sabato 21 febbraio 2026

Vicende e personaggi dell'Eneide

Il dipinto risale al 1748 ed è opera di Pompeo Batoni; fu donato a Vittorio Amedeo III da Luigi Gerolamo Malabaila, conte di Canale e ministro dei Savoia a Vienna nonchè amico dell'artista.

L'incipit

Arma virumque cano, Troiae qui primus ab oris
Italiam fato profugus Laviniaque venit
litora, multum ille et terris iactatus et alto
vi superum, saevae memorem Iunonis ob iram,
multa quoque et bello passus, dum conderet urbem
inferretque deos Latio; genus unde Latinum
Albanique patres atque altae moenia Romae.
Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,
quidve dolens, regina deum tot volvere casus
insignem pietate virum, tot adire labores
impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?



traduzione di Annibal Caro 

L’armi canto e ’l valor del grand’eroe
Che pria da Troia, per destino, ai liti
D’Italia e di Lavinio errando venne;
E quanto errò, quanto sofferse, in quanti
E di terra e di mar perigli incorse,
Come il traea l’insuperabil forza
Del cielo, e di Giunon l’ira tenace;
E con che dura e sanguinosa guerra
Fondò la sua cittade, e gli suoi Dei
Ripose in Lazio: onde cotanto crebbe
Il nome de’ Latini, il regno d’Alba,
E le mura e l’imperio alto di Roma.
Musa, tu che di ciò sai le cagioni,
Tu le mi detta. Qual dolor, qual’onta
Fece la Dea ch’è pur donna e regina
Degli altri Dei, sì nequitosa ed empia
Contra un sì pio? Qual suo nume l’espose
Per tanti casi a tanti affanni? Ahi! tanto
Possono ancor là su l’ire e gli sdegni?

traduzione di Luca Canali 

Canto le armi e l'uomo che per primo dalle terre di Troia
raggiunse esule l'Italia per volere del fato e le sponde
lavinie, molto per forza di dei travagliato in terra
e in mare, e per la memore ira della crudele Giunone,
 e molto avendo sofferto in guerra, pur di fondare
la città, e introdurre nel Lazio i Penati, di dove la stirpe
latina, e i padri albani e le mura dell'alta Roma.
O Musa, dimmi le cause, per quali offese al suo nume,
di cosa dolendosi, la regina degli dei costrinse un uomo
insigne per pietà a trascorrere tante sventure, ad imbattersi
in tanti travagli? Tali nell'animo dei celesti le ire?

traduzione di Pier Paolo Pasolini

Canto la lotta di un uomo che, profugo da Troia 
la storia spinse per primo alle sponde del Lazio: 
la violenza celeste, e il rancore di una dea nemica, 
lo trascinarono da un mare all’altro, da una terra 
all’altra, di guerra in guerra, prima di fondare la sua città 
e di portare nel Lazio la sua religione: origine 
del popolo latino, e albano, e della suprema Roma. 
Tu, spirito, esponi le intime cause: per quale offesa 
o per quale dolore, la regina degli dèi obligò quell’uomo 
così religioso, a dover affrontare tanti casi, tante 
fatiche: miseria di passioni nei cuori celesti!

Traduzione di Enzio Cetrangolo 

L'uomo guerriero, il profugo io canto che primo
dalle spiagge di Troia giunse fatalmente in Italia
sui lidi di Lavinio; molto e per terre e per mari 
quello fu sbalestrato da Numi celesti a causa dell'ira
lunga di Giunone; e molto in guerra anche sofferse
per fondare la nuova città e condurre i Penati
nel Lazio; da cui la stirpe latina e i padri 
Albani provennero e dell'alta Roma le mura.
Musa, e tu dimmi di questo le cause: per quale
offesa o dolore colei ch'è regina dei Numi
costrinse quell'uomo di fede profonda a passare
per tanti pericoli, a subire tanti travagli.
Un'ira sì grave nei petti celesti permane? 

L'ombra di Ettore

Virgilio
Eneide

II, 268-297

Traduzione di Giuseppe Albini

Era l'ora che il primo sonno scende agli affranti mortali e, divin dono, soave si diffonde. Ecco, mi parve mestissimo vedere Ettore in sogno con grande pianto, qual già strascinato fu da la biga e nero di cruenta polvere e per gli enfiati piè trapunto da le redini. Ahimè qual era! quanto cangiato da quell'Ettore che torna de le spoglie d'Achille rivestito, o messo il frigio fuoco a' legni achei! Fosca la barba, il crin grumi di sangue, con le tante ferite che d'intorno a' muri de la patria ebbe per lei. E mi parve che primo io lo chiamassi piangendo e mesto prorompessi: - O luce de la Dardania, o la piú salda speme de' Teucri, quale ti trattenne indugio sí lungo? da che terra, sospirato Ettore, vieni? Oh come, dopo molte morti de' tuoi e dopo il vario affanno de la città, te lassi rivediamo! Qual malvagia cagione ha guasto il tuo volto sereno? e che ferite vedo? - Ei nulla, e al vano chieder mio non bada; ma con un grido e un gemito profondo - Ah! fuggi, figlio de la Dea, mi dice, e scampa a queste fiamme. È tra le mura il nemico; precipita dal sommo l'alta Troia. Fu fatto per la patria e per Priamo assai. Se si potesse or Pergamo difendere col braccio, era difesa già dal braccio mio. Troia ti affida le sue sacre cose e i suoi Penati: prendili compagni de' fati e cerca lor novelle mura che grandi, corso il mare, al fin porrai -.

Traduzione di Enzio Cetrangolo

Tempo era che il primo sonno comincia ai mortali
infelici e sui corpi stanchi dono celeste
dolcemente serpeggia.
In sogno ecco al mio sguardo Ettore apparve
in largo pianto effuso, imbrattato di sangue
e di polvere il viso come quando
fu trascinato per terra dai cavalli
e aveva i piedi gonfi, legati con le briglie
dietro le ruote della biga:
ruvido nella barba, il sangue raggrumato
tra i capelli, il corpo tutto pieno di piaghe,
quelle che lo avevano ucciso
sotto le mura della patria.
Oh quanto diverso da quell'Ettore che arduo
tornava vestito delle spoglie di Achille,
rosso ancora del fuoco gettato sulle navi
curve dei Greci.
E mi pareva che anch'io piangessi
e lo chiamassi con voce di dolore:
"O luce dei Dàrdani, tu baluardo
della nostra speranza, dove sei stato finora
immemore? Da quali lontananze ritorni,
desiderato? Dopo tanta morte dei tuoi,
dopo tante fatiche umane, stanchi noi ti guardiamo.
Chi ha turbato il tuo viso sereno?
Perché tutte queste ferite che vedo?".
E nulla rispondeva. Solo un grave sospiro
mise fuori dal petto:
poi quel sospiro si fece un gemito: "Fuggi,
tògliti alle fiamme, o nato di madre celeste.
Il nemico è dentro le mura, dalle somme vette
la città rovina. abbastanza fu dato
alla patria e a Priamo. E se la patria ancora
si potesse difendere, certo io 
con questo mio braccio lo farei. Ecco:
ti affido i Penati di Troia e queste cose
sacre; prendile compagne al destino
cerca per loro altre mura:
più grandi le farai di là dal mare".

COMMENTO

Questo canto, tanto commovente quanto famoso, è tratto dal libro II dell'Eneide ed è conosciuto come l’episodio de L’OMBRA DI ETTORE. Questi versi rappresentano, forse, il canto più alto, più toccante, più coinvolgente di tutto il poema insieme a quello de LA MORTE DI DIDONE nel libro IV e a pochi altri che non è il caso di menzionare qui, dilungandosi troppo. Esso piacque e divenne famoso quasi fin da subito. Perché? E’ un canto triste, malinconico, e l’episodio specifico è di una tragicità che fa tremare le ossa, sembra sconvolgere e a volte produrre un senso di angoscia infinito. Eppure in questo canto vi è tutto il pathos della concezione latina della vita e della morte, forse dell’intero pensare e agire del mondo mediterraneo al tempo della Grecia classica e di Roma imperiale.
Enea si trova alla corte di Didone regina di Cartagine, naufrago ed errante, ospite forse temporaneo forse duraturo. Per sdebitarsi dell’ospitalità concessa dalla regina, egli racconta la presa di Troia da parte dei greci; la fine dell’antica e nobile stirpe di Priamo; come riuscì a fuggire dalla città in fiamme e il suo errare alla ricerca di una nuova patria in terre lontane. Ettore era stato l’eroe per eccellenza della città di Troia, colui che era ritornato trionfante con le armi di Achille sottratte all’amico di lui Patroclo ucciso in duello, ma che era stato ucciso, a sua volta, da un Achille furibondo, per essere poi straziato nel corpo, appeso per i piedi alla biga del vincitore e trascinato, quale macabro spettacolo, sotto le mura della città. E’ precisamente in questa veste che appare in sogno ad Enea: lacero, sanguinante, desolato. Non nella gloria ma nella sconfitta. Per esortarlo a lasciare la città ormai perduta e a portare con sé quello che essa ha di più sacro: i Penati, gli dei del focolare; le sacre bende che cingevano l’effigie della dea Vesta e il fuoco a lei sacro. Quasi una trasmissione di testimone rispetto a un mondo e a una civiltà ormai perduti, ma che il Destino vuole rinascano, un giorno lontano e in terre lontane, nella potenza e nella grandezza di Roma dominatrice del mondo. Questo è forse l’intento più nascosto e più sentito di Virgilio: celebrare, per mezzo del Canto, la potenza raggiunta da Roma; dare alla civiltà romana che ha conquistato il mondo allora conosciuto un giusto riconoscimento e l’immortalità attraverso la Poesia. Eppure sembra anche voler dire che tanta conquista e tanta fama sono state possibili con le battaglie più cruente e le guerre più logoranti; spargimenti di sangue; sacrifici immani e la disciplina guerriera più dura. Ettore è solo un’ombra, in sogno; un Ettore vinto e pietoso, ed Enea, altro eroe troiano forse secondo solo allo stesso Ettore, in quel momento, nel suo sonno agitato non è da meno. Il pianto accomuna i due eroi troiani ormai perduti. Il dolore sembra animarli, renderli vivi e ancora capaci di lottare affinché Troia non scompaia per sempre dalla memoria degli uomini; la sofferenza dell’anima e del cuore infonde loro una speranza quasi impossibile e assurda in mezzo alla morte e alla distruzione. Allora Ettore non è più un’ombra che viene dall’Oltretomba ma si trasforma in essere ancora vivo, forse mai morto. Nell’immediata percezione di Enea,  egli costituisce una presenza viva, agisce come una persona in carne ed ossa, parla come qualcuno che ha sofferto e umanamente soffre per le ferite e per le umiliazioni subite, ma che ancora manifesta il desiderio di salvare il salvabile, incarnando sempre l’eroe prediletto sul quale Troia sapeva di poter contare per la propria salvezza o la propria sopravvivenza.
L’episodio dell’ apparizione di Ettore ad Enea è stato definito da Chateaubriand “un compendio dell’arte di Virgilio” perché il poeta latino ha saputo conciliare “l’ora in cui gli uomini nel primo sonno assaporano la quiete così necessaria alle loro membra stanche” con quella fase del sonno in cui, lentamente, i sogni affiorano e prendono forma, restituendo a noi tutti l’immagine amata di persone care ormai scomparse i quali vengono a noi per esortarci, consigliarci e farci capire che non hanno smesso di seguirci dalla dimensione ultraterrena e misteriosa dove la morte li ha portati. Napoleone Bonaparte vedeva, nell’ ombra di Ettore che appare in sogno ad Enea in questo canto dell’Eneide, il destino dei popoli; la fugacità delle conquiste; l’effimero dispiegarsi della gloria e della potenza che passando lasciano posto ad una strana vicinanza, nuda e ultima, fra uomini soltanto affranti, colpiti e rinnovati dall’esperienza forte e intensa del dolore. Nel 2000, il regista inglese Ridley Scott ha girato il film Il gladiatore, con l’attore neozelandese Russell Crowe come protagonista maschile. Forse uno dei rari prodotti cinematografici in grado di descrivere con pertinenza il mondo romano fatto di conquiste sanguinose al prezzo di sacrifici enormi; di una civiltà cruenta che poggia sulla schiavitù e la sopraffazione dell’uomo; sui combattimenti fra gladiatori quali spettacoli gratuiti nelle arene sparse per l'impero, e nonostante ciò portatore, per chiunque sappia coglierla, di quella pietas latina e tutta mediterranea “trasmessa”, quale eredità preziosa, in sogno da Ettore ad Enea e “portata” da quest’ultimo veramente ai confini dello spazio e del tempo.

https://www.poesiaeletteratura.it/wordpress/2012/10/lombra-che-esorta-alla-vita-publio-virgilio-marone/

Enea e Creusa. L'addio

Creusa si smarrisce la notte della caduta di Troia. Enea riempie di richiami le strade per ricercare la moglie quando scorge il suo fantasma. L’eroe tace per l’orrore, i capelli irti sul capo. Creusa parla ribadendo che gli dèi avevano voluto che essa non seguisse il marito nei suoi viaggi ma fosse assunta in cielo per servire Cibele, la Grande Madre. In un estremo, toccante addio, l’ombra della donna ripone in Enea il suo amore per il figlioletto Ascanio. Enea protende gemendo le braccia per abbracciare il collo di Creusa, ma per tre volte egli stringe aria*, e il fantasma si dissolve come un soffio di vento.

"Osando persino lanciare grida nell’ombra
riempii di clamore le vie e mesto chiamai
invano ripetendo ancora ed ancora Creusa.
Mentre deliravo così e smaniavo senza tregua tra le case
della città, mi apparve davanti agli occhi l’infelice simulacro
e l’ombra di Creusa, immagine maggiore di lei.
Raggelai, e si drizzarono i capelli e la voce s’arrestò nella gola.
Allora parlò così confortando i miei affanni:
Perché abbandonarsi tanto ad un folle dolore,
o dolce sposo? Ciò accade per volere divino;
non puoi portare via con te Creusa,
no, non lo permette il sovrano del superno Olimpo.
Lunghi esilii per te, e da solcare la vasta
distesa marina; in terra d’Esperia verrai,
dove tra campi ricchi d’uomini fluisce con placida
corrente l’etrusco Tevere; là ti attendono lieti
eventi, e un regno e una sposa regale. Raffrena
 le lagrime per la diletta Creusa: non vedrò le superbe
 case dei Mirmidoni o dei Dolopi, non andrò a servire donne
greche, io, dardana, e nuora della dea Venere;
la grande Madre degli dei mi trattiene in queste terre.
E ora addio, serba l’amore di nostro figlio”.
Com’ebbe parlato così, mi lasciò in lagrime,
desideroso di dirle molto, e svanì nell’aria lieve.
 Tre volte tentai di cingerle il collo con le braccia:
tre volte inutilmente avvinta l’immagine dileguò
 tra le mani, pari ai venti leggeri, simile a un alato sogno*.
  Così, consunta la notte, ritorno a vedere i compagni.
E qui trovo con meraviglia che era affluita
una moltitudine di nuovi compagni, donne e uomini,
popolo radunato all’esilio, miserevole turba.
Si raccolsero da tutte le parti, pronti d’animo e di forze,
in qualunque terra volessi condurli per mare.
E già Lucifero sorgeva dagli alti gioghi
dell’Ida, e portava il giorno; i Danai presidiavano
le porte, e non v’era speranza di aiuto; mi mossi,
e levato il
padre sulle spalle mi diressi verso i monti.  
(Eneide II, 768-804 traduzione di Luca Canali)

(*) Il topos dell’abbraccio tre volte ripetuto compare in Omero Tre volte mi avvicinai: l’animo mi spingeva a stringerla; tre volte volò via dalle mie mani, simile a un’ombra o a un sogno: e a me un dolore acuto nacque più forte in fondo al cuore. (Odissea, XI, 206-208) e torna in Dante e in Tasso.

Didone sedotta e abbandonata

Mariangela Galatea Vaglio

Didone, per esempio, bravo chi la capisce. Io non ci sono mai riuscita. Ogni volta che prendo in mano l’Eneide mi piglia uno di quegli intorcoli di stomaco che solo la rabbia genera, quando non la puoi sfogare.
Ma come, dico io, benedetta figliola! Hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare.
Sei bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella bella, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato nel cuore. Sei più che bella, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, Didone, lasciatelo dire, dovevi averne a secchi e sporte.

Poi hai carattere. Ma di quelli tosti. Vedova d’un uomo che hai amato, ma che, con delicato buon senso, è morto in fretta, lasciandoti libera e regina, narra la leggenda che mica ti sei messa addosso il velo della sposa in gramaglie e via a frignare. No, tu eri proprio regina e proprio libera di testa. 

https://ilnuovomondodigalatea.wordpress.com/2009/07/06/il-complesso-di-didone-ma-perche-le-donne-toste-perdono-la-testa-per-gli-enea/

Marisa Moles 

... Enea non sembra misericordioso e non dimostra molta pietà, specie nei confronti di Didone, regina di Cartagine, che abbandonerà senza pensarci su più di tanto. La sua pietas non deve essere interpretata come la nostra “pietà”, ovvero “sentimento di compassione e commossa commiserazione che si prova dinnanzi alle sofferenze altrui” (come recita lo Zingarelli 2000); la pietas di Enea va ricondotta alla sua adesione indiscussa ed incondizionata ai doveri verso gli dei, verso la patria ed i parenti. 

 https://marisamoles.wordpress.com/2010/09/30/enea-un-immigrato-extracomunitario/

... Ma come si fa, dico io, a non curarsi della moglie, a non voltarsi indietro per accertarsi che stia seguendo il marito? Questa noncuranza mi sconvolge perché un uomo “pio” come Enea avrebbe dovuto salvaguardare il bene di tutti, moglie compresa. Sembra che gli stiano più a cuore i sacri arredi ed i patrii Penati, ovvero le divinità protettrici del focolare domestico e, poiché la patria era considerata una grande famiglia, dello Stato stesso. Non a caso Enea li porta con sé: egli ha, infatti, il compito di trovare un’altra terra su cui rifondare lo Stato che i Greci gli avevano distrutto.

https://marisamoles.wordpress.com/2010/10/16/didone-innamorata/ 
https://marisamoles.wordpress.com/2011/02/16/enea-e-didone-il-connubio/
https://marisamoles.wordpress.com/2012/11/29/didone-amore-e-morte/

Marino Niola 

L’enigma di Enea. Eroe o disertore?

Maurizio Bettini e Mario Lentano sulle tracce del personaggio virgiliano
la Repubblica, 11 gennaio 2014 

«La fama degli eroi spetta un quarto alla loro audacia, due quarti alla sorte e l’altro quarto ai loro delitti». La frase che Ugo Foscolo fa pronunciare a Jacopo Ortis è profondamente vera, ma solo a metà. Perché a fare una buona pasta d’eroe non bastano le materie prime. Ad essere decisivo è il loro assemblaggio, il modo in cui l’officina del mito ne costruisce la figura. E la ricostruisce. Dandole connotati e significati che mutano col passare dei tempi. Un esempio perfetto del funzionamento della macchina mitologica ce lo offrono Maurizio Bettini e Mario Lentano in uno splendido libro dedicato a Enea, un personaggio che più mitico non si può (Il mito di Enea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi,Einaudi).
Coprotagonista dignitoso dell’Iliade omerica, il figlio di Venere e Anchise diventa, al termine di una lunga serie di peripezie, il primattore dell’Eneide di Virgilio. Che ne italianizza la figura facendone il lontano progenitore di Roma.
Gli autori ci guidano abilmente attraverso la complessa partitura mitografica decostruendola nelle sue innumerevoli varianti, poetiche, letterarie, iconografiche, musicali. Ciascuna delle quali aggiunge o toglie qualcosa al ritratto dell’eroe virgiliano. Che per noi resta l’immagine madre, quella che ha tuttora il volto delpio Enea. Ma chi Enea sia veramente è difficile dirlo perché più lo si guarda da vicino più l’immagine si scompone in mille particolari. Che non raccontano tutti la stessa storia. Anzi ciascuno è l’indizio e l’inizio di una controstoria, dove le materie prime della ricetta foscoliana, audacia, sorte, delitti, vengono rimescolate ogni volta in modo diverso, con effetti spesso opposti. Risultato, Enea è uno nessuno e centomila. E finché resterà un mito, capace di parlare alla nostra mente e ai nostri cuori, continuerà a mutare pelle. Ed è proprio grazie a questa incessante metamorfosi che le storie degli antichi continuano a vivere nel nostro immaginario.
In realtà l’Enea che nasce da quel big bang dell’universo mitologico antico che è la guerra di Troia, ha un destino che va in senso opposto a quello di Achille, Ettore, Aiace. I diversi frontman omerici sono esseri per la morte, per dirla con Heidegger. E la loro fine segna appunto il tramonto dell’età eroica. La loro dimensione è il passato. Tutto il contrario di Enea che comincia la sua vita proprio dalle ceneri della città di Priamo, prendendo il largo verso il futuro. Bettini e Lentano si mettono sulle sue tracce, si calano nella profonda spirale del mito sottoponendo a un’affascinante interrogazione le voci greche, romane e cristiane. L’indagine finisce per gettare non poche ombre sulla condotta morale del padre di Ascanio. E perfino sul suo ardore guerriero. Secondo Tertulliano, Lattanzio e sant’Agostino che, da intellettuali cristiani, avevano tutto l’interesse a screditare uno dei simboli identitari della Roma pagana, l’eroe sarebbe stato così poco coraggioso da abbandonare Troia prima della battaglia finale. Così l’immagine edificante del grande guerriero che porta in salvo il vecchio padre, viene oscurata da quella infamante del disertore. E perfino del traditore. Della patria, ma anche delle donne che egli incontra nel suo viaggio e dalle quali ha spesso figli: un nome per tutti, Lavinia, moglie italica del troiano errante, nonché madre primigenia di una stirpe che arriva a Romolo e Remo.
Ma l’affaire più celebre resta quello con Didone, che gli autori ricostruiscono in un avvincente capitolo intitolato «Aeneas in love». Il transfuga, fresco vedovo di Creusa, arriva a Cartagine dove conquista i favori e le grazie della bella regina. E poi la molla per correre dietro alla sua missione. Sedotta e abbandonata, l’infelice sovrana si uccide per il dolore. Mentre Enea non si lascia sfuggire una sola parola d’amore per la donna. Come si addice a un uomo duro e impuro. La storia comunque ha fatto giustizia. Il lamento di Didone è sopravvissuto all’afasia di Enea. Volando fino a noi sulle ali iridescenti della musica di Henry Purcell. E ci spezza ancora il cuore. Perché alla fine la passione vince su ogni missione.

Enea e Didone nell'Ade
Eneide,  libro VI
traduzione di Luca Canali

450 Tra queste donne vagava nella grande selva
Didone con la ferita recente. Appena Enea
le fu vicino e la riconobbe in mezzo alle ombre,
oscuramente, come chi scorge o crede di scorgere
all’inizio del mese la luna in mezzo alle nubi,
455 pianse e le si rivolse con dolce amore:
“Infelice Didone, era dunque vera
la notizia che ti eri uccisa col ferro, compiendo la scelta suprema?
Io sono stato la causa della tua morte? Eppure ti giuro
sulle stelle, sugli dei, e se qualcosa fa fede sotto la terra,
460 malvolentieri, regina, ho lasciato il tuo paese.
Ma il comando divino che adesso mi fa andare in mezzo alle ombre,
per luoghi squallidi e desolati, nel buio profondo,
mi obbligò col suo potere, e non potevo credere
che la mia partenza t’avrebbe dato tanto dolore.
465 Fermati, non ti sottrarre al mio sguardo.
Chi fuggi? Per destino, è questa l’ultima volta che posso parlarti”.
Con queste parole Enea cercava di addolcire la donna
ardente, torva nel volto, e versava lacrime.
Lei senza guardarlo teneva gli occhi fissi per terra.
470 Le parole di Enea non cambiavano l’espressione
del suo volto più che se fosse di pietra o di marmo.
Alla fine si scosse e si rifugiò, ostile,
nel bosco ombroso, dove il primo marito, Sicheo,
risponde al suo affanno e ricambia il suo amore.
475 Nondimeno Enea, sconvolto dall’iniqua sciagura,
la segue a lungo nel suo cammino, e la commisera, e piange.


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