lunedì 9 febbraio 2026

Ghali, invisibile maranza

Concita De Gregorio
Ghali e quei ragazzi che la destra chiama maranza

la Repubblica, 9 febbraio 2026

Ghali è tecnicamente un “maranza”, per usare l’orrendo termine dispregiativo coniato per indicare gli italiani di seconda generazione, figli di immigrati, ed è di questo che vorrei parlare qui: di quei ragazzi. Quella moltitudine di persone di giovane età, milioni, già il 15 per cento degli studenti nelle classi delle scuole superiori che la destra facendone un unico fascio — ecco quando un termine si illumina di senso — addita a nemico pubblico delle persone perbene, noialtri italiani doc, noi bianchi, noi con i bisnonni che si chiamavano Concetta e Pasquale.

Noi, che come popolo a mentire, truffare, rubare, stuprare e ammazzare le donne non ci pensiamo nemmeno, non è proprio nel nostro spirito. Meno che mai in quello dei nostri figli cresciuti nel rigore delle regole leggendo a colazione Gobetti, certo non nelle ville al mare o negli attici dei genitori, figuriamoci se in branco nei vicoli dei sobborghi o nei bagni delle scuole, noi assolutamente no, noi mai.

Sono loro, sono i maranza che portano la violenza delle loro culture di origine e si approfittano della nostra cordiale ospitalità, per quanto siano nati qui ma pazienza: non lo sapete che nascere qui non basta? Non c’è una legge, non l’ha fatta la sinistra figuriamoci se la farà la destra. Sono ospiti sgraditi, se se ne vanno è meglio.

Di questo, volevo dirvi, e della libidine con cui certi commentatori tv chiedono l’applauso del pubblico quando ospitano uno di questi ragazzi — c’è un casting, li cercano come pepite perché gli ascolti, si sa, salgono quando si anima la rissa e si anima, la rissa, se ti rivolgi a un ventenne che hai invitato tu dicendogli “ringrazia se ti faccio parlare, dovresti stare in galera”, applausi. Della foga con cui gli ambasciatori della nuova destra, nuova nel senso dell’anagrafe, annuiscono.

Del resto, siamo governati da una compagine di politici che si genuflette a Donald Trump come di fronte alla luce che guida e conduce. Trump che pubblica i volti di Barack e Michelle Obama su corpi da orango, non si sa in quale ulteriore abisso dobbiamo sprofondare, ma del resto noi italiani anche in questo ci eravamo portati avanti. Vi ricordate quando il senatore della Lega Roberto Calderoli definì «un orango» la ministra Cécile Kyenge? Era il 2013, tredici anni fa: in politica abbiamo sempre fatto scuola. Precursori.

Dicevo di Ghali, che è un artista magnifico difatti gli avevano chiesto di cantare l’Inno di Mameli alla cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi, che bellissima idea, un milanese nato da genitori tunisini, così amato dai ragazzini proprio quelli che non sai mai cosa pensano, cosa fanno, i misteriosi giovani — ecco cosa fanno: vanno ai suoi concerti, in tanti. Un esempio perfetto di multiculturalità da esibire al mondo: non mi sfugge il vantaggio reputazionale della scelta, da parte delle istituzioni, ma va bene. Ciascuno gioca la sua partita.

Solo che poi non è andata così, meglio una poesia hanno detto, lui deve aver chiesto se ho capito bene di inserire tra le traduzioni anche l’arabo, la lingua delle sue origini, e gli hanno detto no. Forse temevano di infastidire la delegazione israeliana, chi lo sa, forse non hanno ben compreso il senso dello spirito olimpico, gli organizzatori qui in Patria dei Giochi. Comunque.

Gli hanno lasciato quello spazio, ormai che l’avevano chiamato. Sai che scandalo sarebbe stato disdire? Dopo che il ministro dello Sport signor Abodi ha assicurato che Ghali non avrebbe fatto come a Sanremo due anni fa, non avrebbe detto «stop al genocidio» — che vergogna, che idea non condivisibile e da Abodi difatti non condivisa: “Avanti con il genocidio”, caso mai, no?

Gli hanno dunque fatto leggere quella bellissima poesia di Gianni Rodari che lui ha interpretato magistralmente solo che io, da casa, non l’ho visto. Non ho capito che era lui. Nessuno l’ha annunciato, nessuno l’ha mai inquadrato, c’erano dei ballerini che danzavano e una voce — la voce del telecronista Rai — che parlava sulla sua voce così Rodari e Ghali non si sentivano.

Mi sono chiesta: chi ha chiamato i cineoperatori Rai per dire non inquadratelo? Chi ha detto al telecronista: non dire chi è? Proprio tecnicamente: chi ha fatto quella telefonata? Qualcuno ha dato indicazioni, questo è sicuro. Siccome del servizio pubblico tutti paghiamo il canone, la Rai la sovvenzioniamo tutti: la domanda è legittima, la risposta è dovuta. Che storia tristissima. Che momento piccolo e basso. Ma del resto.

In America il miliardario amico di Trump, Jeff Bezos, paga 75 milioni di dollari per il documentario su Melania e licenzia trecento giornalisti del Washington Post perché non ha soldi, si vede, per tenere in piedi un giornale sgradito al suo duce. Il giornale del Watergate, sono cinquant’anni da Tutti gli uomini del presidente. Ecco il progresso, in cinquant’anni.

Sulla telecronaca italiana della cerimonia olimpica avete già letto tutto. Fonti autorevoli assicurano che al microfono ci fosse il direttore dei servizi sportivi della Rai, persona che Giorgia Meloni protegge. Si stenta a crederlo. Come può il governo del Merito affidare alla massima esposizione internazionale qualcuno che non riconosce i tedofori, nessuno degli atleti italiani tranne — pensa te — quella nera, «ecco la Egonu», che scambia la presidente del Cio per la figlia di Mattarella e Matilda De Angelis per Mariah Carey? È impossibile. È come se chiamassero me per il commento tecnico alla Champions, difatti giustamente non accade. Questo governo seleziona solo i migliori. Bravissimo.

Poi, nel resto del tempo, fa i decreti sicurezza. Si assicura che i maranza tipo Ghali non escano di casa con il coltello, dato che sono solo i figli degli immigrati quelli che ti accoltellano di notte, che spacciano, che scappano ai posti di blocco. Gli italiani no, stanno buonissimi.

E quando provi a dire ma scusate: il diritto alla casa, al lavoro, il diritto a vivere in un paese che ti riconosce legittimità, la prevenzione, la politica? Tempeste di odio dei prossimi elettori del partito di Vannacci. Va bene.

Speriamo che siano molti gli ori. Che siano tutti bianchissimi i vincitori. Che abbiano nonni che si chiamano Pasquale e Concetta. Se così non fosse, certo, li applaudiremo lo stesso. Quelli che vincono non sono mai maranza. Sono celebrità, portano soldi e lustro. Difatti: solo Paola Egonu, tra tutte le pallavoliste, il telecronista scelto per merito ha riconosciuto. Buone Olimpiadi.


Lisa Ginzburg
La poesia di Rodari contro la guerra è stato uno dei momenti più riusciti dell'inaugurazione

Avvenire, 9 febbraio 2026

Lo sport è palestra di vita, insegna a star dritti e anche a coltivare l’umiltà, una qualità del cui valore il mondo pare aver perso consapevolezza. Lo sport è universo di moralità perché tra le tante cose insegna che la sana energia dell’agonismo non è mai mancanza di rispetto, mai non riconoscimento dell’altro. Qualità dell’universo sportivo che si evincono chiare, si potrebbe dire, da sempre; meno chiaro e poco prevedibile, sino a qualche tempo fa, quanto lo sport sarebbe diventato uno dei contesti che meglio veicolano la cultura stessa, i suoi valori fondanti.
Al di là di ogni effetto scenico, la cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina ci ha emozionato raccontando questo: la centralità del mondo sportivo, il suo essere spazio di trasmissione di valori e di idee, efficacissimo vettore di educazione morale. Letta dal rapper Ghali a ritmare una coreografia di ballerini sparpagliati su un paesaggio montano di un bianco notturno e opalescente, la poesia Promemoria di Gianni Rodari (dodici versi in tutto sull’insensatezza della guerra, di ogni guerra) ci è entrata nelle orecchie e ci si è stampata negli occhi. Tra tante invocazioni di pace, questa si è fissata nella nostra mente più di quanto potrebbero e possono opinioni, conferenze, interventi scritti, innumerevoli prese di posizione cui inermi assistiamo seguendo martellanti dibattiti televisivi. Quella lettura coreografata di Rodari durante la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi d’inverno era altro. Tutt’altro: un momento di denuncia, sintetico e vibrante ben più delle troppe parole in eccesso che ci circondano. Attimi di cultura della moralità. Segni e impronte dell’umano. Istanti la cui intensità possedeva l’asciutta forza di un gesto. Prima nell’italiano in cui sono stati composti, poi i versi di Rodari con la sua vibrante voce il cantante Ghali li ha declamati in altre lingue; intanto i corpi dei giovanissimi ballerini stagliandosi sul ghiaccio disegnavano una gigantesca colomba. La pace era lì, in quel momento. La pace va chiesta senza sosta, instancabilmente invocata, cercata, ribadita. E quei pochi attimi spettacolari a prologo di una grande manifestazione sportiva lo hanno trasmesso con una forza la cui purezza era la stessa della neve bianca tutt’intorno.

Sport e cultura camminano insieme. Concorrono entrambi a coltivare la parte migliore di noi, in un continuo rispecchiarsi di corpo e di mente che ignorare è insensato. Forse mai come adesso la cultura si fa (anche, molto, se non soprattutto) attraverso lo sport. Lo sport è disciplina dell’allenamento, e allenarsi vuol dire anche allenarsi a stare, e pensare, insieme. Insieme cercare strade possibili verso il futuro. Questo è promuovere cultura di pace: muoversi mai disuniti, in ogni direzione prodigarsi per far tacere le armi e azzittire protagonismi e rapporti di forza che hanno reso il mondo saturo, sfinito. Allenarsi a solidarietà e umiltà, e da lì ripartire. La bellissima poesia di Rodari declamata a commento di una danza sul ghiaccio, la parte finale della coreografia con la grande colomba fatta di corpi umani, questo suggerivano, soffiandolo nel vento.


Promemoria

Ci sono cose da fare ogni giorno:
lavarsi, studiare, giocare,
preparare la tavola,
a mezzogiorno.

Ci sono cose da fare di notte:
chiudere gli occhi, dormire,
avere sogni da sognare,
orecchie per non sentire.

Ci sono cose da non fare mai,
né di giorno né di notte,
né per mare né per terra:
per esempio, la guerra

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