Mattia Feltri
Il capo e il nemico
La Stampa, 10 febbraio 2026
Giorgia Meloni ha elogiato sui social le migliaia di persone al lavoro, anche di domenica, per far funzionare le Olimpiadi. Molti sono volontari «perché vogliono che la Nazione faccia bella figura». Poi, ha aggiunto, «ci sono loro: i nemici dell’Italia e degli italiani che manifestano contro». Non i manifestanti violenti: tutti. Chiunque è sceso in piazza ritenendo le Olimpiadi uno scialo, è un nemico dell’Italia e degli italiani. Al di là del giudizio di un capo di governo su chi manifesta, l’aspetto più interessante riguarda l’uso della parola nemico. Ci siete voi buoni, che lavorate per le Olimpiadi, e ci sono i nemici di tutti noi che manifestano contro. Non italiani che la pensano in altro modo, magari pessimo. No, i nostri nemici. A tanti saranno venuti in mente i nemici del popolo, categoria del comunismo su cui Stalin ed emuli costruirono la loro fortuna di assassini di massa. Ad altri forse sarà venuto in mente Carl Schmitt, ideologo e giurista del nazismo secondo il quale non c’è politica senza conflitto fra amico e nemico. E se non c’è conflitto, c’è una burocratica amministrazione, cioè la palude, cioè il declino. Non so se Meloni o qualcuno dei suoi si sia abbeverato a Schmitt, ma le coincidenze sono interessanti. Perché Schmitt teorizzò, a beneficio del nazismo, che è la presenza del nemico a creare l’emergenza, ed è nell’emergenza che il diritto cede il passo al capo, quando il capo più del diritto garantisce la salvezza dello Stato. E tutti questi reati nuovi e questi aggravi di pena e queste carceri traboccanti sono proprio la soluzione del capo davanti ai nemici (immaginari).
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Carl Schmitt (1888-1985) è stato un influente e controverso giurista e filosofo politico tedesco del Novecento, critico del liberalismo e del parlamentarismo. Il suo pensiero, radicato nella distinzione amico-nemico, definisce la politica, sostiene la necessità di un decisore sovrano nello "stato di eccezione" e giustifica il potere forte, aderendo al nazismo.
Schmitt, Carl
Filosofo e giurista tedesco (Plettenberg 1888 - ivi 1985). Prof. a Monaco e poi a Berlino presso la Scuola superiore di amministrazione, durante il nazismo fu nominato consigliere di Stato prussiano e prof. di diritto pubblico a Berlino. Attaccato dalle S.S. sulla loro rivista (Das Schwarze Korps), rinunciò a parte dei suoi incarichi. Dopo la guerra fu processato dagli alleati per i suoi rapporti con il nazismo, e venne prosciolto (1947) con un ‘non luogo a procedere’, ma con il divieto di insegnamento. Ritiratosi nella nativa Plettenberg, continuò i suoi studi fino alla morte. La produzione filosofica di S. può essere divisa in tre fasi. La prima, la fase ‘decisionistica’ (➔ decisionismo), è legata alla riflessione sul concetto di ‘politico’. Ispirandosi ad autori classici come Hobbes, e a moderni come Juan Donoso Cortés e Weber, S. isola il concetto di politico in quanto tale, e lo lega strettamente al rapporto amico-nemico. Secondo S. il fenomeno politico sorge in seno a una comunità di individui quando questa prende coscienza di sé stessa come di una comunità di intenti, mantenuta unita dalla fede negli stessi valori e decisa a proteggersi per mezzo di ‘rappresentanti’ che aiutino gli amici e combattano i nemici. Da questo punto di vista l’ordinamento giuridico – la costituzione – grazie al quale tale comunità prende forma legale non deve mai essere considerato secondo la lettera, ma secondo lo spirito. Ciò diventa particolarmente vero quando viene messa in pericolo la vita stessa della comunità. Tale era la situazione della Repubblica di Weimar, per fronteggiare la quale si sarebbe resa necessaria un’interpretazione estensiva dell’art. 48 della costituzione (che assegnava poteri eccezionali al presidente della Repubblica), e quindi la sospensione della costituzione stessa e l’instaurazione di una «dittatura commissaria». S. introduceva qui un nuovo concetto di sovranità, in base al quale «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione». Lo stato di eccezione mette a nudo le radici di ogni ordinamento costituzionale, che poggia sempre su una decisione politica fondamentale, quella di proteggere gli amici e combattere i nemici. Tale visione trova un corrispettivo nella teologia «teistica» di Donoso Cortés, secondo la quale lo stato di eccezione ha per la giurisprudenza un significato analogo al miracolo per la teologia. In entrambi i casi, infatti, il corso apparentemente naturale delle cose si rivela dipendente ogni momento da un potere più forte. Non a caso S. definisce «teologica» tale concezione politica, che si collega intimamente al concetto di «creazione continua». Le opere più importanti di questa prima fase sono: Die Diktatur (1921; trad. it. La dittatura); Politische Theologie (1922; trad. it. Teologia politica); Die geistesgeschichtliche Lage des heutigen Parlamentarismus (1923; trad. it. La condizione storico-spirituale dell’odierno parlamentarismo); Römischer Katholizismus und politische Form (1923; trad. it. Cattolicesimo romano e forma politica); Der Begriff des Politischen (1927; trad. it. Il concetto di politico, in Le categorie del politico); Verfassungslehre (1928; trad. it. Dottrina della costituzione); Der Hüter der Verfassung (1929; trad. it. Il custode della costituzione). La seconda fase del pensiero di S. viene condizionata dai suoi rapporti con il nazismo. Da un lato, infatti, le teorie politiche di S. rappresentavano un possibile fondamento filosofico-giuridico del nazionalsocialismo. Egli stesso aderì al partito di Hitler, e tale decisione gli procurò una serie di vantaggi immediati, come la nomina a consigliere di Stato prussiano. In questi anni S. era considerato una sorta di Kronjurist («giurista della Corona») del Terzo Reich. E tuttavia S. avvertiva nel «decisionismo» di Hitler qualcosa di eccessivo, che lo stava trasformando in puro arbitrio. Egli tentò così di costruire un argine all’imprevedibilità delle decisioni del dittatore. Non potendo ricorrere agli aborriti «diritti innati» del liberalismo ripiegò sulla «teoria dell’istituzione» di Maurice Hauriou e Santi Romano e sui diritti consolidati dei tre «ceti» che nella sua visione formavano le tre articolazioni del Terzo Reich: Stato, partito e popolo diviso nelle rispettive corporazioni. Le opere più significative di questa fase sono: Staat, Bewegung, Volk (1933; trad. it. Stato, movimento, popolo); Über die drei Arten des rechtswissenschaftlichen Denkens (1934; trad. it. I tre tipi di scienza giuridica, in Le categorie del politico) e I caratteri essenziali dello Stato nazionalsocialista (1936, testo orig. italiano). L’ultima fase della riflessione di S. vede giungere a compimento la revisione del concetto stesso di «valore». Uscito dall’esperienza rovinosa della guerra, S. ora rifiuta la logica del valore, secondo la quale «per il valore supremo il prezzo supremo non è mai troppo alto, e va pagato». Ciò comporta una ridefinizione e un «raffreddamento» del concetto stesso di politico, che del valore è la manifestazione concreta. S. si orienta ora verso un recupero dello ius publicum europaeum e del concetto di «limite», che trova il suo modello nei rapporti tra gli Stati europei antecedenti ai due conflitti mondiali. Le opere più note di questo periodo sono: Der Nomos der Erde (1950; trad. it. Il nomos della Terra); Theorie des Partisanen (1963; trad. it. La teoria del partigiano); e Die Tyrannei der Werte (1967; trad. it. La tirannia dei valori). (Treccani)
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«Ma, davvero, in mezzo a tutte queste rovine non c’è altra via che il silenzio?». Il carteggio tra Norberto Bobbio e Carl Schmitt (1949-1980) / Stella, Giuliana. - In: LO STATO. - ISSN 2283-6527. - (2014), pp. 103-124.

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