giovedì 12 febbraio 2026

L' Italia di Meloni e l' Europa

Francesca De Benedetti
Meloni "leader utile" per Trump e Merz: così sta sabotando l'Unione

Domani, 12 febbraio 2026

Allo scorso Consiglio europeo, ha giocato di sponda con Emmanuel Macron per sabotare l’uso degli asset russi e far andare provvisoriamente in tilt l’accordo col Mercosur. Stavolta Giorgia Meloni si presenta come l’alternativa a Macron nell’asse con la Germania. A che gioco gioca la premier? Lo stesso dal 2021: si offre come leader utile all’affaticato centrodestra europeo (i Popolari di Friedrich Merz e Ursula von der Leyen in cerca di elisir di giovinezza nell’estrema destra) e usa l’ingresso nella sala delle decisioni per hackerare, cioè sabotare dall’interno, l’Ue. Lo vedremo al summit di questo giovedì nel castello di Alden Biesen: qui i tre cavalieri delle corporation – Merz, Meloni e von der Leyen – daranno un ulteriore spintone al già fragile progetto europeista di una Unione democratica e integrata politicamente: l’unica accelerata che il trio vuol dare al progetto europeo è mettere il turbo alla deregulation per corporation e Usa.

L’Europa corporation


Ci saranno anche Mario Draghi ed Enrico Letta, autori dei report sulla competitività e sul mercato unico, temi del momento. In questo summit dei leader europei – il cui nome di «ritiro» suona profetico – non si decide nulla eppure si decide tutto. Trattandosi di vertice informale, non è qui che verranno ufficializzate decisioni. Ma il Consiglio resta l’organo della volontà politica dell’Ue e mai come stavolta qui si definiscono assetti decisivi. O meglio: per la prima volta nella storia dell’Ue, sono esplicitamente le corporation a definirli, con la spallata di von der Leyen, Merz e Meloni.

«Questo summit è per ascoltare le vostre priorità e proposte», ha detto la presidente della Commissione questo mercoledì. Parlava non ai premier né ai cittadini, ma al summit dell’industria europea di Antwerp. «Poi domani, all’incontro informale del Consiglio, discuterò coi leader di come procedere al ritmo giusto per voi». Lungi dal progettare una strategia industriale, da oltre un anno von der Leyen ricalca le richieste delle corporation – oltre che quelle di Trump – per smantellare sia le tutele sociali, ambientali e digitali dell’Ue (a colpi di «pacchetti omnibus» di presunta «semplificazione») che gli equilibri democratici interni: la deregulation avviene sotto l'alibi dell’«urgenza», scavalcando gli obblighi democratici e di trasparenza. La ombudsman Ue ha già stigmatizzato questo modo di fare leggi (anzi disfarle) come «malgoverno» senza «alcuna reale giustificazione di urgenza». Ma «né io né voi siamo soddisfatti della velocità», ha detto von der Leyen ad Antwerp questo mercoledì: per «accelerare ancora» – ha promesso alle corporation alla vigilia del «ritiro» – serve l’ulteriore spinta dell’organo di indirizzo politico, il Consiglio. E qui interviene il duo.

Il duo «Merzeloni»

C’era una volta la “Europa a due velocità” intesa come acceleratore di integrazione politica, o lo slogan anti unanimità come feticcio per un’Ue con piglio di indipendenza. Quel che il trio vuole fare – Merz e Meloni organizzando un presummit coi leader che ci stanno, e von der Leyen promettendo alle imprese – è dare il turbo all’agenda delle corporation. Come quando la presidente di Commissione, parlando di «accesso a capitale a basso costo con una Unione di risparmi e investimenti», ai ceo promette: «Vogliamo farlo a 27 ma se non è possibile proporrò di farlo con la cooperazione rafforzata tra chi ci sta».

Qui si inserisce l’asse italo-tedesco, che replica lo schema già visto in Europarlamento: l’alleanza tattica – via via più strutturata – tra Ppe e destre estreme. L’asse si regge anzitutto su: nessuna intenzione di disturbare Trump. Merz e Meloni hanno già fatto asse durante gli assalti commerciali venuti dagli Usa, predicando la strategia dell’abbozzare. Limitano la «preferenza europea» e gli eurobond, rivendicati invece da Macron, che avverte: «Chi si illude che le retromarce di Trump indichino che ci si possa accordare sbaglia, la strategia non funziona, e finiamo per aumentare la nostra dipendenza, come sta avvenendo con l’energia».

L’altro punto chiave per la saldatura tra l’ex BlackRock, Merz, e colei che ha coniato lo slogan – «Non disturbare chi produce» – è lo zelo nel picconare le regole europee. «Dobbiamo deregolamentare ogni settore, sistematicamente: un’Ue ripulita dalle regole», ha detto questo mercoledì il cancelliere, pure lui ad Antwerp. Altro che burocrazia: quello che viene preso a colpi sono i diritti (già fatto con la responsabilità socioambientale d’impresa o la privacy). La competitività è letta come un abbassare gli standard nostri, invece che dettarli. E l’attenzione alle Pmi – quel liberismo plurale che istruiva l’antitrust Ue – è rimpiazzata con l’ossessione dell’economia di scala (sopravvivono i giganti, i «campioni»: evviva le fusioni, scrive il duo). Con questo piano in mente, la coppia Merzeloni ridisegna gli equilibri europei: nel non paper presentato al pre Consiglio – una para Ue – si invoca un «freno di emergenza» sulle attività legislative che «preoccupino per il carico amministrativo» chi produce. Di fatto, le corporation con diritto di prelazione; ma le leggi non dovrebbero avere come faro il pubblico interesse? E poi, via come abiti in disuso «le iniziative zombie che non rispondono più agli attuali obiettivi politici». Più che asse italotedesco, è un matrimonio di interessi.

Roberto Ciccarelli 
L'industria affonda, l'asse Meloni-Merz sfila al vertice Ue in Belgio

il manifesto, 12 febbraio 2026

In una delle ultime tragicomiche uscite avvenuta a Pitti Uomo a Firenze il 14 gennaio scorso, il ministro Adolfo Urso ha sostenuto che il “rinascimento industriale” dell’Italia passa dalla moda e dal “made in Italy” e sarà ricordato in tutto l’“Occidente”. A leggere i dati di ieri dell’Istat sulla produzione industriale riferiti al 2025, l’epocale evento si farà attendere: il settore tessile, dell’abbigliamento, della pelle e degli accessori — cuore pulsante del “Made in Italy” — fa segnare le performance peggiori dell’intero comparto manifatturiero, confermando un distacco tra la realtà economica e le passerelle della propaganda in cui si è specializzato il governo Meloni.

Il quadro generale certifica che l’industria italiana è ancora oltre cinque punti sotto i livelli del 2021. Un dato che diventa ancora più preoccupante se letto in prospettiva: dopo il -2% registrato nel 2023 e il pesante -4% del 2024, anche il 2025 si chiude con un ulteriore arretramento dello 0,2%. Siamo di fronte a tre anni consecutivi di contrazione o stagnazione che hanno eroso progressivamente la capacità produttiva del paese; altro che ciclo temporaneo, è una traiettoria di indebolimento strutturale che si consolida nel tempo. A soffrire è soprattutto l’automotive, con un tonfo che per gli autoveicoli sfiora il -20% nel 2025 e trascina con sé l’indotto.

Le famiglie, schiacciate dall’erosione del potere d’acquisto, hanno tagliato drasticamente le spese, alimentando un circolo vizioso in cui il calo della domanda interna frena la produzione. Lo attesta il numero dei tavoli di crisi: oltre cento vertenze aperte che coinvolgono 131mila lavoratori. Un altro indicatore dell’infondatezza del «rinascimento» industriale è il bilancio delle risorse: il Ministero delle Imprese e del Made in Italy è stato il più colpito dai tagli dell’ultima manovra, con una riduzione di circa 500 milioni di euro per il solo 2026 e un definanziamento che sottrarrà miliardi nel triennio alle politiche di sviluppo.

Eppure, un’idea di ripresa il governo Meloni ce l’ha ed è quella sbagliata. La troviamo nell’intesa siglata a Villa Pamphilj con il cancelliere Friedrich Merz. Oggi sarà riproposta nel pre-vertice del Consiglio Ue di Alden Biesen, in Belgio, a cui parteciperebbero 17 Paesi. Si tratta di una strategia che ricalca i precedenti errori dell’Unione Europea, insistendo su vecchie ricette neoliberiste ispirate alla «competitività», basate su semplificazione normativa (leggi: tagli del costo del lavoro, degli standard ambientali) che, tra l’altro, non possono competere con i sussidi massicci americani o cinesi.

La posizione dei nazional-liberisti italiani alla Meloni, e quella dei conservatori ordoliberali tedeschi alla Merz converge con la tabella di marcia definita dalla Commissione von der Leyen. Tutti eludono il problema centrale: la competitività non arriva dalla deregolamentazione, ma dalla innovazione finanziata da investimenti. Questi ultimi necessiterebbero anche di strumenti come gli «Eurobond». Berlino non ne vuole sapere e ha rinviato la questione ad un allargamento del bilancio dell’Unione Europea. Ben sapendo che la sua approvazione è oggetto dei veti incrociati degli stati membri.

La proposta sul «debito comune», fatta due giorni prima del Consiglio Ue di oggi, è stata avanzata dal presidente francese Macron. Il modo ha irritato Berlino e ha messo in difficoltà Meloni che si trova nella posizione di rinunciare a una tradizionale velleità italiana per accodarsi agli interessi tedeschi. L’intesa stretta su Merz si regge su un’ideologia comune: la «deregulation» oggi è chiesta dalle imprese che premono per una marcia indietro sul Green Deal. Obiettivo condiviso dalle destre anche in Europa.

Il propagandato «asse italo-tedesco», ben lungi da soppiantare quello franco-tedesco – comunque frusto e in crisi – conferma la subalternità del melonismo a Berlino. Questo è un altro episodio dopo quello, ben più sostanziale, della firma al nuovo patto di stabilità i cui vincoli hanno consumato i margini per sostenere la domanda interna. Non è escluso che l’obiettivo finale dell’intesa Meloni-Merz sia quello di raccogliere le briciole di un piano di riarmo tedesco da 500 miliardi che in Germania non garantisce una crescita strutturale, né benefici reali per il welfare civile. Figuriamoci in Italia.

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