Enrica Riera
Stalking all'ex ministro Sangiuliano, Maria Rosaria Boccia va a processo
Domani, 10 febbraio 2026
Stalking, lesioni, diffamazione, interferenze illecite nella vita privata e false attestazioni nel curriculum. Con queste accuse l’imprenditrice di Pompei, Maria Rosaria Boccia, andrà a processo. Lo ha deciso questa mattina il giudice dell’udienza preliminare di Roma.
Si chiude così un primo capitolo sul caso, che scoppiato la scorsa estate, ha portato l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano a dimettersi dal dicastero che oggi ha come capo Alessandro Giuli. Nel procedimento su Boccia, oltre a Sangiuliano risultano parti offese anche sua moglie, Federica Corsini, e l’ex capo di gabinetto Francesco Gilioli.
Le accuse
I pubblici ministeri – le indagini sono coordinate dall’aggiunto Giuseppe Cascini – contestano all’imprenditrice, che aveva intrapreso una relazione con l’ex ministro e che alla fine non aveva visto concretizzarsi la nomina a sua consigliera, una serie di condotte.
Tra queste quella di aver cagionato in Sangiuliano «un perdurante e grave stato di ansia e paura che si estrinsecava in un forte stress, un notevole dimagrimento, pensieri suicidi, in modo tale da costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita – scrivono i pm – compromettendone la figura pubblica, inducendolo a rassegnare le dimissioni dalla carica istituzionale, ad evitare i luoghi abitualmente frequentati, limitare le uscite private e pubbliche o le partecipazioni a convegni o viaggi istituzionali e privati».
I magistrati capitolini delineano dunque un quadro che sembrerebbe basarsi su pressioni psicologiche e controllo. «Boccia – si legge ancora nelle carte – pubblicava foto di loro due al concerto dei Coldplay senza il consenso di Sangiuliano e imponeva a Sangiuliano di non portare addosso la fede nuziale e alla fine gliela sottraeva».
Poi la vicenda della chiave di Pompei «del valore di circa 14.823,00 euro, che doveva essere consegnata dal Sindaco quale premio al Ministro». Quella chiave che fine ha fatto? A luglio del 2024 Boccia «chiedeva la consegna della chiave». Asserendo che il ministro, concludono i pubblici ministeri, «gliela aveva promessa e le promesse vanno mantenute».
A marzo 2025 l’imprenditrice era stata interrogata dai magistrati capitolini, a luglio era arrivata invece la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini. Nelle scorsa settimana, inoltre, un altro guaio giudiziario: la notifica a Boccia del 415 bis, in questo caso i pm di piazzale Clodio le contestano di aver diffuso e rivelato informazioni relative alla vita privata dell'ex ministro della Cultura e la moglie tramite l’audio di una loro conversazione. In questo filone è indagato anche un giornalista di una testata campana, anche lui ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini.
La difesa
A stretto giro è arrivato il commento degli avvocati che difendono Maria Rosaria Boccia: «Siamo convinti che non ci sia alcuna condotta illecita, alcun atto persecutorio»', hanno detto Francesco Di Deco e Saverio Sapia.
«Noi dimostreremo che dai principi del giugno del 2024 era l'allora ministro a proporle in primis la nomina e successivamente già dalla settimana dopo si dichiarava follemente innamorato e quindi a meno che non sono cambiati i canoni dello stalking, a me non risulta che una persona che è sottoposta a stalking e dichiara di avere paura manda ogni giorno in maniera quasi asfissiante, azzarderei adolescenziale - ha detto uno dei difensori - messaggi con cuoricini. Quindi c'è una discrasia in tal senso. Stesso discorso per quanto riguarda le lesioni».
Per quanto riguarda poi l'accusa di interferenze illecite «la condotta è stata totalmente diversa - sostiene la difesa di Boccia - è stata ammessa ad ascoltare una telefonata e quindi come presente, cioè il consenso non era rilevante: in quel caso era il querelante a permettere di ascoltare la telefonata in viva voce. Poteva benissimo in qualunque momento staccare e interrompere la comunicazione tenutamente privata. L'incriminazione è davvero fumosa e speriamo di poterlo dimostrare già in questa fase processuale senza dover andare in dibattimento».


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