La reazione delle opposizioni al decreto sicurezza non ha dato luogo a un blocco monolitico, ma piuttosto a una gamma varia di atteggiamenti. Il Manifesto di oggi vede in un tale risultato un segnale di debolezza se non di impotenza. Sarebbe utile invece cercare di capire come si è arrivati a questo e perché la situazione è meno catastrofica di quello che appare ai più intransigenti difensori delle garanzie, dei diritti e delle libertà. In un articolo che ha scritto per il quotidiano Domani, Daniela Preziosi evidenzia come, in alcuni settori del centrosinistra, il decreto venga quasi percepito come un "falso problema" o un terreno di scontro simbolico. Questo deriverebbe dal fatto che alcune norme sono viste come il frutto di un compromesso onorevole tra le diverse anime della maggioranza (tra chi voleva una linea ancora più dura e chi una più moderata), rendendo più difficile per la sinistra trovare un unico punto di attacco efficace. La stessa giornalista chiama in causa un altro fatto ancora più importante: al di là della attenuazione derivante dalla necessità di escludere le proposte più dure formulate dalla Lega per trovare un accordo in seno alla maggioranza, c'è poi stata la limatura praticata dal Quirinale sul testo che il governo voleva presentare alle Camere. La destra (il governo) voleva criminalizzare il dissenso, la sinistra (il Pd) puntava a isolare i violenti. L'intervento di Mattarella ha permesso di modificareil testo in modo da renderlo in sostanza più conforme alle esigenze espresse dal Pd. Il quale Pd aveva pure proposto alla maggioranza parlamentare di addivenire a una posizione comune sul problema della sicurezza. Non c'è poi stata una trattativa volta a produrre un decreto che l'opposizione o gran parte di essa avrebbe potuto contribuire ad approvare. Chiaramente la destra voleva per l'ennesima volta mostrare la sua capacità di rispondere allla domanda di legge e ordine. Così il decreto è stato opera di una parte sola. Niente compromesso in parlamento. Ma la revisione che è stata esclusa a livello parlamentare è stata in qualche misura attuata dal presidente della Repubblica. In tal modo la destra ha potuto sbandierare i suoi meriti nell'assicurare il rispetto della legge e dell'ordine. Voleva accaparrarsi un vantaggio propagandistico e ci è riuscita.
A Meloni resta solo un po' di propaganda. Grazie a Mattarella
Domani, 5 febbraio 2026
Non capita spesso a un capo dello Stato di ricevere gli omaggi di un sindacato, tantomeno di un sindacato della Polizia. Giovedì è successo. Il Silp Cgil ha ringraziato Sergio Mattarella per aver «costretto» il governo a «a porre un freno alle proprie derive securitarie che danneggiano in primo luogo le lavoratrici e i lavoratori in uniforme, trasformandoli ancor più in bersagli. Non ci vuole un genio per capirlo».
Seguono le questioni su cui, come era filtrato alla vigilia del Consiglio dei ministri, il Colle ha smussato, aggiustato, qualche volta cancellato, gli astratti furori contenuti nelle prime bozze del decreto sicurezza e del disegno di legge sullo stesso tema.
Il fermo preventivo, ridotto a un accertamento su chi sarà trovato in possesso di armi, comunque le persone colpite potranno essere trattenute al massimo per 12 ore, e comunque avvisando il pm. Sullo scudo penale, formula suggestiva che rischiava di impennare il livello di scontro, e di diffidenza verso le forze di polizia, nel testo licenziato dai ministri si avvicina un po’ di più al principio costituzionale che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge.
Ha provato il ministro Carlo Nordio ad assicurarlo, in conferenza stampa, attribuendo alle opposizioni «la formula impropria»: «Non è uno scudo penale e non è per le forze dell’ordine. L’impunità non c’è per nessuno».
È stato un lavoro paziente, e di dettaglio, fra il consigliere Gianfranco Astori e il sottosegretario Alfredo Mantovano che, al di là del ruolo, si conferma l’unico di palazzo Chigi ad avere i modi e la cultura istituzionale per interloquire con il Quirinale, insieme a Ugo Zampetti, segretario generale della presidenza della Repubblica. Dopo aver trattato con gli uffici, nell’ultima fase del lavoro, il sottosegretario ha parlato direttamente con il presidente.
Le bandierine della destra
Il risultato di questo lavoro si è visto alla fine del Cdm. Il governo non ha rinunciato alle sue bandierine e a fare la faccia cattiva. Non doveva solo rispondere ai fatti di Torino ma anche alle denunce del fallimento sul tema della sicurezza che (finalmente) le opposizioni hanno deciso di cavalcare, numeri alla mano.
Va detto che quelle bandierine sono state lasciate a garrire nella propaganda della destra, anche perché al Colle è chiaro che chi ha vinto le elezioni ha diritto di portare avanti il suo programma. Solo che sono state ricondotte alla costituzionalità, almeno quella manifestamente verificabile, e almeno per le norme che sono andate nel decreto, quindi quelle che sarebbero state immediatamente attuabili.
Per i 29 punti del ddl c’è tempo, il testo da vagliare sarà quello che uscirà dal parlamento. In ogni caso Palazzo Chigi ha tenuto un atteggiamento particolarmente collaborativo, e così anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, nonostante le parole incendiarie pronunciate alle Camere nei giorni precedenti. E il Quirinale è stato attento a non trasmettere in nessun senso la sensazione di un commissariamento.
La premier dunque deve di nuovo essere grata al Colle: le ha evitato gli scivoloni più pesanti che i ministri facinorosi volevano inserire nei nuovi testi a puri scopi di propaganda. In primis Matteo Salvini, in crisi di credibilità con l’ala estrema del suo elettorato, chiamato a raccolta dalle sirene del fuoriuscito generale Vannacci.
Ma il problema della vena aperta a destra non è solo della Lega. Resta che il Colle ancora una volta ha “salvato” Meloni da un eccesso di figuracce costituzionali e dunque istituzionali. E d’altro canto Meloni ancora una volta ha dovuto contare sul Colle per tenere a bada gli spiriti animali di alcuni suoi scalpitanti collaboratori e alleati, senza dover rinunciare a rivendersi l’immagine di una comandante in capo dal pugno di ferro.
Naturalmente per le opposizioni il lavoro di “bonifica” del Colle non è stato abbastanza. Ma qui c’è un punto che torna ogni volta che una parte delle minoranze invoca Mattarella per stoppare la marcia del governo su temi costituzionalmente rilevanti. Il presidente, senza mai rinunciare al suo ruolo di arbitro e garante, sta in generale attento a non interpretarlo come una clava nei confronti del governo.
Un modo per mantenere intatta la sua forza istituzionale. Forse anche in previsioni di momenti più tesi che in una legislatura come questa potrebbero presto o tardi arrivare: sulla legge elettorale, per esempio.
Barricate ma non troppo
Non è la logica dell’opposizione, che sulla sicurezza ha ritrovato un’inedita unità mercoledì scorso al Senato. Eppure Giuseppe Conte segnala la «retromarcia su alcune norme assurde, come quella sulla cauzione per organizzare una manifestazione. O sul fermo preventivo basato sul semplice sospetto».
L’ex premier critica l’assenza «di vere misure per la sicurezza nelle strade delle nostre città», ma apprezza la procedibilità d’ufficio senza querela per ladri e borseggiatori, già proposta M5s. E per il Pd parla Matteo Ricci, europarlamentare già sindaco di Pesaro, e anche lui scopre il bluff: «Il decreto è fuffa. In Italia c'è solo più repressione ma niente di concreto per la sicurezza vera degli italiani. Servono più forze dell'ordine per il controllo del territorio e per le politiche urbane a, affinché si contrastino i furti, lo spaccio e la criminalità».
Non per tutti è così. Non per Angelo Bonelli, di Avs: «Il fermo preventivo basato sul cosiddetto “legittimo sospetto”, soprattutto in relazione alle manifestazioni, ci riporta indietro alla stagione degli anni di piombo e rappresenta un grave vulnus al diritto costituzionale di manifestare. Saremmo tutti sospetti, anche solo per aver portato una bandiera della Palestina». E di «salto di qualità nella svolta repressiva» parla Riccardo Magi, +Europa. Ma se salto c’è, è ancora una volta Mattarella che lo ha tenuto basso.

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