Nicola Imberti
La voce dell'ultimo operaio: requiem per Mirafiori
Domani, 2 febbraio 2026
Forse non c’era un altro modo per farlo. Per raccontare una fine serviva una voce intrisa di «amore e di fantasmi». E Niccolò Zancan, giornalista della Stampa, ha deciso di usare quella dell’«ultimo operaio». Così più che un saggio, il suo libro, edito da Einaudi, è un «canto». Una sorta di Antologia di Spoon River di una Torino che fu e di una fabbrica, quella di Mirafiori, che col passare dei giorni, sta morendo. Requiem per un impero defunto.
Quella voce, in realtà, è una polifonia. «Gli ultimi» sono «Salvo, Nina, Anna, Enzo, Stefano, Beppe, Gigi». Quelli che «hanno visto l’avvocato Agnelli arrivare alla guida di una Fiat Croma color oro, scendere, guardarsi introno e fare ciao con la mano. Gli ultimi operai che avevano le tute blu, felici di andare in fabbrica a lavorare». E che ora, «uno dopo l’altro, a sessantacinque oppure a sessantasette anni», se ne stanno andando.
È il “traguardo della pensione”, come viene descritto in un mix di statistica, politica e burocrazia. Parole che dovrebbero rassicurare e rasserenare ma che, negli anni, sono diventate l’atto finale di una lenta agonia costellata di cassa integrazione.
La fine di un’epoca
Zancan parte dalla Torino dove, nel 1971, è nato: «record di abitanti, un milione e centosessantasettemila» e «record di operai, sessantamila tute blu». Tutto ruota attorno alla «fabbrica» e alla Fiat che dà lavoro «a un milione di persone fra dipendenti diretti e indiretti, fornitori, concessionari e pubblicità». Nulla di tutto questo è sopravvissuto. E oggi «niente ricorda la Fabbrica Italiana Automobili Torino, nemmeno il nome».
Qualcuno forse dirà che non c’era bisogno di un altro libro per raccontare tutto questo. Bastavano i bollettini delle associazioni di settore che, periodicamente, certificano la crisi irreversibile di Stellantis. Ma per raccontare questa storia i numeri non bastano. Nessun numero può raccontare il silenzio che accompagna la fine del turno. Nessun numero ci dirà mai che di notte l’unica porta che resta aperta è la 23, quella «per i camion che portano via i pezzi di ricambio», quella che è rimasta dopo che per prima hanno chiuso la porta 18. E poi la 19, la 20, la 32 e la 33, la 27, l’asilo e «la palazzina dei colletti bianchi». Non ci sono statistiche sugli «operai trasfertisti» quelli che, visto che oggi costa più aggiustare un macchinario, vengono «fatti salire da un’altra fabbrica a sbrigare quel lavoro»: «l’operaio che sostituisce il robot quando il robot si inceppa».
Né sui bagni o sugli spogliatoi chiusi. Così, piuttosto che cambiarsi prima di tornare a casa, molti operai preferiscono salire sui pullman ancora sporchi di grasso. Distratti come siamo dalle nostre quotidianità, probabilmente, non immaginiamo che quegli «operai vestiti da operai, in giro per la città», non sono altro che l’immagine di un fallimento.
«Efficientamenti»
Un fallimento fatto di progressivi «efficientamenti». Dalla soppressione dei pullman pagati dal comune per permettere ai lavoratori della «cintura di Torino» di raggiungere Mirafiori, al paradosso per cui, «nello stabilimento di una fabbrica che produce automobili, gli operai con il lavoro più sicuro sono quelli che mettono le mani sulle auto usate», cioè si occupano di controllare e rimettere in circolazione le macchine degli autonoleggi e delle flotte aziendali.
Anche l’orario della mensa può servire a risparmiare. Il tempo del mangiare, spostato a fine turno, produce «un doppio guadagno». Gli operai preferiscono andare a casa, ci sono meno pasti da pagare ma, soprattutto, «meno operai che si confrontano» tra di loro. È la fine di un’idea di società e di socialità. Un modo come un altro per favorire la disgregazione, l’idea che non ci sia più un obiettivo comune da raggiungere, ma una lotta personale per la sopravvivenza. Dove l’unica cose che conta è che un operaio a Torino, dopo 38 anni di lavoro, guadagna 1.590 euro al mese mentre il suo collega, in Polonia, ne guadagna 820, in Serbia 768, in Marocco 389, in Algeria 250.
E così quegli operai, nuovi o ultimi che siano, tornano a essere numeri, statistiche. Quelli che amministratori delegati e presidenti raggruppano dietro la frase di circostanza: «È stato un anno complesso». Destino inevitabile se, come racconta Giorgio Garuzzo, top manager della Fiat dal 1976 al 1996, «quello che conta è solo la finanza – i numeri, le trimestrali, i dividendi, la redditività altissima – senza il minimo coinvolgimento nella realtà industriale».
«Se non hai voglia di sporcarti le mani con l’olio delle macchine utensili – aggiunge – stai facendo un altro mestiere». E così Mirafiori muore accompagnata dal «canto finale» dell’ultimo operaio.





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