domenica 1 febbraio 2026

Ci dispiace

Nicolò Zancan
La Torino ferita: in 20mila per Aska, il corteo poi la guerriglia

La Stampa, 1 febbraio 2026

Alle 18,51 c’è un uomo accasciato sul bordo della strada, mentre infuria la battaglia del sabato nero di Torino. Sta in mezzo ai fuochi accesi di corso Regina Margherita, fra pietre, fumogeni, bengala e bottiglie che volano e vanno in frantumi. Ha la giacca a vento verde, le scarpe da ginnastica bianche, la faccia completamente insanguinata. È un uomo di mezza età, non riesce a rialzarsi. Tre poliziotti vanno a cercare di aiutarlo. Partono lanci ancora più fitti: «Merde! Lasciatelo!». I casseur credono che i poliziotti stiano cercando di arrestarlo. Mentre stanno provando a metterlo al riparo. Solo al terzo tentativo, riescono a trascinare via quell’uomo da lì. In quel momento il caos è totale. Arrivano ambulanze. La città è in fiamme. Tutto il giorno di ieri è stato un’estenuante attesa del peggio. E il peggio, infine, è arrivato. Che per le strade sia rimasta solo devastazione e non un morto attiene alle dinamiche imperscrutabili della fortuna.

E ci dispiace per quella ragazza di nome Aida, 17 anni, con le sue parole incise nel cuore: «Sono qui perché penso che sia sbagliato voltare lo sguardo dall’altra parte, il governo chiude i centri sociali e militarizza le città, non è il mio governo un governo che difende Trump». Ci dispiace per una signora anziana di nome Pia, che ha fatto tutto il corteo aiutandosi con una stampella da Piazza Vittorio fino a corso San Maurizio: «Sto con questi ragazzi». Ci dispiace per i sindacati, per Zerocalcare sceso a Porta Nuova e per tutti quelli arrivati a Torino in pace, che erano tanti. Ci dispiace per gli studenti felici, come è bello essere felici insieme agli altri condividendo la stessa idea del mondo. Ma è stato chiaro fin dall’inizio che gli scontri erano preparati, organizzati, attesi. Un sabato a orologeria. Non è un modo di dire: servono caschi, servono pietre, servono passamontagna, bottiglie vuote e fuochi d’artificio, servono tute per reggere gli idranti, servono sacchi neri dell’immondizia per non sprecare i bengala sotto l’acqua, non bisogna avere le polveri bagnate. Servono maschere per sopportare i lacrimogeni e occhiali da saldatore per vederci in quella nebbia tossica. Ci dispiace che un corteo partecipato, vario e a lungo pacifico di 20, 30 o addirittura 40 mila persone, secondo i manifestanti, un corteo in solidarietà con i centri sociali e per una certa idea di libertà, si sia trasformato in una battaglia. Ma così è stato. E non per caso.

Il percorso era concordato con la prefettura. In cima a corso San Maurizio, al Rondò Rivella, il corteo doveva proseguire verso la Dora e poi verso il parcheggio dei pullman. Ma per mezz’ora, prima di quel bivio, in un tempo sospeso senza speranza, tutti hanno potuto assistere alla vestizione. Uno dei leader storici di Askatasuna, Andrea Bonadonna, diceva: «Il primo risultato lo abbiamo ottenuto. È questa la vera marcia dei quarantamila di Torino, non quella dei colletti bianchi della Fiat». Su quale potesse esser il secondo risultato non c’erano più, a quel punto, molti dubbi. Stava per andare in scena lo scontro.

A scanso di equivoci: non sono stati pochi ragazzi incappucciati a fare degenerare la situazione. Non un drappello, non qualcuno. Erano in tanti: ragazzi e ragazze giovani e giovanissimi bardati di nero fino agli occhi, pronti alla battaglia. Cinquecento, mille. Duemila? Difficile stabilirlo con precisione. In quel momento ognuno stava pensando alla sua personale via di fuga. Ma loro no: dritti verso il disastro. E così, contravvenendo al percorso stabilito, hanno svoltato a destra, imboccando corso Regina Margherita, per puntare verso quello che un tempo - un tempo lungo trent’anni - era il centro sociale Askatasuna. Laggiù li aspettava un muro, un gigantesco muro, di agenti schierati in tenuta antisommossa, con un piano di difesa: lacrimogeni a pioggia e idranti già puntati. A quel punto non esisteva più alcun dubbio su quello che sarebbe successo.

Alle 17,36 i manifestanti attrezzati per la battaglia procedevano marciando compatti verso lo scontro, un elicottero della polizia osservava la scena dall’alto. Negozianti con facce tese. Due donne al balcone. Una coppia con il passeggino usciva dall’Hotel dei pittori, come marziani sulla terra nel momento sbagliato.

Poi è cronaca del disastro. L’ultimo coro, in francese: «Tutto il mondo detesta la polizia». Partono dei bengala dai manifestanti che esplodono sugli anfibi dei poliziotti, che a loro volta replicano sparando decine e decine di lacrimogeni ovunque. Il cielo si fa rosso fuoco, nebbioso e tossico. Rotto l’equilibro, tutto si scompone. Ma mentre i più accorti, cercano vie laterali per non vomitare per i gas respirati e anche per evitare di prendersi qualcosa in testa. Quelli vestititi di nero, quelli attrezzati, quelli con le mute anfibie e le maschere antigas, non mollano: stanno là a fare la guerra alla polizia. Spaccano pezzi di città, lanciano pezzi di città. Cordoli, pali, grumi di pavimentazione. Incendiano bidoni, lanciano altri bengala. Un continuo lanciare, spaccare e incendiare. Urlare e ancora tirare bombe carta contro gli agenti. La polizia risponde, i casseur rispediscono i lacrimogeni al mittente. Frasi ai bordi della battaglia. «Daje, via da qua! Che finisce male». «Mamma, io sto bene». «Vomito!». «Aiuto, non ci vedo più. Avete dell’acqua?». In quel momento, un troupe di Rai Tre viene minacciata da due manifestanti che così dicono. «Non puoi riprendere. Lo capisci?».

E quando il cameraman chiede: «È una minaccia?». L’altro risponde: «Sì». Nessuno ama finire in televisione, riconoscibile, mentre lancia un sasso a caso contro il mondo. Un finanziere viene colpito a una gamba. Anche per lui serve l’ambulanza. Un poliziotto senza casco è preso a botte da sei manifestanti incappucciati. Infieriscono: pugni, calci. Lo inseguono. Sono tanti i feriti, che ancora non si riesce a contarli, una trentina a tarda sera. Ed è in quel momento che quel signore, di cui nulla sappiamo, si ritrova sul selciato, con la faccia insanguinata, senza riuscire a rialzarsi. Sangue sul viso e sulla giacca. Lo portano via, mentre un camionetta della polizia va a fuoco. Ancora insulti, manganellate, ancora lanci contro i poliziotti, altri fuochi accesi. Solo camminare, alla fine di tutto, su quello che era rimasto a terra, poteva rendere l’idea: un mondo in frantumi.

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