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martedì 24 febbraio 2026

Se in Francia si rovescia il quadro

François Mitterrand

Thomas Legrand
Per impedire il crollo totale del baluardo repubblicano, tocca a Mélenchon agire

Libération, 19 febbraio 2026

Il vecchio leader della sinistra radicale, senza che sia noto se è a causa del suo carattere eruttivo o di una strategia ben congegnata, è di per sé “spaventato”. Un modo per essere odiati dal “sistema” per via di posizioni dure, parole feroci, atteggiamenti aggressivi e oggi per il rifiuto di prendere le distanze dalla Jeune Garde. Mentre ricorda di aver “detto decine di volte che [i ribelli erano] ostili alla violenza”, Mélenchon è il primo responsabile dell'ostracismo che lo colpisce. Un ostracismo che permette ad alcuni, come il settimanale Marianne, di rivendicare o di intitolare questo incredibile depistaggio volontario e manipolatore: “LFI, i nuovi fascisti”. Inversione grossolana dello stigma.

Il movimento oscillante del pendolo era già a buon punto ad opera di quasi tutta la destra che sta già gongolando all'idea di poter radunare l'estrema destra di cui ha bisogno per le comunali e di cui avrà ancora bisogno alle elezioni presidenziali. Capovolgimenti ampiamente accompagnati dal commento generale che dimentica la tragica storia e le notizie violente dell'estrema destra. Cerchiamo di essere lucidi, questa destra politicante, in realtà, si accoda soltanto suo elettorato che, nel grande mondo, ha già fatto sua la soluzione autoritaria. Ma è con il favore del pestaggio mortale subito da Quentin Deranque che la destra intende distruggere il resto del muro che, dal 1945, la ha separata culturalmente dall'estrema destra. Per finire definitivamente il lavoro di riunificazione tra moderati, conservatori e reazionari (orleanisti, bonapartisti e legittimisti, avrebbe detto René Rémond), cosa c'è di meglio che fornire il cemento per costruire un altro muro ermetico, questa volta dentro la sinistra?

Interessi del RN e del diritto

Mélenchon tiene la cazzuola. Il panorama politico è uno spazio relativamente elastico ma comporta ancora dei limiti a ciascuno dei suoi estremi. È quindi sufficiente isolare la sinistra radicale, per renderla infrequentabile, di modo che, meccanicamente, l’altro confine, l’altra estremità sia integrata nel paesaggio comune. Questo trasferimento di fotogramma che riposiziona vantaggiosamente il RN è quasi completo e coloro che, al centro, colpiscono LFI più spesso e più duramente che non l'estrema destra (tuttavia, alle porte del potere) ne sono corresponsabili.

Possiamo vedere chiaramente l’interesse del RN che, dal momento che Jean-Marie Le Pen non è più al comando, cerca di essere accettato, come un Jean-Claude Dusse [personaggio del film Les bronzés, 1978] eternamente respinto ma “in procinto di concludere”. Ora si permette di designare qualcuno come più ripugnante, più spaventoso, più violento, più indesiderabile di lui. Questa volta ce la fa, conclude.

E valutiamo l'interesse della moribonda destra classica, sepolta sotto l'onda populista. I suoi elettori anziani e rurali (la sua base elettorale solitamente più stabile), alimentati con contenuti informativi bollorizzati [da Jean-Claude Bolloré, uomo d'affari ultraconservatore] scambiati su Facebook e amplificati da algoritmi, si stanno rivolgendo massicciamente al RN. La sopravvivenza di LR [gollisti] dipende solo da un'ampia alleanza con l'estrema destra, sempre meno inconfessabile.

“Loro” contro “noi”

È facile capire che i sindaci socialisti o verdi delle grandi città non vogliano deporre le uova con gli insoumis che, nei loro comuni, conducono la dura vita loro contrastando costantemente tutto, come fa Jean-Luc Mélenchon a livello nazionale.

Per evitare il grande rovesciamento dell’infrequentabilità, tocca dunque ora alla leadership degli insoumis assumersi la responsabilità. Spetta a Mélenchon togliere la sinistra dalla trappola in cui la metteva proclamando che alla fine la partita sarebbe stata “loro” (il RN) contro “noi” (LFI), lui contro Le Pen o Bardella. Se il candidato presidenziale prossimo alla sua quarta volta avesse davvero voluto un “noi” efficace per opporsi al “loro”, doveva aprirsi a tutta la sinistra. Tanto più che, come hanno dimostrato le elezioni europee e confermeranno le comunali, i gruppi PS-verdi-comunisti costituiti in molte grandi città, sono molto più potenti di LFI isolata. Jean-Luc Mélenchon ha dunque oggi una responsabilità storica: rompere con il suo modo di fare politica, rompere con ciò che potrebbe per forza trasformare la necessaria radicalità (ambientale e sociale) in un estremismo dannoso. Perché no, alla fine non può, non deve, sotto pena di sconfitta assicurata, essere uno stordito “noi” intorno a un furioso melenchonismo contro il “loro” della potente unione di destra-estrema destra. Possiamo sperare in questa lucidità tutta mitterrandiana dal suo ammiratore? Purtroppo nulla è meno sicuro.

giovedì 20 novembre 2025

La sinistra perde tempo


In questa Italia statica e manierista, il quadro politico appare bloccato. L'opposizione è presa in un infernale circolo vizioso, non può risolvere il problema delle alleanze senza decidere sulla leadership e non può darsi una leadership unitaria senza sciogliere il nodo delle alleanze. In un modo sconfortante e ripetitivo, il dibattito in corso vede i fautori del posizionamento al centro contrapporsi ai sostenitori di un radicamento a sinistra. Tutto sommato le due ipotesi rimandano a soluzioni già sperimentate, l'Ulivo per il posizionamento moderato, la gioiosa macchina da guerra per lo sbilanciamento progressista. A quel tempo, al tempo dell'Ulivo e dell'alleanza progressista i pentastellati non esistevano. Con una bella mancanza di fantasia gli strateghi contrapposti suggeriscono di versare vino muovo in otri vecchi. E si pensa alla ben nota parabola evangelica. 

Allora gli dissero: «Perché i discepoli di Giovanni e anche quelli dei farisei digiunano spesso e fanno preghiere, mentre i tuoi mangiano e bevono?». Ed egli disse loro: «Potete voi far digiunare gli amici dello sposo, mentre lo sposo è con loro? Ma verranno i giorni in cui lo sposo sarà loro tolto e allora, in quei giorni, digiuneranno». Inoltre disse loro una parabola: «Nessuno cuce un pezzo di un vestito nuovo su un vestito vecchio; altrimenti egli strappa il nuovo, e la toppa presa dal nuovo non si adatta al vecchio. E nessuno mette vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo rompe gli otri, si versa fuori e gli otri vanno perduti. Il vino nuovo bisogna metterlo in otri nuovi. Nessuno poi avendo bevuto del vino vecchio ne vuole del nuovo, infatti dice: Il vecchio è buono. (Luca 5, 33-39)

Forse la via d'uscita non sta nelle mezze misure. La situazione presenta aspetti nuovi anche a destra. L'attuale maggioranza di governo vede alla sua testa una forza che sotto Berlusconi aveva un'importanza marginale. La destra aveva allora il volto di un centro destra, adesso si caratterizza come una destra centro. È nuovo in parte il vino, sono nuovi gli otri. Ci vorrebbe un oste che decidesse coraggiosamente di cambiare musica. Si tratta di reinventare l'offerta politica (il contenuto) da una parte e di immaginare un nuovo contenitore dall'altra. Un contenitore che non sia una sommatoria delle vecchie identità ma che spinga le vecchie identità a misurarsi e ridefinirsi e rimescolarsi sul nuovo terreno, con un ceto medio impoverito, con una gioventù smarrita, spesso male impiegata quando non costretta a emigrare, con un sistema sanitario in crisi, con un fisco incapace di allargare il proprio raggio di azione e di colpire maggiormente in alto. Si tratta di rilanciare la speranza, non in modo astratto, ma permettendo ai potenziali sostenitori di trovare una risposta alle loro inquietudini e alle loro esigenze o aspirazioni effettive. La dimensione sociale è fondamentale, certo, ma quando si arriva al voto le persone decidono davanti a un simbolo, a un candidato, a una coalizione. L’immagine politica che l’opposizione dà di sé – la sua riconoscibilità, la sua coerenza, la sua credibilità – pesa quanto, se non più, della sua struttura nei territori. Senza una leadership chiara, senza un’alleanza leggibile e senza un’offerta politica che dia un’idea concreta di governo, tutto il resto rischia di non tradursi in consenso elettorale. Anche il miglior radicamento sociale non compensa un quadro politico confuso. È su questo che, per uscire dal vicolo cieco, bisognerebbe avere il coraggio di aprire una discussione vera.


Fabio Bordignon
Modello Zohran? Da New York spunti per la sinistra
Nordest, 16 novembre 2025

Chiamiamolo MZ: Modello Zohran. Per chi si fosse perso le ultime notizie dagli Usa, il riferimento è al neosindaco di New York, Zohran Mamdani. Giovane, immigrato, musulmano, socialista: insomma, la “cosa” più lontana da Donald Trump e dai canoni della destra radicale populista.

È MZ, allora, la formula magica anche per la sinistra europea e italiana? Dobbiamo immaginarci Elly Schlein o Giuseppe Conte promettere trasporti gratuiti, super-tasse per i super-ricchi, o tuffarsi in mare a gennaio per lanciare le proprie proposte – nel caso di Mamdani, la promessa di congelare gli affitti, oltre al candidato?

Se guardiamo alla piattaforma politico-ideologica, la proposta della nuova star della politica americana non è poi così innovativa. Mostra come esista ancora uno spazio per il populismo di sinistra. Quello per cui popolo si declina (anzitutto) in termini economici: come “classe”, la parte più bassa della società, i tanti-che-hanno-poco contrapposti ai pochi-che-hanno-tanto. E inesperienza è sinonimo di estraneità all’establishment.

«Combatteremo per voi perché siamo voi», ha promesso Mamdani, nel classico gioco di specchi tra la storia personale del candidato e quella dei propri sostenitori. È evidente, in questo, il tentativo di muoversi sulla scia di Obama. Con un tasso superiore di radicalismo e di ideologia, che lo avvicinano maggiormente a Sanders e Ocasio-Cortez.

Ma anche alla nuova sindaca di Seattle Katie Wilson. Anche per questo, come hanno sottolineato in molti, difficilmente il Modello Zohran sembra poter andare oltre le metropoli delle due coste.

Alcuni ingredienti della ricetta MZ potrebbero tuttavia apparire utili anche per gli aspiranti leader del campo largo italiano. Anzitutto, riprendendo ancora gli slogan della campagna newyorkese, la necessità di abbandonare la postura di chi vuole “dare lezioni” in favore di un approccio orientato all’ascolto.

A partire dal malessere che attraversa ampie fasce della popolazione, in particolare quelle più fragili. Il che non significa, necessariamente, avanzare proposte insostenibili sotto il profilo economico o punitive nei confronti dei ricchi.

C’è poi, soprattutto, il carattere innovativo ed emergente della leadership. Il suo profilo mediale. Attributi che si coniugano con il modello di coinvolgimento dal basso dei volontari (e di raccolta delle donazioni). Si traducono nella capacità di coinvolgere e galvanizzare la base dei supporter, in particolare i più giovani. E di giocare, in modo magari leggero e scherzoso, ma sempre in prima persona. A guardare bene, però, anche questo mix di partecipazione e leadership non è affatto una novità.

Neanche al di qua dell’oceano. Neppure per i pretendenti alla guida della coalizione progressista, che sugli stessi elementi hanno costruito le fasi più fortunate della propria esperienza. Basti pensare all’uso della rete fatto, alle origini, dal M5s. O all’introduzione delle primarie all’italiana, nel percorso che ha portato alla nascita del Pd. Senza andare a cercare a migliaia di chilometri di distanza, senza ricorrere a formule esotiche, basterebbe forse riscoprire la forza di quella spinta. E la volontà di mettersi veramente in gioco.

venerdì 1 agosto 2025

Le ragioni degli elettori delusi


Antonio Floridia
Schlein provi a ricucire il legame con gli elettori delusi
il manifesto, 1 agosto 2025

 Il percorso di avvicinamento alle elezioni regionali si è rivelato, per il cosiddetto campo largo, un terreno ricco di insidie e di imprevisti. Aggravato dall’assurdo scaglionamento temporale della data del voto nelle cinque regioni interessate (che ha aperto la via ai più sfrenati tatticismi). Se da parte non ci sono più veri “tavoli nazionali” in cui cercare equilibri e compensazioni e fare trattative vincolanti, dall’altra parte le dinamiche locali sfuggono spesso ad ogni controllo, e sono catturate da logiche localistiche e notabilari. L’encomiabile obiettivo che si è dato Elly Schlein, di costruire ovunque possibile le più larghe coalizioni, ha rischiato e rischia così di smarrirsi in mille guerre di logoramento, con un grave danno di immagine.

Le cronache abbondano di dettagli, e quindi non è il caso qui di ricostruire quel che sta accadendo, in particolare in Campania o Puglia: qualche insegnamento di carattere più generale viene invece dal caso delle Marche. Non può essere sottovalutata la decisione del M5S di continuare a sostenere la candidatura di Ricci: non è una novità di poco conto, nella storia del M5S. Gli osservatori delle vicende del M5S tendono a sminuire alcune domande: che tipo di elettorato è quello del M5S? Che cultura politica esprime? Che origini politiche ha? Per dirla in breve, la leadership di Conte ha dovuto fare i conti, in questi anni, con un compito obbiettivamente complicato: fare maturare e far accettare, lentamente, nell’elettorato M5S, l’idea stessa di una possibile alleanza con il Pd.

Eh già, perché quegli elettori sono in gran parte ex-elettori di sinistra, letteralmente “scappati” via dal Pd nel decennio 2013-2022, elettori con il dente avvelenato, diffidenti. Dalle parti del Pd si può anche ritenere ingiusto questo carico di rancore, ma non pochi nell’attuale gruppo dirigente dovrebbero chiedersi perché mai le scelte del Pd in quel decennio abbiano prodotto questo bel risultato: una vera e propria disconnessione sentimentale con un pezzo di popolo che veniva da una storia politica di sinistra. In una regione come la Toscana, ad esempio, questa storia alle spalle pesa e rende obiettivamente complesso, anche se non impossibile, un accordo in vista delle regionali del 12 ottobre.

Ricucire ora non è facile: ci può provare solo Elly Schlein, per la novità che rappresenta. E non è detto che ci riesca. Anche perché non ci si può nascondere dietro un dito: il Pd, in tantissime realtà (e non solo al sud, anzi!), vive con il lascito pesante di gruppi dirigenti che vengono da un’altra stagione politica, con stili e metodi di lavoro cristallizzatisi in quegli anni, con una cultura media politica inadeguata a quella che oggi servirebbe per un rinnovato partito della sinistra.

D’altro canto, non si può chiedere a Conte di firmare cambiali in bianco: non serve al M5S, ma non serve nemmeno ai fini di una coalizione alternativa alla destra in vista delle elezioni del 2027. È bene che ciascuno faccia la sua parte: per fortuna, la consapevolezza che, comunque, bisognerà poi fare quanto meno degli accordi elettorali molto ampi sta crescendo. Quello su cui invece si segna il passo è la costruzione di un programma comune. Conte, nella conferenza stampa in cui dava il via libera alla candidatura di Ricci, ha detto che il M5S è una «forza progressista indipendente» e che non pensa ad «alleanze organiche» con il Pd: fin qui non è una novità, è la formula esattamente emersa già dal “percorso costituente” dello scorso anno. Ma Conte ha aggiunto anche: «Noi lavoriamo per l’alternativa a questo governo che è disastroso, quindi siamo i primi a dire che deve andare a casa. Ma la nostra preoccupazione non è di entrare a Chigi, ma rispondere alle attese degli italiani». E ha ribadito la disponibilità a discutere sul programma. Bene: perché il Pd e Avs non incalzano Conte su questo terreno, avviando al più presto un confronto più stringente? Passata la bufera di queste elezioni regionali, speriamo senza troppi danni, sarà questa l’agenda per i prossimi mesi.

domenica 16 marzo 2025

L'Europa che ritorna




America is back! Dice quello. E come no. Poi i soliti ragionatori che non mancano tra noi si chiedono: quale America? e il disappunto c'è tutto. Ma ora, in Italia: Europa is back! torna in piazza l'orgoglio di essere europei. Torna, o riemerge per la prima volta con tanta plateale evidenza. Ecco un dato con il quale la politica nazionale dovrà fare i conti. E non è una novità da poco se si pensa che la più nazionale (nelle intenzioni) dei nostri politici non sembra tanto in grado di recepire e sfruttare a fondo il segnale. 

Marco Damilano, Pluralisti, imperfetti, contraddittori e perciò europei 
Domani, 16 marzo 2025 

Pluralista? Sì, e anche imperfetta, a tratti felicemente contraddittoria, dunque europea. Nella manifestazione di piazza del Popolo c’è tutta la potenzialità che trasmette una scintilla nel buio.

Nella folla colorata di blu, nella prossimità naturale delle bandiere europee con quelle arcobaleno, negli interventi dal palco da cui, esaurito l’autobiografismo, sono risuonate le parole libertà, dignità, diritti, pace. Parole quasi impronunciabili, in un dibattito pubblico che torna sempre di più ad avvitarsi sul passato, addirittura sul rimpianto dei valori tradizionali che tracima sugli editoriali di prima pagina.

«L’Europa non è una fortezza impaurita e invecchiata, ma un porto aperto, capace di accogliere, integrare, costruire il futuro», ha detto Andrea Riccardi. Tra i più applauditi, Emma Nicolazzi Bonati e Francesco Sansone, due ventenni di Parma, e Alessia Crocini, presidente delle famiglie arcobaleno: «L’Europa baluardo di resistenza, argine di democrazia». I sindaci con la fascia tricolore, da Gaetano Manfredi a Vittoria Ferdinandi, e una piazza non genericamente europeista, ansiosa di cercare l’Europa come dovrebbe essere più che l’Europa così com’è stata. Qualcosa di molto lontano dal dibattito politico degli ultimi giorni.

Non c’è costruzione politica senza società civile, senza cultura, senza un popolo alle spalle. Un popolo che non è una massa da mobilitare, come quello che pretendono di incarnare i populisti, un popolo che viene costruito per essere tutto, armato addosso agli altri.

Quello di oggi era invece un pezzo di popolo che non ha la pretesa di essere tutto. Sarebbe facile fare l’elenco degli assenti della piazza: non soltanto le forze politiche, ma anche un pezzo dell’Italia della sfiducia, del non voto, della non partecipazione, una parte di paese che non si sente rappresentato da politici, intellettuali, scrittori, cantanti, giornalisti, compresi, va detto, i tanti che si sono generosamente affollati sul palco. Un pezzo di paese fisicamente lontano. E anche un pezzo di paese che chiede più radicalità, dopo mesi di silenzio su Gaza.

Una piazza non sana queste fratture. Tuttavia, nella sua ingenuità, parola più volte ripetuta dal promotore Serra, anche la piazza per l’Europa ha lanciato la sua lezione per il Palazzo che da domani tornerà a discutere di risoluzioni, mozioni, allontanamenti, avvicinamenti, distinguo. La prima lezione è quella accennata dallo stesso Serra: «In un mondo in frantumi una piazza che unisce persone e idee è uno scandalo».

Tanto più preziosa al termine di una settimana in cui sono volate scomuniche e accuse sanguinose: nessun dubbio consentito sul piano di riarmo europeo per gli stati nazionali e non in vista di una difesa comune, neppure le critiche più fondate e più rispettose. Niente da fare, extra ReArm nulla salus.

La seconda lezione è che non è facile tenere insieme questo popolo, e gli altri popoli non presenti nella piazza, se si vuole costruire un’alternativa al sistema di potere che governa il Paese. Tenere insieme è l’esercizio più difficile per chi fa politica, ancora più complicato nell’era dei Trump e dei Musk. E appare quasi impossibile farlo se al tempo stesso non si vuole rinunciare a esprimere una posizione, se tenere insieme non è un esercizio di stile fine a se stesso, un rosario di mediazioni.

L’ultima lezione è per una delle figure più attese della giornata, la segretaria del Pd Elly Schlein, al centro di un curioso rovesciamento delle parti all’interno del suo partito. Per due anni, dal momento della sua elezione a sorpresa per l’apparato del partito e per i media il 26 febbraio 2023, i nemici interni di Schlein l’hanno accusata di essere un corpo estraneo, un’aliena, scelta alle primarie dagli esterni al partito (in alcuni casi si diceva: scelta dai 5 Stelle), ma in minoranza nel voto tra gli iscritti.

Ma negli ultimi giorni è bastato ventilare l’ipotesi di un nuovo congresso per assistere alla ritirata: nessuno vuole rimuovere la segretaria, meglio un chiarimento. Paradossale dopo una settimana segnata dalla spaccatura interna al gruppo dell’Europarlamento.

Segno che si teme che nel popolo democratico Schlein non sia affatto un’aliena, a differenza di alcuni avversari e dei loro fogli di riferimento, quelli che parlano del Pd di Schlein come anomalia da eliminare. La segretaria del Pd alla manifestazione di Roma è arrivata rivestita del blu della bandiera europea, riconoscendosi nella piazza e nei suoi valori, senza strumentalizzarla.

In modo credibile, perché in pochi possono vantare una biografia orgogliosamente europeista come la sua, dalle sue radici familiari alla militanza federalista alla prima esperienza istituzionale come deputata eletta nel Parlamento europeo a 29 anni.

E in pochi hanno la sua capacità di tenere insieme tutte le anime del Pd. Una capacità messa oggi alla prova: con un rilancio che può segnare un nuovo inizio.