domenica 1 febbraio 2026

Guerriglia a Torino

Stefano Caselli
Askatasuna, guerriglia a Torino Barricate, fiamme e agenti feriti
Il Fatto Quotidiano, 1 febbraio 2026

Era stata preparata come manifestazione nazionale, attesa come scontro nazionale. Obiettivo raggiunto. Che il corteo pro Askatasuna, annunciato oltre un mese fa, si sarebbe concluso con la peggior guerriglia vista a Torino da molto tempo, era chiaro dall’inizio. E se qualcuno tra i manifestanti e le forze dell’ordine avesse avuto altri obiettivi, è stato tenuto nelle retrovie.
Tre cortei, uno dalla stazione di Porta Nuova, uno da Porta Susa e uno – soprattutto – da Palazzo Nuovo, storica sede delle facoltà umanistiche occupata un paio di giorni fa. Alle 14:30 sono già migliaia le persone in via sant’Ottavio. Il variegato corteo degli studenti (e non solo) si muove dopo poco più di un’ora. In testa lo striscione “Torino partigiana”, in coda – tra slogan anti-Meloni, solidarietà al popolo palestinese e unione ideale con i “resistenti” di Minneapolis – i comitati del quartiere Vanchiglia: famiglie con bambini, vin brulè e panini a offerta libera, signore non più giovani sorridenti e mano nella mano. Il corteo sfila per via Po e piazza Vittorio, fino a congiungersi con gli altri due in arrivo dalle stazioni. Tanta gente, chi dice 50 mila (cifra forse esagerata, ma non troppo). Poi, secondo il percorso concordato con la Questura, il ritorno verso Vanchiglia (il quartiere di Askatasuna a ridosso del centro) lungo corso San Maurizio. Un’ora di cammino, lento, irreale nell’assenza di macchine parcheggiate e saracinesche alzate. Lo snodo fondamentale del percorso concordato sta là in fondo, in quello che i torinesi chiamano Rondò Rivella. Si dovrebbe proseguire verso Barriera di Milano, Torino nord, fino al parcheggio del Cimitero Monumentale, indicato, come fosse una gita fuori porta, come luogo di ritrovo per i gitanti arrivati in pullman.
Che il percorso non sarebbe mai stato quello è evidente fin dalla prima occhiata al massiccio schieramento di forze dell’ordine. Apparentemente inspiegabile. Un consistente cordone di polizia blocca corso Regina Margherita in direzione periferica. Verso il Po, in direzione Askatasuna, il campo è libero, sbarrato centinaia di metri più avanti da un altro massiccio cordone di polizia. Mancano solo le frecce luminose. Arriva l’avanguardia del corteo, si calano i cappucci neri, si indossano le mascherine e gli occhialini da sub. Le signore di Vanchiglia vengono cortesemente invitate a tornare indietro. Poi arriva il furgone da cui partono musica e slogan, che senza esitare svolta a destra, verso Askatasuna.
Cala la sera e iniziano due ore buone di guerriglia urbana: bombe carta, pioggia di lacrimogeni, idranti, bottiglie, pietre, una camionetta della polizia in fiamme (come diversi cassonetti), qualche fermato, almeno una ventina di feriti (tra cui undici poliziotti e un signore colpito violentemente in testa da un palo di metallo, forse perché scambiato per ciò che non era), una troupe Rai aggredita, e barricate nelle vie di Vanchiglia all’ora dell’aperitivo, tra spargimenti di sangue e di detersivo, per citare De André. Il ministro dell’interno Matteo Piantedosi attacca “gli antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente anche grazie a coperture politiche ben identificabili”. Guido Crosetto, ministro della Difesa, posta sui social il video dell’agente accerchiato e pestato: “Questi non sono manifestanti. Si comportano da nemici, da terroristi, da guerriglieri. Vanno trattati per quello che sono”. Il presidente Sergio Mattarella ha chiamato Piantedosi perché trasmettesse la sua solidarietà al poliziotto.
L’ennesimo Giorno della Marmotta di Torino si placa (relativamente) poco dopo le 20. Esultano (sotto una patina di indignazione) gli ultras della repressione, si ritirano soddisfatti gli incappucciati. Resta la frustrazione di tutti gli altri, compresi politici e intellettuali di area progressista. In piazza c’era anche un pezzo vero di città a cui non piace l’aria che tira.

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