Raffaele Manica
Meneghello recensioni da Reading per Olivetti
il manifesto, 15 febbraio 2026
Destino di ogni recensore è dover svolgere il proprio discorso con i libri che capitano; ovvero che si scelgono, ma pur sempre entro il cerchio proposto dal momento editoriale. Per assecondare il discorso (e il destino) bisogna sperare nella buona sorte, in una stagione favorevole e, più alla larga, in anni interessanti, come un grande storico chiamava i giorni da lui vissuti. Un altro incrocio è avere un luogo adeguato a svolgere il discorso, che non stia a lesinare sullo spazio da concedere (o anche non esiga spazio che non può essere concesso). Però: le congiunture favorevoli vengono sì incontro, ma bisogna pure saperle costruire; e, quando sono donate dal caso, occorre saperle mantenere.
Luigi Meneghello, il memorabile scrittore che fu contemporaneamente professore in Inghilterra a Reading (abbiamo dato agli inglesi un certo numero di ottimi professori, nel secolo passato e non solo: una piccola storia l’ha fatta uno di loro, Carlo Dionisotti, e tutti sanno di Piero Sraffa e di Arnaldo Momigliano), per dieci anni scrisse corrispondenze sui libri pubblicati nel Regno Unito, per una rivista autorevole e innovativa: recensioni di varia umanità, di grande chiarezza per giudizio, scrittura e capacità di andare al punto.
Fortuna di Meneghello (e poi sua virtù) fu incrociare e saper scegliere libri che ancora oggi durano e che segnalano in lui un non occasionale interesse per la storia e per le idee che il romanziere da lì a poco tratterà da par suo, anche citando se stesso.
Il doppio esordio di Meneghello romanziere si avrà infatti in continuità con questi scritti, tanto da lasciar immaginare una coesistenza di recensioni e stesure romanzesche: nel 1963 arriverà Libera nos a Malo, nel 1964 I piccoli maestri. Gli articoli del pre-Meneghello romanziere (ma a noi sembra un’unica, straordinaria figura di scrittore – e di intellettuale – alle prese con forme diverse, per quanto l’uso dello pseudonimo di Ugo Varnai possa ingannevolmente indurre a variamente congetturare), scritti tra i trenta e i quaranta anni dell’autore, sono ora raccolti (tolti i tre ispirati da La soluzione finale di Reitlinger, consegnati nel 1994 a Promemoria) col titolo Libri in Inghilterra Scritti per «Comunità» (1952-1961), a cura di Pietro De Marchi e Luciano Zampese, che firmano due introduzioni precise e complementari (Edizioni di Comunità, pp. 764, € 25,00).
Un primo esempio di fortuna e valore: recensire i Ritratti a memoria di Bertrand Russell rileggendo nel fresco libro una conferenza alla quale si è stati presenti e che sta ancora negli orecchi. E, sia detto in maniera esemplare, con possibilità di estensione a piacere: Meneghello anche in queste recensioni è un magnifico selezionatore di aneddoti significativi: «Russell è sempre sulla breccia. Forse è una mera questione di vitalità biologica. In uno di questi saggi fa presente che, tranne una nonna stroncata nel fior dell’età a sessantasett’anni, i suoi antenati vissero tutti a lungo. “Ce n’è uno solo che morì relativamente giovane, ma morì d’una malattia oggi rara, il taglio della testa”». Una parentesi. Al taglio della testa è dedicata la recensione di un libro (anche disturbante) sull’invenzione della ghigliottina (che fa il paio con un altro sull’arte dell’impiccagione), definita da Meneghello, passando, «bello e orribile mostro»: come ognun sa, ritaglio dall’inno A Satana di Carducci, che qui risuona allusivo per contrasto: come il ripudio di certe illusioni (anche di efficienza) della modernità.
Oltre che di aneddoti significativi, Meneghello è maestro nell’arte del ritratto breve e della scelta del dettaglio, come ci dice il ricordo della conferenza su John Stuart Mill di cui fu ascoltatore: «sentimmo Russell dir bene dell’uomo che gli fu padrino (Mill, ndr), ma insieme dir male della sua logica, male dei comunisti, e male dei persecutori dei pederasti, nonché bene e male, en passant, di varie altre cose. Il tutto nel giro di un’ora; e con quella vocetta stridula, quello stile terso, quell’impostatura battagliera della testa canuta. Alla fine della conferenza lo vedemmo partirsene a bordo di una Morris Minor, che sarebbe come dire una “topolino”. La terza moglie, o quarta che sia, mi pare che non ci fosse» (nonostante la simpatia per l’incontenibile vitalità di sir Bertrand, Meneghello non si impedirà di manifestare grave delusione per taluni saggi del famoso Perché non sono cristiano).
Un secondo esempio: non è frequente neppure che càpiti di avere come novità editoriale Vita activa di Hannah Arendt (un libro all’uscita accolto per lo più con distrazione), del quale Meneghello restituisce al lettore un riassunto esemplare – critico e partecipe insieme – con una recensione che potrebbe tranquillamente diventare la voce di un dizionario (brillante) delle opere filosofiche. E l’incipit suona di un equilibrio non sperso dal tempo: libro ricco e difettoso, «ma sono i difetti di un’opera così vitale che sarebbe ridicolo istituire un bilancio. Più che l’ammirazione, il sentimento che prevale a lettura finita è di gratitudine». Così che i difetti rimarcati suonano quasi come una minima parvenza critica, di modo che il lettore sia persuaso di tutto il resto.
È vero che un recensore deve aver fortuna con le novità editoriali per poter svolgere un discorso non fondato solo sulle proprie opinioni, ma incarnato a partire da oggetti ben definiti; però, si ripete, sta a lui saper accorgersi che cosa c’è sui banchi dei librai. Per dire solo qualcuno dei titoli dagli inchiostri non ancora rasciugati incontrati da Meneghello: Carr e uno dei primi volumi della maestosa Storia della Russia sovietica (il primo tomo di Il socialismo in un solo paese); Hitler: studio sulla tirannide di Bullock; Deutscher con il volume centrale (Il profeta disarmato) della grande biografia trotskysta di Trotsky; La società opulenta di Galbraith e tanti altri. Quando ci dice che ci sono nell’editoria (ma anche nelle peripezie del pensiero) stagioni più fortunate di altre. Però per indicare dove si trova l’intonazione di Libri in Inghilterra, e quale sia stato, a quell’altezza, il modo di sentire di Meneghello, si direbbe: nei saggi dedicati ai coniugi Webb e alla nascita del socialismo fabiano (Meneghello è un raro caso di vicinanza al fabianesimo in Italia, insieme a Gino Bianco): i tre articoli dal titolo Ritratti di Fabiani sono proprio quelli con cui si apre la collaborazione con la rivista; un quarto riguarda il diario di Beatrice Webb.
Impossibile non segnalare, per quasi concludere, l’articolo che ricostruisce in diretta la prima stagione della ricezione di Lolita, nel turgore della cui prosa Meneghello avverte il tratto osceno sì, ma ironico e parodistico. E se per la nymphet, la traduzione proposta non è, come poi sarà, ninfetta, ma «ninfula» – un diminutivo degno dei famosi versi dell’imperatore Adriano (e poi di Zanzotto) –, per il tema il lettore accoppierà a quelle su Lolita le pagine su Havelock Ellis, che partono (da dove, se no?) dall’adolescenza: se «non era del tutto impotente, è certo che soffriva d’una forma d’inibizione sessuale che è difficile distinguere dall’impotenza» e così via.
Nel complesso, in Libri in Inghilterra, non troppa letteratura: e non è un male. Pensando a che cosa la letteratura fu per Meneghello, verrebbe da ripetere che è vero che la letteratura nasce da altra letteratura, ma che è ancora più vero che la letteratura nasce da tante altre cose e, sempre, dal vasto campo delle diverse esperienze, dalle letture e dal campo delle cose vissute anche nel ricordo e nella ricostruzione altrui, dal campo della storia, infine, e dal reticolo meraviglioso in cui circolano, disponibili per tutti all’apparenza, ma soprattutto disponibili a chi sa prenderle, ora festose ora tragiche, quelle cose che in breve e con molta imprecisione si possono chiamare idee.
Non si riesce a decidere se Meneghello possa far suo quanto riporta da un articolo su Camus e L’uomo in rivolta in una raccolta di Richard Crossman, dove si affaccia la differenza tra le due sinistre europee, diciamo pure l’analitica laburista e la socialista continentale: «Tutta quella tensione gli appare roba da caffè. Dove sono i problemi pratici del francese del dopoguerra, si domanda, sia esso borghese, operaio, o contadino? “Camus, coi suoi amici intellettuali, ha parlato così a lungo e con tanta intensità di questi concetti che essi si sono staccati dalle realtà che una volta descrivevano, e hanno acquistato un’esistenza in proprio, assottigliata e spettrale”. È un Amleto da Parigi che ripete tra sé: “Essere comunista o rinunciare alla rivoluzione: questo è il problema”. Ma poi non risolve nulla. Tanto, “per lui cambiar fede politica significa unirsi a un diverso gruppo d’intellettuali e scrivere per un altro giornale”».
Piuttosto ingeneroso. Ma, certo, di Meneghello, si potrebbe scrivere quanto da lui scritto per Crossman: «Il suo amore per l’intelligenza non è amore per le astrazioni, ma per la ricchezza del giudizio storico e psicologico». Per questo, anche per noi, il sentimento che prevale a lettura finita è di gratitudine.

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