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| Rita Rapisardi |
Andrea Fabozzi
Torino, una brava cronista e un pessimo paragone
il manifesto, 5 febbraio 2026
Anche i vigliacchi fanno a pugni, con la logica. Leggiamo di giornalisti giustamente indignati contro i manifestanti violenti che allontanano i colleghi dal corteo, perché il diritto di cronaca (e di critica, mai assente da certe cronache), è sacro.
Ma quando una giornalista fa il suo mestiere, riesce a trovarsi nel posto giusto e racconta tutto quello che vede, ecco allora che si indignano con lei. Perché quello che racconta non gli va bene, non gli piace, spettina le loro convinzioni.
Rita Rapisardi ha fatto questo. Nella tarda serata di sabato, dopo aver percorso il corteo di Torino avanti e indietro, è riuscita ad arrivare a pochi metri da dove un gruppetto a volto coperto ha violentemente percosso un agente. E ha raccontato anche il prima e il dopo. Nella sua cronaca non c’è nulla di assolutorio per i violenti, né poteva esserci, ci sono i fatti che inquadrano l’episodio e che dovrebbero essere alla base di ogni giudizio. Ma chi ha smesso di interessarsi ai fatti vede solo quello che conferma i suoi pregiudizi, risparmia la fatica di incuriosirsi per tutto il resto (le decine di video e di testimonianze dalla stessa manifestazione dove le divise inseguono manifestanti pacifici e spaccano la testa ai fotografi), è contento di cantare nel coro.
Non ce n’è uno che sia in grado di contestare il racconto fatto da Rita, ovviamente, ma sono tutti pronti a insegnarle il mestiere che secondo loro andrebbe fatto vedendo solo quello che va visto, adeguando il racconto alle opinioni. Sono in fondo vigliacchi né più né meno degli odiatori anonimi (ce ne sono anche di firmati e saranno querelati, a cominciare da chi si dichiara delle forze armate) che in queste ore minacciano Rita sui social.
E a proposito di lezioni, ci tocca rispondere anche a chi se la prende con il manifesto perché in solitudine si ostina a guardare a tutte le violenze. E prova a raccontare quello che c’è attorno ai fatti di Torino, il prima e il dopo, senza fermarsi alla condanna e non dimenticando che i militanti di Askatasuna sono stati appena assolti in tribunale dalla stessa accusa associativa che il ministro degli interni ripete come se fosse provata. E che il centro sociale aveva avviato con il comune un percorso del tutto alternativo alla repressione, quando uno sgombero, fatto con modalità apertamente di sfida, ha azzerato il confronto e riportato tutto allo scontro.
Pensandosi originale, Maurizio Crippa sul Foglio cita Rossana Rossanda e il suo famoso articolo passato alla storia con il titolo L’album di famiglia (si chiamava in realtà Il discorso sulla Dc), o forse citava Maria Elena Boschi che il giorno prima aveva fatto la stessa citazione alla Camera, per rovesciarcelo contro e dirci in sostanza che dovremmo anche noi, eredi di quella storia, trovare il coraggio di riconoscere come nostri compagni i terroristi di Askatasuna.
Abbiamo due cose da dire al Foglio. La prima è che capiamo perfettamente quanto a loro come a tutte le destre venga comodo associare chi si oppone all’idea che ha questo governo di ordine pubblico, di repressione del dissenso e di censura delle libertà di manifestazione alla pura e semplice eversione, o al concorso esterno in manifestazione eversiva secondo il teorema Piantedosi. Quindi non faremo la fatica di ripetere a loro uso e consumo la condanna dei violenti. Quando li abbiamo condannati – subito – lo abbiamo fatto non solo perché siamo persone miti ma anche perché ci pare che quei violenti recitino nello spartito che ha preparato per loro il governo.
Il governo che fa crescere le disuguaglianze, sposta ricchezza sui ricchi e povertà sui poveri, moltiplica le ingiustizie e poi risponde al disagio e alla rabbia che tutto questo provoca con forza pubblica e leggi repressive. La seconda è che il paragone che il Foglio propone con il 1978 è del tutto sbagliato. Oggi noi non abbiamo parentele da riconoscere con dei terroristi reali, ma ci sono al contrario terroristi immaginari che abitano gli incubi (o i sogni) di chi è al potere o ha il suo piccolo spazio nell’album delle figurine del potere. E c’è dall’altra parte un movimento dal quale non ci sentiamo distanti neanche quando dobbiamo criticare e condannare episodi.
Dunque, ringraziando per gli attestati di raffinatezza ed eleganza tributati al manifesto e cercando di esserne all’altezza, diremo a Crippa che di quell’articolo di Rossanda e di quello che accade oggi non ha capito un cavolo.

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