Valentina Pisanty
Umberto Eco, esercizi di antiretorica con le note a margine
il manifesto, 15 febbraio 2026
Sono trascorsi i dieci anni di silenzio stampa voluto da Umberto Eco nelle sue disposizioni testamentarie. Lo scopo era evitare celebrazioni enfatiche, interventi narcisistici del genere «Io e Umberto: un incontro elettivo», e una ripetizione meccanica di luoghi comuni che avrebbero trasformato il maestro in meme, come peraltro già accadeva quando Eco era in vita.
LA RICHIESTA è stata rispettata solo in parte, e aggiungerei per fortuna. In questo decennio sono usciti volumi, articoli, interviste perfettamente inscrivibili nel perimetro retorico paventato da Eco, ma anche saggi di approfondimento teorico sulla sua semiotica, cataloghi commentati della sua biblioteca, riletture critiche dei romanzi e, insomma, tutto ciò permette a un autore di sopravvivere oltre la sua scadenza biologica, senza essere immediatamente imbalsamato.
Eco aveva previsto tutto. In una Bustina di Minerva del 1990 – «Come guardarsi dalle vedove», poi confluita nel Secondo diario minimo – dispensava istruzioni su come evitare di essere fagocitati dai posteri smaniosi. Il tono, come spesso nelle bustine, era paradossale e umoristico, ma il messaggio era chiaro. Alla larga dalle vedove, dove per «vedove» non si riferiva evidentemente alla moglie reale (Renate è sempre stata una persona equilibrata e discreta), ma a tutti coloro che inevitabilmente, dopo la sua morte, si sarebbero arrampicati sul corpo del gigante per dire «io lo conoscevo bene».
Nell’articolo si ritrova anche il rifiuto dei congressi immediati post mortem, che spingono «frotte di amici, estimatori, giovani in cerca di fama, a mettere giù quattro riletture in croce» e a «rifriggere il già detto, confermando un cliché». E si trovano suggerimenti pratici su come evitare che ogni frammento di testo inedito, incluse la lista della spesa e la corrispondenza privata, finisca in pasto al pubblico. Per esempio, scrive Eco, è consigliabile seminare nella posta amorosa frasi come «amo anche le tue frequenti flatulenze», a scanso di velleità editoriali.
DIETRO L’IPERBOLE COMICA si riconosce una diffidenza strutturale verso ogni forma di immortalità gestita dai posteri. Non si tratta di snobismo o di mania di controllo: dell’idea, cioè, che solo l’autore abbia il diritto di decidere come verrà ricordato. E non è neppure (o non soltanto) il retaggio di uno scetticismo alessandrino verso la retorica pomposa, quella stessa alla quale il padre gli aveva insegnato a non credere e a cui (mi pare) lo zio gli aveva suggerito l’unica risposta sensata, Ma gavte la nata, levati il tappo. L’atteggiamento antiretorico si combina con alcuni capisaldi della teoria di Eco sulla memoria culturale e sui suoi meccanismi di selezione interna e di filtraggio.
«L’immortalità sta nelle note a piè di pagina», diceva spesso Eco.
Non era una boutade, ma una rappresentazione sintetica dell’unica forma – se non di immortalità vera e propria, cui Eco non credeva (prima o poi verremo tutti dimenticati, anche lui) – almeno di sopravvivenza concepibile. Cosa intendeva? Diverse cose insieme. La nota a piè di pagina è il luogo in cui l’autore non parla più in prima persona: viene usato, citato, discusso, talvolta contraddetto. La nota è marginale, discreta, dipende da altri testi. Può aprire piste interpretative, ma non è mai autonoma. È un frammento che si stacca dal corpo del testo e ricomincia a circolare, spesso in modo del tutto estraneo alle intenzioni originarie. Ed è disseminata: spunta qua e là nei discorsi altrui, come un pulviscolo di particelle diffuse nell’atmosfera; ovvero nella semiosfera, per riportare la metafora sul piano semiotico.
ECO CHIAMAVA questo spazio culturale diffuso Enciclopedia. Biblioteca delle biblioteche, archivio multimediale di tutto ciò che è stato detto e registrato, dalle pitture rupestri al web, groviglio di interpretanti, rizoma, struttura assente: l’Enciclopedia è autocontraddittoria, in perenne trasformazione e, soprattutto, non è conoscibile nella sua interezza.
Tutt’al più se ne possono isolare alcune porzioni locali, come un esploratore nella giungla che si faccia largo col machete, e allora si crea l’impressione – naturalmente provvisoria – di un ordine parziale, sufficiente a orientarsi e ad agire. La coerenza di un pensiero, e delle azioni che ne derivano, dipende dalla possibilità di sfrondare di volta in volta ciò che appare superfluo, perché altrimenti ci troveremmo tutti nell’infelice condizione del Funes di Borges, paralizzato dalla troppa memoria. Già, ma chi decide quali rami potare?
La risposta, per Eco, è che nessuno decide per davvero. Non c’è un curatore supremo dell’Enciclopedia, né un criterio ultimo che stabilisca una volta per tutte cosa debba restare e cosa possa essere escluso. Qualcuno magari ci prova, stilando elenchi ufficiali di testi canonici e di letture proibite. Ma alla lunga fallisce. La selezione è l’effetto cumulativo di pratiche locali: ciò che viene letto, citato, discusso si sposta temporaneamente verso il centro dell’Enciclopedia.
Ciò che non trova un uso scivola ai margini, senza per questo scomparire.
Nella biblioteca del Nome della rosa le stanze chiuse non sono vuote, ma non frequentate, almeno finché Guglielmo da Baskerville non decide di esplorarle. Così nell’Enciclopedia: i materiali non consultati non vengono distrutti, ma semplicemente accantonati, potenzialmente riesumabili al mutare delle pertinenze. A meno che non subentri una catastrofe, come l’incendio del romanzo.
Ma questa è un’altra storia.
Se la memoria culturale funziona attraverso meccanismi di selezione largamente incontrollabili, allora non ha senso pensare la sopravvivenza come il risultato di una strategia o di una gestione consapevole. Né dell’amministrazione di una «eredità», espressione con cui alcuni commentatori si ostinano a descrivere l’opera di Eco, lasciando intravedere una concezione patrimoniale che dubito lui avrebbe apprezzato.
È INVECE COERENTE con la visione enciclopedica pensare al filtraggio come a una lenta sedimentazione di discorsi e di pensieri. Un processo in cui l’autore si dissolve in stringhe di interpretanti disponibili a entrare in configurazioni di senso sempre nuove e imprevedibili. Ecco perché Eco chiese che, per dieci anni dopo la sua morte, non si organizzassero convegni su di lui.
Per lasciare che il tempo e la comunità degli interpreti facessero il loro mestiere. «È talora l’unica cosa che spinge un filosofo a filosofare, uno scrittore a scrivere», rispondeva a Carlo Maria Martini che gli aveva chiesto delucidazioni sull’etica di un non credente (In cosa crede chi non crede?, 1996). «Lasciare un messaggio nella bottiglia, perché in qualche modo quello in cui si credeva, o che ci pareva bello, possa essere creduto o appaia bello a coloro che verranno».
È forse chiedere troppo. A meno che le parole chiave non siano «in qualche modo», a segnalare la quota di fraintendimento indispensabile affinché i posteri possano appropriarsi a modo loro dei contenuti altrui. L’aspirazione di chi lascia tracce scritte potrebbe essere, più realisticamente, prolungare il proprio transito nel flusso della conversazione umana, come quando, insieme, si litiga, si ragiona o si ride con una persona che non c’è più.

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