Erica Manna
Oriundi e migranti, L'Italia del cricket è tutta nata all'estero
la Repubblica, 9 febbraio 2026
L’Italia senza nessun giocatore nato in Italia ha già fatto la Storia. Prima ancora di scendere in campo. È la Nazionale maschile di cricket, che per la prima volta partecipa ai Mondiali appena cominciati in India e Sri Lanka. Una squadra composta esclusivamente da oriundi (australiani, sudafricani e inglesi con i nonni italiani) e da immigrati di origine pachistana, indiana e cingalese: giocatori che hanno iniziato ad allenarsi nei parcheggi e nei parchi delle province lombarde e che per partecipare ai tornei indossando la maglia azzurra spesso si sono dovuti licenziare: «Non ci davano i permessi — raccontano — la risposta era: ma che roba è il cricket?».
Ecco: il cricket è il secondo sport più praticato al mondo, e gli azzurri in India sfideranno le squadre più forti. A cominciare dalla Scozia, proprio oggi, già battuta nelle qualificazioni. Poi il Nepal, il 12 febbraio. Il 16 febbraio scenderanno in campo contro l’Inghilterra: imperatrice di questa disciplina, prima simbolo della colonizzazione e poi strumento di riscatto. Perché la Nazionale senza italiani (di nascita) porta con sé un messaggio potente. Mentre il referendum di giugno ha affossato la riforma della cittadinanza, infatti, la Federazione Cricket ha introdotto per prima — già nel 2002 — quello che sarebbe stato definito solo dieci anni dopo lo ius soli sportivo. «Abbiamo reclutato tanti ragazzini immigrati che giocavano nelle periferie, futuri cittadini — ripercorre Simone Gambino, presidente onorario della Federazione — Oggi, per giocare con la Nazionale, bastano tre anni di residenza in Italia». I risultati si vedono: questa squadra del futuro guarda già alle Olimpiadi di Los Angeles nel 2028. Quando il cricket tornerà ai Giochi dopo 128 anni.

Importato in Italia dai marinai delle navi inglesi sbarcati a Genova, che nel 1893 fondarono il Genoa Cricket and Football Club (e infatti è ancora questo il nome completo del Genoa calcio), il cricket che si vedrà ai Mondiali — le partite sono trasmesse in diretta da Sky Sport — sarà quello della formula T20. Ovvero, la versione abbreviata che prevede partite che durino circa tre ore (e non giorni). Sono quindici, i giocatori convocati: le partite si disputano in undici, come nel calcio. Tra questi, dieci sono oriundi australiani e sudafricani con il doppio passaporto, cinque sono nuovi italiani: tre sono nati in Pakistan, uno in Sri Lanka e uno in India. Il paradosso è che in tre (due giocatori pachistani e uno cingalese) non sono ancora riusciti a ottenere la cittadinanza italiana, a causa del lungo iter che comporta.

Tra color che son sospesi c’è Syed Zain Abbas Naqvi, 24 anni, primo battitore: originario del Pakistan, brianzolo da quando ha 12 anni, lavora come operaio chimico farmaceutico e si è diplomato alla scuola Art Wood Academy a Camnago Lentate: «Nelle classi organizziamo incontri con gli studenti: solo così questo sport può diffondersi. In pochi lo conoscono. Per giocare, infatti, ho dovuto licenziarmi cinque volte». «Quando sono arrivato a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, ho iniziato a giocare in un parcheggio — racconta Zain Ali, 24 anni, battitore, ancora senza cittadinanza italiana — con una pallina da tennis avvolta nello scotch, per renderla più simile a quella regolamentare». «Uno dei problemi qui sono gli spazi — sottolinea Ali Hasan, cittadino italiano di origine pachistana e un lavoro come corriere — in Inghilterra e in Australia ci sono campi enormi, qui sono rari. Per allenarmi vado in un piccolo giardino pubblico vicino a casa mia, a Brescia. Mi è capitato che arrivasse la polizia: a dirmi che non si può».

«Questa squadra rappresenta un’Italia moderna — riflette Wayne Madsen, il capitano, sudafricano con il doppio passaporto grazie alla nonna paterna originaria di Avigliana, in provincia di Torino — vogliamo ispirare le nuove generazioni, far capire loro che c’è posto per loro nel cricket italiano e che il loro backround è qualcosa di cui essere orgogliosi».


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