venerdì 27 febbraio 2026

Torna l'Italicum

Roberto D'Alimonte

Marcello Sorgi
Una donna sola al comando

La Stampa, 27 febbraio 2026

Cominciamo da quel che non c’è, cancellato nella lunga trattativa notturna tra i leader di maggioranza: non c’è il nome del candidato premier sulla scheda elettorale, come ai tempi di inizio secolo, «Berlusconi presidente» e «Prodi presidente». Alla fine l’hanno avuta vinta gli alleati di Meloni, che se la sarebbero ritrovata seduta sulle loro teste e in cima alle liste di Forza Italia e Lega. Forse si è anche riflettuto sul fatto che quel tentativo di consolidamento della Seconda Repubblica portò alla nascita di un bipartitismo condannato in partenza (Pd contro Pdl), destinato o a fallire o a indebolirsi via via (vedi il ruolo quasi di partito a sé della minoranza Pd, che vota «Sì» al referendum).

E poi non ci sono le preferenze.

Traduzione: gli eletti continueranno a essere scelti dai capipartito, in questo caso sottomessi alla capa della coalizione, o al massimo negoziati con i «cacicchi» locali. I quali resteranno quelli che sono, gli Zaia, i De Luca, gli Emiliano, oggi forse più Decaro, gli Occhiuto, governatori regionali ed ex che hanno la forza di trattare con i leader nazionali, forse un po’ meno forza dal momento che i collegi uninominali verranno aboliti. Il ritorno alle preferenze, che restano su scala europea e regionale, avrebbe infatti determinato la moltiplicazione dei «caciccati», com’era ai tempi della Prima Repubblica e soprattutto al Sud, quando nel giorno dei risultati, accanto a nomi di illustri sconosciuti venivano annotate centinaia di migliaia di preferenze che poi avrebbero avuto peso nazionale e non certo contribuito alla stabilità.

In conclusione si tratta di un «Italicum», cioè del sistema elettorale proposto a suo tempo da Renzi e poi parzialmente bocciato dalla Consulta: proporzionale con premio di maggioranza, che cancella i collegi uninominali (strategici per il centrosinistra al Sud e parallelamente ostici per il centrodestra) nei quali, grazie al sistema successivo, il Rosatellum, si votavano un terzo degli eletti. Meloni, se riuscirà a farlo approvare così com’è (e ci sono pochi dubbi, visti i numeri su cui può contare la maggioranza), si rafforzerà non poco. La vecchia partitocrazia è finita da tempo, l’età dei «partiti personali» s’è consumata, si può dire che anche in Italia - altrove, purtroppo è già accaduto - stiamo per entrare pienamente nell’era della «leadercrazia»: una donna o un uomo soli al comando, con sempre meno contrappesi per limitarli. Che questo corrisponda allo spirito della Costituzione, nell’anno dell’ottantesimo anniversario della nascita della Repubblica, è quanto meno opinabile.

Sarebbe infatti la premier a nominare i nuovi senatori e deputati, non solo del suo partito ma anche di quelli alleati. E gli eletti, se non volessero rischiare di non essere ricandidati la volta successiva, per tutta la legislatura risponderebbero a lei. Inoltre, nel gioco parlamentare, Meloni - se la sua coalizione vincesse nuovamente, com’è probabile, e se andasse oltre il 40 per cento dei voti - potrebbe contare su premi elettorali consistenti (70 deputati, 35 senatori), ai limiti di quelli previsti dalla Corte costituzionale e così suscettibili di una nuova bocciatura. Ma se nessuna delle due coalizioni dovesse raggiungere il 40 per cento - eventualità improbabile ma non del tutto da escludere visto che è garantito l’accesso in Parlamento a partiti che non si coalizzeranno come quelli di Calenda e Vannacci - teoricamente si andrebbe a due distinti ballottaggi, uno per la Camera e uno per il Senato, con il rischio che ne escano due maggioranze diverse. È dubbio insomma che la legge possa entrare in vigore senza ostacoli: ma se accadesse Meloni potrebbe anche provare ad eleggersi da sola il prossimo Presidente della Repubblica o a eleggere direttamente se stessa. Resta da capire perché la premier abbia scelto di caricare la già accesa campagna referendaria per il voto del 22 marzo di un ulteriore argomento di scontro, come lasciano capire le prime reazioni al deposito del testo, avvenuto ieri pomeriggio. Forse ha voluto bruciare i tempi per non rischiare di dover varare la riforma elettorale nel clima politico difficile di una possibile sconfitta del «Sì». Senza considerare, o mettendola nel dovuto conto, com’è avvenuto per le prime uscite di Nordio, che quella che è stata definita «la caccia ai pieni poteri» potrebbe risultare mobilitante per l’elettorato dell’opposizione, pronta a rifiutare, anche a proprio danno, ogni tipo di confronto sulla legge elettorale.

Il ballottaggio a sorpresa
Emilia Patta
Il Sole 24ore, 27 febbraio 2026

I ballottaggi, nel rispetto del bicameralismo paritario, sono [...] costruiti in modo indipendente tra loro. E questo può dare alcuni «casi irragionevoli», come fa notare il costituzionalista ed ex parlamentare del Pd Stefano Ceccanti: «1) vincono coalizioni diverse al primo turno, A alla Camera e B al Senato e si assegnano quindi due premi a maggioranze divaricate; 2) vincono 2 coalizioni diverse al ballottaggio con esito analogo di paralisi; 3) si va al ballottaggio in una sola Camera perché una coalizione ha già vinto nell’altra, con la possibilità anche qui di esiti divaricati; 4) si va al ballottaggio in una sola Camera perché nell’altra entrambe le coalizioni sono rimaste sotto il 35 per cento e quindi il premio scatta in una sola Camera, mentre l’altra resta frammentata...». Insomma, resta quantomeno il problema di una clausola di collegamento degli esiti elettorali nelle due Camere.

Il ballottaggio finto
Il Sole 24ore, 27 febbraio 2026

L’ANALISI
GOVERNABILITÀ CERTA SOLO SE CHI VINCE SUPERA IL 40% dei voti
Roberto D’Alimonte

Finalmente la maggioranza di governo ha partorito un testo sulla riforma elettorale. Dopo tante illazioni si può ragionare sui fatti. Come ci si aspettava, e come avevamo scritto fin dall’inizio, l’ennesimo sistema elettorale della Seconda Repubblica sarà un proporzionale con premio di maggioranza. È un peccato che si debba fare una ulteriore riforma elettorale ma è un fatto che l’attuale sistema di voto per le elezioni di Camera e Senato non va bene. Non è né carne né pesce. È un sistema misto ed è vero che tutti i sistemi misti sono un po’ carne e un po’ pesce, ma in questo caso la mistura è sbagliata. I seggi uninominali sono troppo pochi per garantire la governabilità. Solo la divisione del centro-sinistra nelle elezioni del 2022 ha consentito alla Meloni di avere la maggioranza assoluta dei seggi.

Anche il proporzionale con premio su cui punta il governo oggi è un sistema misto. In questo caso la miscela prevede da una parte l’assegnazione della maggioranza dei seggi su base proporzionale e dall’altra un premio da dare al vincente che dovrebbe assicuragli la maggioranza assoluta dei seggi e quindi la possibilità di governare. Questo premio, etichettato come premio di governabilità, consiste in 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. Per ottenerlo occorre avere più voti di tutti, a patto di averne almeno il 40 per cento. Cosa succede se nessuna coalizione arriva a questa soglia? Qui c’è una novità rispetto alle illazioni che circolavano fino a qualche tempo fa. Se nessuno arriva al 40% ma ci sono due coalizioni che stanno tra il 35 e il 40% si va al ballottaggio e chi vince prende il premio. Se però nessuna coalizione arriva a questa soglia o anche se lo fa solo una coalizione il ballottaggio sparisce e l’assegnazione di tutti i seggi viene fatta con il proporzionale. E così la governabilità, che è la giustificazione di questa riforma, va a farsi benedire. In pratica, si tratta di un ballottaggio finto. Tra l’altro un meccanismo del genere lascia in piedi l’incentivo alla formazione di terze forze che puntino a non far scattare il premio per giocare un ruolo pivotale nella formazione dei governi.

Questo è un punto critico. Ma c’è dell’altro. Anche se il ballottaggio scattasse potrebbe non garantire la maggioranza assoluta a chi vince. Infatti se una coalizione ottenesse il 39 % dei seggi in prima battuta e poi vincesse il ballottaggio i 70 seggi del premio di governabilità della Camera o i 35 del Senato non sarebbero sufficienti a garantirle la maggioranza assoluta dei seggi. Un ballottaggio così congegnato non serve a nulla. Questo è un sistema elettorale che funziona in chiave di governabilità solo se una coalizione vince con oltre il 40% dei voti. Ma anche in questo caso non è detto che chi vince abbia una maggioranza solida. Infatti se una coalizione vincesse solo con il 40% o poco più potrebbe non avere una maggioranza o averne una molto risicata. Tutto questo perché non si vuole un ballottaggio vero. E non lo si vuole perché non si capisce che le preferenze espresse dagli elettori al secondo turno contano quanto quelle espresse al primo, per cui non vale l’obiezione che il ballottaggio possa scattare solo se una coalizione prende una data percentuale di voti al primo turno.

Rispetto ai sistemi elettorali con premio di maggioranza in vigore nei Comuni e nelle Regioni il premio previsto da questa riforma è una novità. Infatti gli altri premi sono congegnati in modo tale da garantire una maggioranza precisa a chi vince. Nella legge Calderoli, il famigerato Porcellum, era il 54 % alla Camera. Nella legge Ciaffi è il 60% nei comuni superiori ai 15.000 abitanti. Qui il premio è un numero di seggi predeterminato e quindi, come abbiamo fatto notare, può non garantire una maggioranza assoluta. Il perché si sia preferito questa soluzione a quelle già sperimentate è una questione sulla quale avremo modo di tornare. Qui ci limitiamo ad aggiungere che la riforma prevede un tetto alla maggioranza che il vincente può ottenere con il premio. Alla Camera sono 230 su 400 e al Senato sono 114 su 200. In entrambi i casi si tratta del 57 per cento. Si tratta di una maggioranza ampia ma inferiore a quella conquistata dal centro-destra con l’attuale sistema elettorale alle ultime elezioni. In ogni caso è una percentuale non facile da raggiungere. Infatti occorre che una coalizione superi il 50 % dei voti.

In questa riforma ci sono molti altri aspetti da analizzare, dalla soglia di sbarramento alla assenza del voto di preferenza, al meccanismo per l’assegnazione dei seggi previsti dal premio di governabilità, alla indicazione sulla scheda del candidato premier, al rischio che con o senza ballottaggio si producano esiti diversi tra le due camere. Avremo occasione di farlo in un altro momento.


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