Parole di Qohélet
Figlio di David
Re di Ierushalèm
Un infinito vuoto
dice Qohélet
Un infinito niente
Tutto è vuoto niente
Tanto soffrire d’uomo sotto il sole
Che cosa vale?
Veníre andare di generazioni
E la terra che dura
Levarsi il sole e tramontare il sole
Corre in un punto
In un altro riappare
Andare e girare il vento
Da Sud a Settentrione
Girare girare andare
Del vento nel suo girare
Tutti i fiumi senza riempirlo
Si gettano nel mare
Sempre alla stessa foce
Si vanno i fiumi a gettare
Si stanca qualsiasi parola
Di più non puoi fargli dire
Occhi avidi sempre di vedere
Orecchi mai riempiti di sentire
Quel che è stato sarà
Quel che si è fatto si farà ancora
Niente è nuovo
Di quel che è sotto il sole
Di certe cose si dice – Guarda
Questa mai vista cosa –
E sono cose che già sono state
Nei tempi stati prima di noi
Dei gia stati non c’è memoria
E anche di quelli da essere ancora
In chi verrà non ci sarà memoria
Io Qohélet re d’Israel
stato
in lerushalem
Da sapiente mi sono dato
A scandagliare et a rigirare
La totalità delle azioni
sotto il sole
Lavoro sciagurato
A cui per loro scempio
Ha dato i figli d’uomo
Dio
Ho veduto tutte le cose
Le cose che si fanno sotto il sole
Ed ecco tutto è vuoto niente
E una fame di vento
Storture non si raddrizzano
Privazioni restano prive
Parlo al mio cuore gli dico
Ecco la mia grandezza
Ammassi di sapienza
Nessuno prima di me
Tanto ne ha avuto in Ierushalèm
E il mio cuore ha veduto
Grande sapienza grande intelligenza
E il mio cuore si è dato
A coltivare sapienza
E a conoscere le passioni
E ho penetrato nella stupidità
Anche questo è volere vento
Grande sapienza è grande tormento
Più intelligenza avrai
piu soffrirai
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traduzione della Cei
Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.
2Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità, tutto è vanità.
3Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno
per cui fatica sotto il sole?
4Una generazione va, una generazione viene
ma la terra resta sempre la stessa.
5Il sole sorge e il sole tramonta,
si affretta verso il luogo da dove risorgerà.
6Il vento soffia a mezzogiorno, poi gira a tramontana;
gira e rigira
e sopra i suoi giri il vento ritorna.
7Tutti i fiumi vanno al mare,
eppure il mare non è mai pieno:
raggiunta la loro mèta,
i fiumi riprendono la loro marcia.
8Tutte le cose sono in travaglio
e nessuno potrebbe spiegarne il motivo.
Non si sazia l’occhio di guardare
né mai l’orecchio è sazio di udire.
9Ciò che è stato sarà
e ciò che si è fatto si rifarà;
non c’è niente di nuovo sotto il sole.
10C’è forse qualcosa di cui si possa dire:
“Guarda, questa è una novità”?
Proprio questa è già stata nei secoli
che ci hanno preceduto.
11Non resta più ricordo degli antichi,
ma neppure di coloro che saranno
si conserverà memoria
presso coloro che verranno in seguito.
Ceronétti, Guido. – Scrittore, drammaturgo e marionettista italiano
(Torino 1927 – Cetona 2018). Noto soprattutto per gli inconsueti elzeviri
(su La Stampa di Torino), in cui rivendica i diritti della letteratura sulla
cronaca e denuncia con estrema coerenza i segni di un progressivo
imbarbarimento, in relazione a questo impegno di intransigente e
colto moralista vanno intese le sue poesie (pubblicate in più volumi
dal 1968 e poi riunite in Compassioni e disperazioni. Tutte le poesie
1946-1986, 1987), tra l’altro strettamente dipendenti da una attività di
traduttore molto selettiva (Marziale, Catullo, Giovenale e, dalla Bibbia:
Ecclesiaste, Cantico dei cantici, Giobbe, Isaia, Salmi). La stessa
dimensione cupamente religiosa, propria dell’interprete di visioni e anatemi
antico-testamentari, C. introduce nell’esercizio dell’ufficio saggistico:
Difesa della luna (1971); La carta è stanca (1976); La Musa ulcerosa
(1978); Un viaggio in Italia(1983); Albergo Italia (1985); L’occhiale
malinconico (1988); Centoventuno pensieri del filosofo ignoto (2006) o
nelle raccolte di aforismi e di ricordi: Il silenzio del corpo (1979); Pensieri
del tè (1987); La pazienza dell’arrostito (1990); D. D. Deliri Disarmati
(1993); La carta è stanca. Una scelta (2000); Piccolo inferno torinese
(2003). Tra le sue opere più recenti vanno citate: Insetti senza frontiere
(2009); In un amore felice. Romanzo in lingua italiana (2011); la raccolta di
versi Sono fragile sparo poesia (2012); il libro di pensieri e riflessioni
L’occhio del barbagianni (2014); Tragico tascabile (2015); Per le strade
della vergine (2016); Messia (2017); Regie immaginarie (2018).
Ernesto Ferrero
Nessun uomo è uguale alla somma delle sue apparenze», sogghignava Guido Ceronetti citando Valéry, consapevole che era impossibile stringerlo all’angolo di una sola etichetta, lui, l’irregolare e l’inclassificabile per eccellenza, che solo una società paramilitare e positivista come il Piemonte poteva produrre. Traduttore, poeta, narratore, saggista, corsivista, giornalista, disegnatore, cantastorie, marionettista (padre del casalingo e presto leggendario «Teatro dei sensibili», 1970), regista-attore di strada e di nicchia, profeta disarmato, filosofo, linguista, antropologo, collezionista d’oggetti surreali dell’uso quotidiano, di storie improbabili, di delitti rivelatori (Rosa Vercesi), epistolografo sommo (ha vergato migliaia di cartoline pittate da lui medesimo). Persino premiato ballerino di tango in gioventù e appassionato cultore di boxe.
Si è sempre mosso con frenesia mercuriale nei millenni, ovunque si consumasse la tragicommedia dell’uomo, il suo interminabile incontro-scontro con le divinità. Felicemente unico anche nei panni dell’apocalittico, qualifica che rifiutava quasi con sdegno. Ci voleva soltanto mettere in guardia contro l’ottimismo, che è pernicioso perché si rifiuta di guardare in faccia le cose per quello che realmente sono («Come l’ossido di carbonio: uccide lasciando sui cadaveri un’impronta di rosa»). Libero e imprevedibile come un uccello. Del volatile araldico, uscito da una stampa di Dürer o di Callot, aveva i tratti. Nessuno si sarebbe stupito se si fosse sollevato in volo, o avesse camminato sulle acque del Po.
Esce (1927) da una famiglia della piccola borghesia. Il padre, titolare di una piccola impresa di decorazioni, maniaco dell’ordine, sposa una cugina commessa. Puntualizza Guido: «Torinese sì, per foglietto anagrafico, l’accento incorreggibile, i ricordi… Finisce lì, io sono quello che ripeto spesso di essere, un cittadino di Gerusatene», Gerusalemme più Atene. Eppure il suo vero imprinting va cercato nelle vecchie case di ringhiera, nei fumosi cinemini di periferia, nelle balere, al Balôn, come si può leggere nel Piccolo inferno torinese (Einaudi, 2003).
Alle elementari dai Gesuiti ha per compagno il futuro cardinal Martini. È uno studente difficile che non accetta di essere eterodiretto, sia pure da un maestro. Appartiene alla specie non rara dei torinesi nomadi. Viaggiatore compulsivo, detesta le megalopoli, va a vivere in centri piccoli (Albano Laziale) o minuscoli (la medioevale Cetona), in case monacali affollate di libri (tra cui, si vanta, 200 dizionari).
Quando all’inizio degli anni ’60 compare nella redazione della Einaudi, padroneggia il francese, il tedesco, il latino, il greco, l’ebraico. È già avvolto in impermeabili sapientemente sdruciti, capelli spiritati su una gran fronte spaziosa e naso imperioso, che lo fanno somigliare ad Artaud. Basco sulle ventitrè, voce strascicata, nemico acerrimo delle ideologie, ironizza sulle magnifiche sorti e progressive del socialismo reale. Anticomunista convinto dopo aver visto La corazzata Potëmkin e ambientalista quando i Verdi non erano ancora nati. Vegetariano irriducibile dal 1957, sostiene con Leonardo che l’uomo non può ridursi a «transito di animali morti». «Salvate il mondo. Mangiate esclusivamente carne umana», recita un pensiero del 2014, ferocemente sarcastico. Ma misantropo non è: come già l’adorato Céline e Gadda, ama l’uomo di troppo amore per accontentarsi della risibile caricatura di se stesso che è diventato. Chiosa beffardo: «Con l’indignazione mi guadagno il pane. In cambio di scherni ricevo fama. Il furore contro l’uomo mi fa sentire vivo: irascor, ergo sum».
Frequenta quello che allora veniva chiamato, con un brivido di disappunto, l’irrazionale. Giulio Bollati, che l’aveva scoperto, gli affida la revisione della traduzione dal tedesco del gran libro del Gregorovius, Storia della città di Roma nel Medioevo. A cose fatte, si scopre che Guido aveva interpolato di suo pugno interi paragrafi, là dove gli pareva che l’autore non ne sapesse abbastanza. Da quegli inserti apocrifi Bollati trae la conferma di avere identificato una piccola miniera, e lo dirotta nientemeno che sugli Epigrammi di Marziale per l’austera collana dei «Millenni». È quello il Big Bang del fenomeno Ceronetti, l’impresa sbalorditiva che infrange le regole severe della Traduzione. Guido ne combina un’altra delle sue: mette una mongolfiera in Marziale. Però ci sta benissimo, e lì viene lasciata. Nessuno gliela ha mai rimproverata. Seguono i Salmi, Catullo, Giovenale, il Qohélet, il Cantico dei cantici, Il libro di Giobbe, Il libro del profeta Isaia. Più che traduzioni, sono riscritture, reinvenzioni da vero artista, che vi può sfrenare la sua lingua ipercolta, tutta metafore tese da uno spasimo espressionista. Quasi una prosecuzione, o una integrazione, di un lungo lavoro poetico, da una prima raccolta del 1968 a Poesie per vivere
e non vivere (1979), Compassioni e disperazioni (1987), Sono fragile sparo poesia (2012). Non contento, al pari di Pessoa si inventa un eteronimo, il poeta turco Mehmet Gayuk, cantore delle delizie e dei drammi del Gineceo (1998).
La fama crescente gli apre le pagine de La Stampa, su cui scriverà per 40 anni. Nasce il Ceronetti corsivista, elzevirista, fustigatore pubblico, esploratore irritabile che percorre l’Italia per stilare il catalogo dei guasti in atto e di quello che ancora si salva di un immenso patrimonio umano e artistico abbandonato a se stesso. In Un viaggio in Italia e in Albergo Italia è già anticipata profeticamente la crisi terminale che stiamo vivendo. Nelle pagine giornalistiche e nei libri (Il silenzio del corpo, Pensieri del tè, La pazienza dell’arrostito, Cara incertezza, La lanterna del filosofo, Insetti senza frontiere, Tragico tascabile, e da ultimo Per le strade della Vergine, tutti presso Adelphi) prende forma un pantagruelico zibaldone, ribollente di citazioni erudite, aforismi, aneddoti storici, etimologie, letture, dissertazioni medico-legali, sogni, ossessioni. Al pari di un fachiro, si sdraia sul letto di chiodi che è l’esplorazione del Male e di lì guarda provocatoriamente il lettore con un sorriso sapienziale che non lascia scampo.
Come Pasolini, cerca il divino nella fisicità, nel corpo offeso degli uomini. Quale che sia l’inchiostro nerissimo in cui intinge la penna, riesce a trasformarlo in colore verbale per vincere la sfida contro la Storia e la Morte. Dalle sue voluttuose requisitorie contro «le ondate spaventevoli del brutto e del dolore», vera cura omeopatica, si esce ogni volta non depressi ma tonificati. Ha sempre rivendicato il valore salvifico della tragedia, Ceronetti. Senza di lui, adesso, dovremo accontentarci della farsa.

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