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| La vincitrice democratica delle elezioni in un distretto trumpiano della Louisiana |
Mario Del Pero
Le mani di Trump sul voto. L'arroganza nasconde paura
Domani, 9 febbraio 2026
Steve Bannon che chiede di dispiegare gli agenti Ice nei pressi dei seggi per impedire che le «elezioni vengano rubate un volta ancora». La ministra della Giustizia Pam Bondi che intima a numerosi Stati controllati dai democratici di fornire al suo Dipartimento le loro liste elettorali per sottoporli a verifiche ed eventuali «pulizie». Donald Trump che propone una non meglio definita «nazionalizzazione» del voto, sottraendone la gestione a quindici Stati democratici. Numerosi provvedimenti adottati a livello statale per modificare le procedure di voto.
Un ordine esecutivo di Trump, titolato “preservare e proteggere l’integrità delle elezioni americane” – immediatamente bloccato dalle Corti per la sua patente incostituzionalità - che richiederebbe passaporto o documento di cittadinanza per poter votare (meno di metà degli americani hanno un passaporto). La campagna repubblicana per condizionare l’esito dei prossimi voti – a partire dal Midterm 2026 – è in corso da tempo. Giustificata da una convinzione, infondata ma popolare. E motivata da una paura assai concreta.
La motivazione è che il processo elettorale negli Usa sarebbe inquinato da frodi diffuse e sistematiche a vantaggio dei democratici; dal voto di immigrati privi di cittadinanza o di regolare permesso di soggiorno, e dalla corruzione di autorità statali che registrano e fanno votare finti elettori. Mille studi, analisi e riconteggi smentiscono una teoria cospirativa diffusa da tempo, a lungo centrale nel tentativo d’impedire agli afroamericani di votare, riemersa con forza a fine anni Novanta e poi rilanciata e amplificata da Trump, con la campagna contro il certificato di nascita di Barack Obama e la denuncia dei presunti brogli nelle elezioni del 2016 e del 2020. In realtà, tutti gli Stati, con l’eccezione del Nord Dakota, tengono registri elettorali regolarmente verificati e aggiornati.
Laddove soggetti a verifiche rigorose, i riconteggi hanno sempre confermato l’esito del voto o prodotto variazioni minime e fisiologiche (voluto e finanziato dai repubblicani quello del 2021 nella famosa contea di Maricopa, in Arizona, si è concluso con la riattribuzione di alcune decine di voti a favore di Biden). Il gigantesco database sulle frodi elettorali dal 1980 a oggi costruito dalla Heritage Foundation evidenzia poche migliaia di casi su miliardi di schede depositate: appena 39, su oltre cento milioni, nel caso della Pennsylvania, anch’essa al centro delle accuse repubblicane.
La paura dei repubblicani è quella di subire una pesante sconfitta elettorale al Midterm, perdendo il controllo di uno o entrambi i rami del Congresso, e vedendo i democratici rafforzare ulteriormente la loro posizione nei governi statali (a novembre si voterà anche per 36 governatorati e ben 88 delle 99 camere degli Stati). Perdere la Camera, dove i repubblicani hanno oggi una maggioranza appesa a un filo, sarebbe normale e fisiologico per il partito di un presidente eletto due anni prima. Dagli anni Trenta a oggi, solo con George Bush Jr, nel 2002, ciò non è avvenuto (ma nel contesto straordinario dell’11 settembre).
L’estrema impopolarità di Trump e delle sue politiche, la crescente mobilitazione dei democratici e il probabile sfaldarsi della coalizione che ha portato Trump alla vittoria nel 2024 (con il quasi certo ritorno ai democratici di molti voti ispanici) lasciano presagire che questa sconfitta potrebbe essere anche più netta del previsto e, in caso di slavina, estendersi al Senato, dove la maggioranza repubblicane è più solida e la mappa elettorale del 2026 più favorevole. Un Congresso, o anche solo una Camera, in mano ai democratici imporrebbe un compromesso sulla legge di bilancio e offrirebbe loro il controllo delle Commissioni e la possibilità di avviare indagini se non sul presidente quantomeno su importanti, e problematici, membri della sua amministrazione. Un’eventualità da prevenire a ogni costo, anche riattivando pratiche antiche – e a destra spesso rimpiante – di aggressiva limitazione del diritto di voto.


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