domenica 15 febbraio 2026

Meloni e la sfida di Merz

Andrea Malaguti
Meloni-Maga. L'attrazione fatale per Trump

La Stampa, 15 febbraio 2026

«Ciò che Trump offre è una via di fuga facile dal dolore. Le sue promesse sono l’ago nella vena collettiva dell’America. Lui è eroina culturale. Fa sentire alcuni meglio per un po’. Ma non sa sistemare ciò che li affligge, e un giorno lo capiranno».
JD Vance (Atlantic Magazine, 4 luglio 2016)

Monaco, conferenza internazionale per la sicurezza. Ascoltavo affascinato il cancelliere tedesco Friedrich Merz prendere radicalmente le distanze dal mondo Maga (Make America Great Again), dunque da Donald Trump, JD Vance, Peter Thiel e persino dall’ormai marginale, ma pur sempre aggressivo Steve Bannon, e mi chiedevo quale sarebbe stata la reazione di Giorgia Meloni che, appena ventiquattro ore prima, aveva annunciato al mondo la costruzione di un sorprendente asse Roma-Berlino (absit iniuria verbis), pensato per creare, dirigere ed esaltare una nuova, illuminata, strategia Mega, Make Europe Great Again. Loro sono forti, ma anche noi non scherziamo.

L’America ci considera parassiti, ci schiaccia con i dazi, reclama la Groenlandia, strizza l’occhio a Putin e manda l’Ice in strada a rastrellare gli immigrati e a sparare in testa ai propri concittadini di Minneapolis?

Noi democrazie liberali del Vecchio Continente, forti delle atomiche di Parigi e Londra e di un mercato che solo nell’Unione raduna quasi quattrocentocinquanta milioni di esseri umani, dichiariamo la nostra estraneità a questo modo di agire e al supposto universo valoriale che lo sostiene. La violenza della Casa Bianca, amplificata dall’ossessione per il dominio delle Big Tech guidate da Palantir, non farà mai parte della nostra idea delle relazioni internazionali. Eccola qua la posizione di Merz. E, si supponeva, anche nostra. Errore.

Impegnata in Africa per il Piano Mattei (forse la cosa migliore studiata dal suo governo), la Presidente del Consiglio, nel giro di ventiquattro ore, ha pensato bene di chiarire il suo pensiero: Merz sbaglia, Trump ha ragione. Testualmente: «Non condivido le critiche di Merz al mondo Maga». A lei, gli ultranazionalisti bianchi piacciono. Scaricato il Cancelliere, bye bye asse Roma-Berlino. Difficile stupirsi se l’Europa sarà ancora una volta a trazione franco-tedesca.

Non paga, la Presidente ha annunciato che l’Italia parteciperà come «osservatrice» al Board of Peace, allegra organizzazione privata di dittatorelli orientali, desiderosi di dar vita ad una strampalata Onu parallela e di trasformare quel che resta di Gaza nella spettacolare Hollywood sul Mediterraneo. Domanda: perché da osservatore e non da azionista diretto? Le risposte sono due. La prima: la nostra Costituzione glielo vieta, ma la premier non ha resistito alla tentazione di schierarsi con l’immobiliarista di Mar-a-Lago, chissà che non ci scappino un paio di grattacieli anche per noi. La seconda: nonostante la plateale sintonia con Trump e con il trumpismo, Palazzo Chigi continua a fingere di condividere il destino di Bruxelles, nella speranza che le cancellerie confinanti siano cieche e sorde. Se il fato ci avesse assegnato il territorio canadese al posto del nostro meraviglioso Stivale, oggi saremmo orgogliosamente il cinquantunesimo Stato americano. A salvarci ci ha pensato l’Oceano. Per ora.

Convinti che Meloni avesse la forza di gestire gli incomprensibili umori variabili dell’irascibile Tycoon, abbiamo scoperto che è invece l’ottantenne presidente americano ad orientare lei, unica leader europea ad evitare da tre anni la Conferenza di Monaco, dove sarebbe costretta a spiegare ufficialmente quale ruolo intendiamo giocare sullo scacchiere del mondo, e a snobbare anche l’incontro delle élite globali a Davos. Trump era lì, il Board of Peace era lì. Lei no. Sarebbe stata una brutta fotografia da restituire ad un Paese, il nostro, in cui – come testimonia un sondaggio di Alessandra Ghisleri – sette elettori su dieci detestano il Caro Presidente Donald.

In questo scenario senza né capo né coda, ripensavo a Piero Gobetti. Al fascismo come autobiografia della nazione. Alla sua avversione per il «giolittismo», cioè per il regime del compromesso, per il voltagabbanismo, per il salto istintivo sul carro del vincitore, per il tentennamento da «vediamo dove soffia il vento». È morto domani, esattamente cent’anni fa. Aveva venticinque anni, ma era un tipo di leader cristallino e inflessibile che oggi non abbiamo. Non mi sembra un caso che il presidente Mattarella partecipi qui a Torino alle sue celebrazioni.

Rigore, coerenza, valori. Merce di seconda mano per un governo ormai certo che qualunque passo esplicito per uscire dall’ambiguità produca un danno elettorale. Meglio il piccolo cabotaggio che ti garantisce cinque anni di potere ulteriore, di un vincolo strategico che ti mette al centro del progetto europeo con il rischio di perdere una quota, per quanto risibile, di consenso interno. Fa impressione pensare che le destre continentali, dopo averci spiegato per decenni che Bruxelles era lenta e incapace di decollare a causa di pastoie burocratiche e interessi di bottega, oggi siano la sabbia di un motore che Berlino, Parigi, persino Londra, e si sperava Roma, hanno finalmente acceso. Meloni si è lasciata scappare il suo momento Churchill, giurando fedeltà a The Donald, lo stesso uomo che, nel 2016, JD Vance raccontava così: «Ciò che Trump offre è una via di fuga facile dal dolore. Le sue promesse sono l’ago nella vena collettiva dell’America. Lui è eroina culturale. Fa sentire alcuni meglio per un po’. Ma non sa sistemare ciò che li affligge, e un giorno lo capiranno». Quel giorno è ancora lontano, Vance si è convertito sulla strada lastricata d’oro che porta al 1600 di Pennsylvania Avenue e Giorgia Meloni ha sposato assieme a lui la religione Maga. Un culto che l’intelligenza artificiale del mio computer fotografa con questa neutra chiarezza: «Antiglobalismo, eurofobia, protezionismo economico, lotta alle energie rinnovabili, remigrazione, disprezzo per le élite liberali, per le Università e i media tradizionali». Il movimento, mi spiega ancora l’Ai, si avvale di una vasta rete di influencer e podcaster della “manosphere”, crasi tra le parole “man”, uomo, e “sphere”, sfera. Neologismo che identifica i paladini del machismo in lotta perenne contro il femminismo. Naturalmente America First. Come non sognare di finire tra le braccia di questi stravaganti squinternati?

Capace di tenere a bada lo scomposto Salvini e di disinnescare, per il momento, il Generale Vannacci, grazie ad una capacità politica superiore, la premier rischia di scivolare però sul referendum di marzo, sempre più simile a una consultazione su di lei, e sull’imperdonabile subalternità al Monarca americano ormai impossibile da nascondere. Nessuno è in grado di giocare tutte le parti in commedia, neppure lei. Il Cancelliere Merz si rifiuta di passare alla Storia come un nuovo Paul von Hindeburg, Feldmaresciallo e presidente della Germania che consegnò il potere a Hitler. E la durezza delle sue dichiarazioni ha spinto il Segretario di Stato americano Mark Rubio ad abbassare i toni e a giurare una posticcia fedeltà a noi vecchi alleati. Dimostrazione che perdendo la dignità si perde automaticamente la battaglia politica.

Giorgia Meloni sembra avere risolto il dilemma in modo opposto, fiera del suo rapporto con Trump come Cervantes lo fu del suo braccio paralizzato e Beethoven della sua sordità. Sostegno senza se e con pochi ma ai Nuovi Stati Uniti degli Orchi, un Paese dominato da un’élite trasversale che si sente al di sopra della legge e che ha prodotto lo sconvolgente scandalo Epstein, un abisso fatto di ricatti, torture e pedofilia. Un mondo marcio, ricchissimo e buio, in cui le Big Tech si fanno Big State, manipolato dai servizi segreti di più Paesi, costruito attorno alle penose debolezze e ai deliri di onnipotenza degli uomini più in vista della Terra. Davvero le piacciono queste élite, davvero le piace questa America, davvero è disposta a lasciar naufragare l’Europa in nome dei principi Maga, davvero non è in grado di interrompere questa lunga camminata nel giardino del suo orgoglio?


Mario Monti
Ue, i rischi delle idee Maga

Corriere della Sera, 15 febbraio 2026

La settimana che si è chiusa ha permesso di cogliere meglio come in Europa (Consiglio europeo di giovedì) e nel mondo (Conferenza sulla sicurezza di Monaco da venerdì a oggi) i diversi Paesi si stanno posizionando in risposta al sisma Trump di un anno fa e ai continui moti sussultori e ondulatori che continuano.

Ci limitiamo qui a considerare gli aspetti di maggiore interesse per l’Italia, che proprio nei giorni scorsi è stata protagonista di un’iniziativa importante con la Germania sul mercato unico e sulla competitività.

Chi scrive non può che rallegrarsi per un’intesa tra questi due Paesi. Quindici anni fa tra il governo di Silvio Berlusconi, costituito dalle forze politiche dell’attuale maggioranza e nel quale Giorgia Meloni era ministro, e il governo di Angela Merkel (come peraltro quello di Nicolas Sarkozy) si era creata una profonda frattura, con gravi conseguenze finanziarie e politiche per il nostro Paese. Il primo compito del governo che seguì fu proprio quello di ricostruire, in pochi giorni, un rapporto di reciproco rispetto e fiducia, premessa per il risanamento dell’Italia e, qualche mese dopo, per ottenere con la Francia che la Germania mollasse la presa sulla Bce, permettendole di intervenire e porre fine alla crisi.

Ciò non toglie che le proposte specifiche del documento Meloni-Merz possano sollevare critiche.

Come è stato osservato da più parti, esse sono contrarie all’interesse europeo perché frammenterebbero il mercato, invece di renderlo più «unico»; e contrarie all’interesse italiano, dato che le nostre imprese verrebbero penalizzate a vantaggio di quelle tedesche. Quindici anni fa l’Italia persuase la Germania a limitare se stessa nell’interesse dell’Europa; ora l’Italia aiuta la Germania ad avere più mano libera in Europa, anche a danno della stessa Italia.

La vocazione dei tre Paesi maggiori della Ue dovrebbe essere, come fu allora, di esercitare congiuntamente una leadership, superando nel dibattito tra loro divergenze anche rilevanti, senza riversarle in pubblico e alimentare tensioni di falso patriottismo tra le opinioni pubbliche.

Se tra due dei tre Paesi si verifica in un certo momento e su determinate questioni un’obiettiva convergenza, stiano attenti i governi, ma anche gli osservatori, a non presentarla come «asse». Altrimenti può accadere, come questa settimana, che un giorno si brindi all’asse italo-tedesco, gustando l’emarginazione della Francia, e che il giorno dopo ci si accorga, con malcelato disappunto, che è ancora vivo l’asse franco-tedesco.

È naturale che sia così. Non c’è niente di male se i due Paesi più industriali d’Europa elaborano una linea comune e cercano di sostenerla a Bruxelles. Se mai, si può auspicare che ne valutino più accuratamente le conseguenze e non dimentichino che la crescita industriale non si giova, a lungo termine, di poteri pubblici proni alle organizzazioni imprenditoriali come avviene oggi in Italia e Germania; così come, nell’epoca in cui era la classe operaia ad essere considerata «classe egemone», tanti provvedimenti presi in Italia nell’interesse dei lavoratori hanno finito alla lunga per danneggiarli.

Altrettanto naturale è che la Francia, unico Paese della Ue dotato dell’arma nucleare, intrattenga un rapporto particolare con la Germania, il Paese che in questa fase è più orientato a rafforzare molto la propria difesa. È bene che questi due Paesi lavorino insieme, su una difesa il più possibile europea. Più volte, in passato, quei due Paesi non si parlavano. Si affrontavano direttamente in guerra.

Del resto, Keir Starmer, primo ministro dell’altro detentore in Europa dell’arma nucleare, il Regno Unito, pur essendo tra i Paesi europei quello tradizionalmente più vicino agli Stati Uniti, ha ribadito la volontà di intensificare la cooperazione con la Ue, in particolare sulla difesa ma non solo.

Per parte sua il cancelliere tedesco Merz, apparso finora tra i capi di governo dei grandi Paesi Ue il più riluttante dopo Giorgia Meloni a pronunciarsi criticamente sulla nuova amministrazione americana, a Monaco ne ha preso le distanze con parole molto ferme, criticando anche la cultura Maga.

In proposito la premier Meloni, ad una domanda di un inviato del Corriere della Sera che le chiedeva se condividesse le critiche di Merz a tale cultura, ha risposto: «No, queste sono valutazioni politiche, ogni leader le fa come ritiene, ma non è un tema di interesse e competenza della Ue, sono valutazioni che spettano ai partiti».

Giorgia Meloni ha ragione, queste sono valutazioni eminentemente politiche, che toccano ai partiti e ai leader. Ma non ha interamente ragione. Vari aspetti della cultura Maga, se tradotti in azione di governo, sarebbero certamente di interesse e competenza della Ue, così come porrebbero in Italia problemi di costituzionalità. Ciò avverrebbe là dove superano lo Stato di diritto, che deve cedere di fronte all’imperativo di affermare quella visione, negli Stati Uniti ma anche altrove nel mondo, in particolare in Europa.

Questo emerse con brutale chiarezza nell’intervento dell’anno scorso del vice presidente Vance proprio a Monaco, dove ieri il segretario di Stato Rubio, in modo più diplomatico, non è arretrato. Del resto in più occasioni durante l’anno intercorso il presidente Trump ha dato concretezza a quelle idee.

L’ordinamento della Ue è estremamente flessibile. Gli Stati membri possono praticare politiche molto conservatrici o molto progressiste, possono dare dimensioni piccole o grandi al loro settore pubblico, possono avere imprese a proprietà interamente privata o interamente pubblica, senza per questo violare i trattati su cui si fonda la Ue. Non possono però violare i pochi principi fondamentali dello Stato di diritto che vi sono sanciti, né la legislazione comunitaria anche se possono cercare di modificarla.

Se l’adesione alla cultura Maga, da ideologica si trasformasse in azione politica e di governo, essa assumerebbe rilievo non solo per il Paese in questione, ma anche per la Ue.


Nessun commento:

Posta un commento