mercoledì 11 febbraio 2026

Un critico liberale del potere

Carlo Marsonet
Bertrand de Jouvenel

Il Foglio, 11 febbraio 2026

Bertrand de Jouvenel (1903-1987) non è del tutto ignoto al pubblico italiano. All’importante lavoro di Francesco Raschi (Autorità e potere. Il pensiero politico di Bertrand de Jouvenel) e alcune traduzioni dei suoi libri, si aggiunge ora lo studio di Gabriele Ciampini, nella collana sui “classici contemporanei” promossa dall’istituto Bruno Leoni. Come ha scritto uno studioso americano, Daniel J. Mahoney, il pensatore francese può essere considerato un esponente di un liberalismo di matrice conservatrice: i suoi interessi lo hanno portato a occuparsi del progressivo accrescimento delle prerogative statali durante l’epoca moderna e a formulare “una scienza politica che possa riconciliare tradizione e cambiamento preservando al tempo stesso la libertà e la dignità dell’individuo”.
Nella parte biografica, Ciampini evidenzia come de Jouvenel fosse in gioventù favorevole a un tipo di economia mista, caratterizzata da una forte ingerenza statale. Vicino al Partito radicale, prima, e successivamente al Partito popolare francese, il pensatore si sarebbe poi convinto, soprattutto dopo l’occupazione tedesca della Cecoslovacchia (1939), del pericolo di una sovraestensione dei pubblici poteri nella vita delle persone. Eppure, il suo liberalismo non sfocerà mai in una critica radicale, di taglio anarco-capitalista, al Leviatano: piuttosto, il suo liberalismo pare imparentato con quello degli ordoliberali tedeschi, i quali, pur nella diversità delle prospettive adottate dai suoi esponenti, vedevano nello Stato il «guardiano dell’ordine concorrenziale», ovvero lo strumento per far sì che il mercato non degeneri in un sistema monopolistico. Ciampini ricorda doverosamente la partecipazione – conclusasi burrascosamente – dello studioso alla vita intellettuale della Mont Pelerin Society, la più importante organizzazione internazionale nella promozione della libertà individuale fondata nel 1947 da Friedrich von Hayek. E’ però soprattutto la sua critica al potere a rimanere intatta nella sua essenzialità. Se esso fa parte delle società umane, e con ciò bisogna pertanto fare i conti, non va però idolatrato magari coprendo la sua azione di propositi alti e nobili. Prima dell’affermazione della modernità politico-statuale e della sovranità, il Medioevo poteva contare su micropoteri in concorrenza reciproca, che in tal modo frenavano la rispettiva espansione. Affermandosi invece il monismo statual-nazionale, il Potere ha trovato terreno fertile per il proprio radicamento, facendo così strame dell’ordine policentrico e pre-politico precedente: “dal momento in cui si ripromette di impadronirsi dei mezzi esistenti nella comunità, è naturalmente indotto a distruggere tutti gli edifici sociali allo stesso modo in cui l’orso in cerca di miele è portato a rompere le celle dell’alveare”.

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