lunedì 9 febbraio 2026

Askatasuna, era tutto già scritto

Carlo Greppi
Diritto di dissentire

Doppiozero, 3 febbraio 2026

Al solito, le immagini della coda – in senso cronologico – di una manifestazione oceanica e pacifica fagocitano gran parte della narrazione del resto della giornata torinese di sabato 31 gennaio, che ha visto marciare decine di migliaia di persone in tre spezzoni di un corteo arrabbiato, sì (ricordava quello del 22 settembre contro il genocidio a Gaza), ma allegro e a tratti danzante. Io, dopo un’iniziale indecisione, ho raggiunto vari amici di quella che ritengo la mia plurale – e un po’ sincretica – famiglia politica al concentramento di Palazzo Nuovo, quello che aveva il tragitto più breve e contorto, perché dopo poche centinaia di metri si sarebbe ricongiunto, sul lungofiume, con gli altri due in arrivo dalle stazioni di Porta Nuova e Porta Susa. Proprio sul Lungo Po Diaz, all’incrocio con piazza Vittorio Veneto, ci siamo fermati per aspettare delle persone che erano indietro, in uno degli altri spezzoni. Per chi non è pratico della geografia di Torino, eravamo a un paio di isolati da corso San Maurizio, dove il corteo ha svoltato, per poi puntare all’area intorno allo stabile occupato di Askatasuna in corso Regina Margherita – l’area che è stata, come prevedibile, teatro (e teatrino) degli scontri di fine pomeriggio.

Per quasi un’ora, con il Po che scorreva oltre il nostro sguardo, abbiamo osservato sfilare serenamente migliaia di persone, mentre si abbassava e poi si rialzava, come in una danza, l’età media dei e delle manifestanti. A un certo punto ho iniziato a vedere alcuni volti – coperti e scoperti – indurirsi, in quest’ultimo tratto, suppongo per l’evidente crescita della tensione ma cerco di distinguere la realtà dall’autosuggestione, e di non confondere il quadro d’insieme con le mie percezioni. Erano quasi tutti – non tutti – giovani, o giovanissimi, e invidio chi è in grado di leggere la loro rabbia e parlarne con giudizio e con la giusta misura. In ogni caso era una minoranza, non penso sia necessario ribadirlo, quella che si è preparata a uno scontro, ed è altrettanto ovvio che – lo ha scritto persino “La Stampa” – la stragrande maggioranza si è sfilata via via dal corteo, perlopiù credo molto rapidamente, da quel momento in avanti. Personalmente me ne sono andato proprio lì, subito prima che la manifestazione andasse a infilarsi in quello che rischiava di essere un imbuto: non ho mai provato particolare fascino per l’estetica dello scontro, né mi ritengo un cuor di leone e cerco dunque, per quanto possibile, di evitare di trovarmi in situazioni che possano mettermi in pericolo, sul piano fisico e su quello etico. Anche perché – come mi ha detto giustamente un amico – noi quarantenni non siamo più tanto veloci a scappare, e si sa che le forze dell’ordine (sic) non ci sono mai andate tanto per il sottile, con le cariche e con i lacrimogeni. Non ho idea di come reagirei, in un imbuto e senza vie di fuga, e non lo voglio sapere.

Non sono un raffinato analista, ma non ho mai avuto dubbi che ci sarebbe stata una “battaglia”: era una pagina già scritta e chi conosce anche solo superficialmente la storia dei movimenti di questa città per aver spesso preso parte alle loro mobilitazioni riconosce la grammatica dello scontro che, da ambo le parti, si preparava.

Non ho mai avuto dubbi sul fatto che ci sarebbe stata una “battaglia” perché nell’ultimo quarto di secolo, limitandomi a quello che ho visto a Torino, ho raramente assistito a una gestione oculata della piazza da parte di chi dovrebbe garantire uno svolgimento pacifico della manifestazione. E mi riferisco da un lato allo sconsiderato modus operandi delle forze dell’ordine (sic) – che nell’oscillare tra violenze ingiustificabili e inspiegabili lassismi paiono i coagenti del caos – e dall’altro alla fisiologica carenza di servizi d’ordine degni di questo nome, che dovrebbero perlomeno saper impedire a decine o centinaia di minorenni di andare a fare e farsi del male, e di farsi arrestare.

Non ho mai avuto dubbi sul fatto che ci sarebbe stata una “battaglia”, perché le scaramucce ci sono sempre state, qui in città, e perché inoltre questa volta c’era gente che arrivava da fuori, ma i movimenti sono sempre fenomeni complessi, ce l’hanno insegnato nel cuore del Novecento e oltre l’antifascismo storico, la Resistenza, il Sessantotto, il Settantasette, la Pantera, quello per una globalizzazione umana stroncato a Genova nel 2001; sarebbe ingenuo, oltre che antistorico, credere che le lotte per un avvenire migliore possano avvenire senza conflitto, quel conflitto anche indurito che assume forme che personalmente non approvo, e non ho mai approvato – non in uno stato di diritto.

Era tutto già scritto, e poteva andare molto peggio di così. Ma anche se da sempre ritengo inutile, controproducente e desolante il teatrino degli scontri – che non fa che inasprire la repressione stessa alla quale sostiene di opporsi – alla fine ho deciso di andarci lo stesso, in piazza. Perché, e ha ragione la mia famiglia politica, un movimento di massa democratico che protesta contro la repressione governativa di un esecutivo di estrema destra che sta stringendo la sua morsa, e contro la chiusura di spazi sociali – che tu ci metta piede dentro o no è irrilevante –, va partecipato, perché nelle nostre città non vogliamo quartieri militarizzati, perché da quando ho l’età di quei ragazzi ho paura della polizia, perché voglio vivere in un paese in cui sia tutelato il diritto di dissentire e di creare spazi alternativi, anche se questi non ci piacciono. Perché sono capaci tutti a essere democratici se l’acqua intorno alla polis scorre serena, meno quando sale la tensione; più difficile ancora è difendere il diritto a manifestare anche per chi sfila al tuo fianco, tra decine di migliaia di persone che riconosci compagne, e dopo tanti anni ancora non hai ancora ben capito chi è, e perché – in un’eterna coazione a ripetere – lo fa.

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