricorda le più raffinati distorsioni degli intellettuali: elementi come la spada e il re, che Tolkien, studioso di lingue anglosassoni e germaniche, traeva dagli amati testi medievali per costruire il suo mondo immaginario, sono assimilati a simboli marziali ispirati dal culto del Duce. I versi che lo scrittore metteva in bocca ai suoi personaggi, come «le radici profonde non gelano», diventano slogan per evocare una tradizione latente che non si spegne: come la fiamma nel simbolo del MSI che sostituiva l’ormai inservibile fascio littorio.

Lo stesso Tolkien era una sorta di figura sostitutiva di autori impresentabili o di nicchia, perfino all’interno della destra, come Julius Evola. Così Gianfranco De Turris, studioso e seguace del fascismo esoterico e aristocratico di Evola, esposto in opere come Rivolta contro il Mondo Moderno, divenne editore di letteratura fantasy, sostenendo che in Tolkien il regno del male, Mordor, fosse “simbolo evidente della Modernità”. Lo stesso De Turris raccontò poi quanto aiutasse questo travestimento della heroic fantasy in quella fase di isolamento: «Il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante».

Hobbit e mistificazione

Che il Tolkien della destra non avesse nulla a che vedere con quello reale, letto e studiato in tutto il mondo, non ha impedito ai suoi ammiratori di continuare la sistematica e farsesca appropriazione che arriva fino a oggi: così Arianna Meloni, alla direzione di FdI del febbraio 2025, ha dichiarato che «Giorgia è il nostro Frodo e noi siamo la Compagnia dell'anello».

C’è però una differenza profonda tra il Tolkien dei Campi Hobbit e quello della destra di oggi: gli hobbit, piccole creature pacifiche e indifferenti al potere, che divengono loro malgrado eroi e salvatori del mondo, servivano prima a fantasticare il superamento della latenza culturale e della marginalità politica. Oggi che la destra il potere lo amministra da molto tempo, quel richiamo agli hobbit è doppiamente sballato. E questa destra, inebriata dal potere, cerca di estendere la mistificazione ad autori come Pasolini, e perfino Gramsci. La mossa di Schlein sembra una reazione a questa offensiva. Ma in che senso si può ancora parlare di “riappropriazione” senza ripetere il gioco degli abusi?

Sul piano letterario, si trattò certo di grottesca mistificazione. Tolkien era uno scrittore cristiano e conservatore, che nell’invenzione della Terra di Mezzo proiettò il suo amore per le lingue germaniche e la nostalgia estetica per un mondo preindustriale, dove i valori etici supremi non erano espressi dalle figure del potere e della tecnologia (come nel fascismo), ma nell’idillio pacifico dei canti e nella vita millenaria degli alberi.

I suoi personaggi più complessi sono quelli che risultano corrotti dalla tentazione del potere, come Gollum, o immuni ad essa, come gli uomini-albero. Peraltro, nelle sue lettere ricorrono il trauma della Grande Guerra, dove aveva perso i suoi più cari amici, e il disprezzo per i nazisti. Insomma, Tolkien appare lontanissimo dalla cultura della destra neofascista.

Che quest’ultima possa averlo stravolto senza grossi ostacoli è dipeso dall’incomprensione della sinistra italiana rispetto al fantastico, che troppo tardi è stata riconsiderata e infine superata, come mostrano la conoscenza e l’apprezzamento per Tolkien e la fantasy di scrittrici e scrittori contemporanei come Wu Ming 4, Loredana Lipperini, Michela Murgia, Chiara Valerio, Vanni Santoni.

Il problema della riappropriazione

Sul lato politico, la questione è più complessa ed è stata meno meditata. Non si possono negare l’abilità e l’efficacia con cui la “macchina mitologica” postfascista – come l’avrebbe chiamata Furio Jesi – ha assimilato Tolkien. Soprattutto se si considera che, in Inghilterra, Il signore degli anelli era la “Bibbia degli hippie” (come si ammetteva sulla fascetta della prima ristampa Rusconi). I modelli per la costruzione di un mito politico, del resto non mancavano.

L’importanza politica dei miti per l’educazione e la creazione del consenso è un tema antico, già centrale in Platone, che fu ripreso e molto dibattuto nell’Ottocento. Mussolini ammirava la Psicologia delle folle di Gustave Le Bon e le Riflessioni sulla violenza di Georges Sorel, dove s’insisteva sul valore dei miti per mobilitare e plasmare le masse. L’invenzione mitologica è stata una caratteristica fondamentale del fascismo e del nazismo.

Ma l’uso dei miti da parte del fascismo destò anche l’ammirazione di diversi intellettuali comunisti e socialisti, da Ernesto de Martino a Georges Bataille, secondo cui a sinistra occorreva muoversi sul «terreno del fascismo stesso. Il terreno della mitologia». In questa prospettiva, i miti servivano alla pedagogia del popolo, per prepararne l’emancipazione.

Ma c’era un profondo problema in questo progetto di “appropriazione”. Prima che il valore delle tradizioni autentiche, nella propaganda fascista e nazista agiva l’abolizione del rapporto critico con la storia, per cui il passato è semplificato e reinventato secondo gli interessi di una élite. Questo procedimento è incompatibile con una politica democratica. Ne è l’ennesima conferma, negli Stati Uniti di oggi, il modo in cui frasi e meme derivati dall’immaginario anonimo di internet sono stati appropriati dalla nuova destra americana e hanno fatto breccia in pochi anni nell’autoritarismo antidemocratico.

Quindi, che cosa può significare oggi “riappropriarsi” di uno scrittore fantastico? Non certo impadronirsi di una creazione artistica per fabbricare altri miti. Si tratta piuttosto di liberarne l’opera dai vincoli imposti per ovvi interessi. Ripudiare il mito politico. Riconoscere al fantastico la sua propria apertura di senso.

Nessun commento:

Posta un commento