venerdì 13 febbraio 2026

La diseducazione sentimentale

Fabrizio Dividi
Valeria Golino: «Volevo essere Gloria Rosboch»
Corriere Torino, 13 febbraio 2026

Con La Gioia, il caso Rosboch torna in prima pagina e, nel giorno dell’anteprima nazionale di Torino, Valeria Golino, Saul Nanni e il regista Nicolangelo Gelormini lo ripropongono con dolente realismo. «Quando mi sono imbattuta nel caso — spiega Golino — mi sono sentita così turbata e addolorata da immaginarne un film da regista. Poi, vengo a sapere che esisteva già una sceneggiatura che aveva vinto il Premio Solinas e con i produttori Viola Prestieri e Nicola Giuliano decidiamo di acquistarne i diritti. La scelta di Nicolangelo Gelormini alla regia è stata conseguente e obbligata. Prima da attrice, poi da co-regista ne L’arte della Gioia, ci siamo conosciuti e stimati, e se c’era una persona che poteva partecipare al progetto, questo era lui».

Su come abbia saputo interpretare uno dei personaggi più teneri e sofferti della sua carriera, rinunciando completamente al suo esuberante fascino, rivela: «Ho riflettuto molto su come potevo farmi ispirare da Gloria, magari sognandola, e pensando continuamente a lei. Molto è stato fatto con il trucco, perfino con una protesi che mi faceva sporgere il mento; poi, con la capigliatura giusta e vestiti adatti, abbiamo costruito un personaggio senza farne una maschera». Non manca quella cadenza piemontese dalle note discrete e realistiche: «Grazie per averlo notato. Sono una secchiona e ho voluto “essere” il più possibile Gloria anche grazie alla coach Tatiana Lepore che mi ha fatto da “insegnante di piemontese”. Perché un dialetto ti fa entrare in una persona, e ti fa capire come pensa e come vive». E sulla regione che ha ospitato parte delle riprese con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte e i contributi Fesr, Golino scherza con un aneddoto recente: «Sto girando a Roma con Gianni Amelio e ogni volta che c’è un intoppo si lamenta: “Lo sapevo, dovevo girare a Torino”».

La parola passa a Saul Nanni che ne La Gioia interpreta il torbido «corruttore» Alessio. «Quando abbiamo girato in piazza Carignano, mi sono sentito sdoppiare: avevo appena interpretato Tancredi ne Il Gattopardo e mi trovavo nel ruolo di un ragazzo immerso in una vicenda di squallore e devastazione culturale. La cosa certa è che Torino poteva essere un set perfetto per entrambe le situazioni e io mi ci sono sempre trovato benissimo». Sul ruolo del ragazzo che prima sedusse e poi uccise la povera Gloria Rosboch, aggiunge:« Conoscevo il caso e la pièce teatrale e mi sono preparato in modo che quel manipolatore camaleontico che era, facesse vedere anche il suo punto di vista. Inutile dire che io faccio l’attore e qui non c’è nulla di me, ma devo ammettere che mentre si avvicinava la sequenza del tragico epilogo, io non volevo nemmeno leggerla. Mi metteva ansia anche solo immaginarla e quel giorno lo ricordo con disagio e dolore».

Infine, è Nicolangelo Gelormini a commentare la sua ultima regia: «Sarò sincero, non ricordavo il caso Rosboch, ma è stato un bene perché non volevo una mera ricostruzione della cronaca ma muovermi in un ambito puramente cinematografico. Mi interessava piuttosto il racconto universale sulla “diseducazione sentimentale”, quel particolare aspetto che riguarda intimamente tutti noi e dice molto sul nostro vivere».

Sulla frase manifesto «per un attimo di felicità, darei la vita intera» che fotografa lo stato della protagonista, precisa: «Non parlerei di ingenuità ma di desiderio di vera gioia, anche solo per un istante». E Torino? «È città magica per il cinema. Avevo espresso il desiderio di girare al Lingotto ed è stata una delle giornate migliori. Ma oltre al Valentino, ricordo il set del Bar Elena in piazza Vittorio Veneto: in quel locale antico, era come se la luce che volevo esistesse già in natura».

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