Ester Viola
Viviamo l'era dell'essenzialità muta. Ma parlate, fatevi questo piacere!
Il Foglio, 25 febbraio 2026
Il cringe [imbarazzo] sta tracimando. All’inizio era quella paura moderata di essere imbarazzanti, quel voler mantenersi fighi, sì, è importante essere fighi e cool e con il minimo esatto da dire. Chi di noi non vorrebbe ben figurare come Barack Obama.
Così, con questa nuova moda dell’essenzialità muta e in onore delle politiche anti cringe, i ragazzi hanno deciso che non parlano più. Non è che parlano di malavoglia come è sempre successo. O troppo e a sproposito, e arrabbiati e contestatori, proprio non parlano. Non li devi interrogare, non vogliono domande, non li devi disturbare al telefono nemmeno alle tre di notte se non tornano. Scrivi, se proprio devi dirmi qualcosa. Poi ci penso e ti rispondo, queste sono le regole dell’evitamento organizzato.
Maryellen Macdonald, professoressa di Psicologia e Scienze del linguaggio all’università del Wisconsin-Madison e autrice di More Than Words: How Talking Sharpens the Mind and Shapes Our World, parte da un gesto elementare – alzare la cornetta – per raccontare una piccola ritirata antropologica sul Washington Post. Telefonare è diventato inaffrontabile e punitivo per moltissimi. Si chiama telefobia ed è un carattere collettivo che nemmeno riguarda il telefono in sé ma la conversazione, che adesso deve essere scansata come massima iattura, se hai vent’anni o anche trenta.
Ma non volevano l’autenticità? Le connessioni più profonde? E come le volete le connessioni, su Whatsapp? La gente non è come scrive, è la prima cosa che impari se sei venuto al mondo in quest’èra del dopo-post. Le conseguenze sociali sono già evidenti. Le aziende iniziano a chiedersi se i giovani dipendenti sapranno parlare con colleghi e clienti senza mediazioni di tastiera. Ma il punto non è solo l’imbarazzo sociale, è più la fine che faranno i cervelli.
Parlarsi non è una cosina ornamentale, è una “difficoltà auspicabile”, dicono i veterani di psicologia cognitiva. Uno pensa, articola, formula la frase che deve offrire all’altro nella forma che si decide all’istante: furba, dura, dolce, persuasiva. E’ il lavoro più profondo dei neuroni, quello di regolare immediatamente tono ed emozioni del linguaggio nelle risposte. Sono microdecisioni strategiche che sommate insieme fanno quel che definiamo gli adulti. Niente è in grado di produrre lo stesso effetto – che è quasi muscolare. Evitare la conversazione è paragonabile a star seduti sul divano a mangiare patatine. Non sappiamo ancora quali saranno gli effetti a lungo termine di una generazione che parla meno, ma il legame tra silenzio prolungato e deterioramento cognitivo non è un bel dettaglio medico da considerare. Circolano sui social da un po’di anni vignette sulle telefonate che potevano essere una mail. Le riunioni che potevano essere una mail. I pranzi di lavoro che potevano essere una mail. Alla fine tutto, perfino la vita, può essere una mail. Magari, dicono loro. Meglio esprimersi il meno possibile, come quel personaggio di non ricordo quale libro di Jane Austen, una ragazza molto taciturna, che interrogata rispondeva: “Si dovrebbe parlare solo quando si ha qualcosa di intelligente da dire”. Questi però sono benefici per vecchi. Noi, noi abbiamo le parole stanche, consumate da tutte le volte che ci sono cadute per terra, senza servire a niente. Ma i giovani no, loro devono parlare. I giovani sono le cicale. Fanno rumore, chiamano l’estate, tutte le cose del mondo quando sono vive fanno rumore.
Manco la conversazione minima sopportano. Nel mondo ex contemporaneo (l’altroieri) si parlava per piacersi, per avere un aumento, per prendere un lavoro che ci garbava, per nascondere di essere incapaci, per non sembrare dei provinciali, per essere invitati in barca, perfino per star zitti meglio dopo. Chi comanda le parole comanda le stanze. Adesso perfino il telefono (che era nato per quello, per parlarsi) è una specie di teca egizia dell’evitamento. Se chiami senza preavviso, quasi nessuno risponde. Forse il cardiologo, ma non è detto.
Le generazioni precedenti sono state tutte di cialtroni verbosissimi. Gente che non aveva scampo, bisognava provare senza la mediazione scritta. Si faceva brutta figura? Pazienza. Se ne sarebbe fatta un’altra leggermente migliore il giorno dopo. Ultimamente l’ansia dell’imbarazzo è prevenuta alla fonte: si evita l’occasione. E’ una profilassi perfetta, che però presenta un piccolo effetto collaterale che è l’atrofia. Non solo delle competenze sociali ma della percezione di sé, perché mentre si parla, là si scopre cosa si pensa davvero. Le idee arrivano spesso dopo la voce, non prima, ed è una rivelazione che richiede una certa tolleranza per il caos.
Il risultato dell’epoca del silenzio assistito lo vedono già le aziende, i professori, chiunque si trovi a chiedere a un ventenne di sostenere una conversazione non mediata. Se pure hai l’intelligenza, ti manca l’allenamento alla frizione e quindi vai zoppo. Serve starci, in quella micro-catastrofe di riempire i vuoti. Sì, mi rivolgo l’obiezione da sola, si potrebbe liquidare anche questo con il solito lamento generazionale, dei prima contro i dopo. Ormai un articolo su quattro si legge così. Qui però non sono tempora e mores perché c’è qualcosa di più strutturale, anzi biologico. Parlare è uno dei pochi apprendistati che sono rimasti, mentre parli ti tradisci. Il che è una faccenda formativa al massimo grado, come poche altre umiliazioni.
Può cambiare tanto ma non tutto, nei prossimi anni. Il mondo continua a funzionare secondo regole fisse per forza novecentesche. Le relazioni si costruiscono parlando e le carriere avanzano parlando. L’amore poi è impossibile in queste nursery acusticamente isolate, l’amore sperimenta il più terribile dei riflessi della conversazione: le parole che ti escono di bocca prima che il cervello riesca a fermarle. Amore è quando non sai cosa hai detto e perché. Vorrete mica rinunciare all’amore? Parlate, fatevi questo piacere.
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