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domenica 5 luglio 2026

Il tabù

Il cambio della guardia al Quirinale

Ezio Mauro
Lo sguardo della destra oltre il Colle

la Repubblica, 5 luglio 2026

Ma di cosa parliamo quando discutiamo l’idea di Giorgia Meloni di portare un nome di destra al Quirinale? Apparentemente la questione è semplice, e il sistema politico per il momento si è accontentato di questa lettura semplificata, per cui dal punto di vista delle regole non c’è alcun ostacolo alla nomina di un esponente della destra alla presidenza della Repubblica. Ma subito dopo, se ci si sofferma a riflettere, la questione si complica: perché ci sarà pure una ragione se in questi ottant’anni la destra di cui Meloni è interprete non è mai riuscita ad avanzare una candidatura per il Quirinale, nonostante la via per il palazzo fosse libera da impedimenti formali. Il problema è evidentemente politico, e dev’essere di grande rilievo, se la stessa premier lo ha definito un “tabù”, che dura da quasi un secolo. È esattamente questo nodo politico che la leader della destra vuole affrontare, anche se è partita da lontano, con una miccia lunga, che però illuminerà presto gli aspetti nascosti di questo dossier delicatissimo, attraversando tutta la campagna elettorale per poi esplodere nel triangolo tra il Quirinale, il parlamento e il governo, cioè nel cuore del sistema.

Meloni ha parlato di “destra” senza specificazioni: ma intendeva sé stessa, il suo partito, il mondo residuo che deriva da Salò e che lei ha portato al governo con la vittoria elettorale, egemonizzando Lega e Forza Italia. Quel mondo, proprio per la cultura post-neo-fascista di cui è erede, è perfettamente consapevole di dover affrontare nella salita al Quirinale un interdetto storico e civile: potremmo dire un interdetto repubblicano, perché la repubblica che si definisce “democratica” è nata dalla riconquista della libertà nella Resistenza al nazifascismo, non è una costruzione artificiale a tavolino. La persistenza di un legame col fascismo e il suo carattere antidemocratico cozza contro lo spirito della Costituzione, la sua storia e i suoi principi. Da questo evidente contrasto nasce un interrogativo che dovrebbero porsi per primi i leader della destra: si può essere nello stesso tempo custodi della memoria di quella stagione mantenendola viva, e garanti della Costituzione nata dalla ribellione alla dittatura? Si può fingere di non vedere l’ostacolo, scivolando da una stagione politica all’altra contando sulla capacità di adattamento degli italiani e sull’assoluzione preventiva del mondo intellettuale, compiacente: ma non si sfugge alla sostanza del problema, che infatti insegue Meloni da quando è entrata a palazzo Chigi.

Per la verità la premier ha pronunciato giudizi importanti di condanna di singole atrocità del nazifascismo: ma non ha mai sentito finora la responsabilità di dare un senso politico e addirittura storico a quelle dichiarazioni di buona volontà personale e di necessaria conformità istituzionale. Sarebbe nell’interesse di tutti che questo nodo si sciogliesse nella scelta della democrazia occidentale, senza naturalmente che ciò significhi per Meloni perdere quello spirito ribelle, quasi antisistema, che coltiva con attenzione insieme con il suo opposto, l’esercizio del governo. Per la destra si tratta di accettare compiutamente il codice democratico europeo, imboccando così l’unica vera via di divaricazione e distinzione da Vannacci, compiendo la storia italiana con una parabola che non obbliga la destra sovranista a diventare una forza moderata e tardo-dorotea. Ma qui c’è il secondo problema: Meloni non cerca l’integrazione col sistema, rifiuta l’omologazione: certo per ragioni elettorali, ma soprattutto per motivi identitari. Non vuole essere la leader che porta al Quirinale (dopo palazzo Chigi) una destra estenuata, impallidita, irriconoscibile a sé stessa, convertita e alla fine arresa: punta al testacoda decisivo, guidando alla scalata del vertice istituzionale italiano non un partito o una coalizione, ma una storia intera e intatta, con tutto il peso della sua alterità.

La presidente del Consiglio è perfettamente consapevole che questa scelta le consente di rappresentare insieme l’eccezione e il suo superamento, e soprattutto di portare la contraddizione che ha introdotto nel sistema al punto finale, contro il suo principio costitutivo. Il culto dell’identità prevale sul calcolo delle opportunità. Anche perché c’è un contro-calcolo segreto, riposto in qualche angolo di palazzo Chigi: la possibilità, attraverso questa strada, di rompere la cornice costituzionale portando sul colle più alto dello Stato quell’identità storica e politica estranea alla Carta, fuoruscendo dalla Costituzione per entrare definitivamente nella Seconda Repubblica, troppe volte annunciata e mai veramente iniziata. Una Repubblica che vedrebbe così la destra esclusa nel ‘48 diventare addirittura madre costituente ottant’anni dopo, con la sua storia, i suoi riferimenti e la sua tradizione integri: e con Meloni a capotavola.

Tutto si tiene, a questo punto. La destra italiana realizzerebbe l’obiettivo ideologico delle destre estreme in tutto il mondo, rafforzare la potestà di chi ha vinto le elezioni prendendo quote supplementari di potere, oltre a quelle legittime, fuori dal perimetro della Costituzione. Sarebbe la conclusione della corsa ai “pieni poteri” di Salvini, dell’inseguimento al premierato forte da parte di Meloni. Con la legge elettorale in gestazione, si regalerebbero i voti che mancano in parlamento per mandare la stessa leader della destra sul Colle, da dove controllerebbe il governo con un premier esecutivo gregario. Compiendo di fatto la riforma che non è riuscita a realizzare di diritto.

Manca solo un elemento, che unisca tutti i puntini di questa storia: qual è l’obiettivo finale di questa manovra? Certo non può essere solo il rafforzamento del ruolo di premier, visto che Meloni già oggi non ha veri ostacoli nella sua alleanza. Né soltanto uno squilibrio dei poteri istituzionali, come si è tentato coi torni esagitati contro la magistratura nel referendum, dove la destra è stata sconfitta dal voto popolare. Il vero traguardo è evidente: dopo aver realizzato il cambio di governo, la destra punta ormai al cambio di regime. Da un sistema parlamentare nato dall’antifascismo a una Repubblica neutra, senza più una cultura civile di riferimento e senza legami con la sua storia: che infatti può essere infine ribaltata.

giovedì 11 giugno 2026

Diomira Pertini

Candida Morvillo 
 
«Le SS presero papà davanti a me, zio Sandro si sentì sempre in colpa Ricordo la prima vacanza in hotel, con noi a Chiavari c’era Nenni»
Corriere della Sera, 11 giugno 2026

«La vede quella poltrona? Ricordo come fosse adesso un carnevale: i miei due figli erano mascherati e zio Sandro, seduto su quella poltrona, giocava con loro coi coriandoli e le stelle filanti. Come si divertiva!». Diomira Pertini è una signora di 92 anni dagli occhi buoni, nipote di Sandro Pertini, indimenticato presidente della nostra Repubblica. Lui e la moglie Carla Voltolina non ebbero figli, ma presero con loro Diomira, quando rimase orfana.

«Avevo undici anni, era il 1945, vivevo a Sant’Ilario, sopra Genova, con la famiglia a cui papà mi aveva affidato in guerra, essendo mamma morta quando avevo dieci mesi. In aprile, però, papà era stato ucciso nel campo di concentramento nazista di Flossenbürg e io ero rimasta con questa famiglia che non conosceva nessun mio parente. Poi, sui giornali avevano letto di un Sandro Pertini eletto segretail rio del Psiup, che come mio padre era nato a Stella in provincia di Savona. Lo avevano cercato. Lui stesso non sapeva di avere una nipote: fra il carcere, la resistenza e il confino, non aveva più avuto notizie di mio padre. Ricordo l’arrivo di un signore affettuoso. Mi disse: “Torno a prenderti presto”».

«Dopo qualche giorno, tornò con zia Carla, andammo a Chiavari e restammo in albergo per una settimana. C’erano anche l’altro grande socialista Pietro Nenni con la moglie e una nipotina mia coetanea. Gli zii avevano pensato che una compagna con cui giocare avrebbe attutito l’impatto di quella nuova vita. La mattina, zio e Nenni si sedevano al bar a leggere i giornali e noi andavamo in spiaggia. Poi, siamo andati a Roma. Lì, zio Sandro mi ha fatto da papà e zia Carla da mamma. Mio padre avrebbe voluto che diventassi maestra e così sono andata in collegio dalle Orsoline a Porta Pia e, una domenica al mese, tornavo a casa».
Quando ha visto suo padre Eugenio per l'ultima volta?

«A dieci anni. Ero cresciuta con la nonna materna a La Spezia, ma poi papà aveva voluto tenermi con sé a Genova. Era stata una gioia grande, finché mi disse che mi mandava a Sant’Ilario perché in città “l’aria non era più buona”. Ma la verità era che aveva ricevuto la falsa notizia della fucilazione di zio Sandro a Regina Coeli e perciò aveva deciso di entrare anche lui nella Resistenza. Un giorno, andai a Genova a trovarlo. Eravamo in trattoria, avevamo ordinato il risotto, quando arrivarono le SS a prenderlo. Ricordo ancora questo nazista grande e grosso sulla porta che gli puntava la rivoltella contro. Forse, papà pensò di scappare passando dalla cucina, ma non lo fece. Mise sul tavolo tutti i soldi che aveva in tasca e si lasciò portare via».

«Altroché. Si sentiva in colpa, sì. L’ho sempre pensato, anche se non me l’ha mai fatto pesare. Non parlava mai del fascismo, del carcere, del confino. Le poche volte che l’ho ascoltato raccontare qualcosa è stato davanti ad altri, per ricordare episodi drammatici ma in modo divertente. Proprio come quello della mancata fucilazione».

«Raccontava di quando in carcere pianificavano la fuga e, nel gruppo, c’era un compagno balbuziente che non aveva capito che era un’evasione, pensava che li stessero liberando e pretendeva di recuperare i suoi effetti personali. Lo zio lo imitava facendo la voce balbettante e tutti ridevano. Ma lui era fiero che fossero scappati in sette, perché raccontava che, in principio, Nenni aveva detto: “L’importante è portare fuori Saragat, perché Pertini al carcere è abituato”. Solo che zio era stato netto: “O tutti o nessuno”».

«Mai, l’ho saputo dopo, leggendo la lettera in cui le scrive “come hai potuto fare questo? Perché hai voluto offendere la mia fede?”. E l’ho sentito dire in un’intervista che non si riteneva eroico perché altri avevano fatto lo stesso, incluso un compagno di cella, contadino. podestà del suo paese gli aveva promesso anche un lavoro, ma lui aveva rifiutato pur sapendo che moglie e figli erano alla fame. Lo zio ricordava che singhiozzava ripetendo “non voglio tradire il mio Paese, il mio partito, la mia fede”».

Quando suo zio morì, nel 1990, Enzo Biagi scrisse sul "Corriere" che "era portato alla malinconia e teneva sempre a portata di mano le poesie di Leopardi e le opere di Dostoeskij". Era malinconico suo zio?

«Era malinconico e anche allegro, dipende. Aveva i suoi pensieri, non era sempre d’accordo con quello che facevano gli altri politici».
Con lei era severo?

«Non direi. Era presente e si preoccupava per me, anche se lo vedevo poco, perché quando tornavo di domenica, era spesso in giro per comizi. Quando ero a casa in settimana, però, a volte, mi portava alla Camera ad assistere alle sedute. Andavamo in pullman. Scendevamo davanti a un banchetto di banane. Mangiavamo una banana e poi andavamo a Montecitorio. In villeggiatura, andavo con zia Carla e sua madre. Zio c’è sempre stato, veniva a trovarmi in collegio. Per i miei 18 anni, portò un vassoio grande di paste. Interveniva quando pensava che ce ne fosse bisogno, anche quando finito il collegio lasciai Roma e iniziai a lavorare».

Una volta in cui intervenne?
«Appena diplomata, in attesa che ci fosse un concorso pubblico per l’insegnamento, trovai un posto da maestra in una colonia a Masciago sul lago d’orta. Quando aprivo la finestra, avevo sotto il lago e davanti il Monte Rosa: una meraviglia. Però, era un luogo desolato, perché era di villeggiatura e io ero arrivata a novembre. Quando lo zio venne a trovarmi, vide quel deserto e mi disse “andiamo via, qui non troverai mai marito, qui muori zitella”».

«Dopo le vacanze di Natale, trovai subito un altro posto a Genova, dove conobbi l’uomo che ho sposato. Poi vinsi il concorso e mi mandarono in Basilicata. Tutti pensavano che sarei rimasta poco perché lo zio mi avrebbe aiutata ad avvicinarmi a casa. Ma i favoritismi non erano ammessi nella nostra famiglia e il trasferimento l’ho avuto solo dopo undici anni».

«Una volta ero a Roma e zio dal Quirinale prenotò un ristorante in centro per me, mio marito e i nostri due figli. Andiamo, ma l’oste non volle essere pagato e io pensai che fossimo ospiti dello zio. Il mattino dopo, alle sette, suona il telefono e zio dice che ci aspetta al Quirinale alle dieci. Andiamo e mi chiede: ieri, avete speso tanto? Capii subito che era stato il ristoratore a offrirci la cena e mi prese un colpo. E lo zio: “Ricordati che dovete pagare sempre”. Al che, insistette perché accettassi una bella cifra e corsi subito a saldare il conto».

«Diverse volte. La prima, appena eletto, nel ’78 per il suo compleanno. Mi disse: “Zia Carla non è contenta che sia presidente”. Zia era riservata, lavorava, temeva di perdere la libertà, perciò non mise mai piede al Quirinale, lui tornava a casa la sera e, dopo, è andato tutto bene. Altre volte, ho accompagnato in visita al Quirinale ex deportati. Poi, mi fermavo a pranzo e con zio ci spostavamo in un salottino dove lui metteva una zolletta di zucchero nella grappa e si accendeva la pipa. Ogni tanto, veniva a trovarci a Verona. Amava le tagliatelle in brodo e i lessi che faceva mia suocera. Anche il cotechino, ma zia Carla non voleva che lo mangiasse».

«Era il suo carattere, gli andava proprio di stare con la gente».
Un gesto affettuoso che non dimenticherà mai?

«Quando andò a Flossenbürg a cercare le spoglie di mio padre, scoprì che era in una buca comune e mi scrisse allegando i fiorellini che aveva raccolto sulla fossa».

mercoledì 3 giugno 2026

Due stecche

Daniela Preziosi
Lo spettacolo di Mattarella, pop e non divisivo. Ma per fortuna ci sono due stecche

Domani, 3 giugno 2026

Ci vogliono due artisti di classe, l’attrice Paola Cortellesi e il signore della canzone Gianni Morandi per piazzare con consumata esperienza un paio di stecche, bonarie e quasi affettuose, le uniche dello spettacolo «I volti della Repubblica», che tiene quasi tremila invitati fino a mezzanotte davanti al palco montato a piazza del Quirinale. Giochi di luce un po’ Sanremo un po’ varietà del sabato sera, per il racconto in musica e parole degli 80 anni della Repubblica: un racconto preciso, puntuale, decennio per decennio eppure miracolosamente conciliante, non divisivo. È l’Italia che affronta drammi sociali, economici e cataclismi, ma alla fine ce la fa grazie all’unità nazionale, un’Italia in cui a ogni storia di terrorismo «nero» corrisponde una di terrorismo «rosso». In una parola: un racconto quirinalizio.

Del resto in questi giorni di celebrazioni, il presidente Sergio Mattarella ha sparso in tutti i suoi discorsi a piene mani il concetto della «Repubblica casa comune» e la sua pedagogia costituzionale inclusiva. Dunque il mandato agli autori sembra chiaro: questa storia d’Italia e di Repubblica deve andare bene a tutti, anche a quelli della prima fila. Dov’è seduta Giorgia Meloni e sorella Arianna, più un drappello di ministri del governo di destra, a prevalenza post missina, cioè gente che della storia della Repubblica pensa generalmente il contrario di quello che è successo davvero.

E così il racconto affidato alle prudenti alchimie di Rai cultura – siamo in diretta su Rai1 e in Eurovisione –, viene raccontato che è stata una combine fra il direttore Fabrizio Zappi e l’ex direttrice Silvia Calandrelli. Con la supervisione del Quirinale: del resto Giovanni Grasso, il portavoce di Mattarella, è anche uno scrittore con la passione del teatro, si indovina che nella regia e nei testi c’è anche il suo zampino.

Le due stecche, dicevamo, sono brevi e magnifiche. L’attrice e regista Paola Cortellesi parla di partigiane e resistenti, Annuska, Tina Anselmi, Irma Bandiera. Legge testi misogini contrari al voto alle donne, che invece il 2 giugno 1946 viene concesso per la prima volta: le donne  «rubano il lavoro agli uomini». Le basta un gesto e mezza parola per far capire che anche oggi c’è qualcuno che pensa cose simili, stavolta contro gli immigrati: sono appunto quelli delle prime file.

Cortellesi si dà il cambio sul palco con Gianni Morandi, che canta La Storia siamo noi di Francesco De Gregori, e poi C’era un ragazzo: sì, perde una nota, ma chissenefrega, ha una bella età e resta un grande, «oggi festeggiamo una mia coetanea», dice parlando della Repubblica, «anzi no, è un anno più giovane di me». Ma poi non molla il microfono fino a che non dice la sua: «Difendiamo la Repubblica da quelli che vogliono demolirla». Di nuovo, sono quelli della prima fila.

Che ci fa sentire uniti


La serata era iniziata con un tramonto romano vista Gianicolo, e il saluto dal palco di Sergio Mattarella. L’anziano presidente scende dal palazzo con la consueta compostezza, ma la facciata è illuminata con il tricolore e l’entrata scenica è sontuosa. È arrivato in grande forma alla fine delle due giornate di festeggiamenti dell’80esimo della Repubblica: «Ricordiamo un percorso che ha legato tante generazioni e tanti territori che ha superato momenti difficili e vissuto momenti esaltanti, risaldando quel vincolo di solidarietà e di appartenenza che ci rende e ci fa sentire uniti», dice, «facciamoci gli auguri». Un applauso lunghissimo, l’ultimo della lunga serie che ha raccolto in questi giorni, si allarga su tutta Roma, siamo sul colle più alto. 

Meloni entra in piazza al braccio di Ignazio La Russa: nessuna Santanché è stata in grado di dividerli. Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti fraternizza il collega dello Sport Andrea Abodi e si butta fra gli atleti, invitati in massa: tutto pur di evitare le domande dei colleghi. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli se ne sta fra sé e sé, defilato e solitario. Quello degli Esteri Antonio Tajani parla a voce alta con tutti, per dimostrare che non è intimidito da chi dice che la famiglia Berlusconi non lo sopporta più. Matteo Salvini non c’è, non era alla parata militare e ora non c’è alla festa di Mattarella. C’è Francesco Gaetano Caltagirone, ed è una notizia. 

Platea lato sinistro


Le sedie sono divise per settori, il settore Rai – direttori, dirigenti e aspiranti – è di gran lunga il più zeppo, segno inequivocabile che in azienda si fiutano cambi di potere e ci si muove di conseguenza. C’è anche l’opposizione, quella che la mattina ha disertato la parata militare: Elly Schlein in abito scuro si accompagna a Betta Piccolotti e Nicola Fratoianni, poi si alza per salutare Carlo Calenda. Più in là Angelo Bonelli, Giuseppe Conte, un passo oltre Massimo D’Alema. Parlamentari democratici alla spicciolata: Walter Verini, Federico Fornaro, Anna Rossomando, Valeria Valente, Laura Boldrini. 

Lo spettacolo è un varietà, ma di lusso: la soprano Cecilia Bartoli si acconcia a cantare Te voglio bene assaje,  i jazzisti Danilo Rea e Paolo Fresu duettano al cielo sulle musiche di Nino Rota, Carlo Verdone racconta la storia della sua vita a Luca Barbarossa, Carolina Crescentini legge Elsa Morante, Luca Zingaretti legge una lettera di Aldo Moro alla moglie scritta negli ultimi giorni di prigionia, che scatena l’applauso più lungo, insieme a quelli sulle immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. 

Giuseppe Bergomi e Alessandro del Piero ricordano le due Coppe del mondo vinte nel 1982 e nel 2006, e non si capisce perché non chiamino sul palco Damiano Tommasi, che ha vinto uno scudetto della Roma e oggi siede in platea con fascia tricolore, è sindaco di Verona. Cristiana Capotondi legge Alda Merino sulle vittime di mafia. Uno strepitoso Flavio Insinna legge Marcovaldo di Italo Calvino sulle folle dei consumatori immaginari, siamo ai tempi del boom econimico. Massimo Popolizio recita un Antonio Manzini da L'amore ai tempi del Covid 19. Giuliano Sangiorgi duetta con Fresu, Meraviglioso, meravigliosi entrambi. Le campionesse olimpiche Arianna Fontana, Federica Brignone e Bebe Vio salgono sul palco per una volta in abito da sera.

Il finale è il filmato di Roberto Bolle che danza il Va pensiero all'interno del Quirinale. Piove, Giorgia Meloni aspetta nervosamente la fine dello spettacolo.

Mattarella resta fino alla fine sorridente, seduto accanto alla figlia Laura. Rifiuta persino l’ombrello: dopo il miracolo che ha fatto, cioè far digerire la storia di ottanta anni di Repubblica a un governo riluttante, che viene dalla storia contro la Repubblica, due gocce d’acqua, che vuoi che siano.

giovedì 21 maggio 2026

Il presidente






Antonio Carioti
Italia, repubblica del Principe

Corriere della Sera, 21 maggio 2026

Tra poco festeggeremo gli ottant’anni della nostra Repubblica, ma Lorenzo Castellani e Gaetano Quagliariello non fanno cominciare la sua storia dal 1946, bensì dal 1943. L’anno in cui cade il regime fascista, l’Italia cerca maldestramente di uscire dalla guerra e finisce spezzata in due, con i tedeschi che comandano al Centronord e gli angloamericani al Sud. Se guardiamo a come eravamo ridotti allora, la vicenda della democrazia italiana si può considerare un «sofferto successo», sostengono gli autori del libro Il Principe e la Repubblica, in uscita per Luiss University Press venerdì 29 maggio.

«Nel settembre 1943 — ricorda Quagliariello — ci viene imposta una resa incondizionata e il nostro esercito non riesce a difendere Roma dai nazisti. Il sentimento nazionale ne esce gravemente indebolito. Ciò nonostante, ci rimettiamo in piedi con la stesura della Costituzione, che è un compromesso indubbiamente felice, tenendo conto del quadro internazionale. La Costituente viene eletta mentre l’accordo tra le potenze vincitrici Usa e Urss tiene ancora, ma termina i lavori quando la guerra fredda è ormai esplosa. Eppure arriva in porto. Il merito è soprattutto dei partiti, ai quali la società civile si affida, ma il loro predominio si afferma in modo netto solo all’inizio degli anni Sessanta. Prima c’erano stati tentativi di attribuire più autorità al potere esecutivo, la cui debolezza è il problema principale della Costituzione».

Oggi però i partiti non svolgono più quel ruolo e i tentativi di riforma istituzionale sono falliti. Parlare ancora di «successo» non è troppo ottimistico? «Partivamo da un Paese distrutto — risponde Castellani — e oggi godiamo di un benessere allora inimmaginabile. Nella vicenda repubblicana gli elementi positivi superano quelli negativi anche negli ultimi anni. Nel 2011 abbiamo resistito alla crisi dell’euro, che poteva finire ben peggio. Poi abbiamo fronteggiato l’ascesa dei populismi, che tutto sommato sono stati addomesticati. E oggi registriamo una stabilità di governo che non ha riscontri negli altri grandi Paesi europei».

Il segreto di questa tenuta, secondo gli autori, risiede nel cambiamento del Principe a cui fa riferimento il titolo del libro. Alla perdita di rilievo dei partiti ha supplito il ruolo centrale assunto dal presidente della Repubblica. È un processo che Quagliariello fa risalire al settennato di Sandro Pertini: «Da allora si sono succedute al Quirinale personalità diversissime, ma tutte hanno mostrato un attivismo inedito. La funzione ha prevalso sulle caratteristiche dell’uomo. Francesco Cossiga fu eletto per riportare la calma dopo l’effervescenza di Pertini e finì per diventare il picconatore del sistema. Oscar Luigi Scalfaro venne scelto anche per tenere un profilo basso rispetto a Cossiga e poi esercitò un’influenza politica diretta ben maggiore. Più di recente, con Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella, il presidente è diventato una sorta di polo moderato del sistema. Le forze politiche si affermano puntando su proposte polarizzate di rottura (basti pensare a come i Cinque Stelle vinsero le elezioni del 2018) e poi il Quirinale provvede a stemperarle. Così l’opinione pubblica moderata, che non dispone più di una rappresentanza politica forte, ha trovato un punto di riferimento nel capo dello Stato».

Non è un problema però il fatto che i vari «governi del presidente» non corrispondano alla volontà espressa dall’elettorato, in quanto prodotto di convergenze tra forze che si sono fieramente contrapposte alla prova delle urne? «Si potrebbe rimediare — sostiene Quagliariello — se i partiti trovassero un accordo sulla legge elettorale, per assicurare che dal voto esca un vincitore chiaro. Non possiamo nasconderci infatti che la stabilità attuale, con il governo Meloni avviato a completare la legislatura, resta molto fragile. Ma il paradosso è che tutti giurano di non voler più formare maggioranze ibride tra formazioni rivali, i famigerati “inciuci”, e poi non sono disponibili a un compromesso che consenta di evitare soluzioni del genere».

Perché non introdurre allora l’elezione diretta del presidente della Repubblica? «Non mi pare una via praticabile — osserva Castellani — nell’attuale fase politica. Del resto non è detto che garantirebbe la stabilità, come dimostrano le difficoltà in cui si dibatte la Francia. Semmai si potrebbero costruire meccanismi che rafforzino il presidente del Consiglio, conservando al capo dello Stato quel compito di arbitro che lo fa assomigliare al re del primo Novecento e lo distanzia invece dal ruolo dei suoi predecessori nel primo periodo dell’italia repubblicana. Una situazione prodotta da un sistema politico incapace di riformarsi, per via della quale, con la rielezione prima di Napolitano e poi di Mattarella, è venuta meno anche la consuetudine del singolo mandato del presidente».

Intanto nubi oscure si addensano sullo scenario internazionale, al quale nel libro è attribuito un peso determinante nella recente storia italiana. «Al mondo di ieri — riflette Quagliariello — non si può tornare. Dobbiamo accettare il fatto che le relazioni con gli Stati Uniti cambieranno, anche a prescindere da Donald Trump. Occorre però fare di tutto perché la tradizione democratica americana, sedimentata in 250 anni di storia, prevalga sul tentativo dell’attuale presidente di modificare gli equilibri istituzionali. Non è una partita perduta, è in pieno svolgimento. Quanto all’unione Europea, è una storia di successo, ma finora l’integrazione economica ha fatto premio di gran lunga su quella politica. Bisogna invertire le proporzioni e puntare su un’aggregazione a geometria variabile che consenta ad alcuni Stati di spingersi più avanti in campo politico, trovando il modo di recuperare sul terreno strategico la Gran Bretagna. Infine l’italia, data la sua posizione geografica, deve aprirsi all’africa: stabilire un rapporto positivo con l’altra sponda del Mediterraneo è indispensabile per consolidare i segni di risveglio del nostro Mezzogiorno, che è cresciuto negli ultimi anni più del Nord».

domenica 3 maggio 2026

Cesarismo incontrollato

Paolo Bricco 
Il cesarismo incontrollato, soprattutto Usa, è specchio della deriva dell’Occidente

Il Sole 24ore, 3 maggio 2026

Luigi Zanda. Tra i ricordi le misure per la crisi energetica del 1973 (ricerca di nuove fonti, nucleare): «Nei corsi e nei ricorsi la situazione di allora non era molto diversa dall’attuale»

 «Telefonano. Suonano alla porta di casa. Io li faccio accomodare sulla poltrona o sul divano del salone. E poi loro parlano, parlano, parlano. Sono giornalisti e politici, dirigenti delle aziende pubbliche e della Rai. Redattori in pensione, ex parlamentari, protagonisti della economia pubblica. Sono fuori dai giochi. Non solo per l’età. Non conoscono più le regole. È cambiato tutto. Sono amici. Ogni tanto mi sembra di avere aperto un ambulatorio».

Luigi Zanda sorride. Per biologia e per cultura è un uomo di fiducia, versione perbene. È astuto, ma non furbastro. È pragmatico, ma non (troppo) cinico. È veloce, ma non violento. Sa molto di quello che è capitato in questo felice e disgraziato Paese. Ad alcuni passaggi ha assistito e ne è stato parte. L’Italia è un posto di ombre abitate da persone per male vestite da uomini irreprensibili, ma anche di angoli ben puliti e illuminati e di terreni fertili e accoglienti per gli uomini ragionevoli e per i gentiluomini. Per fare dialogare realtà lontane, servono personalità in grado di ascoltare e di consigliare, di mediare e di anticipare, di fare decidere gli altri e di decidere loro stessi. Siamo da Pierluigi, in Piazza De’ Ricci: «È una delle piazze di Roma che amo di più. Domenica ero qui a mangiare», dice Zanda che viene accolto senza cerimonie ma con molta intimità dal ristoratore, Roberto Lisi. Lisi, che è proprietario dal 1980, ci assegna un tavolo tranquillo in fondo alla piazza.

Il cameriere porta subito dei moscardini fritti e delle frittelle di verdura in tempura, molto buone. Quindi, versa a entrambi un bicchiere di vermentino fresco. Zanda - classe 1942 - ha tre cifre. Non è una persona sadica, come dimostrano le sue parole, affettuose ma senza sottili protervie, per quelli che si accomodano nel suo salotto per parlare e sfogarsi, discutere e non capire. È in grado di guidare, se necessario, la prima linea: è stato presidente del Consorzio Venezia Nuova per la costruzione del Mose («Con me non vi fu nessun problema giudiziario»), ha guidato il consiglio di amministrazione di Lottomatica, è stato presidente delle Scuderie del Quirinale e dell’Agenzia per il Giubileo del Duemila ed è stato senatore - dal 2003 al 2022 - in un partito come il Pd, perennemente frustrato e kabulizzato. Ha uno sguardo articolato in grado di instaurare legami fra l’Italia e lo scenario internazionale, le comunità e lo Stato, la politica e l’economia, quello che si vede e quello che non si vede: per questo non è soltanto da ascoltare sul passato, ma anche sul presente e sul futuro (al Festival dell’Economia di Trento sarà presente sabato 23 maggio, partecipando al panel “Splendore e morte del diritto internazionale”).

Arriva un piatto notevole: una tagliatella di calamaro con gazpacho di pomodoro. Suo padre Efisio Zanda Loy – nome e natali sardi, di Talana, in provincia di Nuoro – è a capo della polizia in anni – fra il 1973 e il 1975 – segnati dal rapimento del magistrato Mario Sossi, dalla strage di Piazza della Loggia a Brescia, dall’attentato contro il treno Italicus e dall’arresto del capo delle Br Renato Curcio. La madre Licia è insegnante di filosofia. Luigi trascorre l’adolescenza a Roma, dove è uno studente discontinuo: «Mi sono ritirato due volte da scuola a maggio, prima di essere bocciato: in quinta ginnasio e in prima liceo. Durante gli anni di università giocavo tutte le notti a bridge. I miei erano preoccupati per le mie intemperanze. Mi sono laureato a 22 anni in legge a Macerata, dove potevi dare gli esami senza frequentare le lezioni. Ho conosciuto il piacere dell’accumulazione e della composizione della cultura lavorando». Zanda fa la pratica legale a Nuoro nello studio di Nino Zuddas, un avvocato che era stato compagno di scuola di Indro Montanelli, durante l’infanzia in Sardegna del futuro giornalista.

Per Zanda Roma è una calamita. Nel 1973 è segretario della commissione governativa sulla crisi energetica. Ne fanno parte Franco Piga, Giorgio Ruffolo, Antonio Maccanico ed Egidio Ortona, ambasciatore italiano negli Stati Uniti. La commissione identifica le misure necessarie: risparmio, ricerca di nuove fonti, sviluppo del nucleare civile: «Nei corsi e nei ricorsi storici la situazione di allora non era molto diversa dall’attuale». La commissione ha il suo ufficio a Palazzo Chigi, dove ha un suo ufficio anche Francesco Cossiga, che si occupa di Alto Adige. Sono quattro i sardi (o italiani di origine sarda) che frequentano Palazzo Chigi: oltre a Cossiga e a Piga, ci sono Sergio Berlinguer e appunto Zanda.

Cossiga diventa ministro della Riforma della pubblica amministrazione nel quarto governo di Aldo Moro nel 1974. Zanda è suo vicecapo di gabinetto. Nel 1976 Cossiga diventa ministro degli Interni del quinto governo Moro: «Cossiga era colto, divertente, pieno di fantasia. Moro gli affidò gli Interni dicendo che, in un Paese complesso come il nostro, serviva al Viminale una persona con quella dote. Aveva una natura bipolare che sarebbe esplosa clinicamente con il senso di colpa e di incapacità covato durante il sequestro di Aldo Moro e con il travaglio dell’accusa di essere stato ambiguo e scorretto verso le istituzioni nella vicenda di Marco Donat-Cattin, il figlio brigatista del suo compagno di partito e amico Carlo Donat-Cattin». Cossiga è l’atlantismo americano perseguito con convinzione ma senza servilismi da parte della Democrazia Cristiana: «Sui missili di Comiso lui cambiò idea quando a Bonn cenò con Helmut Schmidt che, di fronte ai suoi tentennamenti, gli spiegò che lui non se li poteva permettere, con 1.400 chilometri di filo spinato al confine e i missili sovietici puntati dalla Repubblica democratica tedesca verso la Repubblica federale tedesca». Cossiga è l’europeismo non ancora piegato alla regolamentazione burocratica comunitaria e al monopolio delle menti e dei mercati ed è il realismo politico collante di istituzioni, appartenenza cattolica e laicità massoniche che attraversano il Paese fin dall’Ottocento.

In tavola viene portato un gigantesco – e delizioso - branzino bollito, che mangiamo con grande gusto entrambi. Tutti e due assaltiamo la maionese preparata dai cuochi del ristorante: buona sul branzino, buona con il pane, buona da sola. Zanda – figlio di un capo della polizia e amico e collaboratore di una anima (anche) scura ma non oscura come Cossiga – non opera solo nei gangli dello Stato e della politica. Dal 1981 diventa segretario generale e membro del consiglio di amministrazione dell’Espresso. Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo hanno costruito una galassia pervasiva e manipolatoria, in grado di fare soldi, di generare influenza, di unire l’informazione nazionale e internazionale con quella locale e regionale, di definire i processi del potere e della rappresentanza trasformando in capitale politico reale il capitale politico potenziale del Partito Comunista Italiano. Scalfari è il geniale cinismo della borghesia romana e meridionale non ancora piegato dal narcisismo senile e tardo-adolescenziale di chi vuol essere filosofo non accontentandosi di essere stato un ottimo imprenditore e un eccellente giornalista. Caracciolo è la nobiltà italiana non ridotta alle vigne di collina e alle tenute di campagna, ma capace di divertirsi nel lavoro quotidiano dei giornali, nella conoscenza diretta dei giornalisti che – alla domanda perché l’Espresso fosse così bello e di successo – potevano rispondere «perché lavoravamo un giorno a settimana, negli altri leggevamo libri, andavamo al cinema, visitavamo mostre».

Zanda è un uomo che appartiene ad entrambi i mondi, che sono complementari e completativi del nostro Paese. Questi mondi entrano in collisione quando l’Espresso e Repubblica imbastiscono la campagna contro Cossiga presidente della Repubblica caso psichiatrico: «Scrissi un articolo per prendere le distanze. Prima di spedirlo a Scalfari lo mandai a Cossiga. Gli chiesi di leggerlo. Non mi diede mai una valutazione compiuta su quell’intervento. Lui, tempo dopo, mi avrebbe detto che l’intervento andava bene, ma che non lo avrebbero mai pubblicato. Io, di fronte al suo silenzio, non lo spedii. Aveva torto. Sarebbe stato pubblicato». Su questo Zanda rimane in silenzio qualche secondo. Cossiga è Cossiga. Caracciolo è Caracciolo. Scalfari è Scalfari. Trovarsi in mezzo alle guerre di potere e nelle zone di confine fra i mondi può, anche, essere molto doloroso.

Nella complessità delle cose, la trasformazione dell’Occidente è anche nella rottura della dialettica fra politica e giornali: «Questo accade in Italia, in Europa, negli Stati Uniti. La fragilità dei giornali e la difficoltà dei nuovi media di ereditarne numeri, influenza e autorevolezza sono all’interno di una deriva sistemica della democrazia occidentale. E il cesarismo senza controllo, presente soprattutto negli Stati Uniti, ne è il portato istituzionale».

Arriva il carpaccio di ananas con bucce di arancio caramellate, frutti di bosco e gelato alla vaniglia. E, mentre beviamo il caffè, in una strana sovrapposizione fra l’ombra del padre e la fisicità del figlio – Efisio che è ormai negli annali delle questure e Luigi che dopo avere frequentato la storia si muove ancora nella cronaca – mi rendo conto che appunto Luigi sembra una versione sarda e non molisana, discreta e non rumorosa, meno feroce di Francesco Ingravallo, il funzionario di polizia protagonista di Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Gadda: «ubiquo ai casi», dotato di «una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto latino» e munito di «una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne» .