domenica 8 febbraio 2026

Zoe, uccisa per un no

Andrea Zaghi
Zoe uccisa a 17 anni per un "no". L'inimmaginabile è accaduto

Avvenire, 8 febbraio 2026

Aveva 17 anni e molti sogni in testa. Era gentile e brava. E voleva farsi largo nella vita. Dicono che tutti le volevano bene. Ma Zoe è finita strangolata e buttata in un canale, come una bambola di pezza gettata via per capriccio. E a buttar via la vita di Zoe è stato Alex, reo confesso, che di anni ne ha solo qualcuno in più di lei. È accaduto tra il 6 e 7 febbraio scorsi, in una notte fredda e buia, a Nizza Monferrato nell’Astigiano. Tutto è iniziato come una serata normale, anzi eccezionale: era la serata dell’inizio delle Olimpiadi con un messaggio di grande speranza di pace e solidarietà. Messaggio forte, contro la crescita della violenza ovunque, che pare inarrestabile. Quella violenza che si esprime nelle guerre senza fine e negli innumerevoli, diffusi, drammatici atti che popolano le cronache di ogni giorno. Chissà se Zoe e gli altri giovani che hanno trascorso con lei le sue ultime ore, delle Olimpiadi e del loro messaggio hanno parlato? E quanto lontano da questi giovani era il pensiero, il sospetto della violenza che stava per abbattersi su di loro?

«Ci vediamo domani», ha detto Zoe Trinchero, finendo di lavorare nel bar nei pressi della stazione dov’era stata assunta a dicembre e dove molto probabilmente avrebbe continuato a lavorare. Poi il ritrovo con gli amici, due risate, la serenità di chi immagina la vita che dovrà ancora vivere. Poi arriva Alex Manna – 20 anni – che di Zoe pare innamorato. I due parlano e poi si allontanano insieme. Non è chiaro quanto tempo passa, ma ad un certo punto gli amici si accorgono che Zoe non torna, la cercano e, chiamati proprio da Alex, la trovano nel canale, dietro un negozio a pochi metri dal Belbo che scorre lì vicino. Sono sempre gli amici che cercano di soccorrerla, la tirano fuori dall’acqua e scoprono che è morta. Zoe ha il volto e il corpo con ecchimosi e segni di colluttazione.

Zoe non c’è più e scoppia la voglia di farsi giustizia da soli. Perché subito dopo la scoperta della tragedia, un gruppo di persone, una trentina pare, si raduna davanti alla casa di un ragazzo che si ritiene colpevole con la voglia di «far subito giustizia» innestando violenza su violenza. Il linciaggio è evitato solo perché i carabinieri intervengono e verificano che l’ipotesi è infondata.

Le indagini però scattano subito. I carabinieri convocano tutti gli amici: si cerca di capire, si vaglia ogni indizio, si sonda ogni traccia. In caserma ci va anche Alex. Due ore di interrogatorio bastano per farlo crollare e dare una spiegazione e non certo una giustificazione: lui si era innamorato di lei e probabilmente era stato rifiutato. Quindi la follia di uccidere Zoe è di gettarla nel canale. E a questa follia se ne aggiunge un’altra, perché è proprio Alex a tentare di addossare la colpa ad un altro ragazzo di origine africana con problemi psichiatrici e già conosciuto dai carabinieri per molestie. «Non dovevo lasciarla da sola e lui l’ha aggredita», sembra che abbia detto Alex ai suoi amici. Proprio quegli stessi che, adesso, appaiono increduli di fronte all’accaduto, che non riescono a darsi spiegazioni e che, nelle prime dichiarazioni, raccolte paiono smarriti di fronte alla violenza vista e subita.

Ma chi era Zoe? E perché tutto questo? «Era una ragazza bravissima che voleva fare la psicologa», dicono gli amici intervistati a poche ore dalla tragedia. Ma a rispondere è anche Claudio Montanaro, sacerdote e parente della ragazza che seguiva Zoe con attenzione e che ad Avvenire dice: «Zoe era una ragazza solare piena di sogni che voleva realizzare lavorando. E lavorava tanto. Era una ragazza che voleva diventare grande». Poi aggiunge quasi come per liberarsi di un peso: «Di fronte a cose di questo genere, occorre rispettare la sacralità della vita e del dolore. Ci dovremmo tutti saper fermare sulla soglia del sacro. Dobbiamo raccoglierci e fermarci, fare meno parole di fronte a qualcosa che ha dell’inimmaginabile e che però è accaduto». Già, l’inimmaginabile che invece accade. E accade troppe volte.

Ma chi era Zoe? E perché tutto questo? «Era una ragazza bravissima che voleva fare la psicologa», dicono gli amici intervistati a poche ore dalla tragedia. Ma a rispondere è anche Claudio Montanaro, sacerdote e parente della ragazza che seguiva Zoe con attenzione e che ad Avvenire dice: «Zoe era una ragazza solare piena di sogni che voleva realizzare lavorando. E lavorava tanto. Era una ragazza che voleva diventare grande». Poi aggiunge quasi come per liberarsi di un peso: «Di fronte a cose di questo genere, occorre rispettare la sacralità della vita e del dolore. Ci dovremmo tutti saper fermare sulla soglia del sacro. Dobbiamo raccoglierci e fermarci, fare meno parole di fronte a qualcosa che ha dell’inimmaginabile e che però è accaduto». Già, l’inimmaginabile che invece accade. E accade troppe volte.

Andrea Galli
Zoe uccisa per un rifiuto, la missione della madre: "Aiuto le donne maltrattate"

Corriere della Sera, 27 giugno 2026

NIZZA MONFERRATO (ASTI) Campi di girasole, vigneti, poi una rotonda, un condominio alto e largo, la campana di raccolta del vetro, un vecchio cancello elettronico, infine il deposito di bevande, uno spiazzo assolato sopra cui rotola la polvere spinta dal vento caldo di un’imminente bufera, e il capannone, con gli scaffali, il camion, i bancali. Qui Zoe Trinchero, 17 anni, correva e giocava e rideva e scherzava fin da bimba, qui ha imparato a spillar birra, spostare le casse d’acqua e vino, a preparare gli ordini; qui lavora sua mamma, Mariangela detta Angy, impiegata, nel container che funge da ufficio; qui lavora suo papà, Fabio, fattorino, che gira il Piemonte per le consegne tra locali e case. L’appuntamento era per le 11, poi è slittato e slittato fino al pomeriggio, nel mezzo i messaggi d’aggiornamento anzi di scuse di Fabio, non richiesti, ovvio: «Stiamo sforando per via del lavoro. E il lavoro è lavoro».
Specie adesso. Specie dal 6 febbraio, quando il 20enne Alex Manna, appassionato di moto, intere giornate a sgasare impennando, cresciuto a Montegrosso d’asti, 13 chilometri di distanza, ha tolto la vita a Zoe, forse dopo il rifiuto di un approccio, di un inizio di relazione, di chissà cosa lo sa soltanto lui, isolato in galera nel timore che altri detenuti lo aggrediscano per appunto l’omicidio di una ragazzina; invano l’avvocato ha tentato di farlo passare per incapace d’intendere e volere; le indagini dei carabinieri non sono concluse.
Il lavoro, dicevamo. Angy e Fabio, separati da anni ma uniti, ancor prima della tragedia, da forte affetto: «Come fai a sopravvivere? O ti chiudi in camera, ti lasci morire, oppure ti butti negli impegni, in questo deposito di bevande coi tuoi compiti routinari da svolgere, per fortuna».
Stasera, evento nella piazza del municipio in memoria di Zoe. Fabio: «Suoneranno tante bande, io stesso, voce e chitarra, sarò sul palco col mio gruppo. A volte, non lo nascondo, e non siamo gente che si nasconde, mi dico: “Ma che c… canti e suoni, piantala Fabio, piantala con ’ste robe!!”. Però torniamo a quel discorso, rimanere saldi prima del precipizio, non abbandonarsi…».
Angy: «Quante volte, quante volte penso a quel giorno, e mi torturo, mi torturo, mi torturo, penso a Zoe che mi dice che esce, io che le dico “Non far tardi che domattina presto devi fare la babysitter”, anche se era retorico ricordarglielo, faceva la babysitter, faceva la barista, puntuale, rigorosa, seria, brava… Aspettavo che rientrasse, non rientrava, non era da Zoe non rientrare in orario».
Abbondano domande perfino volgari, in circostanze così. Angy e Fabio: «No, la famiglia del ragazzo non si è fatta sentire. No, non ha mandato lettere, per vicinanza, per pietà, per fingere... Speriamo nella certezza della pena. Non risulta, ma magari l’inchiesta scoprirà il contrario, che la perseguitasse… E se la mia Zoe avesse avuto dei timori, lo avrebbe detto. Diceva tutto quanto».
Questo è il primo caso di femminicidio dopo la nuova specifica legge emanata lo scorso dicembre.
Angy: «Due signore si sono presentate da me. Signore del paese. I mariti le picchiano. Hanno chiesto aiuto. Abbiamo pianto insieme». Fabio: «Sta nascendo un’associazione nostra a nome di Zoe. Avrà molteplici obiettivi: intanto sensibilizzare sul tema delle violenze contro le donne».
Sono due persone semplici, pratiche, forti, incredibilmente forti. «Puntiamo a formare una squadra di professionisti, avvocati, psichiatre, criminologi, in maniera tale, laddove vengano da noi donne bisognose, di sostenerle in modo concreto, da subito». I loro avvocati, Fabrizio Ventimiglia e Marco Giannone, li appoggiano, senza inseguire pubblicità.
Fabio: «Fosse capitato, questo disastro, a una sua conoscente, Zoe di sicuro si sarebbe comportata uguale, si sarebbe sbattuta per lasciare un segno, e sarebbe stata sotto il palco a danzare... Che bella, Zoe». Angy: «A Nizza ci sono tanti bar ma la sera chiudono. Pure l’oratorio chiude, e proveremo a far sì che tenga aperto cercando volontari».
Zoe era amica di Matilde, vent’anni, morta l’11 dicembre in un incidente causato sulla tangenziale di Asti da Franco Vacchina, alla guida di una Porsche in una gara clandestina a duecento all’ora. Angy e Fabio: «A nostra volta siamo amici della mamma. Ci eravamo chiesti, all’epoca, come si poteva, santo cielo, sopportare...». Angy: «L’ho appena rivista, la mamma. L’11 dicembre Matilde, il 6 febbraio Zoe. Due mesi, e il buio».
Manna aveva raccontato che lui e Zoe avevano subìto un’imprecisata aggressione, poi aveva suggerito che il colpevole fosse un uomo, e se l’avessero trovato per strada, tale era la rabbia del paese, beh, l’avrebbero linciato, poi aveva evocato una droga che gli avevano sciolto nella birra per annebbiarlo, tutte balle, tutte menzogne, mentre nell’immediatezza della tragedia Vacchina era preoccupato, nell’interagire con gli amici, più dei danni alla sua dannata Porsche che delle condizioni di Matilde.



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