Antonio De Sortis
La condizione umana tra visibile e invisibile
il manifesto, 12 febbraio 2026
Cees Nooteboom: Schrijfer, dichter, reiziger. Scrittore, poeta, viaggiatore, così titolava stamani il Volkskrant provando brevemente a definire la più importante, la più sfuggente figura delle moderne lettere olandesi; Nooteboom – tradotto in più di trenta lingue, candidato diverse volte al Nobel – è morto a novantadue anni l’11 febbraio scorso nella sua casa di Minorca, il luogo che per anni era stato il suo buen retiro estivo e di cui ultimamente l’autore aveva fatto il centro permanente di una nuova fase della vita, l’ultima, quella della stasi; stasi, almeno, nello spazio, poiché la sua mente furba, guizzante, fantasiosa mai aveva smesso di muoversi, da un’epoca all’altra, da un libro all’altro, in una costante tensione verso ciò che è irraggiungibile.
L’ultima opera apparsa, in ordine di tempo, nelle librerie italiane, è Pioggia rossa, pubblicata come larghissima parte dell’opera dello scrittore olandese dalla casa editrice Iperborea, e dedicata proprio alla quotidianità minorchina, un diario privato che tra agricoltura e giardinaggio pure riesce a gettare lo sguardo al di là dei muri a secco, delle piante grasse e del mare, verso una prospettiva ulteriore che, già nel 2006, anno in cui questo libro fu scritto, non sembrava così remota.
BASTA GUARDARE un gattino negli occhi per avere seri dubbi della reale esistenza di questo mondo; ciò che vediamo deve pure avere una sua concretezza, eppure non si tiene, suggerisce Nooteboom, tra romanzi racconti di viaggio e poesie. Ovunque accanto a noi possiamo cogliere i segni di qualcosa di ulteriore, che non scopriremo mai ma che pure deve esistere, altrimenti non saremmo così affascinati dal passato e dai suoi spettri, altrimenti non ci sarebbe la letteratura, con i suoi mille personaggi che bussano alla nostra mente come se fossero reali.
Basti leggere Addio, la raccolta poetica dal titolo anch’esso eloquente, frutto strano della reclusione forzata da Covid-19, per comprendere l’invadenza di ciò che non si vede: «Ora ingannevolmente normale come/ la madre di soldati morti, ora di nuovo spettro/ accanto a un relitto, l’irreale conosce molte persone Chi sono/ questi esseri, da quali antri sono usciti/ senza un nome?». Ciò che in compenso vediamo sono le vestigia, da cui Nooteboom è sempre stato attirato, non certo per via di un qualche macabro interesse ma al contrario, poiché incuriosito, quando non divertito, dalla capacità del passato di rendersi incomprensibile, muto, e di lasciare le cose a testimoniare da sé. Così avviene, ad esempio, nel bellissimo Tumbas, pellegrinaggio sulle tombe di poeti e scrittori europei. Preludi, questi, di un viaggio ultraterreno che l’autore attendeva, prima o poi, di compiere? Non proprio. In letteratura ha sempre scelto vie ben più paradossali.
Nato nel 1933 all’Aia, dopo la guerra aveva trascorso alcuni anni in un seminario cattolico. Fra i monaci aveva studiato il latino.
È la prima di molteplici vite (checché ne dica Rudiger Safranski, il compilatore di una antologia di citazioni dello scrittore olandese, Avevo mille vite e ne ho preso una sola). Da giovanissimo Nooteboom inizia a collaborare come reporter per giornali e riviste. È a Budapest nel 56, a Parigi nel 68. La sua esistenza randagia coincide con gli eventi storici che segnano quegli anni, c’è un presente tumultuoso da immortalare. Al contempo, già nel 55 esce l’esordio narrativo, un finto romanzo beat ambientato in Francia, il primo di molti viaggi verso sud. È un testo, Philip e gli altri, dalla consistenza strana, difficile da soppesare. È dedicato a Philip Mechanicus, giornalista e fotografo; la fotografia sarà il mezzo che più spesso accosterà alla scrittura, per via del carattere visuale che spesso sceglierà di conferire al proprio stile, ma più che mai grazie al sodalizio umano e artistico con la fotografa Simone Sassen, compagna di vita per quasi cinquant’anni. Da quell’esordio del ’55 i paesaggi che Nooteboom ha attraversato sono difficilmente quantificabili.
MERITA MENZIONE LA SPAGNA e i suoi altopiani, solcati più e più volte nel corso di viaggi che con gli anni si fecero periodici, ciclici, continuamente ripetuti e ritoccati nella memoria; di questo tratta Nooteboom in Verso Santiago, il suo scritto di viaggio forse più conosciuto. Grande amore lo ha nutrito proprio per il nostro paese (specie per Venezia, a cui pure ha dedicato un libro), una frequentazione coltivata senz’altro grazie al posto specialissimo che la sua opera occupa nel catalogo e nell’orizzonte culturale della casa editrice Iperborea.
Una parte non trascurabile di questa produzione saggistica, ammesso che di saggistica possa parlarsi, è dedicata inoltre all’estremo Oriente, in particolare al Giappone, di cui l’autore olandese ammirava la letteratura ma dove più che in qualsiasi altra località trovava riassunta quella curiosa ambivalenza così poco accettata in Europa: quanto più è profondo il senso di eternità che un oggetto emana, quanto più si è vicini a ciò che è perenne, maggiore sarà la possibilità di trovarsi a stringere un pugno di mosche. Il sacro e il vuoto talvolta coincidono. Se si considera la frequenza con cui questa ricerca e, infine, questa sensazione è descritta e riprodotta da Nooteboom nei suoi libri, la triplice definizione di scrittore, poeta, viaggiatore appare quanto mai convincente. Tre vocazioni che agiscono, spesso, in sincrono.
Ne è testimonianza la narrativa «pura» dell’autore olandese. Il canto dell’essere e dell’apparire, Le volpi vengono di notte, e, soprattutto, Rituali, il romanzo del 1980 che ne sancì la definitiva consacrazione, indagano la condizione umana nella sua prossimità e talvolta promiscuità con l’invisibile. I personaggi dialogano più volentieri con i propri sogni, i propri ricordi, che con gli altri simili. L’invisibile a volte può trarre in inganno, è una scatola, quella che lo contiene, che può ipnotizzarci, ossessionarci, come accade al personaggio di Rituali, per l’appunto un ritualista del tè, che pur di isolarsi dal mondo lega il suo destino a una ciotola giapponese.
SE VOLESSIMO TENTARE di individuare il segreto che ha consentito a Nooteboom di muoversi in territori letterari di così difficile collocazione, dovremmo infine soffermarci sulla lingua; il nederlandese letterario è l’unica «casa» che, nella sua irrequietezza, egli ha riconosciuto sempre come propria, e un ringraziamento va ai suoi traduttori Fulvio Ferrari, Claudia Di Palermo, David Santoro e Laura Pignatti che ci hanno permesso di conoscerla. Una lingua fatta di ironia, di suadenti digressioni ma anche di salti improvvisi, quasi amnesie: lo scrittore si è assentato. Quando ritorna, sembra essersi affacciato «dall’altra parte», aver fugacemente raggiunto l’altra sponda del fiume. Un verso che si apriva citando Fedro e Socrate si chiude con una veduta olandese, le due figure passeggiano tra le dune. Quando è successo? E poi riecco il poeta fare capolino e scattare una foto. Tutto è contiguo. Si vive tutti assieme, almeno secondo Cees Nooteboom, parenti, amici, animali, fantasmi. Fra i libri e nel tempo.
https://machiave.blogspot.com/2016/09/quel-che-resta-di-un-amore.html

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