lunedì 16 febbraio 2026

Piero Gobetti per frammenti

Piero Gobetti era nato a Torino il 19 giugno 1901

Corrado Malandrino
Piero Gobetti
Dizionario biografico degli italiani, vol. 57, 2001

 Il programma diseguale di Energie nove sembrò essere "più effervescente che chiaro" (N. Bobbio, Trent'anni di storia della cultura a Torino, 1920-1950, Torino 1977, p. 5). In effetti il pensiero del G. vi si delineò frammentario, in formazione e, per ciò stesso, talora apparentemente privo di profonda coerenza e unità, contraddittorio, a volte troppo saccente e impertinente, ma non da "parassita della cultura" come, con eccessiva acrimonia (...), ebbe a definirlo P. Togliatti in un articolo stroncatorio apparso sull'Ordine nuovo (15 maggio 1919). 

All'inizio del 1921 Gramsci - che, presentato al G. da Andrea Viglongo fin dal 1918, ne era diventato amico e aveva sporadicamente collaborato a Energie nove -, superando le schermaglie polemiche precedenti, gli propose di tenere sull'Ordine nuovo quotidiano una rubrica letteraria e teatrale, per la quale il G. pubblicò centinaia di cronache e recensioni fino all'ottobre 1922.

Tale attività, di per sé priva di diretto carattere politico - benché occorra ricordare che in qualità di critico il G. pubblicò recensioni importanti per comprendere e marcare la sua evoluzione - servì a consolidare il rapporto del G. con il mondo operaio. Einaudi, qualche tempo dopo, mostrò di aver compreso le motivazioni alla base di tale spinta scrivendo, sul Corriere della sera del 14 ott. 1922, che "l'intellettualismo militante sembra essersi rifugiato a Torino nell'Ordine nuovo, senza dubbio il più dotto quotidiano dei partiti rossi, ed in qualche semiclandestino organo giovanile, come il settimanale Rivoluzione liberale, sulle cui colonne i pochi giovani innamorati del liberalismo fanno le loro prime armi e, per disperazione dell'ambiente sordo in cui vivono, sono ridotti a fare all'amore con i comunisti dell'Ordine nuovo". Il rapporto con tali espressioni dell'autonomia operaia fu, in conclusione, motivo decisivo per il G. di progressiva differenziazione politica dal liberalismo einaudiano e dall'unitarismo salveminiano.

Nella Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale (aprile 1922) enunciò il concetto di "liberalismo rivoluzionario", in contrapposizione al liberalismo conservatore, osservando che gli scrittori dell'Ordine nuovo avevano inteso la rivoluzione come "la conclusione del liberalismo rivoluzionario dell'800". Nella Rivoluzione liberale del giugno 1923 diede una definizione più ampia: "Il nostro liberalismo, che chiamammo rivoluzionario per evitare ogni equivoco, s'ispira a una inesorabile passione libertaria, vede nella realtà un contrasto di forze, capace di produrre sempre nuove aristocrazie dirigenti a patto che nuove classi popolari ravvivino la lotta con la loro disperata volontà di elevazione". Tali posizioni furono ulteriormente sviluppate nel saggio La rivoluzione liberale (Bologna 1924), nonché in Risorgimento senza eroi e Paradosso dello spirito russo (entrambi editi a Torino, a cura di S. Caramella, nel 1926), dove sono raccolti i numerosi scritti via via pubblicati e le ricerche in via di elaborazione di pari argomento.

Al termine di tale percorso, il G. si conferma, nel complesso, soprattutto un suscitatore e "straordinario organizzatore di cultura", ricco di suggestioni, per un'Italia rinnovata: una chiave di lettura sottolineata da Gramsci per primo e via via dai maggiori interpreti. Dall'esperienza intellettuale del G. emerge, tuttavia, un dato di fatto di cui occorre tener conto: per quanto sbalorditiva per lucidità, approfondimento filosofico e intuizione politica, essa fu in effetti pur sempre quella di un giovane, e dell'età giovanile, specie all'esordio, conservò nelle analisi e nei giudizi alcuni insopprimibili e contraddittori tratti di spontaneità e di estremismo (L. Salvatorelli ricordò in Racconto interrotto. P. G. nel ricordo degli amici [a cura di Paolo Gobetti, Torino 1992, p. 29] che il G. "era considerato un estremista e in un certo senso lo era anche"), che solo in parte furono corretti negli anni più maturi. Al G. non fu infatti data, prima per l'urgenza dei compiti affrontati nel dopoguerra, poi per la morte subitanea, la possibilità di riflettere autocriticamente sull'esperienza e sugli esiti degli anni che videro il compiersi della crisi delle istituzioni liberali e dell'ascesa del fascismo a regime. Montale, nel 1991, rievocò il G. come "un fiore che non si era aperto del tutto" (Perché G., p. 11).

Alla sua figura e al suo pensiero, civile e politico, si richiamarono per primi i componenti dei gruppi della Rivoluzione liberale - formanti quella che A. d'Orsi (La cultura a Torino tra le due guerre, Torino 2000) ha chiamato "l'aura gobettiana" - i quali gli dedicarono il numero speciale del Baretti dell'aprile 1926. Furono poi i fondatori di Giustizia e libertà - C. Rosselli, Garosci, Ginzburg, C. Levi - a riprendere la sua eredità, soprattutto sulla base delle parole d'ordine antistataliste, autonomiste, consiliariste, e a istituire il collegamento tra quell'esperienza e il Partito d'azione, stabilendo in tal modo la prima cerchia di cultura "azionista" nella ricezione del gobettismo, confermata negli scritti di Ada Gobetti e di Augusto Monti. Un nuovo approfondimento si ebbe dopo la seconda guerra mondiale, dall'interno del comunismo italiano, da P. Togliatti in persona, il quale intese collocare l'opera del G. nell'ambito dell'iniziativa di ricostruzione culturale della nuova Italia per i suoi rapporti con l'operaismo di Gramsci e dell'Ordine nuovo, per lo storicismo progressivo e la critica del Risorgimento, inaugurando così la ricezione comunista, alla quale portarono i massimi contributi negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento Spriano e Sapegno. La relazione (e, quasi, la "biografia parallela") Gobetti-Gramsci divenne un passaggio obbligato della storiografia sul G.: dagli studi di Spriano (Gramsci e G., Torino 1977) a quelli di Bobbio, fu messa in rilievo la stima reciproca, una sorta di prossimità esistenziale e politica - desumibile dallo stesso profilo che l'uno lasciò scritto dell'altro -, e il rapido e definitivo avvicinamento politico.

Dal 1961 il ricordo del G. è stato affidato alle iniziative scientifiche, editoriali e di divulgazione intraprese dall'omonimo Centro studi fondato dalla vedova Ada insieme con il figlio Paolo e con i fedeli amici antifascisti, tra i quali è da ricordare almeno il contributo di F. Antonicelli. Dagli anni Settanta la rivisitazione dell'opera del G. ha seguito sostanzialmente tre nuovi indirizzi, convergenti in linea di massima con le precedenti ricezioni: da un lato la cultura istituzionale dell'Italia repubblicana, soprattutto quella delle regioni maggiormente toccate "dall'aura" gobettiana, si è incaricata di riproporre la memoria di un G. ritenuto degno di un posto nel "Pantheon delle glorie nazionali, tra i maestri e i profeti" (Passerin d'Entrèves); dall'altro, il partito liberale, sotto l'influenza di antichi gobettiani, come M. Brosio, ha intrapreso iniziative di commemorazione e di studio; infine, dagli anni Ottanta, sulla scorta di un riaccendersi del dibattito politico nel quale il discorso del G. sembrava riguadagnare attualità, è stata avviata l'edizione scientifica di singole opere e carteggi. Gli anni Novanta sono stati caratterizzati da due ulteriori indirizzi di ricerca e di dibattito: per un verso, si è sviluppata un'aspra polemica tra gli esponenti liberalconservatori e lo schieramento liberalsocialista ed ex comunista, sui termini dell'identità e dell'attualità del suo discorso politico: i primi hanno accusato il G. di essere un "fraintenditore e adulteratore" del liberalismo (E. Galli Della Loggia, La democrazia immaginaria. L'azionismo e "l'ideologia italiana", in Il Mulino, XLII [1993], 3, p. 257) e un liberale "finto" e "inesistente" (G. Bedeschi, G.: il finto liberale, in Liberal, 1995, n. 7, pp. 66 s.; Id., P. G.: un liberale inesistente, in Nuova Storia contemporanea, II [1998], 11, pp. 137-144); i secondi hanno riproposto i termini delle precedenti letture gobettiane, sottolineandone la "impressionante attualità" (P. Flores d'Arcais, G., liberale del futuro, in P. Gobetti, La rivoluzione liberale, Torino 1995, p. VIII). F. Sbarberi (L'utopia della libertà eguale, Torino 1999, pp. 38 ss.), richiamando i termini di tale dibattito, ha invitato a "un approccio più rispettoso della riflessione originaria" del G., rilevando nella definizione di libertà come autonomia, nella centralità del conflitto all'interno di una concezione elitista-democratica e nella concettualizzazione dell'incontro tra la soggettività operaia, esprimentesi nei consigli, e la borghesia industriale avanzata, gli elementi essenziali del liberalismo-libertarismo gobettiano. Sulla base di simili motivazioni, superando le interpretazioni di tipo martirologico o demonizzante, si è cercato di collocare il G. su di un piano culturale meno politicizzato o strumentale, all'interno di un più descrittivo e generale national culture building. In tale prospettiva, l'opera del G. viene considerata intrinsecamente legata alla fase critica dello Stato liberale nei primi decenni del Novecento, e appunto da questa determinata, sia nelle analisi, sia nelle soluzioni adombrate. Di qui l'elaborazione di una forma peculiare ed eclettica di liberalismo rivoluzionario, che s'inserisce nell'ampio alveo del liberalismo (o, meglio, "dei liberalismi" novecenteschi) come costruzione ideale, progressiva e non definitiva.

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