Mario Ricciardi
Old new Labour, perduti lungo la quarta via
il manifesto, 28 febbraio 2026
«I am a plumber». Così ha esordito Hannah Spencer nel tradizionale discorso che il candidato vincente tiene dopo la proclamazione ufficiale del risultato nelle elezioni politiche britanniche. La voce tradisce una certa emozione, per un risultato sperato ma tutt’altro che scontato.
Soprattutto nelle proporzioni del voto, che vede un balzo in avanti dei Verdi, e un crollo del Labour, che finisce terzo, dopo Reform UK, in quello che era storicamente un seggio sicuro per il partito della sinistra britannica. La circoscrizione di Gorton e Denton appartiene all’area di Manchester, dove è nato il movimento cooperativo e sindacale da cui emerge il partito Laburista. Una sconfitta in casa, dunque, che brucia in modo particolare e potrebbe essere il segnale di una svolta.
Ancora oggi nel Regno unito l’accento è un indice della propria estrazione sociale, e quello della candidata la colloca indiscutibilmente nella working class. Madre infermiera, lascia gli studi per intraprendere una carriera come idraulica, dopo un percorso di formazione professionale che la conduce a mettere in piedi una piccola impresa, la Hannah’s household plumbing. La sua vocazione politica nasce dall’impegno contro le corse di cani, e la orienta verso i Verdi, di cui apprezza le posizioni sui temi della tutela dell’ambiente e della giustizia sociale. Questa è la prima cosa che colpisce. Hannah Spencer ha un profilo che trenta anni fa l’avrebbe collocata naturalmente nelle file dei Laburisti.
Nel partito di Keir Starmer, tuttavia, non c’è posto per chi si identifica con le istanze dei lavoratori e difende la necessità di politiche redistributive. Le voci critiche nei confronti della ideologia neoliberale sono state emarginate, molti hanno abbandonato il partito per trovare rifugio in quello fondato da Jeremy Corbyn e da Zarah Sultana, o nei Verdi, che sotto la guida abile di Zack Polanski si sono aperti alle istanze del socialismo democratico. Questa scelta è stata rivendicata con orgoglio da Spencer nel suo discorso, che ha indicato nel carattere oligarchico del capitalismo neoliberale il nemico da combattere per restituire un futuro a tutti coloro che faticano per difendere un benessere eroso da anni di politiche che hanno favorito il capitale a discapito dei lavoratori e della piccola impresa.
La principale responsabilità della sconfitta è dell’attuale gruppo dirigente. Non solo Starmer, ma anche Morgan McSweeney (il pupillo di Peter Mandelson che è stato il principale architetto della recente svolta del partito Laburista, che lo ha portato ancora più a destra di quanto sia stato negli anni di Blair). L’errore fatale è stato bloccare la candidatura di Andy Burnham, il sindaco di Manchester, che probabilmente avrebbe vinto, ma che andava tenuto fuori dal parlamento per evitare che lanciasse una sfida a Starmer per la guida del partito e quindi del governo.
Burnham è il più popolare tra gli esponenti della sinistra del partito, tutt’altro che un radicale, ma fautore di un cambiamento di linea sui temi sociali e economici che l’attuale gruppo dirigente voleva evitare a ogni a costo. Per impedire la vittoria di un laburista di sinistra gli strateghi della «quarta via» hanno creato le condizioni per una crisi che potrebbe risultare fatale. Oggi gli elettori laburisti scontenti che guardano con interesse all’alternativa rappresentata dai Verdi sanno che un voto per loro non andrebbe sprecato. Tenendo conto che si tratta di un orientamento che, secondo i sondaggi, esprime un elettore su tre, le conseguenze potrebbero essere così rilevanti da provocare un vero e proprio terremoto elettorale.
La sinistra oggi in UK festeggia, ma è presto per cantare vittoria. La campagna elettorale per il seggio di Gorton e Denton è stata una delle peggiori della storia politica recente del Regno unito. Falsità, calunnie e malcelato disprezzo per «i populisti» sono venute sia da esponenti del governo sia dalla stampa centrista. Che si è unita a un coro che ha cantato all’unisono con la destra peggiore. A pesare è stato lo spostamento massiccio degli elettori di origine sud asiatica, un tempo un bacino di consenso laburista, che il partito ha alienato per la linea indecente tenuta su Gaza.
Con i tempi che corrono c’è da aspettarsi il peggio, e non è affatto escluso che la carta dell’identità venga giocata anche da laburisti disperati e privi di scrupoli. Conta poco che Spencer sia quintessenzialmente inglese, e che Polanski sia un ebreo gay. L’accusa di antisemitismo si è rivelata un’arma potente per liberarsi di Jeremy Corbyn, e a usarla in modo spregiudicato allora sono stati molti di quelli che oggi sono schierati a difesa dell’ultima trincea di un New Labour che non è più né nuovo né laburista.
Viviamo in un tempo di malafede, e i Verdi avranno bisogno di nervi saldi e tempra morale per prevalere in quella che già si annuncia come una campagna decisiva per il futuro del Regno unito.
Leonardo Clausi
Labour sempre peggio. Ormai è la terza forza nel "suo" collegio rosso
il manifesto, 28 febbraio 2026
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il manifesto, 28 febbraio 2026
Non sarà la fatidica ultima goccia che farà annegare la leadership di Keir Starmer, ma potrebbe essere la penultima. L’elezione suppletiva di mercoledì a Gorton and Denton, sud-ovest di Manchester, già vetero-roccaforte laburista, si è risolta con una scintillante vittoria – la loro prima a una simile tornata elettorale – dei Verdi di Zack Polanski. C’era da rimpiazzare Andrew Gwynne, deputato laburista ritiratosi per ragioni, ufficialmente, di salute.
Al netto di un’affluenza del 47,62%, la loro candidata, Hannah Spencer, ha ottenuto 14.980 voti, contro i 10.578 degli etno-nazionalfaragisti di Reform Uk e i 9.364 del Partito Laburista, rappresentati rispettivamente da Matthew Goodwin e Angeliki Stogia. Ciò porta i Verdi a poco più di un eloquentissimo 40% dei voti. È un risultato tellurico per una serie di ragioni. Innanzitutto quella di ieri era una corsa a tre: Labour, Verdi e Reform – che ha da tempo soppiantato i Tories come avamposto della destra iniettando generose flebo di razzismo nell’astenico moderatismo di questi ultimi. C’è poi, il trionfo personale della trentaquattrenne Spencer, che faceva l’idraulico, vive con quattro levrieri inglesi che si portava in giro durante la campagna ed aveva anche preso la qualifica di imbianchina appena prima di stravincere. Residente a Gorton, la quinta deputata verde a Westminster ha lasciato la scuola a 16 anni.
Dal suo discorso di accettazione: «Non sono cresciuta con il desiderio di diventare un politico. Faccio l’idraulico. Non sono diversa da chiunque in questo collegio elettorale. Lavoro sodo come tutti. Solo che le cose sono cambiate molto negli ultimi decenni, perché un tempo lavorare sodo mi garantiva qualcosa Ma ora cosa ti garantisce? Invece di lavorare per una vita dignitosa, lavoriamo per riempire le tasche dei miliardari. Ci stanno dissanguando». I candidati Labour vincevano a Gorton da quasi un secolo e a Denton dalla fine della seconda guerra mondiale. Alle politiche del 2024, il laburista Gwynne aveva ottenuto oltre il 50% dei voti.
Il collegio, unificato per le politiche del 2024, è suddivisibile in due parti distinte: Gorton è composta per circa il 60% da cittadini di origine asiatica e di religione musulmana e circa il 40% da studenti o laureati; Denton annovera un oltre 80% di bianchi, una vasta percentuale dei quali working class. Ma il dato eclatante non è solo il sovvertimento dello storico dominio laburista. L’umiliazione di Starmer è più cocente che se fosse stato sconfitto da Farage, dal momento che aveva scommesso sul solito voto a nasi turati pur di tenere gli anglo-trumpiani fuori da Downing Street. Quest’esito vuol dire che il voto a sinistra si sta diversificando e che il Labour non ne detiene più il monopolio. E, soprattutto, che per battere le destre ci vuole una sinistra degna di questo ormai svuotato appellativo.
Certo, gli otto deputati di Reform Uk sono già troppi, ma almeno non sono diventati nove. Né è stata solo la politica del governo su Gaza a disilludere il blocco storico di votanti Labour: proprio in questo collegio elettorale intendeva candidarsi Andy Burnham, il sindaco di Greater Manchester autopropostosi come leader sin da prima che Starmer sopravvivesse al tentato rovesciamento da parte di Anas Sarwar, leader del partito scozzese (che si è bruciato ritrovandosi da solo allo scoperto nel chiedere la testa del leader dopo il pasticciaccio della nomina di un blairiano avido come Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington nonostante le ripetute sue frequentazioni del portfolio immobiliare/postribolare di Jeffrey Epstein). Benché ligio alle regole di «probità fiscale» di Starmer e della ministra delle Finanze Rachel Reeves, le tiepide idee redistributive di marca soft left di Burham avrebbero probabilmente prorogato ai laburisti la fede storica del loro elettorato. Ma il pericolo Burnham era stato sventato – proibendone la candidatura – per volontà dell’allora burattinaio/stratega Morgan McSweeney, supremo detentore dell’influenza di Tony Blair come del cosiddetto blue Labour sulla linea di Starmer.
Dato il museale uninominale secco vigente nel Regno unito, questo risultato è tanto matematicamente ininfluente quanto psico-politicamente cruciale. Inutile sottacere la gravità della situazione per Starmer: il malcontento nei suoi confronti nelle fila del partito parlamentare è palpabile. Ma la sua deposizione ci sarà non prima delle prossime amministrative di maggio, alle quali il partito al governo si aspetta un’altra ecatombe. McSweeney se n’è andato troppo tardi, il centrismo dogmatico di cui è stato fautore non è più in grado di gestire una temperie politica che richiede schieramento. Votare col naso turato porta all’asfissia.

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