sabato 21 febbraio 2026

La caduta di Mélenchon

Aldo Cazzullo
La Francia e il cambio di rotta

Corriere della Sera, 21 febbraio 2026

Il capo dell’estrema destra francese che invita a costruire un «cordone sanitario» contro la sinistra segna il capovolgimento di una logica politica durata ottant’anni. Ci sono due motivi per cui si è arrivati a questo. Gli errori della Gauche. E il cambio di rotta di una parte dell’establishment francese.
Jordan Bardella, leader emergente del Rassemblement National, nuovo nome del movimento fondato da Jean-Marie Le Pen, ha chiesto di isolare la sinistra radicale in nome dei valori repubblicani: il contrario di quel che tradizionalmente si è fatto contro la sua famiglia politica. Nel 1995, al secondo turno, Le Pen fu seppellito da Jacques Chirac sotto la valanga di oltre 25 milioni di voti, più dell’82%. Anche nei due ballottaggi del 2017 e del 2022 sua figlia Marine non è mai stata davvero competitiva contro Emmanuel Macron, oggi vituperato ma domani destinato a essere rimpianto. Non ci sono molti dubbi sul fatto che una vittoria di Marine — per il momento ineleggibile — o di Bardella rappresenterebbe la fine di qualsiasi speranza europea. La novità è che per la prima volta l’elezione di un presidente dell’ex Front National è possibile, anzi è auspicata da una parte crescente del sistema.

Bardella ne è consapevole. Per questo ha vietato ai suoi di partecipare alla marcia che oggi a Lione riunirà militanti della destra radicale in memoria di Quentin Deranque, il giovane assassinato dai militanti di estrema sinistra, vicini a Jean-luc Mélenchon.

Bardella vuole evitare che uomini del suo partito possano essere avvicinati e confusi con i neofascisti. Purtroppo Mélenchon non ha dimostrato altrettanta lucidità. Pur condannando la violenza, si ostina a non tagliare i ponti con le frange che si danno nomi da battaglia — Jeune Garde, Giovane Guardia — per affrontare fisicamente gli avversari.

Mélenchon oggi non ha nessuna chance presidenziale. I sondaggi lo accreditano del 10%. La sinistra riformista, che si era presentata con lui alle elezioni legislative del 2024, raggiungendo la maggioranza relativa, rifiuta nuove forme di collaborazione. Vedremo ora se i socialisti saranno in grado di esprimere una candidatura — l’ex presidente François Hollande? Raphael Glucksmann? — in grado di arrivare al secondo turno alle presidenziali dell’anno prossimo. Non sarà facile. Ma la novità più interessante è quella che sta emergendo a destra. Con la convergenza tra lepenisti e ambienti conservatori, se non reazionari.

Il Front National non nasce da Vichy, dalla Francia che collaborò con i nazisti. Le Pen teneva a far sapere che si era presentato ai capi della Resistenza nella sua Bretagna, ed era stato rimandato a casa perché troppo giovane. Il Front National nasce dall’Oas, Organisation de l’Armée Secrète, il gruppo terrorista che combatté nei primi anni 60 per l’Algeria Francese. Ma l’Oas non si riconosceva nella destra tradizionale; e non solo perché l’obiettivo era ammazzare il Generale De Gaulle. Fin dal nome, evocava l’Armée Secrète, vale a dire la resistenza antinazista. Nessuno dei suoi capi veniva da Vichy. Jean-Jacques Susini era figlio di un ferroviere corso che aveva fondato la sezione algerina di un sindacato di sinistra, Force Ouvrière. Pierre Lagaillarde diceva di sé: «Non sono un reazionario, sono un rivoluzionario», e amava ricordare il bisnonno caduto nel 1851 sulle barricate combattendo contro il golpe di Napoleone III. Georges Bidault divenne il capo della Resistenza interna dopo Jean Moulin, morto sotto le torture naziste: finirà per fondare il Front National con Le Pen, sia pure per abbandonarlo quasi subito. Al processo in cui furono condannati, gli uomini dell’Oas e in genere i partigiani dell’Algeria Francese intonarono una canzone di Edith Piaf, con cui escludevano qualsiasi rimorso o pentimento: «Non, rien de rien, non, je ne regrette rien…».

Marine Le Pen, nella sua opera di normalizzazione del Front, ruppe con il padre e rivalutò la figura di De Gaulle, che i suoi antenati politici avevano tentato di uccidere («hanno una pessima mira» commentò il Generale, che aveva battute fulminanti, sempre che non le inventasse Malraux). Ma neppure Marine fa parte della destra tradizionale francese. È convinta che la vera dicotomia non sia più tra destra e sinistra ma tra l’alto e il basso della società; non a caso il suo partito è il primo tra le classi popolari.

Bardella è diverso. Sta con una principessa che rivendica il trono delle Due Sicilie. È più vicino all’establishment economico, ai cattolici che non hanno ancora digerito la Rivoluzione francese, alle forze più retrive della società. Appare un conservatore in senso stretto, in sintonia con Marion Maréchal Le Pen, bestia nera della zia Marine. Il Rassemblement National può contare sull’appoggio incondizionato di Vincent Bolloré, bretone come i Le Pen, molto influente nell’editoria. Una parte dei Repubblicani già lo appoggia, e Nicolas Sarkozy reduce dalla galera si prepara ad appoggiarlo. Anche i macronisti come Edouard Philippe, già Primo ministro, si allontanano da Macron nella speranza di apparire equidistanti tra l’estrema destra e il centro liberale ed europeista.

Quel «fronte repubblicano» che ancora alle ultime elezioni legislative ha tenuto i lepenisti fuori dal governo si sta sgretolando. L’Europa non è più considerata da un pezzo dell’establishment francese come destino inevitabile, ma come accidente della storia. Certo, si tratta di un errore clamoroso, per un Paese che non ha la forza economica della Germania, che è in ritirata persino culturale e linguistica dalle sue ex colonie — Parigi ha rotto con l’Algeria, in Mali ai militari francesi hanno preferito i russi della Wagner, i giovani marocchini e tunisini studiano l’inglese —, ma che è rimasto l’unico nell’Unione europea ad avere la bomba atomica e un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu. Mitterrand e Chirac, che non erano due sprovveduti, avevano puntato sul rapporto con la Germania, per ancorare il franco al marco — e poi all’euro — e compensare con la forza politica le fragilità industriali ed economiche. All’evidenza, una parte dell’establishment francese è convinta ora di poter fare da sé, e magari di rispedire a casa milioni di quegli emigrati che da decenni mandano avanti la Francia. Un’illusione, certo. O un incubo. Ma non sempre nella storia elettori e classi dirigenti hanno fatto la scelta giusta. Di sicuro, una sinistra come quella di Mélenchon è la migliore risorsa strategica che la famiglia Le Pen e il giovane Bardella potevano attendersi.

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