mercoledì 25 febbraio 2026

Leopardiana


L'infinito
1819

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare.


PARAFRASI

Sempre caro fu a me questo colle solitario
e anche questa siepe, che sottrae alla mia vista
una parte tanto ampia dell'orizzonte più lontano.
Ma rimanendo seduto e osservando il quadro con cura,
io mi figuro mentalmente spazi sterminati oltre la siepe,
e silenzi umanamente inimmaginabili
e profondissima quiete, tanto che per poco
il mio animo non si spaventa. E non appena odo
il vento stormire tra le piante, paragono
quell'infinito silenzio a questo rumore:
e mi viene in mente l'idea dell'eternità,
i tempi già trascorsi e dimenticati, e quello attuale e
ancor vivo, con la sua voce. Così il mio pensiero
sprofonda in quest'immensità dello spazio e del tempo:
e sparire in questo mare mi dà un senso di dolce abbandono.

Versi scritti duecento anni fa. La situazione descritta non ha nulla di eccezionale: la coesistenza del finito e dell'infinito nella visione, e nell'ascolto, di un paesaggio. Tutta la magia poetica deriva dal ricorso al sublime nell'espressione. Si fa plausibile l'annullamento del desiderio in uno stato di abbandono a una appartenenza di ordine cosmico. La parafrasi può essere approssimativa. Dà però un'idea dei meccanismi messi in atto. Meccanismi che Leopardi stesso porta alla luce nello Zibaldone, quando scrive:
Del rimanente, alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario.  [1820]
Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito puoi vedere il mio idillio sull’Infinito e richiamar l’idea di una campagna arditamente declive in guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle; e quella di un filare d’alberi, la cui fine si perda di vista, o per la lunghezza del filare, o perch’esso pure sia posto in declivio ec. ec. ec. Una fabbrica una torre ec. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito ec. ec. ec.
 [1821]
A queste considerazioni appartiene il piacere che può dare e dà, quando non sia vinto dalla paura, il fragore del tuono, massime quand’é piú sordo, quando è udito in aperta campagna; lo stormire del vento, massime nei detti casi, quando freme confusamente in una foresta o tra i vari oggetti di una campagna, o quando è udito da lungi, o dentro una città trovandosi per le strade ec. Perocché oltre la vastità e l’incertezza e confusione del suono non si vede l’oggetto che lo produce, giacché il tuono e il vento non si vedono. È piacevole un luogo echeggiante, un appartamento ec. che ripeta il calpestio de’ piedi o la voce ec. Perocché l’eco non si vede ec. E tanto piú quanto il luogo e l’eco è piú vasto, quanto piú l’eco vien da lontano, quanto piú si diffonde; e molto piú ancora se vi si aggiunge l’oscurità del luogo che non lasci determinare la vastità del suono né i punti da cui esso parte ec. ec. E tutte queste immagini in poesia ec. sono sempre bellissime, e tanto piú quanto piú negligentemente son messe e toccando il soggetto, senza mostrar l’intenzione per cui ciò si fa, anzi mostrando d’ignorare l’effetto e le immagini che son per produrre e di non toccarli se non per ispontanea e necessaria congiuntura e indole dell’argomento ec. [1821]
La consapevolezza poetica ha anticipato quella teorica. Di che si tratta alla fine? Il poeta arriva a fissare un momento di ebbrezza cosmica partendo dall'idea di un orizzonte nascosto al suo sguardo. La poesia resta, l'incanto si rinnova a ogni lettura. Frase per frase, parola per parola. Deus sive natura: per l'effetto di una splendida illusione l'uomo, che contempla il tutto, nel tutto si perde, o si riconosce. 


La sera del dì di festa
 (1820)

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai né pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.


recanati

OmeroIliade, VII, 555-559, trad. Giacomo Leopardi

Sì come quando graziosi in cielo

Rifulgon gli astri intorno della luna,

E l’aere è senza vento, e si discopre

Ogni cime de’ monti ed ogni selva

Tutto quanto l’immenso etra si schiude

E vedesi ogni stella

800px-Magnus_Jenny_Lind
Eduard MagnusJenny Lind, 1862

Non si dovrebbe isolare l’inizio di una poesia dal resto, non si dovrebbe illustrare Leopardi ricorrendo a un paesaggio notturno e a una immagine femminile di molti anni successiva all’epoca in cui i versi furono scritti. E poi la donna non dorme nel quadro, come fa invece nelle parole del componimento. Bene. Questi abusi hanno una loro ragion d’essere. Leopardi sa restituire in poche pennellate la calma sovrana e imperturbabile del mondo. È ferito dalla visione della bellezza che, come sappiamo da Stendhal, è promessa di felicità. Si sente escluso, e ne soffre, ma non per questo reagisce negando alla scena lo splendore. Mentre soffre, continua ad avvertire il richiamo di quel mondo che osserva con sguardo penetrante e attonito. Questo è un momento della sua avventura spirituale. Si tratta di percepirlo in tutta la sua forza. Tutto il resto verrà dopo, certo. Intanto l’idillio appena rotto dal sentimento dell’ infelicità c’è stato. Ed è stato trasferito sulla pagina con immediatezza. Questo autorizza, volendo, la disinvoltura del taglio e delle illustrazioni.


A Silvia
(1828)

Silvia, rimembri ancora
quel tempo della tua vita mortale,
quando beltà splendea
negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
e tu, lieta e pensosa, il limitare
di gioventù salivi?
Sonavan le quiete
stanze, e le vie d'intorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all'opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.
Io gli studi leggiadri
talor lasciando e le sudate carte,
ove il tempo mio primo
e di me si spendea la miglior parte,
d’in su i veroni del paterno ostello
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che percorrea la faticosa tela.


Cesare Garboli 
Nessuno più di lui sentì la vita
C. Garboli G. Manganelli, Cento libri, Archinto 1989

Come non si può superare la velocità della luce, così non si può sentire la vita più di Leopardi. E d'altra parte la sua voce arriva sempre da un punto limite, dal punto in cui le emozioni, i palpiti, le scaturugini della vita fanno tutt'uno con le immobili scaturigini della morte. Il segreto della lirica leopardiana, quella pateticità terribile, concitata, quello spasimo atroce, quei conflitti, quegli urti, quel disperare e tornare a sperare, e la sua quiete immensa e serena, è tutto qui. Come se la materia di cui è fatto l'universo potesse interrogare se stessa, chiedere alla propria inerzia, al nulla, le ragioni della sua vita, e lo facesse con un filo di voce superba e insieme infinitamente discreta, umile e planetaria.






https://machiave.blogspot.com/2025/02/manganelli-e-calvino-su-leopardi.html



L'aggettivo vaghe in apertura esprime un'idea di bellezza e di splendore lontano. Lontano e indefettibile tanto quanto è precaria la nostra vita sulla terra. E subito le stelle diventano oggetti propri di un paesaggio interiore, passato e presente. La poesia si fa terrestre, umana. Traccia di una vita che fu e che torna nel pensiero: un'altra vita, quella del poeta fanciullo. Sono cadute le illusioni ma l'incanto si rinnova, acquistando una ricchezza che si sgrana  nel respiro largo del verso scolpito parola dopo parola.

Le ricordanze 
(Canti, XXII, 26 agosto - 12 settembre 1829)

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea
Tornare ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine.
Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l'aspetto vostro
E delle luci a voi compagne! allora
Che, tacito, seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna!
E la lucciola errava appo le siepi
E in su l'aiuole, susurrando al vento
I viali odorati, ed i cipressi
Là nella selva; e sotto al patrio tetto
Sonavan voci alterne, e le tranquille
Opre de' servi. E che pensieri immensi,
Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri,
Che di qua scopro, e che varcare un giorno
Io mi pensava, arcani mondi, arcana
Felicità fingendo al viver mio!
Ignaro del mio fato, e quante volte
Questa mia vita dolorosa e nuda
Volentier con la morte avrei cangiato.

1. Vaghe: belle, incantevoli. Orsa: il riferimento è alla costellazione dell’Orsa Maggiore.
2. ancor per uso: come era mia abitudine una volta (nell’infanzia: v. 5, fanciullo).
4. ragionar: colloquiare.
5. albergo: la casa paterna.
7. immagini: immaginazioni. fole: fantasie, illusioni.
8. creommi: creò in me. l’aspetto vostro: la vostra vista.
9. e... compagne!: e delle altre costellazioni (luci).
10. in verde zolla: su un prato verde.
12-13 Guardando il cielo e ascoltando il canto della rana lontana (rimota) nella vastità della campagna.
14. appo: presso (dalla preposizione latina apud).
15-17 Mentre sussurravano per il vento i viali odorosi (odorati) e i cipressi laggiù nel bosco.
17-19 Nella casa paterna risuonavano i dialoghi (voci alterne) e le tranquille attività (opre) domestiche.
20. mi spirò: mi ispirò.
23-24 Immaginando (fingendo) mondi misteriosi e felicità sconosciute nella mia vita futura.
25-27 Inconsapevole del mio destino e di quante volte in seguito avrei scambiato volentieri con la morte questa mia vita priva di qualsiasi piacere (nuda).
°°°

Zibaldone

Uno de’ maggiori frutti che io mi propongo e spero da’ miei versi, è che essi riscaldino la mia vecchiezza col calore della mia gioventú; è di assaporarli in quella età, e provar qualche reliquia de’ miei sentimenti passati, messa quivi entro, per conservarla e darle durata, quasi in deposito; è di commuover me stesso in rileggerli, come spesso mi accade, e meglio che in leggere poesie d’altri: oltre la rimembranza, il riflettere sopra quello ch’io fui, e paragonarmi meco medesimo; e in fine il piacere che si prova in gustare e apprezzare i propri lavori, e contemplare da se compiacendosene, le bellezze e i pregi di un figliuolo proprio, non con altra soddisfazione, che di aver fatta una cosa bella al mondo; sia essa o non sia conosciuta per tale da altrui (Pisa, 15 febbraio, ultimo venerdí di Carnevale. 1828).

All’uomo sensibile e immaginoso, che viva, come io sono vissuto gran tempo, sentendo di continuo ed immaginando, il mondo e gli oggetti sono in certo modo doppi. Egli vedrà cogli occhi una torre, una campagna; udrà cogli orecchi un suono d’una campana; e nel tempo stesso coll’immaginazione vedrà un’altra torre, un’altra campagna, udrà un altro suono. In questo secondo genere di obbietti sta tutto il bello e il piacevole delle cose. Trista quella vita (ed è pur tale la vita comunemente) che non vede, non ode, non sente se non che oggetti semplici, quelli soli di cui gli occhi, gli orecchi e gli altri sentimenti ricevono la sensazione (Recanati, 30 novembre 1828, 1a Domenica dell’Avvento).


Italo Calvino a Giorgio Manganelli, 16 luglio 1984

Caro Giorgio,

l'articolo di ieri su Leopardi è bellissimo e sento il bisogno di dirtelo. Hai trovato la definizione esatta - come nessuno era riuscito a fare - del rapporto tra quello che Leopardi dice e il piacere che dà a leggerlo, la leggerezza con cui abita e filosofeggia la sua tristezza e noia. Tante volte ho pensato di non poter spiegare - per esempio a uno straniero - la grandezza di L. e che cosa rende le Operette un libro unico e perché non ci si sazia mai di leggerlo - e tu ci sei riuscito con un'evidenza di formulazione che ormai mi sembra diventata la sola cosa che si possa dire. E il parallelo con Petrarca mi pare calzi perfettamente - insomma leggendoti mi pareva d'essere stato a un pelo dall'aver pensato io tutte queste cose e di stare venendo in possesso di qualcosa di mio.
Un caro saluto e buona estate

                                                                                               tuo Calvino

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