Giacomo Galeazzi
Melloni: "La politica abusa della Bibbia. la parola di Dio cambia sempre"
La Stampa, 4 febbraio 2026
«Siamo in pieno revival dell’uso politico della Bibbia come strumento di governo. Ciò è sempre accaduto nella Storia ma è ancora più marcato oggi che persino il pensiero ideologico riconosce la propria fragilità ed è in cerca di un ricostituente», sottolinea il professor Alberto Melloni, ordinario di Storia del cristianesimo all’Università di Modena-Reggio Emilia, titolare della cattedra Unesco sul pluralismo religioso e direttore della fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII che con Edb ha appena pubblicato il volume Evangeli e Salmi. Si riteneva che la Bibbia fosse ormai un testo “morto”, un grande classico del passato incapace di parlare al presente, custodito più per tradizione che per reale vitalità. Una valutazione «frettolosa e cieca», ribatte lo studioso: «La Parola di Dio è lettera viva, altro che lettera morta».
La Bibbia “instrumentum regni” per Trump e Putin?
«Si può utilizzare la Bibbia per amare o per odiare. La scelta avviene dentro le chiese e le sinagoghe che più sono robuste nella loro capacità di comprendere le Scritture tanto più sono in grado di vaccinare i fedeli contro le derive estremiste. La predicazione fondamentalista-suprematista e il vangelo dell’odio che oggi vanno forte si rivolgono sia ai non credenti fornendo loro una nobilitazione di sentimenti che sarebbero messi in dubbio dall’incostanza della ragionevolezza sia ai credenti “non vaccinati”. Coloro cioè che si riconoscono in quel “Dio lo vuole” che è sempre stato foriero di colossali disgrazie e nella convinzione che “questa è la mia terra, non la tua”. Ciò vale da tutti i punti di vista. Ossia io sono il popolo di Dio e tu non lo sei più, quindi se vuoi esserlo devi domandare a me come fare. Un totale abbaglio. Io non dico agli indù se sono abbastanza fedeli all’induismo o se sono sufficientemente violenti, eppure lo dico agli ebrei perché io sono il popolo eletto e loro non lo sono più».
Le Scritture oggi forniscono giustificazioni all’odio?
«Ricordo una suggestiva mostra allestita su due pareti di un corridoio. Da una parte gli argomenti biblici con cui nel tempo è stata giustificata la schiavitù. Dall’altra le citazioni della Bibbia contro la schiavitù fino al I have a dream di Martin Luther King e alla profezia di Gioele. La Bibbia può essere usata bene o male. Non è vero che comunque la si utilizzi è un bene. Al tempo stesso, però, non c’è niente come la Bibbia che quando tu la leggi, ti legga, liberandoti da quella specie di contorsioni adolescenziali che viene normalmente chiamata spiritualità. C’è un uso-abuso politico della Bibbia, ma Dio l’ha fatta così se la voleva diversa l’avrebbe fatta diversa. Il problema teologico è qui. La Bibbia paradossalmente è l’unico caso in cui abuso e uso sono perfettamente sovrapponibili».
È un problema che incide in negativo nella Chiesa?
«Tornare alle radici della Parola di Dio è una questione aperta. Nella Chiesa latino-americana la realtà oggi più importante sono i gruppi di lettura della Bibbia, in continua crescita di numero e di influenza. Il Concilio Vaticano II ha cercato di rimettere la Bibbia al centro della vita cristiana. C’è riuscito nella liturgia e nella centratura biblica sintetizzata da Giovanni XXIII nel binomio libro e calice. Ma è una conquista erosa dal passaggio generazionale. Sembravano risolte, una volta per tutte, questioni come l’antisemitismo, la spiritualità liturgica, la collegialità episcopale. E invece non può farlo una generazione per l’altra: ciascuna deve rifare il percorso. Il Concilio non ha aperto una breccia nel muro ma ha indicato una rotta sulla quale ogni generazione deve rimettersi».
Cosa non ha funzionato?
«L’illusione che fosse una breccia nel muro ha fatto sì che la trasmissione sia stata molto più scarsa di quello che ci si poteva aspettare. Si è pensato di potersi prendere dei lussi ma non era così. È nota la diffidenza di Joseph Ratzinger per l’esegesi storico-critica. E se la conosco posso essere cauto nell’utilizzarla nell’azione pastorale e nella predicazione. Non puoi pensare di ignorare le Scritture e accontentarti della spiritualità. Il contrario dell’ascolto della parola non è l’agnosticismo ma il tentativo di improvvisare costrutti spirituali “fai da te”. Un meccano spirituale in cui ognuno gioca con i pezzi da ricomporre. Insomma un cocktail a proprio gusto, considerato spiritualmente nutriente. Il testo sacro ha una forza intrinseca ma non c’è niente di automatico».
I vescovi e i sacerdoti conoscono davvero la Bibbia?
«Il problema è il modo in cui una quantità di nozioni diventa vita della Chiesa. Il Cammino sinodale dedica alle Scritture un passaggio in cui si dice che la Bibbia va letta in gruppo perché così viene favorito l’interscambio personale. Il punto non è la conoscenza della Bibbia ma la capacità di farne il baricentro della predicazione e dalla pastorale invece che una semplice attività di gruppo come quelle per l’adorazione eucaristica, i migranti, le donne, la dottrina sociale, le persone lgbt. La Bibbia è trattata come un segmento tra gli altri. Quasi nessun vescovo riterrebbe accettabile non celebrare una messa a settimana con i fedeli perché si tratta di un buon esempio al clero. La “Dei verbum” dice che si deve la stessa devozione al Corpus Domini e al Verbum Domini ma quasi nessun vescovo fa lectio divina o continua ogni settimana in cattedrale».
È sempre stato così?
«No. Prima del Sacco di Roma, con i barbari alle porte, Gregorio Magno va in cattedrale a leggere il Libro di Ezechiele in un momento di massima confusione che somiglia molto a quello attuale nel quale sembra venir giù tutto. Papa Gregorio legge pubblicamente la Bibbia e non i trattati di geopolitica. Oggi prevale un tipo di atteggiamento nel quale si fa fatica a trovare un equilibrio. Da un lato il fondamentalismo: per esempio, la Bibbia condanna l’omosessualità e quindi servono leggi contro le persone omosessuali. Dall’altro la lettura fantasiosa: Davide era gay. C’è bisogno di un equilibrio non astratto ma pratico, da trovare giorno per giorno. È nella relazione che si va avanti. Come nel matrimonio dove i contratti servono solo per divorziare».

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