Di fronte alla crisi di Stellantis, Meloni non ha nulla da dire
Il Post, 11 febbraio 2026
Il 7 gennaio un rapporto del sindacato dei metalmeccanici della CISL certificò il calo drastico della produzione di auto in Italia da parte di Stellantis. Furono dati assai commentati e che destarono scalpore, ma la presidente del Consiglio Giorgia Meloni non disse nulla. Venerdì scorso Stellantis ha annunciato una revisione negativa del proprio piano industriale, e ha conseguentemente perso in borsa circa il 25 per cento, con la peggiore prestazione di sempre da quando l’azienda è nata nel 2021. Ma Meloni non ha detto nulla.
Di per sé, che un governo non commenti a ogni piè sospinto le vicende di aziende private non è un problema: anzi, in una logica di libero mercato, sarebbe la norma. Il punto è che però il governo Meloni si è mostrato, al contrario, molto interventista in altri settori, soprattutto quello bancario. E inoltre l’approccio inizialmente adottato con i dirigenti di Stellantis era opposto: per i primi due anni del suo mandato, il governo ha ostentato un fare assertivo e a tratti minaccioso nei confronti dell’azienda, contestandole di voler «abbandonare l’Italia».
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso e Meloni, in modo ripetuto e piuttosto enfatico, tra la fine del 2022 e la metà del 2024 dissero più volte che pretendevano da Stellantis che tornasse a produrre almeno un milione di vetture all’anno, e che altrimenti avrebbero cercato di attrarre costruttori stranieri, in particolare cinesi. All’epoca Stellantis produceva grosso modo 750mila veicoli all’anno. Ora che ne produce circa la metà, e che dunque il governo avrebbe ancora più solidi argomenti per contestare le scelte dell’azienda, in realtà né Meloni né Urso dicono nulla, né del resto c’è alcun segnale dell’arrivo di produttori stranieri, men che meno cinesi.
Dopo averla a lungo temuta, ora il governo assiste alla crisi di Stellantis in Italia passivamente, senza avanzare proposte risolutive.
È una scelta consapevole. Da tempo i rapporti tra il governo e Stellantis sono cambiati: da un’iniziale ostilità più o meno dichiarata, a partire dall’autunno del 2024 si è passati a una maggiore collaborazione, o quantomeno a una sorta di non belligeranza. Urso e Meloni hanno smesso di fare pressioni all’azienda, rivendicando di aver ottenuto, proprio in virtù di quell’atteggiamento bellicoso, alcuni risultati.
Innanzitutto la sostituzione dell’amministratore delegato: nel dicembre del 2024 il portoghese Carlos Tavares, piuttosto inviso al governo, è stato costretto a dimettersi, ed è stato sostituito nel maggio del 2025 dal napoletano Antonio Filosa, con cui c’è una maggiore sintonia. E sempre nel dicembre del 2024, subito dopo le dimissioni di Tavares, Stellantis ha sottoscritto col ministero delle Imprese il cosiddetto “Piano Italia”, un piano industriale con cui l’azienda si è impegnata a investire almeno 2 miliardi di euro per potenziare la produzione negli stabilimenti italiani e a confermare i circa 6 miliardi di commesse alle aziende italiane dell’indotto.
Ma in realtà nessuna delle due decisioni è stata conseguenza diretta di un cedimento di Stellantis alle pressioni del governo. La sostituzione di Tavares risponde a dinamiche interne a un’azienda che ha interessi in tutta Europa e negli Stati Uniti, e il “Piano Italia” non ha fatto altro che ribadire, in modo ufficiale, impegni che Stellantis aveva già pianificato, e che del resto non sono particolarmente ambiziosi. Ne è la dimostrazione il fatto che, pur rispettando in modo abbastanza puntuale gli obblighi di quel piano, i livelli di produzione non si avvicinano affatto a quelli auspicati da Urso e Meloni, e anzi i veicoli realizzati in Italia sono quasi dimezzati.
Semmai, il rapporto tra Stellantis e il governo è evoluto nel senso di una reciproca volontà di evitare conflitti. C’è stata una specie di tacito accordo tra Elkann e Meloni. Elkann, che è il presidente del gruppo ed erede della famiglia Agnelli che fu proprietaria della Fiat per decenni, ha mostrato un atteggiamento più collaborativo con il governo: per esempio, ha accettato di sottoporsi a un’audizione in parlamento nel marzo scorso, e nel giugno prossimo è molto probabile che Filosa andrà alla Camera o al Senato per illustrare il nuovo piano industriale del gruppo, che verrà presentato a Detroit, negli Stati Uniti, il 21 maggio.

Nessun commento:
Posta un commento