martedì 10 febbraio 2026

Disastro Stellantis

Roberto Antonio Romano 
Stellantis, la crisi non è passeggera: o arriva la politica industriale o l'automotive muore

Domani, 10 febbraio 2026

Senza elencare per l’ennesima volta i numeri del settore automotive, basti dire che le informazioni diffuse da Stellantis nei primi giorni di febbraio sono tali da imporre una riflessione che va ben oltre il singolo gruppo industriale. Oneri straordinari per 22 miliardi di euro, 6,5 miliardi di dividendi mancati e, soprattutto, la dismissione delle attività legate all’elettrificazione della produzione non sono semplici scelte contabili: sono il segnale di una crisi strutturale ormai conclamata.

La strategia annunciata dal management è chiara. Recuperare terreno puntando sul mercato statunitense, riducendo l’esposizione europea, e chiedere all’Unione europea di rivedere la transizione ecologica, sostenendo che, alle condizioni attuali, il settore automotive europeo sarebbe destinato a morire. Il messaggio del ceo è esplicito: norme ambientali troppo rigide e un quadro regolatorio europeo farraginoso impedirebbero la crescita industriale.

Ma questa narrazione regge solo in parte. Se si osserva la EU Industrial R&D Scoreboard 2025, emerge un dato difficilmente contestabile: Stellantis esce progressivamente dal perimetro degli investimenti e dalla spesa in ricerca e sviluppo. Non perché l’utile operativo lordo sia crollato — oscillazioni di questo tipo sono fisiologiche — ma perché la struttura industriale del gruppo non è più in grado di sostenere la competizione tecnologica. La crisi non è congiunturale, è organizzativa e strategica.

In Italia, come prevedibile, molti si concentreranno sul calcolo delle perdite potenziali del settore automotive nazionale. Qualcuno — con fastidiosa e prevedibile solerzia — è già al lavoro. Ma occorre dirlo con chiarezza, anche se con amarezza: il settore automotive in Italia non esiste più da molti anni. Il declino non è iniziato oggi, né con Stellantis. Il treno è stato perso tra il 2005 e il 2008, quando, invece di costruire una vera alleanza industriale europea, in primo luogo con la Germania, tutti i governi italiani si sono limitati a incentivare l’acquisto di automobili. Una non politica industriale travestita da sostegno alla domanda. In un paese come l’Italia, la politica industriale è rimasta un miraggio. Questo non significa che non ci saranno impatti: significa che gli impatti arrivano su un settore già desertificato.

Il nodo politico ed economico più rilevante è però un altro: la rinuncia, esplicita o implicita, del settore automotive europeo all’elettrificazione della mobilità. Si tratta dell’unico vero mercato emergente del comparto, per di più sostenuto da una forte domanda di sostituzione. Abbandonarlo equivale a rinunciare al futuro del settore. Viene allora da chiedersi: qualcuno studia ancora la legge di Engel, o ci si limita a far girare numeri su Stata nella migliore delle ipotesi oppure su Excel senza una visione economica di fondo?

Il sospetto è che siamo nel pieno di un terremoto nella governance dell’automotive globale. Le dimensioni minime per restare sul mercato tenderanno a superare i 10 milioni di veicoli l’anno, con una quota “green” largamente maggioritaria. Si può anche immaginare un mercato statunitense relativamente stabile, ma è davvero pensabile una strategia industriale fondata su un orizzonte di due anni e un solo mercato di sbocco, dimenticando quello più dinamico e rilevante, dall’altra parte del mondo?

Forse il giudizio appare drastico, ma i segnali convergono: Stellantis ha perso la sfida della concorrenza e quella dell’innovazione. Da qui in avanti si apre una fase di medio-lungo periodo di dismissione. Non avverrà in un giorno, ma avverrà. La speranza è che, nel frattempo, l’Ue adotti finalmente una politica industriale degna di questo nome, accompagnata da alleanze strategiche, anche con la Cina e con i concorrenti di quell’area. In caso contrario, non morirà solo Stellantis: morirà l’intero ecosistema industriale legato all’automotive europeo.

Limitarsi a denunciare l’assenza di una politica industriale, però, è troppo poco e troppo comodo. Serve un salto di maturità politica. Forse Mario Draghi ha ragione; Letta, invece, lasciamolo da parte, impegnato com’è in progetti che puntano a “rapire” il risparmio dei cittadini europei senza una vera strategia produttiva.

O l’Europa decide di diventare adulta — industrialmente e politicamente — oppure l’unico scenario che resterà sul tavolo sarà un conflitto interno al continente, per stabilire chi potrà ancora salvarsi e chi no.

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