Carmen Pellegrino
Dieci anni senza Umberto Eco ma i suoi testi continuano a parlarci
Corriere della Sera, 18 febbraio 2026
Se Umberto Eco fosse qui, saprebbe leggere questo presente. Ne riconoscerebbe le derive e le follie che, ciclicamente, riportano la violenza al centro della storia, e metterebbe a fuoco le verità che si consumano in fretta, sostituendosi l’una all’altra. Ma Eco non c’è. Da dieci anni non c’è, e la sua assenza si misura anche in questo «uso mancato» di lui: nella possibilità che c’era prima di ricorrere a una voce capace di attraversare i saperi senza confonderli, di parlare a molti senza rinunciare alla precisione, di esercitare l’intelligenza come forma di responsabilità.
Umberto è il libro che Roberto Cotroneo gli ha dedicato, pubblicato dalla casa editrice (La nave di Teseo) che Eco aveva contribuito a fondare come atto finale della sua vita: «L’ho conosciuto il giorno prima che iniziasse la sua vita da celebre scrittore. Il nome della rosa era uscito da poco più di due mesi e il suo sguardo era ancora quello di un brillante professore, molto noto, anche fuori dall’Isemiologia,patrimonio,talia, negli ambienti universitari ed editoriali… Eco era un’eco. Una voce che correva dappertutto come qualcosa che era entrata a far parte della coscienza intellettuale di chiunque. Era centrale e marginale, schivo ed egocentrico. Capace soprattutto di prevedere quello che sarebbe accaduto perché aveva una forma di intelligenza naturale che assomigliava molto a quella artificiale di cui parliamo oggi».
È un libro singolare, soprattutto per ciò che non è. Non biografia, né raccolta di aneddoti. È il taccuino di uno scrittore che riconosce il limite di ogni celebrazione e fa l’unica cosa sensata: rinviare ai segni, ai libri, al metodo stesso di Eco. Un frammentario memoriale, si potrebbe dire, costruito sulle ellissi, sugli atti mancati, sui «non ricordo». In questo modo, Cotroneo predispone uno spazio in cui il lettore non si senta escluso, ma possa collaborare, dubitare liberamente. E scoprire, così, che il pensiero di Eco non si chiude in un’opera definitiva, nemmeno quando parliamo di capolavori come Il pendolo di Foucault, perché resta, prima di tutto, un metodo: un’opera aperta.
«Cosa so di lui?» si chiede Cotroneo. «Scrivendo, capisco quello che so. Perché senza queste parole non ci riuscirei». La loro è stata una lunga frequentazione, ma di questo c’è solo qualche traccia nel libro. L’attenzione è rivolta agli strumenti, a ciò che Eco ha lasciato.
«Bisogna continuare a leggere, capire quelle pagine, i suoi romanzi», sottolinea Cotroneo. «C’è un patrimonio immenso, di testi diversissimi, dal saggio accademico al pastiche letterario. Una carta ge«uscivo ografica per comprendere questo tempo, il presente e il futuro».
Eco ha saputo attraversare i saperi senza ridurli né a specialismo né a intrattenimento. Filosofo, semiologo e romanziere, capace di far convivere, in un’unica trama di senso, Aristotele e Superman; collezionista di testi rari e apocrifi, medievista e teorico dei mass media. Ha mostrato che l’intelligenza non è una specializzazione, ma una pratica che esige rigore senza rinunciare all’ironia. Al centro della sua riflessione, la questione del senso. Non come qualcosa da svelare, ma come costruzione fragile, storicamente situata, reversibile. I segni, per Eco, non conducono mai direttamente alle cose: passano attraverso biblioteche, memorie condivise, saperi impliciti. L’interpretazione è inevitabile, ma non illimitata. Il testo non impone una verità, ma nemmeno si consegna inerme: chiede cooperazione, attenzione. Il testo oppone resistenza.
Ne aveva fatto esperienza lui stesso dopo essersi imbattuto, a vent’anni, in Sylvie, di Gérard de Nerval, racconto che sarebbe diventato una costante della sua vita. Scrisse: dal racconto come se avessi gli occhi impastati… Ho riletto tante volte questo racconto negli ultimi quarantacinque anni, e ogni volta cercavo di spiegare a me stesso e agli altri perché mi facesse quell’effetto. Ogni volta credevo di averlo scoperto, eppure ogni volta che riprendevo a rileggere mi ritrovavo come all’inizio, come prigioniero dell’effetto-nebbia».
Cotroneo, nel sottolineare come il racconto di Nerval abbia rappresentato per Eco un filo da sbrogliare lungo tutta la vita, richiama implicitamente anche il carattere elusivo della sua figura intellettuale: un pensiero che si lascia seguire, ma mai definitivamente afferrare, sempre in movimento tra interpretazione e distanza.
«Quando ho cominciato a lavorare a questo libro, è da Sylvie che sono partito. Sapendo che nella nebbia non ci sono verità sicure. Da qualche parte l’intelligenza logica e brillante di Eco doveva lasciare il passo a un enigma. Questo enigma stava certe volte nel suo sguardo, che procedeva per lampi improvvisi. Era un enigma nitido, se mai può esistere».
Diciamolo: quando uno scrittore decide di scrivere di un altro, dietro l’ammirazione si intravede spesso un velo di narcisismo. Parlare di quello diventa un modo per parlare di sé, con l’immagine dell’altro ridotta a specchio opaco, che riflette più di quanto riveli. È un sospetto che ha accompagnato il confronto di Elias Canetti con Kafka, per fare un esempio. Cotroneo, invece, questo rischio lo elude con intelligenza, mettendo al centro non sé stesso ma la propria difficoltà a riconoscersi in un tempo in cui la letteratura ha perduto qualsiasi peso, soppiantata da un’autorialità esibita e rigorosamente à la page.
«Ricordo ogni sua pagina, ma non ricordo le parole che mi disse. E in un mondo che è fatto solo di parole al vento significa molto. Sarebbe impossibile scrivere un libro fatto di dimenticanze. Eppure in quelle dimenticanze trovo un sollievo, perché sono certo che da qualche parte quei discorsi perduti sono qui, finanche nella punteggiatura e nella scelta di spezzoni che sembrano non avere una logica, e forse non ce l’hanno. Perché ormai è così che scrivo, facendo disperare i commerciali delle case editrici, e persino certi librai, attaccati al plot come a una boa arrugginita in un mare che non sarà mai più il mare che ci ostiniamo a sognare».
Senza plot né aneddoti, Cotroneo ha scritto un libro nel quale riconosciamo il nostro stesso vacillare sui frammenti di un mondo che non esiste più. Eppure, in quelle pagine c’è la bellezza a cui possiamo, ancora, disperatamente aggrapparci «sapendo che, alla lunga, vincerà».

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