giovedì 19 febbraio 2026

Meloni inarrestabile

Andrea Fabozzi
Il referendum come stress test delle istituzioni

il manifesto, 19 febbraio 2026

L’uscita di ieri del presidente Mattarella, uscita in senso proprio perché per dire quello che voleva dire ha lasciato il Quirinale e si è andato a sedere sulla poltrona di presidente del Csm, se non funzionerà come richiamo all’ordine funziona benissimo come segnale di allarme. Parla quindi più ai cittadini prossimi elettori del referendum e intanto spettatori dello «scontro istituzionale» che ai governanti che dovrebbero darsi una calmata.

Il ministro della giustizia Nordio ha immediatamente promesso di darsela, la calmata, comprendendo (era facile) di essere soprattutto lui il bersaglio della reprimenda presidenziale. Mentre è solo il più maldestro interprete di una linea politica di trasparente aggressione alla magistratura, quando non è allineata con il governo, che è anche la cifra comunicativa con la quale Meloni sta provando a salvare un referendum che la destra credeva di aver già vinto.

La campagna della premier dunque prosegue, procurando altre preoccupazioni al presidente della Repubblica, costretto (lo faccio per «necessità» prima che per «desiderio» ha chiarito) a un gesto che non si era mai risolto a compiere – ha sottolineato – in undici lunghi anni di permanenza al Quirinale. Anni nei quali scontri tra politica e giustizia certo non sono mancati.

Ma adesso siamo a un salto di qualità: dallo scontro si passa a sfiorare la crisi istituzionale, quando manca ancora un mese al referendum. La forza del gesto di Mattarella sta nell’averlo platealmente segnalato ai cittadini. Il suo limite nel non riuscire a fermare la deriva.

Meloni lo ha dimostrato solo poche ore dopo – a lei è bastato il solito video -, per di più dicendosi consapevole di «deludere più di qualcuno» e respingendo al mittente l’alto invito quirinalizio («intervengo più nella mia veste di presidente della Repubblica che di presidente del Csm») alla cautela e al rispetto tra istituzioni.

La presidente del Consiglio ogni giorno dimostra di considerare la sua postazione di potere come l’avamposto di un’impresa autoritaria, così ridicolizzando gli attestati di leader responsabile che l’infinita schiera di adulatori continua a tributarle. La sua affinità allo stile trumpiano è totale, la partecipazione dell’Italia al Board degli speculatori che oggi sarà celebrata a Washington non è dunque un dettaglio imbarazzante da camuffare dietro giri di parole ma una rivendicazione programmatica coerente con le mosse di politica interna.

La condizione di stress permanente che impone all’architettura istituzionale è un metodo, importato dagli Usa. Compiutamente trumpiano, come orbaniano, è il rifiuto di riconoscere qualsiasi legittimità al controllo della magistratura sugli atti di governo. Meloni considera il suo potere sovrano al punto da non tollerare smentite. La «legalità» per lei si è trasferita nelle sue intenzioni e promana dai suoi video, non sta nelle leggi che la magistratura continua ad applicare nel rispetto della gerarchia delle fonti – per la quale la Costituzione viene prima dell’ultimo decreto.

Si è convinta (non senza l’aiuto di una tremula opposizione) che su due temi soprattutto può rompere gli argini, due presunte emergenze: la sicurezza e la «minaccia» migratoria. E lì batte senza mancare un colpo, anche se si tratta di colpire il Quirinale. Lo fa perché su questi temi pensa di riuscire più facilmente a gonfiare l’impopolarità dei giudici, è lì che proverà a vincere il referendum. Che sempre più diventa un test sull’autoritarismo e, al contrario, sulla volontà popolare di tenersi stretta la separazione dei poteri.

C’è da augurarsi che Meloni come altri prima di lei stia producendo anticorpi e costruendo la sua sconfitta.

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