Giulio D'Antona
L'odio è una risposta semplice per le società disorientate
La Stampa Tuttolibri, 7 febbraio 2026
L'odio, come le rivoluzioni, arriva all’improvviso. E tra odio e rivoluzione, a volte, il passo è molto breve. Uno scivolamento impercettibile che trascina oltre il confine del lecito quel tanto che basta da ritrovarcisi immersi. Indifferenti, simpatizzanti e complici, senza nemmeno saper spiegare come ci si è finiti. Nell’estate del 1942 la Francia era divisa: da una parte l’odio, dall’altra l’impotenza. La resistenza si doveva muovere in silenzio, grattando spazio nelle strade e attraversando le foreste come un reticolo di ruscelli ancora troppo esili per formare un fiume. A Cannes, repubblica collaborazionista di Vichy, veniva intitolato un parco al marchese di Morès, celebrato come un eroe nazionale e come una guida. Un profeta, un messia, un precursore. Le partenze dei treni piombati per Auschwitz scandivano il tempo agli sgoccioli e per la gente, quella che cercava di vivere la propria regolarità senza fare caso ai nazisti, i tempi andavano vissuti.
Antoine de Morès era morto da mezzo secolo in Nordafrica in circostanze misteriose, mentre cercava di aprire nuove piste attraverso il deserto, e adesso veniva celebrato come un martire e un eroe. Uno che era arrivato per primo su tutti quelli che allora a Vichy venivano definiti “valori”: l’antisemitismo, il suprematismo, l’imperialismo e anche il nazionalsocialismo. Perché chi non ha eroi finisce per andare a cercarli ovunque, tra i meschini e tra chi, in vita, non lo è mai stato. «Morès era prima di tutto un avventuriero, mai un eroe», dice Sergio Luzzatto, che ha ricostruito la sua storia in Il primo fascista (pubblicato da Einaudi). «Era figlio di un mondo, quello della Francia della fine dell’Ottocento, che si stava allargando a scapito di altri. E lui era uno che non aveva voglia di stare dentro i confini ai quali la sua provenienza lo aveva destinato. L’eroismo è un’altra cosa. È un’idea più romantica. Lui era uno che andava all’avventura e, per lo meno all’inizio, era l’unica cosa nella quale credeva. Non credo nemmeno volesse esserlo, un eroe. Poi la storia lo ha ripescato».
Morès, nel pensiero e soprattutto nell’azione del quale Luzzatto individua uno dei germi che avrebbero generato i fascismi moderni, non era riuscito a concludere molto. Non era mai stato un vincitore. Però aveva inseguito l’avventura, ne aveva fatto la sua bandiera attraverso una vita picaresca che non lo aveva portato molto lontano, se non geograficamente. «Veniva dall’aristocrazia, e nella Francia democratica della Terza Repubblica per un cavaliere non c’era più molto spazio, né sociale, né politico», dice Luzzatto. «La sua era una famiglia che aveva ancora molti mezzi economici e che non aveva alcun interesse verso la riaffermazione sociale. E lui quindi partiva, sicuramente anche per una certa frustrazione, che poi è la stessa che avrebbe alimentato le sue successive fantasie politiche».
Partiva e falliva. Aveva fallito come imprenditore nelle bad land del Dakota, dove aveva cercato prima di riformare il mercato della carne per opporsi a quella che riteneva essere l’élite di controllo; aveva fallito come esploratore nell’Indocina francese, dove era emigrato per cercare di fondare un impero ferroviario senza alcuna base tecnica; e avrebbe fallito come capo politico in Francia, ambito nel quale, però, avrebbe avuto l’unica intuizione felice della sua vita.
La politica, aveva capito Morès all’alba dell’affaire Dreyfus e del «J’accuse!» di Émile Zola, è soprattutto un atto di forza. Se si ha un nemico, si ha una linea, e là dove il nemico non ci sia, lo si crea. Così, aveva organizzato i garzoni dei macellai di Parigi in nome di una giustizia privata che solo lui vedeva e della rivincita dell’antisemitismo. «Quello che Morès aveva intuito prima di tutti», dice Luzzatto, «È che lui poteva importare in Francia la legge della frontiera. L’aveva imparata andandola a cercare tra i pionieri, tra i macellai dell’America in espansione. Aveva capito che se si fosse dotato di una milizia che imponesse giustizia al di sopra di quella costituita, avrebbe ottenuto una sorta di equilibrio sociale privato. Sapeva che sulla frontiera si poteva strangolare un ladro di cavalli per punirlo e si domandava perché in Francia non fosse possibile, e con questo in mente è tornato in Europa per fondare, di fatto, l’ideologia dell’azione punitiva».
Gli strangolatori di Morès, i suoi macellai, sono quello che poi sarebbero diventati gli Arditi di Benito Mussolini. Uomini bionici, mutilati, incattiviti dalle trincee che avevano in cuore l’ideale di portare a casa la legge unificatrice del fronte. È azione, prima che ideologia. «Morès aveva intuito che nell’Europa democratica la legge aveva monopolizzato l’uso strumentale della forza», continua Luzzatto. «E che applicando nuova forza si poteva scardinare il sistema. Questo è quello che poi ha consegnato allo squadrismo. Però doveva trovare un nemico contro il quale indirizzare questa forza, perché la violenza è politica solo se è rivolta al di fuori».
Per Morès il nemico era il sistema. Il grande complotto di matrice britannica che lo aveva escluso dagli orizzonti ferroviari in Asia, la macchinazione del mercato della carne che lo aveva marginalizzato in America, l’ingranaggio burocratico che lo teneva lontano dal vero potere in Francia. Pretesti, illazioni, motivi di sconforto e frustrazione privata che poi finiscono in un obbiettivo comune, spesso arbitrario. Adolf Hitler escluso dall’Accademia di Belle Arti, Benito Mussolini cacciato dal Partito Socialista, l’eterno rampollo Donald Trump che non ha mai saputo tenere in piedi un’impresa da solo. «Non aveva niente se non il carisma», dice Luzzatto. «E questo è qualcosa che si è detto di tutti i grandi tiranni moderni. Ricordo che Eugenio Scalfari raccontava di come l’aria in una stanza cambiasse quando entrava Mussolini; leggendo le memorie dei primi nazionalsocialisti si parla dell’enorme forza trascinatrice di Hitler, e lo stesso si dice oggi di Trump. Da un certo punto di vista, è anche la risposta a una domanda che molti si pongono osservando certi fenomeni da fuori: «Ma come è possibile? Come può credere un operaio del West Virginia che un miliardario di New York possa fare i suoi interessi?». Carisma. Morès ne aveva, e probabilmente era la sua unica arma. Perché con il carisma convinceva le masse». In questo senso, i fascismi nascono dal basso, dalla necessità di riaffermare e ricostruire, come le rivoluzioni popolari. Ma, a differenza delle rivoluzioni, si generano dallo spirito individualista di un’unica persona abbastanza abile da convincerne altre, ottuse dalle condizioni sociali, dalla povertà, dai tempi.
Morès è stato tra i primi politici a puntare il dito sugli ebrei. Il sentimento antisemita in Europa era diffuso da secoli e non ha inventato niente. Ma il fatto di sistematizzarlo, di dettagliare la violenza perché ogni vetrina infranta assumesse il profilo dello statement, era una novità. La lotta appartiene alla piazza e alla strada, ma la violenza come risposta politica, giustificata da chi dovrebbe controllarla, incarna un messaggio più forte di qualsiasi slogan. Morès lo sapeva, e così Mussolini quando benediceva le squadracce che facevano a pezzi la redazione dell’Avanti!, Hitler quando lasciava bruciare il Reichstag, e Trump quando inneggiava ai suoi proud boys per averlo difeso occupando il Campidoglio. «È la ricetta del fascismo moderno, messa assieme da un personaggio che non è passato alla storia», commenta Luzzatto. «Uno che è stato recuperato per ragioni utilitaristiche dai collaborazionisti, per dimostrare ai tedeschi che l’antisemitismo era stato inventato in Francia. Eppure, c’era già tutto. Morès in questo senso ha inventato il fascismo».
È la pasta dell’autoritarismo novecentesco: prendere una società disorientata, impoverita, umiliata, e offrirle una narrazione semplice. Qualcuno che ha tradito. Qualcuno che ruba il futuro. Qualcuno che va punito. Gli ebrei, i bolscevichi, le élite. Morès, prima ancora delle camicie nere, aveva organizzato le sue milizie di macellai a Parigi, usando il corpo come un simbolo, il manganello come un linguaggio, la piazza come un palcoscenico. Aveva fatto della politica uno spettacolo violento e identitario. Il fascismo, quando fosse arrivato, avrebbe trovato il manuale già scritto. «E devo dire - confessa Luzzatto - che se non fosse stato per l’esistenza di Trump io non mi sarei messo sulle tracce di Morès. Ma la storia è talmente speculare che diventa affascinante. E per capire il trumpismo, andare a vedere quali sono le radici del pensiero totalitario è utilissimo. La cosa più inquietante della quale ci si accorge subito è che gli ingredienti ci sono ancora tutti».
La lezione di Morès è ancora di fronte alla contemporaneità. L’importante non è vincere le argomentazioni, ma occupare la scena. E ogni menzogna, se ripetuta abbastanza, diventa identità. Il leader non deve essere credibile, ma riconoscibile in una sorta di rivalsa emotiva continua. Morès era ossessionato dall’idea di una società contaminata, corrotta dall’interno. L’odio, allora come oggi, non è un effetto collaterale: è il collante. Ci hanno tolto la grandezza, bisogna riportarla indietro. Make it great again.
E la lezione più dura di Il primo fascista è che il peggio non arriva mai annunciandosi come tale. Arriva travestito da nostalgia, da protezione, da buon senso. Arriva quando ci convinciamo che non è poi così grave e che, in un modo o nell’altro, il sistema democratico se la caverà. «Vivo a New York - racconta Luzzatto - E in America non c’è nessuno che non si stia domandando da che parte stare. Ci chiediamo continuamente quale sarà il segnale, quale sarà l’incendio del Reichstag che segnerà il confine oltre il quale la storia cambierà. Forse è stato l’assassinio di Alex Pretti, forse sarà qualcosa d’altro, ma tutti siamo chiamati adesso a prendere posizione. La storia accade mentre non ce ne accorgiamo, ed è molto difficile essere oggettivi quando ci si è immersi».
La vicenda di Morès è sintomatica non solamente perché incarna la genesi dei fascismi nella risposta semplicistica a problemi complessi e nell’individualismo delirante e complottista di un unico soggetto deciso a organizzare le masse per il proprio tornaconto. Ma anche perché dimostra come la cecità del fascismo sia sempre pronta a eleggere a guida e mentore chiunque abbia dimostrato praticità. Morès non è morto da leader, ma il nazismo francese lo ha voluto elevare in nome, essenzialmente, dell’antisemitismo. In questo senso il marchese non è stato un ispiratore, ma una giustificazione. Ha rappresentato la ragione storica per un’atrocità che, ancora oggi, risulta inspiegabile. Eroi dove non ce ne sono, tutto si riduce a questo.

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