sabato 7 febbraio 2026

Tocca a te

Tocca a te raccoglie la corrispondenza fra John Berger e suo figlio Yves tra il 2015 e il 2016, negli ultimi due anni di vita dello scrittore: il dialogo affettuoso tra un padre e un figlio che è anche un confronto onesto tra due intellettuali sui temi dell’arte, della memoria e della morte. 

Il carteggio inizia quando, dalla sua casa di Parigi, l’ottantanovenne John invia al trentanovenne Yves, in Alta Savoia, le foto di alcuni quadri che lo hanno colpito come un invito aperto. Quella lettera è l’occasione per iniziare uno scambio serrato simile alle tante partite di ping-pong che i due hanno giocato nel fienile della loro casa: alternando fotografie e acquerelli, scarabocchi e osservazioni sulla pittura, e puntellando le loro riflessioni con le riproduzioni dei quadri di van der Weyden, Goya, van Gogh, Caravaggio, Poussin, Twombly provenienti dai loro archivi, John e Yves si confessano l’uno con l’altro e mettono a confronto in modo diretto e sincero le loro idee e le loro visioni del mondo, le loro paure e le loro esperienze; i loro ricordi e le loro emozioni. Un testo intimo e potente, che ci racconta dell’importanza di trovare uno spazio per incontrarsi, ancora una volta, prima di dirsi addio. (presentazione editoriale)

Serenella Iovino
Libri da leggere, John Berger e la tenerezza di un padre

la Repubblica Robinson, 28 gennaio 2026

«Sai qual è la cosa che, invecchiando, è cresciuta di più in lui?». No, quale? «La tenerezza». Chi ci parla è Maria Nadotti, e il soggetto lo conosce bene. Non solo perché da tre decenni gli presta la sua voce nella nostra lingua, ma perché con lui ha lavorato, viaggiato, pensato. La loro era un’amicizia e un’alleanza. «Cospiravamo», dice. È un verbo perfetto per John Berger, tessitore di alleanze e resistenze, il cui talento più grande è stato quello di raccontare immagini assecondandone il respiro. Cospirare, in fondo, è questo: respirare insieme, mettere l’anima in comune. È così che s’impara a percepire i legami. E lui respirava, cospirava, con tutto. Se lo leggi lo sai; un paesaggio, un ritratto, una fotografia, un fiore, un oggetto qualunque: si allargano nelle sue mani in una serie imprevedibile di connessioni, come se venissero fuori da un terreno di corpi e di storie e si portassero dietro le radici. JB, che le conosce o le intuisce, te le mostra perché si innestino nella tua immaginazione, entrando nel tuo respiro e continuando a vivere con te. È uno dei pochi modi che abbiamo, credeva, per boicottare il tempo.

Con lui abbiamo visto cose memorabili. Un volto che sbuca da un dipinto e ti parla dei mattini freddi di Delft e delle speranze dei poveri. Un gruppo di operai turchi fotografati all’alba di un colpo di Stato, nei cui visi proletari s’intravede il giorno in cui cammineranno liberi per le strade del loro villaggio. O certi quadri fiamminghi. Donne amate e amanti, osservate dai pittori mentre li osservano. Desiderio e memoria di quel desiderio insieme su una tela. Commenta JB: «Tali immagini non si danno solo nell’arte. Possono darsi nell’anima di chiunque. La parola anima è tabù. Ma è l’anima che squarcia il tempo. E noi continuiamo ad amare, sfidando la mortalità».

Tenerezza, dice Nadotti. E c’era da aspettarselo; è una parola-chiave per JB. Anche negli appunti presi per questo articolo ricorre spesso. Insieme a una sensazione di fondo: recensire un libro di JB non è facile, perché inevitabilmente si finisce col parlare degli altri suoi libri (tanti); di chi era, di come pensava; dei maestri e dei compagni, vivi e morti, con cui cospirava. Per molti è un’icona lui stesso. C’è chi lo apre come un oracolo, una specie di I-Ching. Arte rupestre? Ritratti del Fayyum? Animali nelle gabbie del capitalismo? Visioni di case che crollano? Sentiamo che cosa ne dice JB. Che puntualmente ne parla, illuminandoci. Ne parla, non come farebbe un dotto, ma con quell’inconfondibile (eccola) tenerezza che è il contrario dell’erudizione enciclopedica, della critica e dell’esegesi. Lui, semplicemente, si mette di fianco alle cose e le ascolta. Poi risponde e, raccontando, passa la parola ad altri. Come se dicesse ogni volta a chi legge o scrive con lui: ora tocca a te, over to you.

Tocca a te è proprio il titolo dell’ultimo suo libro proposto in Italia dal Saggiatore. Un libro probabilmente involontario, che raccoglie le e-mail — con immagini e disegni — che lui e suo figlio Yves, artista e scrittore, si scambiano poco prima della sua scomparsa, nel 2017. Non inganni il titolo: non ci sono testimoni generazionali da passare. 

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